Imaginibus | Verità s/velata nelle opere di Rosalba Mura

Ma forse anche le cose come stanno / hanno un ordine

tanto più vasto / da uscire dall’inquadratura

così il massimo di reale / combacia con l’astrazione pura

come quando la notte / essere e non essere / niente / si equivalgono”

Silvia Bre*

In Italia, ormai da anni, si assiste ad una riqualificazione  e valorizzazione di edifici urbani di proprietà del clero.  Oratori, palazzi e chiese – parte del nostro immenso patrimonio culturale di incomparabile bellezza – mutano la loro funzione originaria, per divenire luoghi dove ospitare mostre sui nuovi linguaggi artistici o eventi culturali.

In sinergia con le amministrazioni locali,  associazioni culturali o privati il quartiere  assume valore ponendosi promotore di cultura a 360 gradi.

Uno di questi luoghi è l’Antico Oratorio della Passione depositario di bellezza che resiste il tempo, costruito alla fine del ′400. Adiacente la Basilica di Sant’Ambrogio, nel cuore pulsante di Milano, – città sempre più cosmopolita ma che continua a distinguersi per eleganza  e raffinatezza, – lo spazio ospiterà dal 12 al 17 novembre “Imaginibus” una mostra collettiva di  arte contemporanea a cura della Jelmoni Studio Gallery. 

La Galleria di Elena Jelmoni,  fondata nel 1995, lavora in un centro culturale tra i più attivi di Berlino, Londra, Milano. Si distingue per le collaborazioni con l’Accademia di Brera e per la sua costante attenzione a personalità artistiche emergenti e ai nuovi linguaggi espressivi dell’arte contemporanea.

Un Galleria prestigiosa, con esperienza pluriennale, fondata con artisti di rilievo come Denis Santachiara, Bruto Pomodoro, Eugenio Degani, Marina Burani, Graziano Pompili, Fondazione Pomodoro e altri.

Nella mostra “Imaginibus”, tra gli artisti di diverse nazionalità che vogliamo ricordare Paola Colombo, Paolina Ponzellini, Ludovica Chamois, Pino Chimenti, Stefano Robiglio, Eleonora Scaramella, Elisabetta Mariani, Roberto Marrani, Francesco Loliva, Liubov Fridman, Guanzhong Ge, Danny Johananoff, John Kingerlee, Sal Ponce Enrile, Carlos  E. Porlas M. Gabriela Segura, Emanuel Shlomo, Mark Stapelfeldt, Hiroshi Wada, David Whitfield, Judy Lange, Maria Scotti, sono presenti due artisti di origine sarda.

Il primo artista è Gianfranco Angioni nato a Cagliari che lasciata l’isola si trasferisce in continente. Ma la sua anima serberà nostalgia per la sua terra. Lascerà Milano per stabilirsi a due passi dal mare, in Liguria.

Sappiamo come il mare crea dipendenza, ma a seconda dello sguardo può evocare il concetto di prossimità e legame. Alleggerisce lo  sconforto e inebria i ricordi permanenti, che divengono più vividi.

Gianfranco Angioni è un’artista sperimentale, i suoi linguaggi sono sconfinamenti ora sull’astratto, ora sul figurativo.  A ciò si aggiunge una raffinata cura degli esiti cromatici.

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Rosalba Mura – Courtesy of artist

La seconda artista sarda è Rosalba Mura, originaria di Barumini, ma olbiese di adozione.  Formatasi all’Accademia di Belle Arti di Sassari, inizia il suo percorso artistico con l’utilizzo di  linguaggi legati alle  prime avanguardie. 

Oggi persegue la sua ricerca estetica verso un’espressività essenziale  tesa alla de/costruzione presente in alcune correnti artistiche che si svilupparono intorno agli anni sessanta come la Minimal Art e Conceptual Art.

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©Cubit, 2019 – acrilico su tela 20×20 – Courtesy of Rosalba Mura

Rosalba Mura sembra mostrarsi sensibile alla mutevolezza o vulnerabilità del reale e persegue nelle sue opere più recenti la rappresentazione di un’alterità che appare “fluida”, fuggevole. Il focus delle sue indagini è una figura geometrica basica il quadrato, struttura semplice, che sembra aver perso la sua perfezione numerica. Quasi a voler  condividere il pensiero di un grande astrattista italiano Luigi Veronesi  che affermava come i rapporti numerici della figura fossero “non immutabili”. Il significato sfugge ad un significante (forma) ingannevole o viceversa? “La capacità di errore dell’uomo è un guasto biologico esteso” diceva il grande Fabio Mauri.

Le ideologie mutano, strutturate dal tempo. La verità come la qualità divenute inafferrabili esseri fluidi, sembrano soggette ad ad[data]mento, a far/si  tempo, si decompongono per ricomporsi altre nel loro frammentarsi e suturarsi/rinsaldarsi o stratificarsi.

Potremo  ripercorrere le intuizioni illuminanti del grande Jackie Derrida e Zigmunt Bauman che pur nella loro diversità ci aiuterebbero a cogliere affinità, ma dovremo rimandare ad altri spazi la pluralità di riflessioni che si evidenziano nell’arte concettuale di Rosalba Mura per delimitare incastri logici che hanno usurato congiunzioni esistenziali.

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©Peace n marzo 2003 – acrilico su tavola 65×65 – Courtesy of Rosalba Mura

La mostra collettiva ha titolo “Imaginibus”, tradotto dal latino imago, imagĭnis che significa immagine nel risultato di forma esteriore di un oggetto come viene percepita attraverso il senso della vista o riflessa, ad esempio, in una superficie dando luogo ad una dualità di resa realista (oggettiva) o percepita (soggettiva).

Qui si vuole enfatizzare con indagini e percorsi degli artisti uno specifico  campo d’indagine relativo al ritratto nell’arte  della nostra contemporaneità, ponendo l’accento non solo su chi esegue l’opera ma su chi ne fruisce con un gioco di rimandi tra  rappresentazione, percezione e  realtà spesso soggettivata, quindi filtrata da analisi introspettiva o più inconscia.

La raffigurazione di questo genere si storicizza, condizionata dal mutare delle condizioni politiche e socio-economiche, dai conseguenti disagi esistenziali di una umanità in cammino che hanno influito sui linguaggi artistici modificando il modo stesso di percepire la realtà – ora più soggettivo – da mutare le caratteristiche fisionomiche dell’uomo.     

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©Interior Dimensional Wormhole 2, 2019 a. su tela 42×42 – Courtesy of Rosalba Mura

Ogni artista in mostra propone il suo “sentire” che a noi potrebbe sembrare incomprensibile ma, se si affronta con il linguaggio dell’arte, appare nella sua nitidezza.  Ognuno si esprime con la propria peculiarità distintiva ora  con  violenza cromatica,  ora si predilige il segno semplice estraneo al decorativismo,  oppure si altera  la superficie della tela con strumenti, o si distorce – lavorando sul subconscio – la fisionomia dei volti, o con estremizzazioni geometriche.

Ma perché questa esigenza? perché questi linguaggi espressivi? Se si guarda  alla storia dell’arte dalla fine del secolo scorso ad oggi il ritratto in senso tradizionale sembra non esistere. Le cause di questo “frammentarsi” sono attribuibili  alle condizioni socio-antropologiche che l’essere umano ha vissuto:  quali l’industrializzazione e l’avvento della psicanalisi, la diffusione della fotografia, il potere dilaniante della guerra illustratoci ad esempio dall’accentuato  cromatismo e successive alterazioni/deformazioni degli espressionisti (pensiamo al celebre Urlo di Edvard Munch) la violenza e astrusità dei campi di concentramento che creavano alienazione, le scoperte tecnologiche e la conseguente moda dei selfie.

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©Trittico BN – 2015 acrilico su tela – 3 pz 20×20 – Courtesy of Rosalba Mura

Possiamo quindi concludere che da ogni angolazione si osservi il reale, il rapporto pensiero e mondo, nel sua sintesi artistica, è e rimarrà sempre “proiettivo”, come diceva Fabio Mauri, di una “proiezione con contenuto, (di memoria, fantasia, di cultura) prevalentemente autonomo e produttore di linguaggio ulteriore, di significato inedito, nuovo”. [Intervista di ABO a F.Mauri]

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©Riproduzione riservata

[* Silvia Bre, La fine di ques’arte – Giulio Einaudi Editore]

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©Interior Dimensional Wormhole, 2019 – acrilico su tele  41×41 – Courtesy of R. Mura 

 

 

 

MAN | Arte Sarda nei nuovi percorsi espositivi : Anna MARONGIU e Collezione Permanente

Nelle ultime stagioni espositive, il Museo MAN  ha approfondito il ruolo della Sardegna, crocevia nell’area mediterranea,  “di flussi culturali, sociali e politici”.  Oggi propone due nuovi percorsi museali per riallinearsi a quello spirito che da sempre lo contraddistingue e che possiamo sintetizzare con due parole: indagine/ricerca e valorizzazione, metodi che hanno permesso di implementare la collezione permanente e promuovere opere di talentuosi artisti sardi.

Assistiamo, dunque, ad un nuovo sguardo sulla contemporaneità per mezzo di quel passato che ci definisce, delinea la nostra identità culturale e ne segna l’evoluzione estetica con due mostre dedicate all’arte sarda del Novecento.

La prima, un’importante retrospettiva a cura di Luigi Fassi,  con opening venerdì 8 novembre 2019 fino a domenica 1 marzo 2020, su Anna Marongiu (Cagliari 1907 – Ostia 1941), una grande artista scomparsa prematuramente a soli 34 anni, che ha lasciato un interessante corpus di opere, nonostante la vita abbia reciso troppo presto i suoi sogni.

Anna Marongiu per Il Circolo Pickwick – Courtesy Museo MAN

In esposizione avremo tre cicli di illustrazioni dedicati ad alcuni capolavori della letteratura inglese e italiana: la serie completa delle tavole di Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare del 1930, le illustrazioni de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni del 1926 e le tavole de Il Circolo Pickwick di Charles Dickens  del 1929.

L’elemento più prezioso della retrospettiva è  quest’ultima serie di tavole provenienti dal Charles Dickens Museum di Londra. Esposte per la prima volta in un istituzione museale, dopo ben novant’anni dalla loro realizzazione. Per la gioia di grandi e piccini, le 262 tavole realizzate a inchiostro e acquarello raffigurano le scene e i protagonisti del primo romanzo, capolavoro della letteratura inglese, che il geniale Charles Dickens scrisse nel 1836 “The Pickwick Papers”, pubblicato in fascicoli secondo la consuetudine del tempo.

Oltre all’esposizione è possibile vedere un breve docufilm  sull’artistarealizzato dal MAN e Film Commission Sardegna in collaborazione con il Charles Dickens Museum – con la regia di Gemma Lynch.  Inoltre, correda la  mostra il catalogo edito da Marsilio Editore.

Anna Marongiu

Ma chi era Anna Marongiu? Un’artista molto riservata, come si racconta. Devota alla sua arte, al suo disegnare. Era una persona curiosa e attenta alla realtà che la circondava. Grande osservatrice dei caratteri umani che traduceva in segni definiti, precisi, puliti.

Nelle sue delicate e raffinate illustrazioni,  ogni tratto sembra scorrere fluido senza incertezza,  legato al successivo con una straordinaria lucidità e immediatezza del gesto, del segno, per risultati equilibrati, armonici.

Una plasticità ricercata con resa tonale ben sfumata. Capace di penetrare l’animo dei personaggi raffigurati, si mostra abile nell’introspezione  psicologica sì da definire paradigmi caratteriali del genere umano che traduce con vigore espressivo. L’immediatezza visiva coinvolge e chiarifica le minuziose descrizioni dello scrittore e come per magia ci si ritrova protagonisti del racconto. 

Anna Marongiu si forma presso l’Accademia Inglese di Roma.  Ma fin da subito mostra “grande capacità di sperimentazione alle molteplici tecniche come il disegno, l’acquaforte, l’olio, il bulino. Il suo registro linguistico, caratterizzato da una forte espressività del segno, si muove tra l’umoristico e il drammatico, il comico e il mitologico, trovando originalità e vigore in tutte le tecniche da lei adoperate”.

La Galleria Palladino, importante centro d’arte di Cagliari, ospitò una sua prima mostra personale che in seguito le permise, nel 1940, di partecipare  alla Mostra dell’incisione italiana moderna di Roma.

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Anna Marongiu per Il Circolo Pickwick – Courtesy Museo MAN

Sorprende come oggi questa artista fosse un po’ dimenticata. Purtroppo sembra un destino comune a molti. Ancora tanti gli artisti sardi,  con linguaggi espressivi originali che meritano di esser  valorizzati.

L’ombra del mare sulla collina

La seconda mostra – che inaugura l’8 novembre 2019 ma termina domenica 12 gennaio 2020,  a  cura di Luigi Fassi e Emanuela Manca  presenta un titolo di evocazione surreale che vagamente potrebbe ricordarci l’eccentrico ma incantevole artista Salvador Dalì “L’ombra del mare sulla collina”,  vede esposte alcune opere della ricca e poliedrica Collezione Permanente del MAN tra disegni, pitture, sculture e film.

Il percorso espositivo ricostruisce le vicende artistiche del Novecento sardo attraverso alcune opere, tra le più rappresentative della collezione, e prosegue fino al presente instaurando uno stretto dialogo con diversi autori contemporanei.

La mostra prende nome da un’opera di Mauro Manca (Cagliari 1913 – Sassari 1969), – artista brillante, poliedrico, inquieto, – che segna un preciso momento storico del secondo dopoguerra, quando anche la Sardegna sembra aprirsi  ai linguaggi dell’arte moderna.

 

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Mauro Manca, L’ombra del mare sulla collina, 1957 – Courtesy Museo MAN

L’eterogeneità della storia artistica sarda, si palesa in confluenze e rimandi tra i vecchi linguaggi legati alla tradizione e quelli innovativi più vicini alle nuove forme sperimentali più spirituali, più introspettive, tese verso l’astrattismo. 

In esposizione le vedute di interni di Giacinto Satta e le nuove acquisizioni di Aldo Contini, Anna Marongiu e Mario Paglietti. Inoltre, avremo in mostra opere di artisti dai differenti linguaggi espressivi, divenuti figure chiave della scena artistica sarda: Edina Altara, Italo Antico, Antonio Ballero, Alessandro Bigio, Giuseppe Biasi, Giovanni Campus, Cristian Chironi, Francesco Ciusa, Giovanni Ciusa Romagna, Delitala, Francesca Devoto, Salvatore Fancello, Gino Fogheri, Caterina Lai, Maria Lai, Costantino Nivola, Rosanna Rossi, Vincenzo Satta, Tona Scano, Antonio Secci, Bernardino Palazzi.  A loro il merito di aver elaborato quei codici espressivi caratterizzanti l’arte dell’isola nel secolo scorso, creando contaminazioni presenti in alcuni artisti contemporanei.

Vogliamo, infine, ricordare le parole di una grande collezionista, Peggy Guggenheim: “sostenere e promuovere l’arte e gli artisti è un dovere morale” imprescindibile. L’arte è vita. Un riflesso della società che allude a conoscenza, delinea nuovi percorsi, suggerisce nuovi sguardi/idee.  Lodevole l’impegno delle istituzioni museali o fondazioni private  che promuovono  e valorizzano ciò che il tempo talvolta sembra occultare.

 

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©Riproduzione Riservata

(Articolo apparso su Olbia.it il 27 Ottobre 2019)

 

 

 

 

 

Musica | esplode l’anima del rock con i bravissimi Rock Tales

La Sardegna terra di silenzi, stasi e ripetizioni quasi un riflesso del suo mare, presenta esperienze culturali molto antiche di carattere etnografico. Tra queste le feste patronali che esercitano sempre grande fascino, molto suggestive nei riti  e consuetudini, molto sentite da parte dell’intera comunità; anche se alcuni antropologi sostengono che siano destinate a scomparire a causa del dilagante materialismo culturale, della globalizzazione che implica il concetto di appiattimento, di indifferenza, di atipicità, di disuguaglianza. Ma per noi sardi le radici culturali non sono solo ben impiantate, sono disperse nella roccia atavica e nel nostro mare che lambisce le coste. Sarà difficile sradicarle.

Queste feste un tempo erano momenti in cui prevaleva una sensazione di libertà e leggerezza, di distensione e gioia.  Ci si sentiva liberi di socializzare. Anche i piccoli avevano i loro privilegi: poter giocare e rincorrersi davanti al palco, dove si esibivano gli artisti della serata.

Impegno e presenza

Oggi le feste patronali sono organizzate da comitati spontanei delle comunità, dalle classi o in dialetto gallurese “fidali”, nati nello stesso anno. Le Classi/Comitati provvedono a curare ogni particolare organizzativo come ad esempio ricevono le bandiere del Santo o della Santa di cui ricorrono i festeggiamenti e allestiscono la chiesa, organizzano la processione religiosa, provvedono al divertimento della comunità coinvolgendo artisti, dj, cabarettisti etc…

Il lavoro impegnativo e gravoso nella raccolta dei fondi, nel predisporre tutto secondo i severi parametri della sicurezza non sono inezie, richiedono dinamismo, capacità organizzative e spirito di sacrificio.

Un riscontro di presenza da parte del pubblico dovrebbe esserci per  supportare e condividere chi organizza. Altrimenti sembrerebbe una festa privata, priva del significato primario della condivisione collettiva.

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Courtesy  of Rock Tales

Ma la tramontana ha anima rock?

Con un’aria dal sapore di tramontana sferzante, autunnale, sanamente combattuta con birra, buon vino rosso di  produzione locale, sambuca e del filu ferru (l’elisir di lunga vita della gente sarda)  qualche sera fa abbiamo assistito ad un’esibizione che merita di esser scolpita nella memoria.

Sul palco di Berchiddeddu (frazione di Olbia) in occasione della festa patronale 2019 in onore alla Beata Vergine Immacolata si sono esibiti i Rock Tales, una tra le band più apprezzate della Sardegna, in uno spettacolo avvincente sulla storia del rock, dagli anni ‘50 ai ‘90 del secolo scorso, con parallelismi storici e interferenze nella musica italiana.

Oltre due ore di greatest hits dei più grandi cantanti e gruppi rock della storia musicale, suddivisi secondo decadi, a cui si attribuisce un colore e relativo significato per rappresentare gli elementi più cool della musica del periodo.

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Photo ©credits Antonella Mura courtesy of Rock Tales

Con l’ausilio di uno schermo, dove scorrevano immagini e le caratteristiche del periodo musicale presentato, abbiamo riascoltato canzoni di Elvis, Beatles e del gruppo rivale Rolling Stone,  Jimi Hendrix, Jim Morrison e Doors, Janis Joplin, Deep Purple, e ancora Led Zeppelin,  Toto,  Queen, Nirvana e tanti altri artisti.

In scaletta erano presenti  anche canzoni di cantanti italiani per evidenziare le relative assonanze con la storia del rock: come Celentano, con la sua mitica Svalutation, la PFM, Lucio Battisti, Gianna Nannini, Litfiba, Vasco Rossi. A ciò si aggiungevano i continui riferimenti alla storia socio-culturale dei periodi analizzati  mostrando capacità di sintesi  e  ingegno  divulgativo della band.

 

Il progetto musicale Rock Tales

Il progetto  musicale nasce nel 2013 come storia del rock  dalle sue origini blues degli anni ′50, negli Stati Uniti,   fino agli anni ′90  ovvero la sua evoluzione in rock and roll e altre forme.

Da Johnny B. Goode del musicista americano Chuck Berry del 1958 in cui si parla del sogno americano preannunciato dalla madre di un ragazzo semplice, di campagna che pur non sapendo né scrivere né leggere riesce ad aver successo per il suo talento naturale nel suonare la chitarra.

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Photo ©credits Antonella Mura courtesy of Rock Tales

Era un blues rock di riscatto, con implicito riferimento alla  disuguaglianza e differenziazione delle classi sociali americane e al sogno di giustizia e integrazione della popolazione nera nella società americana. Infatti, il brano originale citava un ragazzo di “colore”, che poi Berry sostituì con ragazzo di “campagna” , per timore che il pezzo non venisse pubblicizzato trasmesso in radio. Il talento che uno possiede prescinde dal colore della pelle. Fu questo il vero significato purtroppo celato.

Poi è la volta del rockabilly, la musica dei bianchi. La canzone di Carl Perkins di cui si fece grande interprete Elvis Presley. Una canzone che in sé sembra non aver significato, mentre se approfondiamo la storia si capisce l’intenzione, forse in chiave ironica: lo sconcerto e disapprovazione di chi vede un ospite di una festa preoccuparsi delle sue scarpe di camoscio blu che erano state calpestate, non curandosi della donna che aveva accanto. Un linguaggio allusivo che sembra volerci suggerire che nella vita bisogna dare il giusto valore alle cose.  Perché preoccuparsi di una  cosa marginale e secondaria? Un paio di scarpe!?

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Photo ©credits Antonella Mura courtesy of Rock Tales

E la storia del rock continua con nuove suggestioni, significati, forme, come ad esempio lo struggente rock acustico o quello elettrico e quello più attuale.

Un immenso progetto musicale che unisce tutti.   Oggi appare  sempre  più apprezzato, anche per la genialità del gruppo che riesce a rinnovarlo: annualmente al tour si aggiungono date e vengono inserite nuove canzoni.

Il gruppo composto da eccellenti musicisti professionisti, – insegnanti di musica della zona di Oristano e Medio Campidano, – ha donato ai presenti uno spettacolo che trasudava saggezza, energia, positività. Ma non solo, anche tanta nostalgia di un tempo che ormai vive solo nei ricordi, insito in quelli che lo hanno  vissuto.  Periodi storico-culturali in cui originalità e creatività non erano concetti ma idee che si concretizzavano, si perseguivano, avvincevano e a volte scioccavano per imprevedibilità e spavalderia. Era rabbia e sete di giustizia, desiderio di riscatto,  pace, vita, e ancora erano armonizzazioni musicali quasi frasi ristoratrici dove l’anima trovava riparo dal caos esistenziale d’insanabile inquietudine.

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Photo ©credits Antonella Mura courtesy of Rock Tales

E ora il gruppo:  voce solista potente (Freddy avrà applaudito da lassù!) quella di  Martino  Mereu, insegnante di canto, voce versatile, fresca, che “spacca” (per utilizzare un termine caro alla cantante inglese Skin, giudice in un talent televisivo), Marco Pinna al basso e voce, GianMatteo Zucca chitarra e voce, Giovanni Collu alla batteria, Alberto “Benga” Floris chitarra e voce.

Non solo musica

Da un punto di vista tecnico confrontandoci possiamo considerarli eccellenti musicisti in armonia, senza individuali virtuosismi (possibili visto lo spessore dei musicisti sul palco) ma equilibrati e attenti a ricreare la giusta atmosfera musicale del pezzo suonato. Sembrerebbe una formazione insolita, per la presenza di due chitarre, atte a ricreare la parte armonica e solista, a supporto della melodia cantata. Tutte le parti armoniche delle tastiere sono state minuziosamente ricreate per chitarra, facendoci dimenticare la loro assenza in brani indelebili della nostra memoria musicale.

I due chitarristi si mostrano affiatati e intercambiabili nelle parti soliste e armoniche. La struttura ritmica viene eseguita dall’eccellente batterista di rinomata esperienza Giovanni Collu, supportata in simbiosi dal bassista Marco Pinna. Vanno inoltre menzionate le perfette armonizzazioni corali del gruppo creando un valore aggiunto  all’esecuzione.

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Photo ©credits Antonella Mura courtesy of Rock Tales

Ma sul palco non è solo canto, è presenza scenica non sguaiata. Ci si diverte e si scherza. Si manifesta una velata ironia. Ora sembra impetuosa, ora ha tinte più delicate. D’altronde tanti affermano che bisogna staccarsi dalle cose, con giusta ironia,  planare dall’alto per capire a fondo situazioni ormai legate al tempo.

Ora ci inducono a pensare con estemporanei quiz o riflettere su parole del passato,  allusioni a  incandescenze di vita sociale al di là di ogni logica, come i conflitti armati e la corsa agli armamenti, la globalizzazione, il materialismo ormai erba infestante, libertà di genere.

La musica diventa “struttura” sociale dove ricollocare il pensiero dell’uomo nel suo percorso. Loro l’hanno raccontata rendendola unica dove le differenze di forma sembrano annullarsi per con/temporaneità.

Oggi pur con forme diverse  permangono i significati. La  musica continuerà ad essere l’espressione più democratica, unirà, azzererà il tempo fino ad varcare la soglia dell’eternità. Dove eterna presenza diverrà una bella emozione. Oggi come ieri.

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© Riproduzione Riservata

All Photos ©credits Antonella Mura courtesy of Rock Tales

 

(Articolo apparso su Olbia.it 08 Settembre 2019)

 

 

34 Premio Dessì si conferma evento culturale di prestigio | Premiazione

Da qualche anno il tempo faceva sentire la sua voce fredda, pungente, come un’eco che parlava di autunni e creava scompiglio tra gli organizzatori dell’evento di Villacidro, costretti in tutta velocità a predisporre una location alternativa, per la serata di assegnazione del prestigioso Premio Dessì.

Ma quest’anno, finalmente, il tempo si è mostrato  clemente donandoci un’aria di fine estate, e nella piazza che taglia a metà il graziosio paesino, abbarbicato su un lembo di montagna,  tra l’affiorare di scorci poetici: campanili,  tetti, abbaini,  e sul basso stradine segnate dal tempo, il 5 ottobre si è svolta la serata di premiazione del 34° Premio Dessì, intitolato allo scrittore sardo Giuseppe Dessì (Cagliari 1909 -Roma 1977)  vincitore del Premio Strega nel 1972 con il romanzo Paese d’Ombre.

Un classico  della letteratura italiana che presenta una straordinaria forza di contemporaneità per contenuti,  oggi sempre più discussi, legati alla tutela e  salvaguardia dell’ambiente.

Alla serata era presente, oltre al pubblico numerosissimo, quel vento che alle volte disperde, avvicina, rimodula suoni e parole. Dà significato al silenzio come luogo del pensiero.

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 Umberto Broccoli e Francesco Permunian – Courtesy Archivio Fondazione Dessì

Sul piccolo palco che dominava la valle in cui l’orizzonte sembrava disperdersi, vi era una piccola scultura formata da gigantografie di libri, sovrapposti di taglio, che da attenta lettura dei dorsi erano alcuni romanzi dello scrittore. Ma ciò che attirava lo sguardo era la loro disposizione a forma di  x.  Erano tre e seppur alludendo al trentennale del Premio, (in realtà 34°) forzando sul segno grafico, come intersezione di due rette incidenti, sembrava si volesse enfatizzare quel centro del mondo, il paese di Villacidro, luogo di origine, partenza e arrivo di significati, di idee.

Come ricordato anche dal presentatore della serata Umberto Broccoli, archeologo e volto noto della televisione e voce di RadioUno: “Ogni punto dell’universo è anche il centro dell’universo” come diceva Dessì, in cui alludeva all’universalità e nello stesso tempo centralità del suo paese soggetto dei suoi romanzi,  ma prima di ogni cosa dell’uomo nel suo interrelarsi, nel suo stare al mondo.

Dai suoi romanzi, dalle sue inchieste conservate nelle Teche della Rai emerge una necessità di raccontare e raccontarsi nel trapasso dal passato al presente inspiegabile perché avvolto dal mistero e silenzio ancestrale. Dirà che l’uomo sardo anche se vive in continente “porta sempre con sé quell’alone di silenzio” derivato dall’essere abitante di un’isola, quindi isolato, lontano dai clamori della città. Da qui la volontà di reinterpretare, dare forma e significato al silenzio che si palesa in pensiero, in ricordo, in memoria.

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Il presentatore con Gianrico Carofiglio Courtesy Archivio Fondazione Dessì

E Marta Cabriolu, sindaco di Villacidro, nel suo discorso introduttivo sulle orme di Giuseppe Dessì nel suo dar voce al “silenzio”, evidenzia il ruolo degli scrittori “che sentono il mondo che ci circonda in tutte le forme e ne scrivono per suscitare emozioni in chi legge, perché leggere implica una crescita, una conoscenza”.

Ma, le parole non si soffermano a pura descrizione, ora divengono taglienti e dure. Vogliono richiamare l’attenzione sullo stato di abbandono percepito dai docenti e invoca le istituzioni in quanto loro, in primis, dovrebbero “sostenere il diritto assoluto all’istruzione e alla formazione”. Inoltre, possiamo aggiungere che i dati forniti dal MIUR – Ministero dell’istruzione dell’università e della ricerca – sulla dispersione scolastica sono inquietanti: se tra il 2015/2016 l’abbandono nella scuola secondaria di II grado era stato del 3,82%, tra il 2016/2017 è stato del 4,31%. Bisogna sensibilizzare sull’immenso valore della cultura che ha una enorme potere salvifico dalle sabbie mobili in cui sembra arrancare il presente.

“Mai come in questo periodo storico culturale in cui imperversa una triste povertà d’animo di valori e di sentimenti” – dice la Cabriolu – “il nostro paese ha bisogno di un forte richiamo al senso civico al rispetto delle persone, della loro intelligenza, della loro dignità”.

Non può mancare l’attacco ai social e alle realtà virtuali, alle aggressioni verbali, alla maleducazione, all’ignoranza. Un discorso limpido, ben strutturato, che non lascia indifferenti: le istituzioni e chi propone cultura devono impegnarsi per il recupero di una società che sta vacillando e rischia nel cadere di danneggiarsi in modo irreversibile.

Da qui l’urgenza continua la Cabriolu di “ricostruire le nostre identità, quelle delle nostre vite reali fatte di persone, bambini, gente disperata che muore in mare per cercare un futuro migliore”. Un devastante grido di aiuto se si riflette su verità che deflagrano. Fanno male. Arrecano dolore. Bisogna rieducare alla gentilezza, all’ascolto, alla bellezza, al confronto, predisporre luoghi dove potersi incontrare, porsi come esempio nei confronti dei ragazzi e soprattutto trasmettergli il senso del futuro che sarà migliore se verranno approfondite e studiate  l’esperienze del passato, quella memoria storica che è insita nella nostra anima, perché vissuta da chi ci ha preceduto, al fine di non ripetere gli stessi errori.

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Michele Mari e Italo Testa Courtesy Fondazione Dessì

E la vivace settimana culturale, legata ad uno dei premi italiani più longevi,  propone presentazioni di libri, dibattiti, simposi, coinvolgendo anche gli studenti delle scuole. Tra gli obiettivi vi è quello d’infondere l’amore per la lettura, perché leggere è un  ripiegarsi sulla vita stessa, per intuirne le oscure dinamiche. Non è solo raccolta di nozioni ma anche riflessioni. “Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto”  come diceva il nostro caro Antonio Gramsci.

La Giuria

Oltre alla settimana ricca di eventi culturali vengono premiati i testi selezionati da una giuria composta in prevalenza da accademici tra i quali il presidente della giuria Anna Dolfi docente dell’Università di Firenze e socia dell’Accademia Nazionale dei Lincei che nel discorso introduttivo presenta gli altri giurati: Duilio Caocci dell’Università di Cagliari, Giuseppe Langella e Giuseppe Lupo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Gigliola Sulis dell’Università di Leeds (Inghilterra); Gino Ruozzi dell’Università di Bologna; i giornalisti Luigi Mascheroni giornalista culturale de Il Giornale ed editore della collezione artigianale De Piante, Stefano Salis della pagina culturale del Sole 24 Ore; e il Presidente della Fondazione del Premio Dessì Paolo Lusci.

Diamo qualche numero per capire l’importanza e il valore che oggi ha assunto il Premio Dessì nel panorama della cultura italiana. I libri editi esaminati sono stati circa  500  e dopo un’iniziale scrematura di quindici testi, i giurati hanno scelto i tre finalisti.

La  poesia 

Per la sezione poesia sono stati premiati: Michele Mari, voce inconfondibile nel panorama della poesia italiana contemporanea, con un testo edito da Einaudi “Dalla Cripta” dove la parola affonda per struttura in quel passato classico,  che non è percepito solo come formazione necessaria del conoscere e del poetare ma, diviene valore assoluto ed eterno del contemporaneo per l’universalità dei temi trattati: “frammenti di memoria, noi e voi, / precipiti nel nulla a capofitto / perchè il passato è tutto, e siamo suoi”.

Altro poeta vincitore il docente di Filosofia Teoretica dell’Università di Parma Italo Testa, che propone una poetica diafana e trasparente, in cui l’indagine conoscitiva struttura il suo poetare, come sguardo su quella realtà che tutti vediamo ma che non “conosciamo”. Il valore di ciò che non è determinante, fondamentale, che ha una sua forza esistenziale.

Il testo edito da Marcos Y Marcos s’intitola “L’indifferenza naturale”. Una poesia sorta da un’ossessione, cara al poeta, del paesaggio “nel tentativo di precisare lo sguardo sul mondo. La poesia ha il compito di dare un nome alle cose senza nome, rivelarci l’esperienza e vederla sotto un’altro aspetto”.

La terza proposta, vincitrice del Premio Speciale Giuseppe Dessì è Patrizia Valduga.

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Patrizia Valduga e Francesco Permunian Courtesy Fondazione Dessì

Una poetessa lodata da Luigi Baldacci, uno dei più grandi critici del ‘900 e per lunghi tredici anni compagna di Giovanni Raboni, poeta e critico letterario. Il testo edito da Einaudi, s’intitola “Belluno. Andantino Grande fuga” e, se non sapessimo che fosse un testo poetico, dal significato delle parole potremmo pensare ad uno spartito musicale con la presenza di un  tempo leggermente lento e una struttura in musica a più voci. In realtà sono quartine che preparano il saggio finale sulla poesia di Giovanni Raboni.

Nate di getto nell’agosto del 2018 a Belluno, l’editore Einaudi impreziosisce la veste grafica, e propone il testo riportando sulla copertina il volto della poetessa quasi ad evidenziare l’originalità della sua voce poetica e del suo farsi esistenza. La parola crea raccordi  nel suo densificarsi  tra paesaggi, letteratura e amore, un sentimento che la poetessa svela e illumina con la parola.

Il testo si pone “come per raccogliere il testimone del grande poeta […] la poesia di Raboni, dopo 15 anni di speciale frequentazione, oltre la soglia della vita fisica,  attraversa l’intero libro ed è oggetto di considerazione della poetessa. Un saggio che vuole precisare questioni rilevanti della poesia e della poetica di Raboni”. Questa la motivazione della giuria che conferisce il premio “con convinzione al più recente e atipico libro di una delle voci più importanti della letteratura italiana contemporanea”.

La poetessa, (che personalmente, mi ha sempre ricordato l’incedere e l’allure della pittrice del secolo scorso Leonor Fini n.d.r.) si mostra nella sua esile e delicata figura dalla pelle bianchissima, quasi lucente, elegante nel suo abito total black. Sale sul palco, visibilmente felice ed incredula. Inizia a parlare. E con voce intimorita e segnata da commozione racconta la genesi dell’opera  nata da una profonda delusione: il mancato sostegno da parte del Corriere della Sera e del Comune di Milano ad un suo  progetto  : dedicare lo spazio di ciò che rimane del lazzaretto manzoniano a Giovanni Raboni. Luogo che peraltro si trova in prossimità della casa in cui è nato.

E continua la poetessa con la voce spezzata, commossa “così mi è venuta in mente questa cosa strana”. La fine dell’opera è segnata da un toccante appello al Presidente della Repubblica, una lettera: “mio caro Presidente, questo è quanto/ accolga la mia supplica e il mio pianto/ che è senza lacrime / che non si asciuga/ il 10 agosto Belluno Valduga.”

Una supplica accorata quella della poetessa, che speriamo venga accolta. L’opera di Giovanni Raboni, al pari di altri intellettuali e letterati, deve avere un proprio spazio perché la sua opera ha contribuito in modo considerevole alla grandezza della poesia e della critica letteraria in Italia e nel mondo.

La narrativa

Dopo un breve intermezzo musicale, dalla voce di Irene Nonnis, si prosegue con la presentazione dei finalisti per il genere della narrativa. Viene premiato Gianrico Carofiglio, autore per certi versi innovativo che è riuscito sviluppare in Italia un nuovo genere letterario il legal thriller. Scrittore molto conosciuto e stimato per la sua lucidità e coerenza intellettuale. Il romanzo premiato “La versione di Fenoglio” edito da Einaudi.

Ma qui ci si vuole soffermare su una domanda posta dal presentatore della serata, che vede una certa assonanza tra Dessì e l’autore sull’utilizzo della parola “scelta”. Una parola presente nel suo saggio “La manomissione delle parole” una riflessione sulla manomissione del linguaggio pubblico”. La finalità posta era quella di recuperare il significato di parole spesso abusate quale giustizia, ribellione, vergogna, bellezza e scelta. Come? iniziando ad evidenziare i contrari delle parole. Dopo un’attenta ricerca la parola “scelta” è apparsa l’unica a non avere contrari. “La scelta  – dice Carofiglio –  è una virtù e la prerogativa fondamentale più ancora della libertà. È un presupposto dell’esercizio della libertà. Per scegliere bisogna esser consapevoli e l’accento viene posto sulla scelta che implica azione” e coerenza.

Dopo una breve lezione di etica (starei ore e ore ad ascoltare Carofiglio per la semplicità espositiva di temi complessi n.d.r.)  viene premiato “Il Sillabario dell’amor crudele” edito da ChiareLettere di Francesco Permunian a cui verrà assegnato il super premio Dessì. Uno scrittore che mostra subito il suo tessuto esistenziale: sensibile, genuino, si definisce ex-centrico, fuori dal centro, lontano da contesti letterari o giornalistici, ama vivere tra le sue cose e i suoi libri, restio ai viaggi, agli spostamenti:  “Gli unici viaggi sono quelli tra le pareti della mia mente. Nello specchio del Garda si specchia il mondo intero” e continua dicendo che non amavano spostarsi tanti altri autori e cita carlo Emilio Gadda, Andrea Zanzotto e poi Vitaliano Brancati che pur avendo viaggiato “vedeva” tutto nel suo paese Zero Branco, in provincia di Treviso. Lì riusciva a vedere la Cina persino l’Olanda. Permunian si rivela una persona che nonostante tanta sofferenza ha raggiunto la sua “misura” della vita, adattando il suo universo creativo alla  scrittura.

La giuria nella motivazione evidenzia la capacità dello scrittore di abbracciare una narrativa ricca di tante sfumature che vanno dal grottesco al comico che “si proietta oltre il racconto di provincia volendo legare dialetto, antropologia, memorie del territorio con le contaminazioni di un’Europa laica e illuminista.”

Il suo stile narrativo, che è stato avvicinato a quello di Calvino e Sciascia, “svela uno scrittore coraggioso, appartato poco incline alle mode letterarie inconfondibile nella voce e nella fisionomia.”

Lo scrittore ama il genere comico, per lui è fondamentale. E per definirne l’importanza cita una frase di un suo autore preferito il filosofo Ralph Waldo Emerson: La comicità è la signora del dolore. Continua in un’irrefrenabile loquacità a parlare dei suoi autori di formazione tra i quali ci sono le “righe” del Cardinale Martini e alcuni autori visionari come Sergio Quinzio, il fotografo Mario Giacomelli che pur avendo la quinta elementare “aveva una capacità fotografica e visionaria in cui mi sono riconosciuto” specialmente nelle tematiche legate all’età dell’infanzia o della vecchiaia.

Si mostra felice di esser ritornato in Sardegna. Quando venne 13 anni fa, aveva trovato una terra simile al suo Polesine, povero e travolto dall’alluvione del Po degli anni ’50. Oggi desiderava rivedere Villacidro. Ma la commozione per il premio diviene tangibile, più intensa quando parla della sua famiglia, della sua storia, della necessità di scrivere quasi per superare un dolore abissale e il suo viso accoglie lacrime e con voce labile, debole parla della figlia Benedetta, alla quale dedica il premio. “Io ho potuto scrivere perché ho avuto accanto una figlia meravigliosa che mi ha sostenuto sempre nella mia vedovanza. Oggi lei ha 40 anni e mi fa da sorella, madre, amica. Mia moglie è morta giovanissima 39 anni fa. Questo premio è per le donne della mia vita. Loro mi hanno dato quel microclima mentale da monaco della scrittura, come lo era Flaubert”.

Il dolore di un vedovo con la figlia di un anno da aiutare nella crescita è incommensurabile. Non ci sono parole. Solo chi vive quell’istante ne percepisce l’abisso.

Dopo questo ricordo struggente che suscita commozione e applausi in tutti i presenti Permunian continua a parlare dei suoi maestri e cita i maestri del Nord Europa, Franz Kafka, Thomas Bernhard, Antonio Lobo Antunes tra i più importanti autori portoghesi con il quale lo scrittore ebbe uno scambio epistolare quando Antunes, medico specializzato in psichiatria, dirigeva l’ospedale Miguel Bombarda di Lisbona. Ora cita i poeti che più preferisce Philippe Jaccottet e Giovanni Raboni.  Loro gli hanno insegnato “cos’è la scrittura, la pulizia, la parola assoluta che ti dà l’esercizio della poesia”. Instancabile e con quell’entusiasmo di un bimbo che affronta la vita con curiosità irrefrenabile per poi raccontare con slancio vitale le esperienze positive vissute, continua a raccontarsi.

“Quando ero studentello  a Padova si credeva che la parte più alta della letteratura fosse la poesia. I miti di allora erano Andrea Zanzotto, Diego Valeri, Ezra Pound ormai chiuso nel suo mutismo. Io mi sono laureato con una tesi su un poeta Vittorio Sereni. Cominciavo a scrivere versi che portavo a Pieve di Soligo da Zanzotto.”

L’autore ricorda che aveva 35 anni era rimasto vedovo da pochissimo tempo. Scriveva poesie che esprimevano la disperazione e il dolore per ciò che aveva vissuto. Tanto che un giorno il poeta lo prese da parte e gli disse ” devi smettere di scrivere con le lacrime agli occhi perché le lacrime escono e cadono sulla pagina e sporcano tutto. Devi scrivere con il ricordo delle lacrime e mi diede la Recherche di Proust e le opere di Raboni”. L’inquietudine, la profondità, la nobiltà d’animo di  Francesco Permunian rimarranno  indelebili nei ricordi dei presenti.

E ora parliamo del terzo vincitore, Matteo Terzaghi, con il suo libro edito da Quidlibet “La terra e il suo satellite”.

Matteo Terzaghi parla della sua incapacità a divagare e dell’importanza della sintesi nella sua opera. Testo conciso, impregnato di significato “come se altre forme non fossero possibili”[…] aggiunge di non esser capace a scrivere un romanzo. “Forse  c’è una corrispondenza tra la forma mentis e la forma dei testi che scriviamo”.

Questa osservazione rimane sospesa, meriterebbe approfondimenti, ma per esigenze di spazio siamo costretti a ricordare le altre importanti premiazioni: Premio speciale della giuria a Claudio Magris uno dei più autentici intellettuali del nostro tempo, autore di libri indimenticabili tra i quali Microcosmi con il quale vinse il Premio Strega nel 1997. Con questo premio si vuole evidenziare “il valore della cultura, dell’intelligenza, dell’impegno, della passione letteraria e civile che ha guidato la sua vita […] un modello di intellettuale” da porsi come esempio. Mentre il Premio Speciale Fondazione di Sardegna viene consegnato: a  Tullio Pericoli, scrittore e disegnatore che sembra render giustizia all’indecifrabilità, la sua è “un’arte della precisione e della visione, […] una pittura che sembra calligrafia dell’anima e del territorio”; altro Premio Speciale Fondazione di Sardegna a Lina Bolzoni, critica letteraria, che ha insegnato alla Scuola Normale di Pisa per il suo lavoro divulgativo inerente alle numerose pubblicazioni e saggi editi sulla Letteratura”.

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Una serata piacevole a tratti divertente ma che ha toccato momenti di pura commozione, scandita e impreziosita dalle letture estrapolate dai testi e da spazi musicali. Intarsi armonici che hanno donato bellezza all’evento.

Si sono valorizzate le opere senza tralasciare i messaggi di portata etica e per certi versi antropologica dello scrittore sardo. Un Premio che continua ad allinearsi con una propria fisionomia tra i più importanti del panorama letterario italiano.

”Quale occasione migliore per offrire una rassegna di scrittori impegnati a riflettere sulla nostra condizione storica, sui nostri problemi, senza che si perdano di vista i problemi più generali del mondo intero… “ Parole di Giuseppe Dessì e Nicola Tanda poste nella prefazione dell’antologia Narratori di Sardegna, una significativa premonizione (anche se nel caso sopracitato gli autori si riferivano agli autori sardi presenti nell’antologia) sugli obiettivi, finalità  e portanza di contenuti del Premio Dessì.

I libri cosa sono in definitiva? sono conchiglie che poggiate all’orecchio per ascoltare il rumore del mare/mondo fanno confluire in noi diverse sonorità/ significati / esperienze   e luoghi di pensiero, stanze da cui non vorremmo andar via.

 

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©Riproduzione riservata

 

Edouard MANET al Museo Civico di OLBIA

Il mare non fu un richiamo ma un semplice ripiego. Quando la voce paterna gli impose scelte che lui non amava. Lo studio gli si incollava addosso, quasi  un vincolo alla sua inclinazione verso la libertà. Un concetto stratificato nella sua anima.  Perché avrebbe dovuto accettare imposizioni? Voleva seguire le sue  attitudini.

Iniziavano a palesarsi quasi “spiragli di luce” (complice sua madre che sempre l’appoggiò) che rimandavano alla sua  vocazione, diversa da quella voluta dal padre, affermato giurista. 

Il nostro protagonista non amava studiare. Dai suoi insegnanti era considerato “mediocre”. Ma era un ragazzo spigliato, con la battuta pronta e lo studio, che impone un certo rigore, applicazione costante, disciplina, non era fatto per lui. 

Il padre proveniva da una famiglia di funzionari pubblici e giuristi, mentre la madre era figlia di un diplomatico. Sembrava che il suo destino fosse segnato. Anche lui sarebbe diventato un famoso avvocato, proprio come il padre.

Ma diceva Eraclito, filosofo greco del V secolo a.C. “nel carattere è il destino”. Infatti, fin da piccolo, mostrava i segni del grande artista che attuò una grande “rivoluzione” nella Storia dell’Arte, al pari di Giotto o Caravaggio: Edouard Manet (1832-1883).

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Ritratto di se stesso alla palette, 1878-79 – Courtesy by S.A.Wynn

Edouard non amava imposizioni, era caparbio e determinato, intelligente e oserei  stravagante. Amava stupire e percorrere tracciati nuovi, originali e sfrontati. Chi si accorse del talento di Edouard fu lo zio materno che gli pagò un corso di disegno quando era ancora al Collegio. Naturalmente il padre era contrario e  per questo gesto litigò con il cognato.

Per far capire il temperamento forte e originale di Edouard, si racconta di come avesse preferito stravolgere un modello assegnatogli, durante un’esercitazione di disegno. 

Intanto la sua vocazione artistica iniziava ad intravvedersi sempre più, per una certa dipendenza da matita e una smania irrefrenabile di ritrarre tutto ciò che appariva sotto gli occhi. 

Così pur di non assecondare la volontà e i consigli del padre, preferì partire come allievo pilota su un’imbarcazione alla volta di un luogo che condensava memorie esotiche e a quel tempo ritrovo di persone in cerca di fortuna: Rio de Janeiro.

Oggi, quasi in un viaggio ideale, la sua presenza è giunta in Gallura su “un’imbarcazione”, una moderna struttura architettonica con ponti e oblò, circondata  dal mare nella splendida rìas di Olbia. Non più come allievo pilota, ma come artista che espone le stampe dalle sue incisioni a suo tempo molto apprezzate (almeno quelle!) dalle quali traspaiono  gli elementi innovativi del suo inconfondibile linguaggio espressivo.

Esposizione

Il riferimento è intuibile per chi conosce la suggestiva architettura sede del Museo Archeologico  di Olbia, che allude, per la forma, ad una nave stilizzata che sembra esser attraccata alla terra ferma con una piccola rampa di accesso. Dal 1 giugno ospita la mostra ‘Verba Volant Scripta Manet’ visitabile fino al 31 Luglio, in un’ottica di pluralità e differenziazione delle offerte culturali proposte dall’amministrazione cittadina.

Sono esposte trenta stampe da incisioni realizzate da Manet tra il 1860 e il 1882 utilizzando la tecnica dell’acquaforte, acquatinta e puntasecca provenienti dalla Collezione Ceribelli di Bergamo. Opere postume stampate nel 1905 da un collezionista tedesco Alfred Ströling dalle tavole originali di Manet.

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Lola di Valenza,1863, acquaforte e acquatinta 

Le stampe rappresentano uno spaccato della società del suo tempo. Edouard mostra  la sua abilità di osservatore acuto della sua “contemporaneità”  e la sua avversità verso le direttive dell’Accademia Francese, poiché non interessato a rappresentare scene mitologiche o di impostazione classica. La realtà colpisce diretta come affermava Marcel Proust  e quindi senza “intermediari”.

E per citare alcune stampe in mostra ritroviamo il ritratto di ‘Berthe Morisot’ 1872, pittrice impressionista, modella preferita e cognata di Manet; Philibert Rouvière  che interpreta l’Amleto ne ‘L’Attore tragico’ 1865-66; Joseph Gall, un suo amico pittore, che fuma la pipa ritratto ne Il fumatore 1866, La Lola di Valenza del 1863; a questi ritratti si aggiungono scene di vita come il celebre I Gitani, 1862, La coda davanti alla macelleria, 1870-71;   e ritratti per testi letterari come Edgar Allan Poe, 1860 utilizzato da Baudelaire per una sua raccolta di recensioni sull’opera di Poe, o Theodore de Banville, 1874, per un libro di poesie del poeta.

In queste opere colpisce la sottigliezza e precisione delle incisioni che infonde plasticità strutturata dall’abile resa chiaroscurale, ma anche il suo antiaccademismo: l’assenza di piani prospettici lineari (alcune figure sembrano adagiate  sullo sfondo); presenza di prospettive diagonali di rottura con la tradizione classica, come “Il torero morto”, 1867-68; centralità e perpendicolarità della luce, l’ombra a tratti pastosa che si piega a quella luce che diverrà fondamentale nella pittura di alcuni suoi contemporanei. Darà struttura e permetterà di accarezzare l’anima della natura, vibrante presenza dell’essenza di vita, che fluisce e si palesa nella sua delicata bellezza.  

Alcuni lavori sono molto definiti e di fattura raffinata, altri tratteggiati velocemente come fossero appunti, memorie.  Quasi segni tracciati su uno spazio, che lo dominano, per non smarrire l’idea colta dal reale. 

Vi sono acqueforti che ritraggono i suoi più celebri dipinti, come ad esempio l’Olympia del 1867, che segneranno il mondo dell’Arte  e  successivamente con  Paul Cézanne  daranno nuovi significati all’Arte Moderna. 

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Jeanne o La primavera, 1882, acquaforte

Iniziò il suo insofferente apprendistato nello studio di Thomase Couture d’impostazione più classica delineando ‘l’incipit’ con l’assimilazione e reinterpretazione di  tecnicismi per nuove letture e indagini da alcuni artisti suoi contemporanei,   ed inoltre, da grandi pittori del rinascimento italiano  e barocco spagnolo che studiò  e approfondì durante i suoi numerosi viaggi in Italia, Germania, Spagna, Olanda. Proprio per questa sua abilità Émile Zola lo definì  il ‘rigeneratore’dell’arte.

Immediati i riferimenti ai suoi modelli preferiti Goya, Velasquez, El Greco e Tiziano.  Il primo per la modulazione della luce che diverrà via via sempre più perpendicolare al dipinto come venisse dall’esterno, da chi guarda. Forse per lasciare libertà interpretativa nel fruitore? Una liaison con l’arte contemporanea? Dal secondo acquisisce elementi per la struttura figurativa, ovvero la disposizione delle forme e figure nello spazio della tela. Inoltre, a differenza di Tiziano in cui é più presente la prospettiva lineare utilizzata nel ‘500, nelle incisioni ma forse più nei suoi dipinti si riscontra una maggiore bidimensionalità propria delle stampe giapponesi, allora molto in voga.

Quale realtà?

Parigi nella seconda metà dell’800 era una città segnata dal progresso nelle arti, nella scienza e da un’intensa urbanizzazione. Con l’avvento del modernismo vennero realizzati i grandi boulevards: lunghi viali alberati, luoghi di socializzazione dove era possibile passeggiare; il giardino delle Touileries, stazioni ferroviarie, nuovi centri residenziali. Aprivano numerosi caffè, s’inauguravano teatri, luoghi di divertimento ma senza tralasciare riflessioni e  confronti culturali.

Stava vivendo uno dei periodi più fortunati per l’Arte e creatività. Ci si voleva affrancare da certa pittura subordinata alle rigide regole dell’Accademia Francese di Belle Arti (istituzione fondata nel 1648 sotto il Cardinale Mazzarino che imponeva linee guida rigorosissime per pittura e scultura, promotrice delle celebri esposizioni denominate Salon).

Si aspirava a più libertà compositiva, quindi non relegata a immagini, modelli, miti. Si voleva reinterpretare la realtà come si mostrava assecondando il proprio sentire con l’osservazione diretta.

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L’attore tragico, 1865-66, acquaforte

Genio e follia

Manet nell’anima era un po’ maudit, un po’ anticonvenzionale nei suoi esiti pittorici   e sembrava che la libertà alimentasse la sua innata creatività, il suo esser geniale.

Da un ritratto che gli fece Henry Fantin-Latour s’intravvedeva una personalità forte, rigorosa,  un carattere cittadino, che il suo caro amico e scrittore Émile Zola lo definì  “il parigino per eccellenza arguto” poiché riusciva a cogliere ogni sfumatura della realtà che lo circondava. Un attento osservatore che amava godere “di tutte le raffinatezze della vita”. 

L’artista scrutava con attenzione la sua contemporaneità per esprimerla con un linguaggio  a lui più congeniale, in parte  influenzato da un certo filone “romantico” di stampo realista  e dalla frequentazione  del poeta dello spleen Charles Baudelaire, suo grande amico, che aveva espresso la sintesi della sua poetica in queste parole:  “la vita della nostra città è ricca di argomenti poetici e meravigliosi”; perché guardare al passato o a modelli? 

Ecco descritta la sua indagine pittorica che gli permetteva di esplorare e cogliere materia dalla realtà, dalle consuetudini sociali, e focalizzandosi su espressioni di figure umane, reali, si svincolava da quella patina di simboli, allegorie con rappresentazioni  legate alla storia o mitologia.

La libertà nello scegliere i soggetti si rifletteva nel linguaggio artistico dove il segno appariva libero da vincoli razionali ma più  ispirato, più lirico, più immediato.

Nella resa espressiva delle stampe in mostra, osserviamo una certa gestualità più fluida nel definire ogni singolo tratto delle incisioni. Ci si allontana da figure d’importazione classica e si preferisce rappresentare i nuovi personaggi/eroi della contemporaneità: chitarristi, bevitori, filosofi, artisti, scrittori, prostitute 

Baudelaire

Una “bellezza transitoria della vita presente” come diceva Baudelaire e per comprenderla era necessario non solo contemplarla ma “viverla e toccarne l’anima nel suo dinamismo interno”.

Questo implicava un superamento dei canoni romantici e un avvicinamento a quel realismo più attento all’evoluzione socio-culturale di cui Manet si fece grande testimone e interprete, insieme alla corrente impressionista che veniva a delinearsi con più insistenza.

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La coda davanti alla macelleria, 1870-71, acquaforte.

Tra le stampe che preannunciano  elementi  innovativi  del suo linguaggio espressivo e che alludono alla sua grandezza di anticipatore della grande arte del ‘900, “La coda davanti alla macelleria” rimanda ad echi di elementi cubisti (Braque) e astratti (Picabia, Malevich). 

Elementi innovativi

L’opera, un’acquaforte del 1870-71, raffigura un tema sociale attinto dalla realtà del periodo: la disperazione della gente per fame, stipata in file estenuanti davanti ad uno spaccio di carni, durante la guerra franco-prussiana.

Manet rappresenta secondo una prospettiva diagonale e non lineare la folla in fila davanti al negozio. Le sagome delle persone sono definite con tratto libero ora verticale ora orizzontale che dà valore plastico di differenziazione e di armonizzazione.

Ma l’elemento originale é la direzione della luce che sembra esser impazzita. Viene da ogni lato, anche dalla nostra parte , da noi che guardiamo (il lato centrale in cui si fa fatica ad intravvedere l’ombrello o la figura). Gli ombrelli disposti secondo la diagonale alternano luce e ombra, quasi un leggero accenno di movimento.

Se ci si focalizza distaccandoci potremo rivedere le scomposizioni di Braque e di Picasso con le sfumature che infondono ora plasticità ora movimento.

Le linee verticali della porta  allineate ai margini alleggeriscono la scena che sembra protendersi verso l’alto. La porta é socchiusa. L’oscurità allude a potenzialità future da dipingere o riscrivere? Manet ci lascia uno spiraglio, un’oscurità che riflette la sua emotività o lascia al fruitore quella libertà interpretativa fondamento di tutta l’arte moderna e contemporanea?

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La bambina col neonato, 1861-62, acquaforte e puntasecca

É stato un interprete eccelso, poco compreso al suo tempo e perciò ne soffrì. Ma le incisioni, allora un genere diffuso piacquero anche ai critici più severi. Questo successo potrebbe essere motivo per il quale molti dei suoi dipinti più importanti vennero realizzati con la tecnica dell’incisione. Infatti avrebbe potuto raffigurare nuovi soggetti invece rappresentò molte sue opere o particolari.

Dopo la sua morte venne riconosciuta la sua originalità. Persino Paul Cézanne che non amava l’arte di Manet, riconobbe che con lui si avviava un “nuovo stato di pittura” e Gauguin sostenne che la pittura  moderna iniziava con Manet.

Nel ripensare alla sua vita, alla sua arte, al suo impegno e alla sua costanza si evince che non ha mai mostrato vacillamenti pur ostacolato fin da ragazzino. A questo proposito possiamo citare Joyce che sosteneva “un uomo geniale non commette sbagli ma preludi di nuove scoperte”. Le sue anticipazioni furono la sua forza, inizialmente incompresa, che ha trascinato tutti noi nella sua genialità artistica, oserei rivoluzionaria, ad apprezzare la sua arte e a ri/considerare la sua vita: uno scorcio di tempo confluito nell’eternità che ha dato struttura all’Arte della nostra contemporaneità.

 

©lyciameleligios

 

(Articolo apparso su Olbia.it il 15 Giugno 2019)

Museo del Costume di Nuoro | Giovanni Antonio Sulas | Tra memoria culturale e innovazione

“L’arte è amore rivestito di bellezza”

G. Segantini

La Sardegna è sempre stata terra di persone creative che, nonostante  il limite dell’isola, inseguivano voli del pensiero oltre confine: desideri di veder realizzati i propri sogni.

Anche se ciò, accomuna tutti. Di fatto, non saremo umani, se non avessimo la facoltà di sognare, librarci in altre dimensioni, in libertà.

L’isola decantava fantasie, ma mordeva le ali, poiché non tutti riuscivano ad emergere nel panorama artistico, come avrebbero meritato. Sono ancora poche le persone che hanno tracciato svolte epocali, di cui si conservano memorie.

I fili labili della memoria, alle volte, si logorano ma come d’incanto si rinsaldano,  restituendoci il passato relegato ai confini del tempo, con una luce diversa, una comprensione più affine al nostro pensare, alle nostre ricerche e alla  consapevolezza di un evolversi. Ciò implica una storicizzazione di quello che è stato fatto, sotteso ad un’urgenza di recupero, di quel valore, memoria culturale, e definizione identitaria  che ci permette di distinguerci e riconoscerci come aderenti ad una collettività.

È proprio in questi giorni, l’ISRE – Museo del Costume di Nuoro, propone una mostra di un creativo “rivoluzionario” Giovanni Antonio Sulas: Dalla pittura al design per la moda, dal cinema agli arredi per Karim Aga Khan e Su Gologone”  in esposizione fino al 9 giugno 2019

Un uomo molto conosciuto che ultimamente sembrava fosse caduto nell’oblio, anche se, nella città di Nuoro, esiste una Fondazione  a suo nome, –  che lui stesso aveva costituito quando era in vita, – mostrando sensibilità e impegno nel sociale. 

La Fondazione assegna borse di studio a ragazzi con difficoltà economiche,  ma con ottimi voti scolastici,  permettendo loro di proseguire gli studi post-diploma e post-laurea.

Un uomo talentuoso, creativo, dotato di preveggenza che potremo definire “modernista” per quella sua capacità intrinseca che aveva manifestato nel rinnovare la tradizione e adattarla alla  contemporaneità.

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Un artista con un raffinato senso estetico, che era riuscito a farsi apprezzare da un grande “talent scout” e scopritore di meraviglie S.A. Karim Aga Khan, attratto dalla bellezza delle sue creazioni semplici e lineari, dalle sfumature d’azzurro e dai bianchi candidi che illuminavano spazi e distendevano animi.

Ma oggi è doveroso ricordarlo in questa prima mostra museale, che vede esposti molti suoi lavori provenienti da collezioni private,  per aver conferito valore alle nostre tradizioni.  

Sulas con i suoi progetti era riuscito a definire e caratterizzare la nostra memoria culturale e potrebbe esser definito precursore del “Made in Sardinia”.

Infatti, con intuito e creatività, aveva valorizzato le nostre radici con innesti di contemporaneità conferendole identità culturale.

Lui disegnava, progettava e “instillava” quell’unicità ad oggetti che divenivano simboli culturali di sardità. Con sensibilità e originale linguaggio artistico, individuava segni del proprio tempo,  li  legava a culture o movimenti di moda o gusto internazionali, mostrando una rara capacità di elaborazione e sincretismo.

3B06B79F-FD97-4470-924C-592FBC5CA0C5Courtesy of Museo del Costume ©ph. Mereu

Un’identità accanto all’alterità che, come diceva lo storico Giovanni Lilliu, ci ha sempre contraddistinto. Infatti, nessuna dominazione straniera  – tra le tante subite – era riuscita a cancellare l’anima sarda generando un imprinting.

Sulas, inoltre, comprese quanto fosse importante unire i seguenti fattori:  creatività, cultura, territorio ed economia per un prodotto di qualità oltre che identitario. Tutti gli oggetti venivano realizzati in Sardegna da maestranze sarde. Così si dava supporto alle piccole economie locali.

Dal sottotitolo della mostra è intuibile la genialità creativa, la versatilità e la contaminazione culturale di questo artista, di origini nuoresi, da tutti chiamato Professore. Era nato nel 1911 da una famiglia semplice. Ma la spensieratezza della vita improvvisamente s’incrinò. Conobbe  il dolore  di quell’assenza che divenne ferita indelebile, data dalla morte della madre. La sua crescita avvenne sotto le amorevoli cure della nonna materna.

4217F015-D299-47BA-9A3C-61E4A22694BACourtesy of Museo del Costume ©ph. Mereu

A Roma fece le scuole superiori, il liceo artistico e l’Accademia di Belle Arti. Il richiamo dell’isola era talmente forte, che scelse di rientrare a Nuoro come insegnante di Educazione Artistica.  Unitamente all’insegnamento dipingeva e lavorava come interior  designer. Intanto veniva sempre più assorbito dai suoi interessi per la moda.  Studiava con una tenacia invidiabile, mosso da quel spiccato senso estetico insito nella sua anima, unito ad  una curiosità irrefrenabile e teso  verso realizzazioni  che, subordinate ai suoi progetti, riflettessero bellezza estetica, funzionalità e arte.

Quasi l’evolversi di un’idea colta in una distesa fiorita di riflessioni,  studi,  confronti con persone creative che frequentava e che aveva frequentato durante gli anni romani dell’Accademia.

DEE091ED-132E-4AF1-A0DF-C1FD94544299Courtesy of Museo del Costume ©ph. Mereu

Una svolta decisiva si ebbe nel 1950, quando il regista Augusto Genina, un cineasta allora in voga, lo contattò per curare ambienti, arredi, utensili e costumi del film “Edera”, tratto dal romanzo di Grazia Deledda. 

Esperienza che venne ripetuta nel 1958  nello sceneggiato edito dalla RAI  “Canne al vento” di Mario Landi, sempre della stessa Deledda, con Cosetta Greco e Franco Interlenghi.

Lavorò ad un’altro importante progetto, intorno al 1960, promosso dall’OECEOrganizzazione Europea per la Cooperazione Economica  “Progetto Sardegna” –  come consulente artistico nella creazione di linee, per lo sviluppo locale, orientate verso futuri scambi commerciali. Particolare attenzione meritano i disegni da lui creati presso vari centri di tessitura: Samugheo, Oliena, Santu Lussurgiu e altri. Qui ricordiamo le tomaie ricamate, dalle tessitrici e ricamatrici di Oliena, su suoi disegni per scarpe di lusso firmate da Ferragamo ed altre aziende prestigiose.

B07DD2D0-DBDF-4DD4-931E-0A11D5BCC01CCourtesy of Museo del Costume ©ph. Mereu

Il 1961 è un’altra data significativa per una collaborazione dell’artista con Giuseppe Palimodde, proprietario di un locale vicino Oliena in prossimità delle fonti di Su Gologone.

La struttura ebbe una nuova fisionomia, divenne un albergo-ristorante tra i più suggestivi della Provincia di Nuoro dove l’estetica, con riflessi  etnografici, sembrava coincidere con la bellezza della location e la selezione dei prodotti locali proposti nella ristorazione. 

Sulas  aveva progettato l’architettura e gli arredamenti con particolare attenzione ai dettagli. Un equilibrio sottile e armonico, tra tradizione e innovazione, dove l’oggetto realizzato – con rivisitazione di spazi e forme – aveva un suo significato, perché inserito in un contesto, dove la bellezza si percepiva in quanto viva, sfiorava e accarezzava i sensi.

La sardità era ispirazione intrecciata al presente e al suo estro creativo: armonizzava geometrie e faceva vibrare il colore.

Durante gli anni ‘60, nella parte nord-est della Sardegna, si stava sviluppando un turismo d’élite e la costa nei pressi di Arzachena era meta di artisti del jet set. Industriali e uomini facoltosi,  amavano la bellezza e la libertà di quel paradiso di acque cristalline, di spiagge selvagge e natura incontaminata, dai colori sfumati e profumi di cisto ed elicriso.  Luoghi dell’anima per riporre memorie.

Iniziava a sorgere la Costa Smeralda, tra grandi alberghi e ville, un progetto con finalità turistiche promosso da S.A. Karim Aga Khan che tra i suoi collaboratori coinvolse Sulas, interior designer, oltre ai celebri architetti del tempo Michele Busiri Vici, Luigi Vietti e  Jacques Couelle.

77BB8EB3-1BBF-4146-BDEC-08CB59FE84FACourtesy of Museo del Costume ©ph. Mereu

Il suo contributo fu fondamentale poiché scelse le linee stilistiche, alcune divenute simbolo, non solo della Costa Smeralda ma della Sardegna.  Impose che le lavorazioni venissero fatte esclusivamente in terra sarda da artigiani inseriti nel “Progetto Sardegna”.

Intanto continuava a dipingere paesaggi e nature morte, generi che amava e che mostravano un linguaggio pittorico di geometrie semplici, con suggestioni della pittura sarda e delle correnti artistiche del  periodo.

Troviamo opere figurative più vicine all’impressionismo,  come resa della sensazione visiva, meno folkloristiche, dove le pennellate sono veloci, il colore e i giochi di luce  sono dosati con raffinatezza ed armonia cromatica; in altre si colgono sfumature di modernità espressiva, senza contorni in cui lo spazio interagisce sul colore  teso verso un cenno di forma. Opere di preludio astratto, più soggettive, con violenti accenti cromatici, spazi evocativi in cui il colore esprime la forza della realtà che lo sguardo coglie, un po’ come rapire l’anima delle cose.

202A1D31-0176-4CBA-AB1A-67584B0F7870Courtesy of Museo del Costume ©ph. Mereu

Ogni sua inclinazione alludeva ad un essere infaticabile, a cui la vita aveva sottratto ma aveva donato quella forza interiore, che dilatava cose e cedeva rinascite. Distacco che dava risalto a quell’interiorità, quale luogo di idee in libertà,  spazio necessario per creare.

Riuscì a vivere il suo sogno con la sua costante ricerca, come lui stesso diceva: «un’arte di equilibrio, di purezza, di tranquillità […] il risultato di tanti momenti d’amore, la realizzazione di cose belle».

Da queste parole si evince il fine che perseguì per l’intera  vita, realizzare solo “cose belle”. Ogni istante creativo veniva da lui considerato un atto d’amore.

Era innamorato della vita e di quella forza insita in ognuno di noi, che soggiace al nostro vivere in cammino, che  avvicinandoci al trascendente racchiude il senso del nostro es[i]s[t]ere. 

©️Lycia Mele Ligios 

ad9af13d-0b8c-4c1c-9933-e8c78b2337eb.jpegCourtesy of Museo del Costume ©ph. Mereu

(pubblicato su Olbia.it 15 Maggio 2019)