Olbia Archivio Mario Cervo | Reading Sonetàula di Giuseppe Fiori

“Guardare le cose in modo chiaro, non superficiale ed esprimerle in modo essenziale da rimaner scolpite e restare nel tempo” sono qualità che l’editore Laterza pronunciava nei confronti dello stile inconfondibile di un autore sardo della sua scuderia: Giuseppe Fiori (Silanus 1923 – Roma 2003).

Giornalista, saggista, scrittore, un’anima sarda che si ricorda per quel suo piglio di temerarietà,  consapevole del suo essere carismatico.

Ci ha lasciato interessanti  interviste, inchieste e articoli alle volte pungenti, ma non si discostava da quel fare garbato che lo distingueva. Molto attento, curioso e insaziabile di realtà, in particolare quella sarda.

Scriveva spinto da una necessità irrefrenabile di condividere, trasmettere significati, idee o esplicitare fatti. Si, aveva assimilato la lezione gramsciana o meglio pasoliniana (Pier Paolo Pasolini era il suo poeta preferito) sull’importanza degli ultimi, della genuinità, della purezza e ancora sulla lealtà intellettuale e l’esclusione di qualsiasi preconcetto.

Un suo romanzo Sonetàula (2008) capolavoro della letteratura sarda, – che per alcuni elementi (vendetta, faida, giustizia privata) si potrebbe avvicinare alla grande tragedia greca del V sec. a.C., è da ben undici anni portato sulle scene dall’Associazione Culturale Tra Parola e Musica – Casa di Suoni e Racconti.  

Qualche giorno fa è stato riproposto – grazie all’Archivio Mario Cervo, all’amministrazione del Comune di Olbia e all’ISRE – Istituto Superiore Regionale Etnografico – in un evento performativo nel grazioso giardino dell’Archivio Mario Cervo.

Un’istituzione costituita dagli eredi del collezionista  Mario Cervo (1929 – 1997) studioso di sonorità sarde, che oggi prosegue  nel suo lavoro di ricerca, d’indagini e nuove progettualità. Una vera e propria wunderkammer  o stanza delle meraviglie, luogo depositario di  rare e “piccole gioie” di cultura musicale, di archeologia musicale sarda e antropologia culturale dell’isola.

4f7902b1-377f-4efc-bb44-ab90d25a9c4f.jpegCourtesy of Archivio Mario Cervo ©Photo Ottavio Cervo

La voce narrante dell’attrice Camilla Soru e la chitarra del musicista Andrea Congia hanno creato intrecci di parole e note, legate come raccordi di stelle. La luce di quell’arcaicità che implica come il tempo, nel suo stratificarsi in forma dinamica, accolga semi evolutivi che è bene diffondere per far attecchire consapevolezza di un presente diverso e sicuramente lontano dal reiterarsi di dolorosa memoria.

Un monologo fluido interpretato da Camilla Soru  con espressività, coinvolgimento emotivo e acuta introspezione psicologica dei personaggi, riscontrabile nelle sfumature e varie tonalità  di voce, ben armonizzate per tono, volume, ritmo e tempo. Accanto alle parole, i suoni e le musiche create in una sorta di improvvisazione a trasmettere in musica i sentimenti percepiti dal musicista Andrea Congia.

L’atmosfera mostrava il suo volto duale: a tratti cupa e minacciosa, un po’ come la voce incalzante della narratrice, o a tratti suadente, introspettiva di un lirismo “luminoso”, velato. L’attesa, un’ombra d’inquietudine, una presenza impastata da greve materia di certi noir.

L’impossibilità di capire certe forme comportamentali, retaggi, consuetudini radicate nella piccola comunità di Orgiadas, divengono sculture, modelli di un tempo arcaico che ora ha deposto le sue memorie nella scrittura.

Quel passato, un passaggio doloroso che si è reso necessario  per poter assimilare alcuni fondamentali valori:  il rispetto per il bene altrui e il valore della vita. Il tempo/memoria si incide per far affiorare dal corso degli eventi la sua finalità pedagogica.

7561C473-9E55-4B02-8AEC-E880DCAF7F65Courtesy of Archivio Mario Cervo ©Photo Ottavio Cervo

Il romanzo racconta l’apprendistato del giovane Zuanne Malune, chiamato dagli amici Sonètaula, per via di quel rumore sordo, duro, che emetteva il suo corpo esile, quando bonariamente veniva colpito. Erano gli stessi amici che gli avevano attribuito questo improegliu  “suono di tavola”. Il suo corpo risuonava come il legno.

Una trasposizione simbolica che lega la tavola a qualcosa che esprime le caratteristiche del legno duro. Quasi una premonizione sulla sua vita futura  che sarà “dura”, difficile, grama, di sofferenza per un ragazzo che non conoscerà mai la spensieratezza, la leggerezza propria dei ragazzi della sua età, ma che diverrà adulto prima del tempo. Era ancora un bambino che all’interno della comunità agro-pastorale strutturata da codici orali e acquisiva  inevitabilmente consuetudini e comportamenti di questa società.

Giuseppe Fiori attento conoscitore e studioso di alcune dinamiche sociali (lotta di classe) in questo romanzo affronta il delicato problema del banditismo in Sardegna e la domanda che sembra suggerirci è la seguente: quanto incidono i modelli sociali sui bambini di società chiuse, che non hanno avuto possibilità di interagire con altri esempi/mondi diversi?

Un romanzo realista dove l’indagine assume peculiarità diverse. Il realismo di Émile Zola, ad esempio, era più legato a forme del destino, che qui  sembrano  esser superate. Infatti, non è possibile parlare solo di “destinati” ma di persone inserite all’interno di un  modello  sociale che ha sovrastrutture ben codificate anche se orali, parallelo ad un’altro modello con sovrastrutture scritte e definite, che si respinge, perché sentito innaturale, imposto da altri, “stranieri”.

Lo scrittore attinge al linguaggio di stampo giornalistico e senza fronzoli con una prosa asciutta ed essenziale, ma lontano da certo rigore positivista, sente l’esigenza di indagare, far emergere  e definire emotività, delineare come certe dinamiche possano avere determinate conseguenze. Ad esempio i riferimenti ad una forma di tutela personale come era la latitanza o “incalzare” per chiarire, quasi triturare, sminuzzare quella forza cieca che crea un corto circuito nella mente di una persona e induce alla vendetta. Perché?

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Courtesy of Archivio Mario Cervo ©Photo Ottavio Cervo

Aveva approfondito questa pluralità di tematiche in alcune sue inchieste. Forse voleva recuperare o reinserire nella società chi ingiustamente era stato condannato seppur con prove di innocenza per immobilismo burocratico (mancanza di giudici o altro) e non veniva ufficialmente scagionato.

L’unico modo per non perdere anni di vita era la latitanza, poiché la giustizia era lenta. A volte ci si dava alla “macchia” perché non si voleva testimoniare in un processo.

Così si costituiva un tribunale privato si ristabilivano equilibri interni alla comunità ma non per la legge.

E’ stato un periodo complesso, in cui la Sardegna sembrava abbandonata a se stessa.  La povertà era endemica, come le ferite aperte dai dominatori/colonizzatori spagnoli, piemontesi che utilizzavano l’isola solo per ricavarne guadagni dalle proprie risorse, non per risolvere i gravi problemi socio-economici.

La società ha necessità di buoni esempi e di idee che  “devono partire dalla realtà per migliorare la realtà stessa” diceva Giuseppe Fiori, e non da astrazioni.

Il primo personaggio che incontriamo è Anania Medas nella sua barberia. Era stato in carcere per scontare una pena e lì gli avevano insegnato un mestiere, anche se in realtà non ne era capace.

Lo scrittore sembra voler ricorrere a questa figura per evidenziare  l’importanza dell’integrazione sociale degli ex detenuti. É importante dare una ragione di vita e quindi un’altra opportunità, per sentirsi utili e non accogliere “sfide” diverse.

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Courtesy of Archivio Mario Cervo ©Photo Ottavio Cervo

Una volta scontata la pena, intorno alla metà del secolo scorso era difficile inserirsi nella realtà lavorativa e nella società. Paradossalmente venivano considerati, accettati e aiutati dalla stessa comunità quando erano ancora latitanti.

L’omicidio di Anania Medas, segna la vita di Sonetàula, un bimbo di Orgiadas, il paese “immaginario” dove lo scrittore colloca la sua storia. Il padre accusato dell’omicidio lascerà la famiglia per andare in carcere. Al piccolo viene nascosta  la verità.

La sofferenza del piccolo Sonetàula viene descritta dalle sonorità e dal pathos di ogni singola parola recitata.  Un fraseggio   che incalza, cresce e crea vortici di venti impetuosi, solitudini che devastano il piccolo.  Il padre verrà sostituito con la figura del nonno che si prenderà cura di Sonetàula e gli insegnerà a vivere.

Si certo, è abituato all’allontanamento del padre per la transumanza, ma almeno sa che prima o poi sarebbe tornato. Lo avrebbe potuto abbracciare e trascorrere del tempo insieme a raccontarsi cose da uomini.

Ora invece sarebbe partito e affiora un nuovo sentimento:  la paura che spinge,  per rapirlo. L’incognito, il timore di quel domani senza  padre e la necessità di doversi occupare della madre. Lui, da solo? Che responsabilità! e poi quella raccomandazione che gli rimbomba nella testa fino a squarciarla come gli echi  delle armonizzazioni che illuminano la scena. Non deve fare comunella con il figlio di Battista Malune, perché lo capirà da grande.

Ecco un primo instradamento all’interno di un codice orale conoscenze diverse per grandi e per piccini ma sempre conoscenze ingombranti che schiacciano e privano l’aria di ossigeno. E per rinforzare quel patto tra padre e figlio non si deve chiedere niente a nessuno, nella maniera più assoluta.

Al silenzio degli spettatori, tutti estremamente attenti quasi per timore di perde anche solo una parola,  si lega questo momento di sconcerto, di incongruenza: dovrà occuparsi della madre perché ritenuto ormai grande ma gli si vieta di capire meglio cose che a lui sfuggono, perché ancora piccolo, cose non  chiare, che non riesce a legare o a infilare nella collana della sue verità, ancora da comporre.

Sonetàula accompagna il padre alla corriera. E lì interpretato magistralmente dall’attrice con un’introspezione da farci rivivere la scena, lì in presenza del padre il bimbo piange, lacrime che scavano fragilità, fantasmi di perché accorrono nella mente del piccolino: perché deve partire?

Questo momento d’intenso pathos ad un tratto viene sospeso, quasi interrotto  da una frase che appesantisce quell’assenza a cui Sonetàula è abituato, perché è legato alla parola fine.  E presagisce quel tempo che giungerà a breve “mi piangi come un morto”. 

Il piccolo riabbraccerà il padre solo un’altra volta, perché la giustizia si mostrerà inefficace, lenta, informe, e da quella patria che lo considera margine, “confine sociale” ,  da condannato al confino anche se innocente, verrà convocato per combattere e poi morire, per lei.

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Courtesy of Archivio Mario Cervo ©Photo Ottavio Cervo

E così Sonetàula a soli 13 anni si ritrova ad avere una seconda casa fatta di macchia mediterranea, bosco, e cieli stellati e poi i suoi dolcissimi amici, compagni fedeli: gli animali. Inizierà a fare il pastore.

Ma basta poco per ritrovarsi avviluppato nel sistema di un codice orale sovrapposto al sistema giudiziario. Inizia ad oscillare verso la latitanza in seguito ad un furto di una pecora dal suo gregge. Come un lampo la velocità della sua risposta: l’uccisione di altre pecore appartenenti al presunto ladruncolo.  Denunciato, invece di costituirsi, decide per l’altra giustizia non per questo meno sofferta,  la latitanza, la via di fuga,  una consuetudine utilizzata da molti altri.

In paese è rimasto il suo grande amore che saltuariamente vedeva di nascosto. Ormai vive solo per poter sposare la sua Maddalena. In lei ha riposto la speranza di una vita futura. Evocata in una scena dove la parola narrata riesce a far rivivere una sorpresa mista ad emozione: il primo giorno di diffusione della luce elettrica nel piccolo paese. Ora finalmente durante la notte il paese sembra illuminarsi come fosse giorno.  L’ombra che taglia i viottoli e incupisce gli animi  sembra esser scomparsa ma vedremo che non sarà così, la storia d’amore avrà un’altro epilogo.

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Courtesy of Archivio Mario Cervo ©Photo Ottavio Cervo

Ambientato nella prima metà del secolo scorso, Sonetàula è il nostro grande romanzo epico. L’apprendistato che si sviluppa nelle pagine del romanzo, inteso come formazione non è acquisito viaggiando e visitando altre realtà, ma all’interno della piccola comunità subordinato a retaggi che implicano trasformazioni sociali, lotte tra ceti, dove appare una società chiusa ma fiera delle proprie tradizioni e codici tramandati oralmente.

È il racconto sofferto e commuovente, se lo si legge con empatia, di un bambino a cui è stata sottratta la presenza e l’amore di un padre che ingiustamente sconta il confino per una colpa non commessa. Alla fine dopo esser vissuto in quella “forma” sociale anche lui l’acquisirà nella sua interezza fino a vendicare il padre.

Ma la vendetta ha origini antiche. Potremo dire che sia nata con la nascita dell’uomo e del suo interrelarsi in una comunità. Ricordiamo la catena di vendette (faida) minuziosamente raccontate da alcuni autori greci come Sofocle o Euripide. Uno dei personaggi più narrati Oreste che vendica il padre macchiandosi di un matricidio. Oppure altra vendetta molto studiata nell’Amleto shakespeariano dove si “razionalizza” il sentimento di vendetta con sfumature dei moti d’animo legati a fragilità umana, ripensamento, incertezza.

La vendetta della civiltà barbaricina ha una matrice differente e cesserà quando ci si accorgerà che le uccisioni non “restituiscono il morto”. Una consapevolezza che verrà acquisita con il miglioramento delle condizioni socio-economiche e con la diffusione della cultura, un nuovo sguardo verso altri mondi e  nuovi modi di guardare il mondo.

“La cultura può rompere un varco”, con il grande dono di preveggenza che spesso mostra Giuseppe Fiori coglie quell’urgenza che avrebbe portato al cambiamento.

E riprendendo l’immagine della locandina dell’Isola delle Storie 2019 – il Festival  di Letteratura di Gavoi, in Barbagia, appena concluso – riflettiamo su questa bella metafora  raffigurata dove individui gettano sassi nel mare come la cultura lancia idee/storie e attende che prendano forma, si chiarifichino. Così l’acqua del mare dopo aver lanciato il sasso dopo un periodo di riposo, ritornerà brillante e trasparente più di prima perché le idee che all’inizio possono sembrare oscure incomprensibili in un secondo momento illuminano, aprono varchi verso nuove mete, creano rinascite.

“Mentre oggi vado ad Orgosolo – diceva Peppino negli anni ’60 – trovo una società nuova uno strato di intellettuali  organici della  società pastorale, figli di pastori o che sono stati pastori essi stessi da ragazzi. Trovo questo strato di nuovi dirigenti della comunità che parlano un linguaggio avanzato. In un circolo giovanile di Orgosolo si stampa un periodico ciclostilato in cui ho trovato testi di Don Milani, poesie di Neruda, di Garcia Lorca, di Brecht. Un’inchiesta sulla condizione della donna ad Orgosolo. Cultura viva non ossificata, armonizzata. È segno che in Barbagia qualcosa cambia nella direzione giusta”.

La cultura ha aperto e apre varchi  che non dovremo chiudere con la nostra ottusità.  Ma considerato il potenziale di crescita insito nel dubbio, cercare   di proporre idee  per quella passione che induce a creare,  a cogliere originalità,   senza mai tralasciare la memoria storica dalla quale attingere, riferimento per nuove riflessioni sul nostro presente. Luce per la nostra contemporaneità.

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[articolo apparso su Olbia.it il 14 luglio 2019]