Kiluanji Kia Henda ospite del MAN racconta la sua Sardegna

“Coltivare la memoria é ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza  e ci aiuta [..] a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare”

Liliana Segre

L’ultima mostra inaugurata il 31 Gennaio – visibile fino al 1 Marzo 2020 – dal titolo “Something Happened on the Way to Heaven” – a cura dello stesso direttore del museo MAN, Luigi Fassi – espone le opere di un significativo artista angolano, Kiluanji Kia Henda (Luanda, 1979) che si é imposto sulla scena internazionale dell’arte contemporanea.

Vincitore di un importante riconoscimento per il mondo dell’arte, il Frieze Artist Award nel 2017, presenta nel suo curriculum ben c e n t o t r e n t a mostre.

Un numero importante per un giovane artista, “traduttore” di memoria, che sorprende per il sapiente dosaggio dell’ironia accanto ad una rara capacità di analisi del reale, dove attraverso i suoi linguaggi artistici svolge le sue ricerche legate all’identità, guerra, colonialismo e più in generale questioni socio-politiche.

Nel 2014  la rivista politica americana “Foreign Policy” l’ha inserito  tra i Leading Global Thinkers più influenti del nostro tempo tra i quali – solo per citare qualche nome – oggi compaiono Carlo Rovelli, Michele De Luca, Barack Obama, Christine Lagarde…

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Dott. Luigi Fassi curatore della mostra e direttore del Museo MAN

La sua mostra prodotta dal MAN – che si è avvalso della collaborazione di  maestranze isolane e dell’importante supporto della Fondazione Sardegna Film Commission – dopo esser esposta nell’istituzione museale nuorese verrà trasferita – nell’ottobre 2020 –  nella Galleria Civica di Lisbona su patrocinio dell’Istituto Italiano di Cultura. Sarà un evento che darà visibilità non solo al MAN,  ma alla Sardegna e naturalmente all’Italia, in quanto mostra curata da un museo italiano.

Inoltre, all’interno dello stesso progetto espositivo, si evidenzia la coproduzione di un’opera di Kia Henda con un’istituzione che domina la scena dell’arte contemporanea internazionale la  LUMA Foundation con sede a Zurigo – della mecenate e collezionista svizzera Maja  Hoffmann  che “commissiona, produce e sostiene progetti artistici legati a questioni ambientali, diritti umani, educazione e cultura”.

Nel 2013 Maja Hoffmann ha aperto una nuova sede in Provenza, ad Arles: importante centro sperimentale di arte contemporanea e di residenzialità per artisti – dove Henda è stato ospitato per la creazione di un’opera che analizzeremo in seguito – che riunisce creatori, curatori al fine di collaborare in sinergia alla realizzazione di opere e/o mostre. 

La mostra

Le opere in mostra s’insinuano nelle pieghe del vissuto, in quella memoria storica che evoca  non solo dolore ma tanta rabbia. L’artista sente dentro di sé quella realtà che rappresenta, la filtra con il suo linguaggio e la sua immaginazione. Il suo pensiero nel farsi opera crea in noi fruitori terremoti interiori e un rinnovato senso critico  teso verso un cammino di consapevolezza.

Oggi come sostiene Kiluanji è necessario “ripensare la forma critica e analitica della società in cui si desidera vivere”. 

Da ciò sviluppa un suo peculiare orientamento che sembra fondere, in un unico concetto, teoria e prassi Artivismo (arte e attivismo): il recupero della memoria storica, intesa come eredità globale,  da cui emerge e si delinea una nuova coscienza civica più consapevole che può risvegliare l’azione.

Kiluanji Kia Henda tesse le sue riflessioni avvalendosi della fotografia,  video, light-box, o stilemi propri della land-art. Ma, accanto a questi linguaggi, dall’alto, quasi ad evocare una sorta di “leggerezza” calviniana (che contrappone leggerezza-peso)  appare un velo d’ironia che ora incide, ora mitiga, ora ricuce sensi ad “alleggerire” il peso del vivere, verità che creano sconcerto, smarrimento, sofferenza.

In un’intervista rilasciata alla Tate Gallery (Londra) Henda parla del suo velato umorismo,  un valore aggiunto alla conoscenza come “mettere il dito nella piaga, un modo sottile per affrontare esperienze vissute”. 

Sono opere che si sentono come macigni nello stomaco, che possono però mutarsi in farfalle se, una volta acquisiti i significati, annunciano mut/azioni.

Credo nel potere trasformativo dell’arte, sia a livello personale che della società stessa – dice Kia Henda – è importante avere un’interazione tra la creazione artistica contemporanea e il contesto in cui viene creata.  Nel luogo dal quale vengo, la storia è stata spesso messa a tacere. Una storia che ha urgente bisogno di essere decolonizzata.  Pertanto, più che una questione estetica, attraverso l’arte possiamo creare il simulacro di una libertà sognata, o gli incubi che dovremmo evitare”.

La Sardegna

L’artista non conosceva la Sardegna.  Ha esplorato l’isola durante il periodo di residenza offertogli dal MAN per proseguire il progetto sull’arte africana –  già sviluppato nella precedente mostra di François-Xavier Gbré, – volta ad una riflessione: sul Mediterraneo e sulla Sardegna, entrambi localizzati al nord;  da un punto di vista non più eurocentrico ma africocentrico;  e nel caso specifico di Kia Henda, su elementi storico-politici e socio-antropologici affini con l’Angola, luogo di origine dell’artista.

La Sardegna e l’Angola terre colonizzate, sfruttate, ferite pur nella loro distanza geografica presentano similarità che l’artista coglie ed esprime nei suoi esiti artistici conducendo la sua indagine su un comune denominatore, la colonizzazione, che potrebbe applicarsi ad altre nazioni.

L’Angola venne colonizzata dai portoghesi che abbandonarono la nazione solo nel 1975. L’artista, nato quattro anni più tardi, ci ricorda  quegli anni d’instabilità  politica che sfociarono in una estenuante e sanguinosa guerra civile (500.000 vittime) “Vivere in un paese in guerra è come vivere nella paura costante, nonostante io sia cresciuto a Luanda, la capitale dell’Angola, che era in qualche modo il luogo più sicuro in cui vivere durante la guerra civile,  il clima di paura e instabilità era molto diffuso”.

Erano gli anni della Guerra Fredda caratterizzati dalle “guerre per procura” e dalla presenza sulla scena politica mondiale di due blocchi di superpotenze, quello americano e quello sovietico. Anche la Sardegna (come l’Italia) ne rimase coinvolta per la sua localizzazione e morfologia del territorio, assunse la funzione di piattaforma geopolitica con l’insediamento di alcune basi militari della NATO. Un destino che avvicinava l’isola all’Angola, terra dilaniata e contesa da quelle superpotenze che ambivano ad accaparrarsi materie prime tra cui le ricche miniere d’oro.

Kia Henda volge le sue indagini sui segni indelebili di quel passato, e induce ad interrogarci su ciò che abbiamo vissuto, di cui  tracce di memoria sono ancora innestate al nostro presente.  Quale senso attribuire a quelle esperienze in relazione alla contemporaneità se poi le “trascendiamo” risucchiati dal circolo doloroso della ripetizione?

L’arte supera il valore estetico, attua uno sconfinamento, si umanizza nel suo supportare il cammino dell’uomo affinché la storia non venga occultata ma emerga con la sua verità per esser com/presa.

Attingendo da “incubi del passato” la sua arte sembra voler ricucire il significato di storia quale “testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita”  così definita da Cicerone nel suo De Oratione, anche se nello stesso istante mostra la sua funzione “terapeutica” e liberatoria: “L’arte che faccio è diventata un veicolo per esprimere un po’ di rabbia e frustrazione, – ci dice Kiluanji – ma fa anche parte di un processo di umanizzazione in quanto mette in discussione e mette in luce diversi episodi della storia recente che hanno influenzato drasticamente le nostre vite, oggi”.

Ci si avvia ad una sorta di destrutturazione per comprendere quel passato che diviene presente perché continua a vivere dentro di noi o accanto a noi, e che alle volte continua ad arrecare gravi danni. 

Primo percorso: la guerra, le servitù militari

La mostra si articola in due parti: al piano terra sono esposte le sue prime opere fotografiche. Inizialmente l’artista, attratto dal valore documentale di questo linguaggio,  percorre le vie di  Luanda e “inizia a raccogliere una quantità di storie di vita quotidiana di una città oppressa da anni di guerra” come ci racconta Luigi Fassi.

Sono immagini potenti al pari delle parole scritte da Giuseppe Ungaretti nella sua struggente poesia, San Martino del Carso (1916): “di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro”, dove gli occhi  del poeta e dell’artista colgono quella forza distruttrice, lo sgomento, la lacerazione che sembrano riflettersi nelle loro anime, che deflagrano con la potente metafora ungarettiana che vede il cuore come il “paese più straziato”.

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©️Kiluanji Kia Henda, Guerra FreddaEffetti Collaterali (2005)

“La fotografia è come una pugnalata” ripeteva spesso Henri Cartier-Bresson, ma nelle opere di Henda accanto alla sua forza tragica si cela un velo d’ironia, un meta-significato che s’innesta nella struttura concettuale. Ad esempio, in un’opera che invade e opprime i sensi intitolata Guerra Fredda – Effetti Collaterali (2005), Henda al centro della devastazione più totale pone in primo piano un ragazzo –  seduto su una sedia, che sembra  l’unico oggetto rimasto apparentemente funzionale, integro – che ci guarda con occhi terrorizzati, illuminati dalla paura.  Il corpo é cosparso da visibili ferite e contusioni, indossa vestiti logori.

Il  suo  sguardo crea un certo disagio. È possibile trovare qualche citazione: Napoleone (seduto) sconfitto o le rappresentazioni di Ingres,  ma nella fotografia assume una posa quasi innaturale per un contesto bellico. Il ragazzo non è disteso ma seduto, un’atteggiamento che ritrae la vita quotidiana; mostra dignità “regale” in quel dolore taciuto, impresso nella luce dei suoi occhi, dolore universale che ancora oggi accomuna esistenze;  il suo porsi è un divenire paradigma di resistenza, si predispone ad allontanarsi dal potere distruttivo, dalle logiche aberranti della guerra. 

Accanto a queste immagini vi sono opere realizzate durante il periodo di residenza al MAN, inerenti alla tematica della guerra, che colgono ferite del territorio sardo ancora aperte. L’artista non può esimersi dal notare  le numerose tracce di memoria (servitù militari) sulla Guerra Fredda, presenti in Sardegna, e arriverà ad una imbarazzante e dolorosa verità.

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©️Kiluanji Kia Henda, Ludic Island Map (2019)

Una prima opera con un velo di dissacrante ironia è Ludic Island Map (2019) una riproduzione di una mappa ludica della Sardegna ricostruita come il videogioco Tetris, dove su una “schermata” dell’isola scomposta, vista dall’alto,  si trovano i tasselli/servitù militari dello Stato Italiano e quelle della Nato (che se riunite formano la mappa intera). La Guerra svuotata del suo significato, ironicamente diviene un momento ludico.

Kia Henda, impressionato dalle numerose servitù militari presenti, filtra con la sua sensibilità artistica l’aspetto paradossale per un’isola la cui risorsa primaria sembra esser la straordinaria bellezza del suo territorio, del suo mare, mentre si trovano “incastri” che evocano distruzione, inquinamento, malattie. Oggi tra gli abitanti c’è una nuova consapevolezza nell’urgenza di sensibilizzare lo Stato Italiano per la dismissione delle servitù militari e per una bonifica delle strutture non più attive.

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©️Kiluanji Kia Henda, Double Head Flag (Escalapiano) (2019)

In Double Head Flag (Escalapiano) (2019) sono rappresentate sette piccole bandiere simili a quella istituzionale della Regione Sardegna composte da un campo nero con una croce gialla, colori che indicano la pericolosità di sostanze radioattive,  e in ogni quarto, al posto dei volti dei quattro mori, sono disegnate quattro teste di pecora bicefala: un riferimento ad alcuni “eventi” nella zona di Quirra (servitù militare) che avevano avuto notevole risalto mediatico. 

La riflessione con leggera ironia pone l’accento su un’altro tipo di “colonizzazione” che la Sardegna subisce da anni, su cui sembra far riferimento il titolo della mostra: “è successo qualcosa sulla via del paradiso” che  allude alle  servitù militari (in attivo o dismesse)  di cui ben 60% – di proprietà dello Stato Italiano – si trovano nell’isola, divenendo causa d’inquinamento ambientale,  dove l’ostacolo (servitù militari) incontrato “sulla via del paradiso” suggerisce una presa di coscienza collettiva (fortuna alcuni comitati sono attivi) e l’urgenza di chi responsabile possa intervenire con azioni concrete.

Ben vengano gli indennizzi ai comuni ma se finalizzati in un ottica di smantellamento e bonifica al fine di salvaguardare l’ambiente elemento fondante/ materia prima della risorsa principale dell’isola: il turismo.

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©️Kiluanji Kia Henda, Bullet Proof Glass  (Caprera Island) (particolare) (2019)

Un’altra opera di forte impatto visivo è Bullet Proof Glass – Mappa Mundi (Caprera Island) una fotografia delle coste della Sardegna scattata  da una feritoia, con vetro blindato, del vecchio forte dell’isola di Caprera. Impressiona vedere le coste lontane e quel “filtro” crivellato da fori sparsi nello spazio: un senso di disagio inenarrabile e il dolore acuto per azioni che creano vertigini per l’intensità distruttiva.

Ancora una volta sembra che la bellezza del paradiso venga incrinata da elementi che evocano solo distruzione e morte.

Secondo percorso: Il Mediterraneo e I migranti

Al secondo piano la mostra prosegue con un focus sul Mar Mediterraneo, divenuto oggi un problema geo-politico. Un tempo luogo “condiviso” per scambi commerciali,  spazio d’acqua che esprimeva contiguità tra nazioni.

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©️Kiluanji Kia Henda, The Geometric Ballad of Fear (2019)

Oggi, nella riflessione proposta dall’artista, sembra essere una barriera invalicabile simile ai muri, costruiti nella storia recente, che delimitano i confini degli Stati per arginare il flusso dei migranti.  The Geometric Ballad of Fear (La ballata geometrica della Paura) 2019, è un’opera che presenta una narrazione fotografica in bianco e nero delle coste della Sardegna. Sovrapposti alle fotografie, segni grafici che sembrano intrappolare le coste. In realtà sulle immagini sono stati stampati vari ordini di barriere tra stati.

Soffermiamoci sul punto di vista di chi osserva e guarda la costa dal mare, divenuta inaccessibile, militarizzata, segnata da reti metalliche che si succedono come strofe di ballate,  con varie geometrie che incutono timore, paura, fendono quella libertà dai significati sempre più opinabili. E traslando il significato anche il Mar Mediterraneo appare come “limite invalicabile” con la stessa funzionalità di un muro: quella di bloccare, respingere migranti.

Oltre la presenza delle servitù militari, colpiscono l’artista le consuetudini dei fenicotteri (“abitanti” dell’isola) che pur uccelli migratori esulano da qualsiasi abitudine codificata. Il loro migrare è libero e sembra riprendere il sogno utopico della libertà di movimento universale che Henda esprime in più opere.

E se l’uomo imparasse  il significato della libertà dai suoi fratelli minori, gli animali?  Quasi una citazione di Esopo, Fedro o La Fontaine, autori che attribuivano agli animali capacità didascalica.

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©️Kiluanji Kia Henda, Migrants Who don’t give a fuck, 2019

Le cartoline serigrafate in stile vintage dell’opera Migrants who don’t give a fuck (Migranti che se ne fregano) 2019 hanno come protagonisti proprio i fenicotteri:   uccelli migratori dal tipico color rosa, sempre più stanziali – in alcune zone incontaminate dell’isola – che mostrano di avere grande libertà negli spostamenti, saggezza acquisita che l’uomo sembra non conoscere.

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©️Kiluanji Kia Henda, Flamingo Hotel, 2019

In un’altra installazione Flamingo Hotel (2019) i significati di barriera e libertà, ancora una volta, emergono con un velo d’ironia e la trasposizione visiva segna  emotivamente: griglie, gabbie che diventano claustrofofiche. L’artista ha ricostruito un check point per evocare le barriere situate nel nord Africa che separano il Marocco dalle città spagnole di Ceuta e Melilla considerate confini sensibili dell’Unione Europea, strutture create per arginare i flussi migratori e il contrabbando. Se da una parte gli esseri umani non possono oltrepassare le barriere, gli uccelli migratori come i fenicotteri, riportati nel titolo dell’opera, possono sorvolare quel limite e forzando sul significato  l’artista immagina di utilizzare la struttura non come check point  ma come hotel punto “di ristoro” (elemento di sottile ironia) per esseri umani per ripartire per altri luoghi come da riferimenti etologici dei fenicotteri.

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©️Kiluanji Kia Henda, Flamingo Hotel, 2019

La sua riflessione sui confini si spinge ora in Provenza nelle Saline di Giraud nei pressi di Arles. Qui, con la coproduzione del MAN e LUMA Foundation realizza l’opera Mare Nostrum (2019) – parola latina che “traduce” Mar Mediterraneo – con una serie di fotografie sulle candide montagne di sale. Ma è presente un elemento che attrae lo sguardo nel suo creare contrasto, sospensione, devianza. L’artista infatti inserisce un telo nero, che se da un lato sembra disposto a raffigurare una sagoma di volatili in altre fotografie sembra creare un baratro profondo dove non si vede via d’uscita. Luogo sinistro di morte, luogo di non ritorno. La capacità di sintesi straordinaria di Kiluangji Kia Henda è nel sovrapporre campi semantici diversi per esprimere un solo concetto: le saline, oltre ad evocare terre di confine del mare nostrum, alludono alle lacrime – in cui nella composizione chimica si configura l’elemento salino – versate per fuggire da quei luoghi dove il dolore è piaga dell’anima e si insegue quel sogno di “libertà”. 

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©️Kiluanji Kia Henda, Mare Nostrum, 2019

Il mare è dolore (lacrime/ saline) per quella fuga verso la libertà che può interrompersi divenendo un baratro. Antro del non ritorno. Ora divenuto custode dei numerosi dispersi.

Il riferimento alle lacrime è presente in un’altra suggestiva installazione “Reliquiario di un sogno naufragato” (2019) con una risoluzione estetica imponente, dove la sofferenza, filtrata dall’abilità introspettiva dell’artista,  sembra  scaturire da ogni riflesso della struttura di ferro – che simboleggia una “teca da reliquia” – quasi “lacrime” sui muri e pavimenti della stanza. Un’opera che  narra  l’evolversi crescente di un pathos senza fine reso tangibile da quella testa adagiata sull’altare di lacrime.

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©️Kiluanji Kia Henda, Reliquiario di un sogno naufragato, 2019

Il reliquiario è costituito da griglie geometriche presenti nelle barriere di respingimento tra stati che vede al centro un blocco di sale compresso delle saline, con adagiata una scultura in bronzo: la testa con dei lineamenti di un artista angolano, Osvaldo Sergio, divenuto famoso per aver rappresentato l’Otello di Shakespeare in un teatro del Portogallo, un   angolano che era riuscito a raggiungere il suo sogno. Infatti, si era affermato come attore pur avendo dovuto attraversare il mare (rappresentato dal sale compresso), quindi segnato da un percorso di sofferenza. Oggi quel sogno è naufragato, racchiuso tra barriere di respingimento in cui è difficile sopravvivere sia che si attraversi il mare sia la terra. 

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©️Kiluangji Kia Henda, Reliquiario di un sogno naufragato, 2019

Kiluanji Kia Henda ci insegna ad interpretare i segni della memoria, e pur “mettendo il dito nella piaga” – come sostiene – mostra come non sia possibile trascenderla ma capire per affinare una nuova coscienza civica.

Dalla sofferenza della sua gente ha attinto quella forza necessaria non solo per denunciare ma per divulgare le sue riflessioni in un nuovo orientamento artistico che non è solo arte e pensiero ma arte e attivismo,  parte dal sociale dove ritrova un senso spurio al fine di ricucire quella consapevolezza critica inibita che ha in sé i germogli di un mondo più vivibile. Forse una speranza? Ci vogliamo credere.

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Spesso si pensa che la difficoltà per i profughi sia solo la traversata in mare. Quella è solo l’ultima tappa. Ho ascoltato i loro racconti a lungo. La scelta di partire, di lasciare la propria terra. Poi il deserto. Il deserto è l’inferno, dicono, e non lo puoi capire se non ci sei dentro. Poca acqua, stipati sui pick-up, dove se ti siedi nel posto sbagliato sei sbalzato fuori e muori. E quando l’acqua finisce, per sopravvivere puoi bere solo la tua urina. Giungi in Libia, pensi che l’incubo sia finito, e invece ha inizio un altro calvario: la prigione, le torture, le sevizie. Solo se riesci ad affrontare tutto questo, a superare tutte le crudeltà, ti imbarchi. E se non muori in mare, finalmente arrivi, e speri che la tua vita possa ricominciare.”

Da Lacrime di sale. La mia storia quotidiana di medico di Lampedusa fra dolore e speranza di Pietro Bartolo