Archivio Cervo | Duo Mundi | Un viaggio intorno all’Amore

La melodia è l’essenza della musica”, una verità che ripeteva spesso il compositore austriaco Arnold Schönberg. È quella che ci arriva al cuore, insieme all’interpretazione e alla potenza dell’estensione vocale, ancor prima del significato delle parole. Ci “inizia” al pensiero musicale che non nasce dalla sola ragione, né dal sentimento. È una sfumatura d’infinito, un’intuizione presa al volo, quasi un dono, se compresa da chi riceve emozioni dopo aver affinato i sensi, con il linguaggio delle note.

Infatti, la sua struttura non si afferra nell’immediato. In alcuni generi è necessario acquisire le giuste conoscenze per comprenderla.

Un elemento che può valutare è il nostro cuore, oltre alla nostra sensibilità, che ci predispone ad accogliere quelle armonizzazioni secondo la nostra soggettiva categoria del bello. Abbiamo percepito un emozione con brividi sulla pelle? O sentito affiorar lacrime negli occhi? Pochi elementi che possono indurci a pensare che siamo stati baciati da un’emozione.

E se la musica non fosse purezza del sentire, scevra da sovrastrutture, non sarebbe musica! La musica è libertà. La musica arriva oltre i suoi confini.

Ieri sera è giunta in un oasi che emanava nuove energie, per la presenza di rigogliosi e verdissimi alberi da frutto, quasi respiri di colore tra le case. Qui nello  spazio   dell’Archivio Mario Cervo in via Grazia Deledda ad Olbia abbiamo assistito ad un insolito concerto.

È andata in scena la signora âgée della musica: la lirica e la sua complessa e struggente melodia che ha appassionato e coinvolto emotivamente il numeroso pubblico presente.

Un genere musicale oggi riscoperto anche dai giovani. E se i puristi preferiscono  ascoltarla immersi nel silenzio, nei teatri, o in luoghi con una discreta acustica, per carpirne  fraseggi ed emozioni,  oggi si riscoprono luoghi alternativi, più semplici, ma non per ciò meno suggestivi. Nel giardino dell’Archivio Cervo ci siamo addentrati in un “cammino” musicale con tanti bei fiori da cogliere: note,  luoghi lontani dal carattere esotico, periodi storici,  e ancora sentimenti, emozioni, luci e oscurità, in compagnia di grandi compositori, scrittori, poeti. Un grazioso sogno dal quale non volevamo risvegliarci, testimoni i numerosi applausi, a fine esibizione, che hanno visto i musicisti concedere altri due brani. 

Il giardino si é così trasformato in un piccolo teatro all’aperto, dove la natura e il delicato e cangiante canto, tra lirico e drammatico, del soprano messicano Jessica Loaiza, accompagnata dal pianista Francesco Saba, sono stati i protagonisti di una serata che ha dissolto pensieri legati al #contebis e destato emozioni con le celebri arie della più importante tradizione lirica. 

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Nella seconda parte, invece, siamo stati presi per mano in un “viaggio immaginario” su onde musicali di luoghi oltre oceano: Messico, Argentina, per rientrare in Europa, in Spagna e in Sardegna, con brani di importante valore etnomusicale, e per finire in Campania con due famose canzoni della tradizione melodica napoletana ‘Torna a Surriento’ scritta da Giambattista ed Ernesto De Curtis nel 1902 su una traccia del 1894,  e ‘O’ Sole mio’  in lingua napoletana, divenuta simbolo identitario degli italiani, di Giovanni Capurro,  Alfredo Mazzucchi e Eduardo Di Capua.

Il titolo del concerto “Dell’amore e di altri demoni”,   appare come un’eccellente intuizione perché ha racchiuso una selezione di brani di vario genere, ma con un tema eterno,  l’Amore, che non conosce età e trascende dalla nostra “finitudine” di uomini on the road.

Sentimento che spesso travalica verso forme irrazionali e incomprensibili, tiene al giogo e distrugge, crea pena e profondo dolore, smarrisce;  e viene espresso dalle variazioni di colore, estensioni vocali, tonalità, ed altri elementi propri del canto soprano, e dal pianista che sembra giocare abilmente sulla tastiera, ora con note sospese, pronto a creare attesa, ora un pensiero, una carezza, una parola d’addio.

Il Duo Mundi, come si fanno chiamare,  ci richiama alla mente il concetto di  dualità, duo, come unità, come idea d’integrazione, di scambio, di confronto.  Sembra alludere a quell’oltre/confine che può creare nuove sinergie. Due mondi o due universi che si abbracciano e si integrano con leggerezza e armonia musicale: quello italiano più strutturato, classico, con la presenza del pianista sardo Francesco Saba, diplomato al Conservatorio di Musica “L. Canepa” di Sassari, e quello oltreoceano malinconico e più versatile, con il soprano messicano Jessica Loaiza, diplomata al Conservatorio di Musica “Santa Cecilia” di Roma. Un pianista e un soprano che sono riusciti a creare il loro punto di forza dal contrasto e diversità delle loro culture. 

L’apertura spetta al celebre “O mio babbino caro” dall’opera comica di Giacomo Puccini:  “Gianni Schicchi”. Un fiorentino  che nel periodo medievale organizzava burle divertenti, alle volte crudeli, conosciuto da Dante che lo mise nel girone dei falsari nella sua Commedia.  

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Accanto ai delicati virtuosismi della cantante, che modula la voce con maestria, incantando i presenti, vi è un momento introspettivo, delicato, con l’esecuzione del solo pianista  del Notturno n.1 Opera 9 di Frederich Chopin (1810-1849) che esprime tutta la creatività e innovazione della musica romantica, dove al rigore del periodo precedente subentra la delicatezza del sentimento, la libertà di nuove variazioni, giochi chiaroscurali filtrati dal sentire, dalla nuova soggettività che soppianta la dea ragione osannata nel ‘700. Ora la musica aspira ad una nuova libertà interiore.

Altro struggente e celebre Lied “Margherita all’arcolaio” o “Grethchen am spinnrade” del celebre e umile compositore Franz Schubert (1797-1828) che musicò un Lied dal Faust di J. Wolfgang von Goethe, (che mai espresse gratitudine nei confronti del compositore al pensiero che la musica oscurasse le sue poesie).  

L’intensità drammatica è legata all’estensione vocale della cantante in un pathos crescente. Immobili e tesi ad ascoltare, anche noi forse, schiaffeggiati dal dolore di Margherita per un amore fatto di trepida attesa, sospiri, ricordi.  “La mia pace è perduta” recita la prima frase del Lied: la furia dell’innamoramento che scardina certezze. Si vive soggetti all’impulsività e impazienza. Una forza cieca, che rasenta la follia abilmente tradotta in musica da Schubert e dalle parole della prima strofa “la testa mi ha dato volta”. L‘amore, nel suo stadio iniziale é disequilibrio,  instabilità,  un lirico giro di tessitura, in musica.

Gli umori umani tra delirio di onnipotenza e limite umano rivivono nei struggenti Lieder di Schubert. Scuotono e creano varchi nel buio dei ricordi o dei sogni. Si rivivono emozioni sull’orlo di abissi come avrebbe detto Baudelaire, lui che aveva scandagliato anime alla deriva. 

Dal repertorio classico con arie famose da W. Amadeus Mozart e Gaetano Donizetti, si   passa ad abbracci di nuove note con i classici della  musica popolare tra i quali “Bésame mucho” della pianista Consuelo Velasquez, (Messico 1916-2015) testo scritto negli anni ‘40. Una promessa di amore eterno tra le più interpretate e riprodotte del XX secolo.

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E ritorniamo al canto spagnolo, arioso a tratti intrigante con echi arabeggianti  “Très Morillias”, canzone folcloristica  del XV sec.  e ancora “El Vito” del XVI secolo. 

Oltre all’amore, si cantano altri demoni come la fragilità di una donna coraggiosa che ha rivendicato i suoi diritti di donna, stimata dai grandi intellettuali e artisti del periodo in cui visse,  e che conobbe durante i suoi viaggi all’estero: la poetessa svizzera ma vissuta in Argentina Alfonsina Storni, che ammalatasi di tumore scelse di morire nel mar de La Plata. Una toccante interpretazione della cantante con “Alfonsina y el mar” scritta da Ariel Ramirez (Argentina 1921- 2010).  

Il ricordo enfatizzato dalle parole e dalla musica riflette lo stato d’animo del compositore, e in noi spettatori s’insinua nella mente con i suoi devastanti “perché”. Una “follia” causata dall’angoscia e dall’inquietudine che affliggevano l’anima  della poetessa.  La scelta del suo gesto estremo che traduce ‘antichi dolori’ taciuti. Il mare la sua conchiglia di libertà dove fuggire e nascondersi. Una fragilità  radicata nell’estremità oscura del pensiero. Una forza irrazionale che forse necessitava di nuovi colori: amore autentico e  sincerità. 

Verso la fine del concerto tra canzoni messicane e la celebre “Granada” di Augustin Lara del 1932, viene eseguita l’immancabile canto d’amore della Sardegna  “No potho riposare”  di Badore Sini e Peppino Rachel  del 1936, divenuto il nostro canto identitario.

Un programma complesso e articolato che ha messo in luce la più grande verità: il valore universale della musica come dell’amore. Tante riflessioni su questo sentimento che oggi sembra aver smarrito le sue radici che questa sera ha prevalso distendendo animi e celebrando forme di amore non solo verso la propria amata/o,  verso il prossimo,  verso la propria terra e verso la vita.

L’amore possiede un suo slancio creativo, si dona senza condizioni e senza vincoli, si lega al concetto di libertà, di rispetto, di gratuità. 

Si dona.

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[Articolo apparso su Olbia.it, 1 Settembre 2019]