La BibliotecaCivicaSimpliciana sotto la guida del direttore, Marco Ronchi, si distingue per l’importante ruolo socio-culturale che esplica nella città di Olbia. Una realtà che Antonella Agnoli, studiosa del ruolo che viene ascritto alle biblioteche nella nostra contemporaneità, avrebbe definito “Piazza del Sapere”. Da intendere come “territorio” aperto a gruppi e associazioni, centro di riflessione e di condivisione dei saperi, nodo centrale di una rete con altre istituzioni culturali”.
Penso che la Biblioteca Simpliciana crei quel luogo di cui parla la studiosa. Infatti, nel corso degli anni con dinamismo e poliedricità di eventi è riuscita a collocarsi “nell’esperienza individuale come luogo quotidiano” non solo preposto al bisogno informativo ma anche sociale. Centro d’incontro, di confronto, di condivisione, di approfondimento. Spazio in cui si percepisce una sorta di ben/essere per le varie attività di carattere creativo e ricreativo proposte: corsi di scrittura per adulti e bambini, corsi di disegno, rassegne letterarie, rappresentazioni teatrali, serate musicali, reading di poesia e altri eventi.
La Biblioteca, quindi, appare anche come centro finalizzato all’aggregazione sociale subordinata ad interessi che si desiderano condividere, oltre, all’acquisizione di saperi. Una convivenza reale in uno spazio autentico, lontano dalla realtà falsata dei pseudo “social”. Il valore educativo, l’attenzione alla socialità sono segni di civiltà che permettono di creare solide strutture in una società multietnica e disperdono il morbo dell’individualismo e del disinteresse verso una socializzazione più trasparente e più vera.
Attualmente, tra i vari progetti presenti in Biblioteca merita di esser evidenziato il Tea Letterario. Un gruppo di persone, unite dall’amore per la lettura, s’incontrano per discutere e confrontarsi su un testo di narrativa italiana o straniera. Quest’anno il gruppo sarà coordinato da Nuria Metzi,Nivia Iglesias e Luana Scano, insegnante di scrittura creativa. Si riunirà nell’ultimo lunedì del mese alle ore 18.15. Durante l’incontro si analizza il testo scelto in precedenza – letto individualmente – si possono leggere dei passi significativi e approfondire la biografia dell’autore.
È un momento di condivisione, di confronto e poiché lo scambio di idee e di opinioni ha sempre una valenza positiva è un profondo arricchimento interiore. Analizzare la struttura narrativa, affinare la capacità interpretativa e fare introspezione psicologica di un personaggio può aiutare a capire dinamiche per esempio sociali, intraprendere nuove ricerche o percorsi verso nuove conoscenze, indurre ad approfondire nuovi campi di sapere.
Il Tea Letterario invita chi ama leggere ad unirsi al gruppo per esaminare insieme i libri di alcuni autori, confrontarsi su varie tematiche presenti nei testi estrapolate dalla nostra contemporaneità o memoria storica.
Un momento ricreativo di acquisizione di nuove conoscenze che può giovare alla mente ma anche all’anima. Un cammino verso “quell’educazione permanente” verso cui dovremo tendere se interessati a migliorare. Senza mai dimenticare che “Sapiente non è chi ha letto molto, ma chi ha letto bene”.
Pareti bianche, candide che riflettono luminosità. Soffitti altissimi per ampi spazi dove poter sistemare importanti installazioni e opere fuorimisura. Nell’angolo della caffetteria si percepisce la vita nel suo divenire con piccole piantine che ne decorano una parete immensa. E per il nuovo concept museale che si sta diffondendo in Italia un bookshop e all’ultimo piano un giardino d’inverno dove un anfiteatro, con 80 posti a sedere e pannelli proiettivi, potrà ospitare eventi multidisciplinari.Infine saranno integrati in questa nuova struttura museale gli uffici amministrativi. Parlo di un museo segnato da passione, amore per la cultura e desiderio di condivisione. Tre lettere M. A. N. un acronimo che denota carattere e sfrontatezza, quell’osare e quella determinazionedi chi ha voluto crearlo,di chi ha creduto fortemente nel progetto museale che ha permesso di giungere a risultati “inaspettati” : i vari esponenti dell’istituzione Provincia di Nuoro,il presidente del MAN, Dott. Tonino Rocca e chi ha curato nel suo aspetto selettivo ed espositivo il Museo.
Spazio Bistrot – Courtesy MAN
Quest’ultimo progetto in cui si raggiungeranno 1500 mq di superficie vede la ristrutturazione del nuovo stabile acquisito in Piazza Satta eunaripartizione degli spazi espositivi più legata alla contemporaneità, secondo il concept museale americano.
Forse una necessità dovutaai vent’anni di intensa attività e afflusso di presenze, circa 800.000 di cui 70.000 bambini, fruitori dei laboratori didattici; all’urgenza di dare collocazione alla Collezione Permanente,ancora riposta nei magazzini del Museo ed infine ad un attento coinvolgimento e maggior apertura nei confronti dei fruitori con nuovi spazi quali il “bistrot” e il “bookshop” che annullano le rigidità delle vecchie concezioni museali.
Spazio Bookshop – Courtesy MAN
In presenza del Dott. Tonino Rocca, attuale presidente, e il Direttore Dott. Luigi Fassi è stato possibile visitare il nuovo stabile acquisito in Piazza Satta (i cui lavori di ristrutturazione inizieranno a marzo p.v.) , dove in occasione della celebrazione del ventennalein una trama di colori, forme, segni intrecciati con creatività dall’artista sarda, Daniela Frongia,è stato possibile ripercorrere a ritroso un percorso espositivo segnato da tanti punti luminosi – tracce di memoria – delle mostre esposte dal 1999 al 2019. Locandine delle mostre, fotografie e lavori dei bambini che hanno partecipato ai laboratori didattici che sono parte dell’archivio del Museo a testimonianza del valore puro di significazione espresso dai bambini nel cogliere le sfumature o i dettagli di un’opera d’arte.
Installazione di Daniela Frongia (particolare) – ph. LML
Tante le mostre, si contano 100 cataloghi, ma non per tutti gli artisti. Alcuni, allora poco conosciuti, oggi sono molto quotati e i loro linguaggi espressivi sono oggetto di studio e di approfondimento come Bruno Munari. Nel 1999 il MAN, oltre ad acquisire alcune opere, gli dedicò una importante retrospettiva.
Nella sala delle meraviglie o “dell’amarcord”, termine di felliniana memoria, c’è forseun velo di nostalgia dove iricordi divengono presenza, forano il tempo nel loro apparire, ma rafforzano i significati nel loro unirsi e consolidarsi: dueschermiconvideo di repertorio di tutte le mostre avvicendatesi dal 1999 al 2019 tratte dai vari archivi della Rai, Videolina, o video degli stessi artisti che raccontano di sé stessi e della propria arte.
L’installazione realizzata con i lavori dei bambini in cui tanti piccoli e colorati aeroplanini si staccano dalla parete del soffitto, volano, volano alti, un po’ come l’evoluzione di questo “piccolo” museo che è riuscito ritagliarsi una collocazione e credibilità tra le istituzioni museali dell’isola.
Con lo sguardo rivolto al futuro l’evoluzione tecnologica diviene struttura fondante e valido supporto per le collezioni museali permettendo più fluidità nella fruizione delle opere d’arte. Qui si inserisce l’attività dello “Studio Inoke” che con un’attento lavoro di ricostruzione virtuale haraffigurato in 3D gli spazi della nuova struttura museale e con l’ausilio di dispositivi visivi ha permesso di rivivere e percepire le dimensioni e la bellezza dei nuovi spazi espositivi che ospiteranno le mostre temporanee proprio per la contemporaneità degli spazi. L’interazione all’interno della realtà 3D sta divenendo “consuetudinaria” in alcune importanti strutture museali come ad esempio Musei Vaticani, il MoMA di NewYork e altri.
rappresentazione virtuale di una sala espositiva – Courtesy MAN
Da oggi alle ore 19.00 l’opening che darà il via ai tre giorni (fino a domenica 10) di celebrazioni per rivisitare il passato con lo sguardo verso il futuro del MAN, tra lo scorrere del tempo che sedimenta i ricordi, dà vigore al presenteeuna maggior consapevolezza per aver ricevutosignificati culturali per nuove idee, nuovi orientamenti, nuovi progetti. Sempre in cammino con l’Arte, massima espressione di libertà.
Nel periodo medievale intorno al 627 d.C.,Isidoro, vescovo di Sivigliae grande intellettuale, scriveva nella sua opera Etimologie o Origini L’arte musicale consiste nella conoscenza profonda, acquisita con l’esperienza, della modulazione e ha il proprio fondamento nel suono e nel canto”. Da profondo conoscitore della musica, Isidoro evidenziava come dall’esperienza si potesse arrivare a conoscere, a percepire la musica. Ein un’altra sezione dal titolo “Del Potere Della Musica” esplicitava un’altra verità “senza la musica, nessuna disciplina può considerarsi perfetta: di fatto, senza la musica nulla esiste. […] La musica muove le volontà, trasformando la natura della percezione” perché la musica ha la capacità di emozionare e “consolare la mente nel sopportare tribolazioni”. Pensieri che ci inducono a riflettere sulla straordinaria importanza e funzione della musica che a volte trascuriamo. Diamo per scontato. Il suo valore è incommensurabile. E la creatività in ambito musicale sfiora l’infinito, nella possibilità di inventare sempre nuove armonie.Ogni cosa sembra esser legata alla musica o meglio c’è musica dentro ogni cosa. E se riflettiamo la ritroviamo in una leggera brezza di mare, in un semplice respiro opersino sfiorando dei sassi che nel vibrare emettono sonorità.La musica fa parte della nostra anima. Nessuno può viverne senza.
Isidoro scriveva della musica come ispirata da Dio, come riflesso di un’armonia celeste in cui, per raggiungere livelli eccelsi, fosse necessaria non solo passione ma tanto studio,esercizio e come lui definiva “esperienza”. Oggi diremo che per raggiungere qualsiasi obbiettivo o progetto che si ha in mente, occorre impegno, costanza e soprattutto studio. Tanto studio.
Tra i validi musicisti della mia terra, Sandro Fresi riflette quella attenzionee studio meticoloso di cui parla Isidoro. Sono riuscita ad incontrarlo per un’intervista, dopo una serie di concerti con Iskeliu Quartet dal Titolo “Trittico Mediterraneo, Trilogia di Suoni e di Luci”, che lo hanno impegnato durante il periodo natalizio. Ho sempre apprezzato la sua creatività e le sue ricerche da musicologo o forse etnomusicologo, che non hanno trascurato altre discipline come l’etnografia o l’antropologia culturale. Ha creato spazi di innovazione musicale nella sperimentazione, scindendo registri differenti, rimodulandoli in chiave più contemporanea o rielaborando “significati” attuali con armonie musicali del passato, con una delicatezzache dona intense emozioni e ha permesso, con l’utilizzo di strumenti antichi, di “rivivere” periodi storici, le cui tracce sembrano esser presenti nella nostra anima. Così emergono giochi di luci, bagliori di magie, archetipi chiaroscurali, forse lo stupore di Dante nel Paradiso? Ogni volta che ascolto un suo concerto con il suo IsKeliu Quartet lo percepisco diverso, più armonioso, più coinvolgente, forse perché richiama suoni, tracce di memoria riposte nella nostra anima?
Nel lasciar spazio alle sue parole e al suo avvincente mondo musicale, posso dirvi che è un musicista affermato, gode didiscreto successo all’estero di cui menziono un’importante tournée in Australia; è un’attento ricercatore di sonorità della tradizione euromediterranea: studioso della tradizione religiosa Medievale che gli ha permesso la riscrittura di musica e testi dei grandi mistici quali San Giovanni della Croce e Santa Teresa d’Avila e delle tradizioni popolari;amico di Fabrizio De André, attualmente è direttore artistico del Festival intitolato al cantautore che si svolge nella città di Tempio Pausania.
Ma chi è Sandro Fresi e quali obiettivi si pone nel proporre un genere musicale che abbraccia vari registri, in cui forse il denominatore comune è il “tempo”?
La mia è stata una formazione ‘sul campo’ più per necessità che per scelta; negli anni ‘70 suonavo l’organo Hammond e uno dei primi sintetizzatori monofonici, in un gruppo rock. Allora, tra una cover e l’altra, si accennavatimidamente a melodie e disegni ritmici propri della nostra isola, più per una forma di emulazione di grandi gruppi progressive italiani e stranieri, che spesso accennavano a richiamidimusiche popolari, che per reale convinzione. Un “divertissement”insomma. Non era ancora giunto il tempo, almeno per quanto mi riguarda, di pensare ad una seria elaborazione di musiche della tradizione così originali come quelle sarde o provenienti da un’area che potremmo definire, in una visione più emotiva che geografica,panceltica.
Quanto e come ha inciso la tua formazione sulla capacità di trasposizione dei suoni di memorie ataviche? Il tuo lavoro evidenzia una capacità di sintesi e rapporti armonici che riflettono altre tradizioni. Personalmente in alcune tue opere leggo trasposizioni di musiche medievali come ad esempio i Carmina Burana di Carl Orff o armonie che riflettono musiche nordiche. Inoltre sono presenti spazi diacronici. Quanto incide il valore temporale nelle tue musiche?
Mi hanno sempre attratto le sonorità degli strumenti medioevali e rinascimentali che trovo ricche di fascino e così vicine alle suggestioni che evocano le armonie dei repertori della Corsica, quelle dei “villancicos”catalani o “noel”provenzali. È vero, attraversano abissi temporali e territori dell’anima; i loro echi sono arrivati con un tenue bagliore nelle lande desolate della nostra Gallura. Ecco, se dovessi attribuire un valore temporale alla mia musica parlerei, con sommessa vanità, di arcaica contemporaneità.
Per la riscrittura qual è l’elemento prioritario il testo o la musica? Come effettui le ricerche sui testi? Hai un archivio a cui attingi? Oppure è la casualità che ti conduce a scoprire e quindi riformulare? I formalisti musicali non amano rimaneggiare spartiti. Come consideri questa rigidità?
Sai, dipende veramente dai casi. A volte il testo è cosi bello che precede la musica, perchè in qualche modo già la evoca; più spesso scrivo melodiepensando allo strumento che potrebbe suonarle. Amo molto le sonorità del sax soprano o quelle del violoncello. Ho una vasta raccolta di testi, soprattutto negli idiomi logudorese e gallurese. Ci sono poesie che per anni scorrono sotto i tuoi occhi inosservate; poi, improvvisamente scopri la loro bellezza e allora pensi di poter lavorare sul suono delle parole. Nella maggior parte dei casi questo avviene casualmente. In verità, non sono un autore di canzoni così come normalmente viene definita una composizione per uso discografico e commerciale. Ammetto di non essere bravo nella ‘forma canzone’, anche se poi, qualche buona song è venuta fuori! Almeno così mi dicono…
Educare all’ascolto potrebbe essere una finalitàche permetterebbe la diffusione più articolata di opere etnomusicali. Quanto incide la musica contemporanea nella diffusione di questo genere di musica? Come poterla diffondere per non perdere echi delle nostre tradizioni di culture euromediterranee?
L’atteggiamento dei media nei confronti della musica popolare o world-music, come inutilmente si cerca di definire quella che trae origine o ispirazione dai repertori tradizionali, è tipica di un Paese disattento, che relega tutto a una dimensione folcloristica, adatta a turisti per i quali si confezionano eventi di dubbio gusto. In altre regioni d’Europa, penso all’Irlanda o alla Corsica, la musica popolare, di ricerca evoluta o di intrattenimento, gode invece della giusta attenzione. I media programmano musiche e “ballad”eseguite da eccellenti musicisti; le trasmissioni sono spesso bilingui, la quantità e la qualità di musica pop e ‘tradizionale’ in senso lato, spesso si equivalgono. L’ascolto rafforza, comunque, la memoria storica delle proprie radici e la consapevolezza di un sentimento identitario moderno.
Ci parli dei progetti musicali a cui sei rimasto particolarmente legato?
Ho amato tutti i progetti dei quali ho creduto di poter lasciare traccia, non per vanità personale, ma per la ricchezza immateriale che portavano con sé: penso a Speradifóli una indagine creativa sul racconto immaginifico nell’habitat disperso della Gallura. Ho raccolto fiabe e racconti di una civiltà in via di estinzione insieme alla sua lingua; i protagonisti sono pastori e contadine superstiti che ancora vivevano negli stazzi sul mare o nell’entroterra profumato di elicriso. Voci incantatrici, visionarie, che raccontano forse non solo fiabe nel loro idioma antico e musicale, ma come in una sorta di apologo biblico, la storia della propria esistenza.
Parliamo dei musicisti con i quali collabori. Quanto può incidere l’esperienza di un musicista del gruppo nella stesura finale del brano?
I miei collaboratori tra i quali voglio ricordare Alessandro Deiana (llaud, chitarra barocca) Fabio De Leonardis (violoncello), Antonio Fresi (percussioni), Paola Giua (canto) sono tutti musicisti di elevato livello tecnico; la maggior parte proviene da altre esperienze musicali (alcuni sono insegnanti di Conservatorio o concertisti internazionali di musica classica). Normalmente eseguono ma portano in dote la loro competenza e preparazione, insieme alla capacità di adattare il proprio percorso accademico ad una musica che non ha bisogno di complesse partiture sul leggìo, ma di un cuore popolare da reinventare ad ogni concerto.
Vorrei che mi parlassi degli strumenti medievali utilizzati. Puoi descriverne i suoni?
Di origine e datazione medievale utilizzo due ghironde entrambe accordate in sol/do. Una, di dimensioni più piccole, è uno strumento di liuteria tedesca a quattro corde; una di bordone, una “trompette” e due “chantarelle”, cioè le corde tastatedella melodia. Quella più recente è invece del liutaio modenese Paolo Coriani e monta due bordoni, una “mouche” e una trompette, oltre ovviamente alle due corde per la melodia, ha un suono molto potente per una cassa armonica di notevoli dimensioni e per l’indiscussa perizia del suo costruttore. Molto diversa dal primo strumento che , invece, ha un volume più contenuto. Altro strumento del periodo realizzato dal maestro Paolo Previtali è l’organettoa manticedotato di ventiquattro canne tappate in legno; ha un suono molto dolce, flautato e predilige accompagnamenti essenziali e la presenza di un set strumentale poco affollato.
Le traduzioni di alcuni testi sono legate alla sonorità finale?
I testi dei brani appartengono a poeti e rimatori pastori della Gallura ma anche ad altre regioni del Mediterraneo. Alcuni sono di tradizione orale, popolare, come dei villancicos catalani o noel provenzali. La loro scoperta è casuale: ci colpisce il suono della parola oltre al contenuto di un testo che normalmente intenso, poetico, parlato e scritto in una lingua minoritaria che non ha tutte le possibilità di una lingua colta ed evoluta e qui sta la bellezza nella semplicità della poesia popolare nella parola e nell’idioma usato nella lingua comune.
Sono sempre più propensa a definire la tua musica eurocolta da cui si evince l’accuratezza delle rielaborazioni,le tue incessanti ricerche, i tuoi studi e approfondimenti in ambito musicale. Tu come ti definiresti musicista, musicologo, etnomusicologo …?
Le definizioni le date voi giornalisti a cui va la mia gratitudine perchè, attribuendomi di volta in volta, abilità di musicista, etnomusicologo, musicologo e persino jazzista, mi sottraete dall’esercizio della vanità autoreferenziale. Credo, molto più modestamente, di essere un musicista che ha la fortuna di vivere in un luogo speciale del Mediterraneo, apparentemente isolato da questo mare che ha invece portato suoni, strumenti, linguaggi di popoli diversi che sono diventati la nostra vera ricchezza, il nostro tratto distintivo e inimitabile. Sono dunque, forse, un trovatore.
Vuoi parlarci dei contenuti dei brani e degli idiomi utilizzati? Carlo Emilio Gadda utilizzava i “pastiche” linguistici nellalingua letteraria, Frank Zappa li utilizzava nelle sue contaminazioni musicali. È possibile intravedere dei pastiche musicali nei tuoi brani?
È azzardato parlare di pastiche. Seguo una linea filologica nell’utilizzo dei linguaggi perché devono esser associati ad un tipo di sonorità e all’utilizzo di particolari strumenti musicali popolari che richiedono “rigore” creativo. Ma poiché citi Frank Zappa mi piace ricordare che alcuni anni fa, per una raccolta de Il Manifesto per un tributo a Frank Zappa, mi diedero l’incarico di elaborare un suo brano e scelsi “Blessed Relief” (The Grand Wazoo,1972) uno strumentale molto articolato e inserii un coro a tenore “tasja” concordu con parole inventate cherichiamaronomolta attenzione dei media.
Una persona, poeta e musicista che ha influito sui tuoi studi ed approfondimenti in campo musicale è stato Fabrizio De André. Com’è avvenuto il suo incontro? Vuoi raccontarci qualche aneddoto?
Ho conosciuto Fabrizio De André nei primi anni ‘80. Cominciavo ad utilizzare i campionatori, ma non osavo fargli sentire niente. Mi vergognavo, in realtà, di quello che facevo. A metà degli anni ‘90, avevo già elaborato una mia idea di musica, non acustica. Infatti, paradossalmente, iniziai da musica campionata, dai sequencer, dall’elettronica. Avevo campionato tutti gli strumenti musicali della Sardegna e, attraverso queste macchine,avevo avuto la possibilità di elaborare delle tracce che poi confluirono nel mio primo disco,IsKeliu,con l’autorevole prefazione di Fabrizio de André. Con molte remore ero riuscito a farglipervenire un provino e subito si era reso disponibile a scrivere una recensione. Anzi, mi chiese se avessi voluto una notazione critica per ogni brano. Ma per timore, misto ad umiltà, pensai che per me fosse troppo, così gli dissi che mi sarei accontentato di una prefazione sull’intero lavoro. Una prefazione che nessuno contradisse perché scritta da una voce autorevole e forse accrebbe il numero dei miei estimatori.
Ricordo questo aneddoto che mi segnò. Durante le telefonate,che precedettero l’incontro all’Agnata (la località in cui si era trasferito nelle campagne di Tempio Pausania, ai piedi del Monte Limbara) per ritirare il foglio di carta su cui lui aveva scritto in bella e brutta copia la prefazione al disco Iskeliu, io mi schermivo sempre.E lui con autorevolezza mi diceva “Tu sei il maestro che suona, io sono quello che ascolta e ti giudica. E voi sardi dovete smetterla di attendere che qualcuno di fuori riconosca il vostro valore. Siete voi i primi che dovreste crederci.” Queste parole mi impressionaronoe mi fecero riflettere su quanto noi sardi siamo poco disponibili tra di noi,tra musicisti, tra sardi in genere, siamo poco propensi a riconoscere il lavoro e il valore dei nostri conterranei. Soprattutto nel campo dell’arte e della musica.
Il suo poetare in musica manca a moltissime persone anche se i suoi scritti hanno assunto quel valore d’eterno che è un po’ averlo accanto. Ricordo che l’amministrazione comunale di Tempio Pausania ti ha scelto come direttore artistico dell’evento Faber intitolato al cantautore, cittadino onorario di Tempio. Vuoi parlarcene.
Ormai da molti anni, grazie alla sensibilità mostrata da diverse giunte comunali ma specialmente dall’assessore alla cultura e spettacolo del Comune di Tempio Pausania ho avuto la possibilità di organizzare dei Festival come tributo alla figura di Fabrizio De André. Nel corso degli anni, pur con risorse limitate, siamo riusciti ad organizzare spettacoli interessanti che hanno richiamato nella città gallurese migliaia e migliaia di persone. Abbiamo puntato sulla qualità chiamando artisti che non imitassero la voce di De André ma avessero carisma e originalità, ovvero mostrassero la poetica e la musica deandreiana ma che non fossero un superfluo clone della sua grandezza, peraltro inimitabile. Abbiamo portato creativi, artisti da ogni luogo dal chitarrista Kevin Dempsey, gurudel funky folk inglese, al Corou de Berra, un coro polifonico delle Alpi nizzarde, che ha eseguito a cappella alcuni brani di De André, grandi gruppi musicali come gli Yo Yo Mundi, gruppo folk rock italiano, la PFM – Premiata Forneria Marconi – e altri numerosi interpreti amanti della poetica e dell’arte di Fabrizio De André.Nel mese di luglio, Tempio Pausania vive un’atmosfera avvolgente sia nelle varie piazze del centro storico che nella piazza a lui dedicata, Piazza Faber, disegnata dall’architetto Renzo Piano che sul cielo presenta una suggestiva installazione di vele colorate.Una grande kermesse a cui invito tutti a partecipare.
Sarebbe interessante approfondire le linee di continuità tra Faber e la nostra contemporaneità. Lo spazio non lo permette. Ma un’ultima domanda, come preservarne la memoria?
La sua poesia manca a tutti specialmente a quelli della mia generazione che sono cresciuti con le sue canzoni. Adesso occorre prestare attenzione alle nuove generazioni che non conoscono la poetica di Fabrizio De André. Penso che la sua musica e isuoi testi dovrebbero esser studiati nelle scuole, negli istituti d’arte. Un patrimonio che non deve esser disperso ma deve essere oggetto di formazione per le nuove generazioni non solo in termini musicali e artistici ma per importanti contenuti culturali.
Ringrazio Sandro Fresi per avermi concesso questa intervista e tutti i lettori che leggeranno e approfondiranno la sua musica. Lascerò alla fine dei link di riferimento.
Spero inoltre che il suo monito, contenuto in queste ultime parole, sia oggetto di riflessione e magari difuture realizzazioni. Come De André ha democraticizzato alcuni importanti contenuti, valori nella sua poesia cantautorale avvolgendoli al filo della tradizione e fissandoli nella loro eterna contemporaneità, così penso che anche Sandro Fresi abbia permesso la diffusione di generi poco conosciuti ai più, che fanno parte della nostra anima di gente sarda, di umanità in cammino, dove la musica acquisisce la forma più autentica quando è inserita nel sociale e si focalizza e definisce l’identità valoriale di una comunità.
La musica oltre a creare emozioni trae origine e forza da quelle tracce che il tempo ripone nella nostra anima. A noi il compito di preservarne memoria.
In the medieval period around 627 AD, Isidore bishop of Seville and great intellectual, in the section entitled “Della Musica E Del suo Nome”, included in his encyclopaedic work Etymologiae or Origines wrote: “The musical art consists in deep knowledge , acquired with experience, of modulation and has its foundation in sound and song “. As a profound connoisseur of music, he highlighted how from experience we could get to know, to perceive music. And in another section entitled “Del Potere Della Musica” indicated: “Without music, no discipline can be considered perfect: in fact, without music there is nothing. […] Music moves wills by transforming the nature of perception. “This is because music has the ability to excite and “console the mind suffering tribulations”. An extraordinary thought about the importance and function of music that we sometimes ignore. We take for granted. Its value is immeasurable. And creativity in music touches the infinite, in its explicitness in harmonies. Everything seems to be linked to music or better, there is music inside everything. And if we reflect on it, we would find it in a light sea breeze, a simple breath or even by touching the stone that emit sounds in their vibrations. Music is part of our soul. Nobody can live without it.
Naturally Isidore wrote of music as inspired by God, as a reflection of a celestial harmony in which to reach sublime levels it was necessary not only passion but much study and exercise. Today we will say to achieve any goal or project that you have in mind, that you aspire you need commitment and perseverance and above all study. A lot of study.
Among the good musicians of my land, Sandro Fresi reflects that attention and meticulous study of which Isidore speaks.
I managed to meet him for an interview, after a series of concerts that involved him during the Christmas season. I have always appreciated his creativity and his research as a musicologist or perhaps an ethnomusicologist who did not neglect other disciplines such as ethnography or cultural anthropology. He has created spaces of musical innovation in experimentation with the ability to separate different registers by re-modulating them in a more contemporary key or reworking current “meanings” with musical harmonies of the past with a delicacy that gives intense emotions and allowed, with the use of ancient instruments, to relive historical periods, whose traces seem to be present in our soul. And emerge intense emotions, plays of lights, flashes of magic, archetypes “chiaroscurali”, perhaps the amazement of Dante in Paradise? Every time I listen to one of his concerts, I perceive it different, more beautiful. Or maybe because amazement implies knowledge?
I present Sandro Fresi with very few words. He is an established musician. He enjoys quite a lot of success abroad, infact I wish to mention an important tour to Australia. He is an attentive sounds’ researcher of the Euro-Mediterranean tradition; a scholar of the medieval religious tradition that allowed him to rewrite music and texts of the great mystics such as San Giovanni della Croce and Santa Teresa d’Avila; scholar of popular traditions; friend of the poet-singer-songwriter Fabrizio De André, he is currently artistic director of the Festival named after the singer-songwriter which takes place in the city of Tempio Pausania.
But who is Sandro Fresi and what are the objectives of proposing a musical genre that embraces various registers, in which perhaps the common denominator is “time”?
My formation has been ‘on the field’more by necessity than by choice; in the ’70s I played the Hammond organ and one of the first monophonic synthesizers in a rock band. Then, between a cover and the other, we timidly hinted at melodies and rhythmic patterns typical of our island, more for a form of emulation of large Italian and foreign progressive bands, that they often hinted at recalls for popular music, and not for real conviction. In short,a divertissement.It was not time, at least for me, to think about serious elaboration of traditional and original music as those Sardinian or from an area that we could define, more emotionally than geographically,“panceltica”.
How much and how did your training affect the ability to transpose the sounds of atavistic memories? Your work highlights a capacity for synthesis and harmonious relationships that reflect other traditions. Personally in some of your works I see transpositions of medieval music such as the Carmina Burana of Carl Orff or harmonies that reflect Nordic music. Furthermore there are diachronic spaces. How much does the temporal value affect your music?
I have always been attracted to the medieval sounds and Renaissance instruments that I find rich in charm and so close to suggestions to evoke the harmonies of the Corsica’s repertories, the Catalan villancicos or noel Provencal. True, they cross temporal abysses and territories of the soul; their echoes arrived with a faint glow in the desolate lands of our Gallura. Here, if I had to attribute a temporal value to my music, I could speak, with subdued vanity, about archaic contemporaneity.
What is the priority element : the text or the music during the rewriting? How do you search for texts? Do you have an archive you can use? Or is it the randomness that leads you to discover and then reformulate? The musical formalists do not like to change scores. How do you consider this rigidity?
You know, it really depends on the cases. Sometimes the text is so beautiful that it precedes the music, because in some way it already evokes it; more often I write melodies thinking of the instrument that might sound. I really love the sounds of soprano sax or cello. I have a large collection of texts, especially in the Logudorese and Gallura idioms. There are poems that for years under your eyes unobserved; then, suddenly discover their beauty and then you think you can work on the sound of words. In most cases this happens randomly. In truth, I am not a songwriter but as lyric composer is normally defined for record and commercial use. I admit I’m not good in the ‘song form’, even if some good song came out! At least that way they tell me …
Educating to listen could be a conclusion that would make the more articulated diffusion of ethnomusical works. How much does contemporary music affect the diffusion of this kind of music? How can we spread ours traditions of Euro-Mediterranean culture in order not to lose its echoes ?
The love of the media towards” popular-music” or “world-music”, is a reality of a country that is careless and relegates everything to a dimension of folklore, suitable for distracted tourists for which events of dubious taste are packed, it is uselessly trying to define what is the source of inspiration for traditional repertoires. In other European countries I think of Ireland or Corsica, the traditional repertoire have the right attention. The media program music and ballad performed by excellent musicians; the broadcasts are often bilingual, the quality of pop and ‘traditional’ music in the broad sense are often equivalent. The listening strengthens, however, the historical memory of the roots origins and the awareness of a modern identity feeling.
Do you want to talk about the musical projects that you have been particularly close to?
I loved all the projects in which I believed I could leave a trace, not for personal vanity, but for the immaterial wealth that they brought with them: I think of Speradifóli as a creative investigation of the imaginative tale in the dispersed habitat of Gallura. I collected stories and tales of an endangered civilization together with his language; the protagonists are the surviving shepherds and peasants who still lived in the settlements on the sea or in the hinterland smelling of helichrysum. Enchanting, visionary voices that perhaps tell not only fairy tales in their ancient and musical language, but as a sort of biblical apologist, the story of their existence.
Let’s speak of the musicians with whom you collaborate. How much can the experience of a group musician influence the final draft of the piece?
My collaborators, among whom I would like to remember Alessandro Deiana, Fabio De Leonardis, Antonio Fresi and Paola Giua are all highly technical musicians; most of them come from other musical experiences (some are Conservatory teachers or international classical musicians). Normally they perform but they bring in dow their competence and preparation and they adapt their academic path to a music that does not need complex scores on the music stand, but a popular heart to be reinvented at each concert.
I would like you to tell me about the medieval instruments used. Could you also describe me the sounds?
Of medieval origin and dating, I use two hurdy-gurdings, both of which are tuned in sol / do. One, smaller in size, is a four-stringed German violin making instrument; one of a drone, a trompette and two chantarelle, that is, the strings struck by the melody. The most recent one is instead of the Modenese luthier Paolo Coriani and he mounts two drones, a mouche and a trompette, besides obviously the two strings for the melody, he has a very powerful sound for a large sound box and for the undisputed expertise of his manufacturer. Very different from the first instrument that instead has a smaller volume. Another instrument of the period realized by the maestro Paolo Previtali is the bellows organ with twenty-four wood-corked pipes; It has a very sweet, fluted sound, and prefers essential accompaniments and the presence of an uncrowded instrumental set.
We deepen the texts and sounds. Are the texts translations related to the chosen sounds?
The texts of the pieces belong to poets and Gallura rhyming pastors but also from other Mediterranean regions, oral tradition, or popular like Catalan villancicos or noel Provencal. Their discovery is casual. We are struck by the sound of the word in addition to the content of a text that is normally intense, poetic, spoken and written in a minority language that does not have all the possibilities of a cultured and evolved language,and here lies the beauty in the simplicity of popular poetry in the word and in the idiom used in the common language.
I am increasingly inclined to define your music “eurocolta” in which it is clear the accuracy of the re-elaborations, your incessant research, your studies and in-depth analysis in the musical field. How would you define yourself as a musician, musicologist, ethnomusicologist …?
The definitions are attributed by you journalists, to whom my gratitude goes because, attributing to me from time to time, the skills of musician, ethnomusicologist, musicologist and even jazz player, you subtract me from the exercise of self-referential vanity. I think, much more modestly, to be a musician who has the good fortune to live in a special place of the Mediterranean, apparently isolated from the sea that has instead brought sounds, instruments, languages of different peoples that have become our real wealth, our distinctive and inimitable trait. I am therefore perhaps a troubadour.
Do you want to talk about the contents of the songs and the idioms used? Carlo Emilio Gadda used linguistic pastiche in the literary language, Frank Zappa used them in his musical contaminations. Is it possible to glimpse some musical pastiche in your tracks?
It is risky to talk about pastiche. I follow a philological line in the use of languages because they must be associated with a type of sonority and the use of particular popular musical instruments, that require creative “rigor”. But because you quote Frank Zappa,I like to remember that a few years ago, for a collection of The Manifesto for a tribute to Frank Zappa, they gave me the task of elaborating one of his pieces andI chose “Blessed Relief” (The Grand Wazoo, 1972) one instrumental very articulate and inserted a choir tenor “tasja” concordu with invented words that attracted a lot of media attention.
One person, poet and musician who influenced your studies and insights into music was Fabrizio De André. How did your meeting happen? Tell us some anecdote.
I met Fabrizio De André in the early 80s. I was starting to use samplers, but I did not dare to make them listen to anything. I was actually ashamed of that what I was doing. In the mid-1990s, I had already developed my own idea of music, not acoustic. In fact, paradoxically, I started from sampled music, from sequencers, from electronics. I had sampled all the musical instruments of Sardinia and, through these machines, I had the chance to develop some tracks that then flowed into my first album, IsKeliu, with the authoritative preface by Fabrizio de André. With many qualms I was able to send him an audition and immediately made himself available to write a review. In fact, he asked me if I wanted a critical notation for each song. But out of fear, mixed with humility, I thought it was too much for me, so I told him that I would be content with a preface on the whole work. A preface that nobody contradicts because written by an authoritative voice and perhaps increased the number of my admirers.
An anecdote that I remember: during the phone calls, which preceded the meeting at L’ Agnata (the place where he had moved to the countryside near Tempio Pausania, at the foot of Mount Limbara) to pick up the sheet of paper on which he had written rough and a good copy of the preface to the Iskeliu disc, I always felt ashamed of myself. And he authoritatively told me “You are the teacher who plays, I am the one who listens and judges you. And you Sardinians must stop waiting for someone outside to recognize your value. You are the first ones that should believe in yourselves. These words impressed me and made me reflect on how we Sardinians do not recognize each other , among musicians, among Sardinians in general, we are unwilling to recognize the work and the value of our countrymen. Above all in art and music.
His poetry in music is missing to many people even if his writings have assumed the value of eternity that is a bit ‘to have’ him with us. I remember that the municipal administration of Tempio Pausania chose you as artistic director of the Faber event entitled to the singer-songwriter, honorary citizen of Tempio. Would You like to talk about it?
For many years, thanks to the sensitivity shown by several municipal councils but especially by the councilor for culture and entertainment of the City of Tempio Pausania I had the opportunity to organize Festivals as a tribute to the figure of Fabrizio De André. Over the years, even with limited resources, we have managed to organize interesting shows that have attracted thousands of people to the city of Gallura. We have focused on quality by calling artists who have not imitated De André’s voice but have had charisma and originality, that is to say they have shown De André‘s poetics and music but has not been a superfluous clone of his own greatness, however inimitable. We have called artists, from every place, from guitarist Kevin Dempsey, guru of English funky folk, to the Corou de Berra, a polyphonic choir of the Alpes Nice, who have performed a few pieces by De André, great musical groups like Yo Yo Mundi , Italian folk rock group, the PFM – Premiata Forneria Marconi – and other numerous performers who love the poetics and art of Fabrizio De André. In July, Tempio Pausania lives an enveloping atmosphere, in the various squares of the historic center and in the square dedicated to him, Piazza Faber, designed by the architect Renzo Piano that looking towards the sky presents a suggestive installation with colored sails. A great kermesse to which I invite everyone to participate.
It would be interesting to investigate the continuity lines between Faber and our contemporaneity. How can we preserve his memory?
Everyone , especially those of my generation, misses his songs, who grew up with his songs. Now we need to pay attention to the new generations who do not know the poetics of Fabrizio De André. I think his music and lyrics should be studied in schools, in art institutes. A heritage that should not be dispersed but must be the object of training for the new generations not only in musical and artistic terms but also for important cultural contents.
I thank Sandro Fresi for giving me this interview and all the readers who will read and study his music. I will leave at the end of the reference links.
I also hope that Sandro Fresi’s warning in these last words is an object of reflection and perhaps of future realizations. As De André democratized songwriting poetry by attributing content of profound humanity linked to tradition, I think that Sandro Fresi also allowed the spread of unknown genres to the most part of our soul of Sardinian people, of humanity on the way where the music acquires the most authentic form when it is inserted in the social and focuses as a community identity.
Music, besides creating emotions and lying down with its “signs” on the soul, is a form of art and culture. Never disperse it. But we must preserve its memory.