Fatma Bukač

Non mi fusi mai con nessuno

Mai respirai così tranquillamente

Schwarz

L’opera di Fatma Bukač riflette un’immagine fluida tesa a cristallizzarsi in un luogo estraneo a contaminazioni. In questo non-luogo sembra attendersi una Ri-Composizione del Silenzio che reso sordo dal dolore, riaffiora per ricomporsi sulle tracce “dell’essere”.

Le fotografie, le installazioni e i video trasudano sofferenza e desiderio di riscatto. Si ricercano origini per definire identità o ruoli nell’essere tempo. Dove l’assenza scruta l’umano sul limite del proprio baratro.

Fatma Bukac Untitled-III- Allegorie della colpevolezza passato
Fatma Bukač
Untitled-III-
Allegoria della colpevolezza-passato

Fatma Bukač di etnia curda, nasce nel 1982 in un piccolo paese turco, Iskenderun, ai confini con la Siria. Il padre era un’insegnante comunista che fu fatto prigioniero politico durante la guerra turco-siriana. L’assenza della figura paterna durante l’infanzia; la guerra in cui venne distrutto il suo villaggio; l’essere donna in una società per tradizione patrilineare, subordinata alla “protezione” di un uomo:  saranno elementi che Fatma rielaborerà e approfondirà nelle sue opere. Influenzeranno il suo linguaggio espressivo che diverrà interprete di conoscenze per predisporsi depositario di memoria.

Le sue opere struggenti graffiano l’anima. Non conoscono oblio. Sono assolute. Colmano vuoti che si rifrangono in un presente limite, incompleto. Tante le evocazioni e i rimandi. Si percepisce l’urlo di ciò che non è più, ma che potrà essere ricolmato. Ridefinito. Ridisegnato. Si aderirà al presente frantumando il ricordo per poter sopravvivere. Si conserveranno i resti. Si “penetrerà” nei restanti silenzi rubati alla Storia. Per accettare una diversità che non è mai “esistita” se non nell’essere tempo Storia che sfuma dettagli.

Fatma Bukač Latibulum
Fatma Bukač
Latibulum

Quando vidi le opere di Fatma Bukač sentii i “respiri” di Francesca Woodman. Ritrovai la stessa intensità e forza espressiva.  Là il preludio di una fine nell’espiazione. Qui tensione-potenzialità futura. Forse speranza che sopravvive ad un dolore-vertigine.   Ci si proietta in un futuro diverso, altro, di raccordo con il passato che partendo dal presente semina il domani.

Qualcosa dovrà definirsi, prender forma, divenire realtà. Anche se tutto sembra sospeso, estraneo al tempo diviene un non-luogo ascritto al mito. Focalizzato nell’atto delle poche azioni esistenti. Sembra un agire “contratto”. Lascia spazio ai pensieri. Liberi di correre negli interstizi di un reale muto. Sfiancato.

Fatma Bukač
Fatma Bukač

Tracce evase dai limiti della Storia raccontano l’immobilità agghiacciante di ciò che resta, privo di identità, di struttura, di codici. Ma l’agire crea luminosità. Apre squarci di desideri. Unisce. Appaga. È ritrovar-si nella germinazione del sé.

L’inseminazione dell’adesso su brandelli di un passato raso al suolo denuncia una presa di coscienza dell’io che mutilato ricerca equilibri nel far confluire il presente su  “tabulae rasae” verso la scoperta di un nuovo “genere” d’identità. Una forma che ricuce la parte mancante con l’assenza.

Fatma Bukač – Untitled IV (Allegoria della colpevolezza – passato)
Fatma Bukač – Untitled IV (Allegoria della colpevolezza – passato)

I paesaggi sembrano esser sospesi. Ma l’anima non ha abbandonato i luoghi. Manifesta il desiderio di ricostruire. Desidera essere parte fondante e seme di rinascita.

La figura nuda, avvolta nel cellophane, all’interno della casa bombardata è l’elemento fondante, quasi un demiurgo del fieri. Si  fecondano i luoghi per poterli “acquisire” nella propria interiorità. Si assimilano le origini nella consapevolezza di ciò che è stato.

Rimasi molto sorpresa quando in un intervista l’artista disse che le sue installazioni non erano di denuncia contro il governo turco. Il suo desiderio era quello di raccontare  il presente, manifestando ciò che le premeva definire: la sua Anima, l’identità,l’origine.

Forse una ricerca escatologica per unire lembi di lacerazioni e accettare la diversità pur nella tras-formazione.

Fatma Bukač  installazione Omne Vivum Ex Ovo
Fatma Bukač
installazione Omne Vivum Ex Ovo

Si vuole “inseminare” ciò che è divenuto non-luogo modificato da un evento la guerra, che voleva cancellare. Ecco una figura femminile che depone delle uova dentro i mattoni, resti dei bombardamenti.

Rinascere sarà consequenziale alla presa di coscienza di ciò che non è più e definisce le origini. Solo successivamente si edificherà un nuovo esistere. Le voragini devono esser colmate. Si devono creare ponti solidi per poter inseguire il futuro.

Fatma Bukač con le sue rappresentazioni diverrà un’importante fulcro di trasmissione del sapere. Come un vento impetuoso scuoterà coscienze.

Fatma Bukač  Ego et Lanx Nigra
Fatma Bukač
Ego et Lanx Nigra

“In questa prospettiva l’identità viene quindi considerata come un processo continuo di identificazione, dove le definizioni sono variabili: l’identità non è più qualcosa che proviene dalle appartenenze, o non solo, ma anche un processo legato alle autonome capacità di individuazione, sempre più richieste dalla società complessa che esige individui autonomi, che funzionino come terminali culturali”

Parole del Meucci che attestano come la consapevolezza di Fatma Bukač nel documentare le sue origini, la condurrà a porsi autentica mediatrice culturale.

Carlo Sgorlon sottolinea come non sia possibile rompere con il nostro passato perchè “rappresenta la tradizione, la continuità, la direzione, lo sfondo necessario della nostra esistenza….Sarebbe come rinunciare alla nostra memoria collettiva e quindi a una parte essenziale di noi stessi. Come sciogliere i cavi che ci legano alla Terra, per vagare senza meta nello spazio, al modo di una mongolfiera disancorata”.

Fatma Bukač Malum in se
Fatma Bukač
Malum in se

L’opera di Fatma Bukač è di notevole rilievo per le sue ricerche sulla costruzione identitaria. Pur presentandosi con un linguaggio espressivo intenso, a volte cruento, ha documentato un passato di continuità cercando di saldare nel presente l’origine e l’evoluzione della consapevolezza dell’essere uomo contemporaneo.

Non potremo vivere il presente senza recuperare o “riconciliarci” con il nostro passato, radice preziosa della nostra anima. Saremo alberi senza più radici, privi di domani.

Lycia Mele
© Riproduzione riservata

Approfondimenti
Le fotografie presenti appartangono alla serie Melancholia I, 2008
http://www.albertopeola.com/it/artisti/13-bucak-fatma.html
http://neuramagazine.com/le-identita-possibili-di-fatma-bucak/

Francesca Woodman
http://www.heenan.net/woodman/

2 Comments

  1. In un mondo in frantumi sopravvive l’artista con la sua ricerca di un’identità, con il suo “agire che crea luminosità”; il tentativo commovente di seminare e concepire nei resti insensati del passato. Un ricostruzione attenta, ricca, profonda di un lavoro artistico complesso proteso a “fecondare i luoghi per acquisirli nella propria interiorità”. La frase ” I paesaggi sembrano essere sospesi. Ma l’anima non ha abbandonato i luoghi” è davvero bella. Sembra alludere poeticamente ad una presenza invisibile, portatrice di speranza, in un paesaggio che ne ha smarrito completamente le tracce.

    P.s. le donne in cellophane: farfalle nel proprio bozzolo. Bellezza e colore in potenza pronte a rigenerare un contesto colto nel suo più totale decadimento.

    Grazie!

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    1. Ti ringrazio di cuore, Filippo, le tue parole impreziosiscono la mia recensione.
      È un “sentire” frammenti di emozioni sulla stessa onda d’oceano.

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