Arte | Rosalba Mura, tra lo spazio dell’essere e l’oltre

L’esistenza attiene allo spazio,

e lo spazio emana presenza.

Jorge Eielson

 

“L’arte è una maniera di conoscere, di capire e di rendersi conto cosa è il mondo” – dice Rudolf Arnheim, importante rivoluzionario storico dell’arte, sostenitore del pensiero visuale. 

“Un artista che opera intorno ai problemi dell’esistenza attraverso le immagini inventa, giudica e costruisce – sostiene lo storico –  quando l’immagine raggiunge il suo stato finale egli percepisce in essa il risultato del suo pensare visuale. Un’opera d’arte visuale non è quindi un’illustrazione dei pensieri, ma la manifestazione finale di quello stesso pensare”.

Abbiamo citato il pensiero di Arnheim per affinità con il pensiero e percorso creativo di Rosalba Mura, artista originaria di Barumini ma olbiese di adozione, sempre più presente nella scena artistica italiana ed estera.

Attualmente le sue opere sono esposte fino al 25 Gennaio 2020 a Cagliari nella sede culturale di Hermaea Archeologia e Arte in via Santa Maria Chiara, 24/a,  in una importante retrospettiva dal titolo “StratificAzioni…lo spazio e oltre” a cura di Elisabetta Gaudina e Lucia Putzu. 

Le opere esposte – circa una trentina – rimandano al periodo post Accademia dell’artista, dal 2007  fino  alle più recenti sperimentazioni  vicine a rimodulazioni di Arte Concettuale tra Astrattismo Geometrico, Spazialismo e Minimal Art, dove l’esistere si sintetizza palesando un suo spazio vitale in cui si scandiscono forme, si attuano  scelte monocromatiche, asimmetrie volumetriche, riverberi di luci. Un farsi luogo del tempo teso  a fendersi, a trasmettere, a plasmare, ora a suturare significati che sembrano  rinnovarsi in quella costante temporale  custode e premonitrice nel suo estroflettersi da spazialità disadorna.

Le opere richiamano quella forza impetuosa che trascina inarrestabile al pari della natura: il pensiero e il suo “dinamismo dialogico ininterrotto” come avrebbe suggerito il filosofo Edgar Morin, una frenesia inquieta volta alla ricerca che si spande, si contrae, si dilata, ritorna nel suo esser presente, momento di ri/nascita eterna. 

Oppure le sue indagini si soffermano su quell’oltre dominato da fessure che ora si riempiono, sembrano ripiegarsi, divenire ripetizioni di un sé per riformulare il continuum inafferrabile e imprevedibile, spazio di congiunture, di riflessioni ontologiche ma anche proiezioni interpretative dello scibile.

O forse scelte esistenziali in una contemporaneità di cui si è smarrito il senso, sempre più indecifrabile, che mostra comunque opportunità, alternative di crescita anche se ancora da definirsi ma che esistono nel loro non-essere.

È solo lo sguardo che deve mutar direzione: meno verticale, più  obliquo o meglio trasversale come ci avrebbe suggerito il critico d’arte Philippe Daverio. Uno sguardo più eclettico e com/partecipato che si definirà nel suo divenire.

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©️Rosalba Mura, Compendium 2003 – Acrilico su tavola 10 pz. 

Rosalba Mura viene iniziata all’arte fin da bambina trascorrendo la sua infanzia tra colori, tele e statue che suo padre l’artista Evasio Mura, dipinge e restaura.

I colori, le forme, gli espressivi segni dell’anima nei personaggi ritratti impressionano la piccola Rosalba, dal carattere timido ed introverso, tanto da assimilarne manualità, armonia cromatica e sognare di poter diventare lei stessa una pittrice come lui.

Evasio Mura (1927-2014) un brav’uomo che aveva fatto della sua passione per l’arte una ragione di vita, era un artista/artigiano – secondo l’accezione più rinascimentale del termine – molto affermato. Infatti il clero, principale committente, gli richiedeva opere a tema religioso che oggi è possibile ammirare in vari luoghi di culto della Sardegna: Tuili, Sedilo, Lunamatrona, Barumini, Gesturi e altri.

Ma la vera formazione di Rosalba inizia durante gli anni del Liceo Artistico  dove ebbe come insegnanti alcuni protagonisti dell’arte sarda tra i quali Foiso Fois, Attilio Della Maria e Gaetano Brundu. Mentre Enzo Orti, Giandomenico Semeraro e Clavicembalo Venceslao saranno i suoi professori di riferimento nel Corso di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Sassari, dove nell’approfondimento di tecniche e stilemi della Storia dell’Arte,  inizia a definire il suo percorso artistico  – attratta dal desiderio di “smarrirsi”, percependo un’atmosfera più affine alle sue inclinazioni  – all’interno del prolifico labirinto dell’informale e della sperimentazione, mostrandosi curiosa e partecipe verso le nuove scoperte scientifiche e tecnologiche.

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©️Rosalba Mura, Croce 2005 – foglia oro

Si avvicina all’astrattismo geometrico focalizzando il suo percorso su un elemento, una forma terrena, il quadrato, che al contrario del cerchio con valenza spirituale, rimanda a semplicità espressiva,  purezza e allude  alla volontà dell’uomo a razionalizzare una realtà indecifrabile, sfuggente, mutevole: l’unità di misura dello spazio, su cui molti artisti declinarono i loro linguaggi da Kazimir Malevič a Piet Mondrian,  Giulio Paolini.

La figura ha quattro lati, quattro possibilità di aderenze su superfici diverse o aperture verso l’altro. Avvicinamenti che preannunciano scambi, ri/scoperte, sovrapposizioni, scelte. Rimodulazioni del pensiero che mostra la sua infinita duttilità e valore gnoseologico. La conoscenza assoluta sembra de/comporsi nei suoi elementi formali e l’indagine dell’artista si svolge nel “marcare” una pluralità di punti di vista, nuovi equilibri e prospettive dove significati del reale sembrano  dilatarsi, scivolare in altre territorialità concettuali, o possono venir alterati da fattori socio-temporali.   

La tensione al pensare viene ac/colta, prima che voli come farfalla, per riposarsi su nuovi ed imprevedibili campi semantici.

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©️Rosalba Mura, Working Progress B 2002/2004 – acrilico su legno

L’artista, come Maria Lai, predispone le sue opere verso un’apertura che  pone sullo stesso piano dell’intuizione creativa la tensione ermeneutica consequenziale per colui che l’osserva. Si annullano differenze, e si pone sullo stesso livello chi crea e chi fruisce.

In alcune opere la pluralità di forme sembrano sfaldarsi in un dinamismo fluido, leggero non caotico nel suo ripetersi diseguale. Ma la ripetizione è estranea identità. Lascia intuire che la diversità è il luogo dove ogni possibilità può trovare la sua coerenza.

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©️Rosalba Mura, Sutura 1 2012 – acrilico su tele

Ripercorrendo lo spazialismo di Lucio Fontana oltre la superficie di cui ci narra nei suoi tagli, Rosalba Mura pur vicina al pensiero del maestro argentino, si sofferma nell’approfondire le recenti teorie cosmiche a cui si potrebbe dare un riferimento più esistenziale.

Potremo vedere – avvicinandoci al pensiero di un grande maestro della letteratura  David Foster Wallace, –   i tagli sulle tele come atti di coscienza di ciò che siamo, e forzando nel significato,  la nevrosi esistenziale incisa come uno scalpellino nelle pagine dei suoi libri (penso a Infinite Jest) qui scandita nella tavola dell’esistere con una pluralità d’istanti in cui si afferma, si analizza, si penetra, si sutura, si fa “tasca” si propone un’alternativa o prospettiva/sguardo e poi ancora un’altro, fino all’infinito, come i  mo(n)di a cui sembra voler alludere il linguaggio espressivo di Rosalba Mura.

I tagli di Fontana erano nati da risentimento e il significato che lo stesso artista attribuì fu secondario alla resa formale, semplice intuizione geniale. Alla rabbia e sconforto da parte dell’artista escluso dalla selezione per la realizzazione delle formelle per la porta del duomo di Milano (lavoro che venne assegnato allo scultore Luciano Minguzzi) seguì una reazione: con impeto tagliò la tela con una spatola. La raffigurazione di un oltre con pluralità di declinazioni che precedentemente mai nessuno era riuscito a sintetizzare in un’espressione artistica.

Rosalba interpreta le teorie più recenti sulla teoria convenzionale dell’inflazione eterna sugli universi-tasca molteplici e non solo interrompe lo spazio ma crea una sorta di “tasca”.

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©️Rosalba Mura, Taglio 2 2019 – Acrilico su tele

Se ci distacchiamo da un’ermeneutica dello spazialismo e ripercorriamo riflessi di psicologia emotiva i tagli divengono simboli per ferite, lacerazioni interiori o sociali  e le “tasche”, che ora sembrano coprire le ferite e le fragilità, quali inversioni storiche con una potenzialità, un fieri che implica  superamento proprio per il fatto che è suturato sul limite del vuoto, quindi non più libero. E ci si pone come avvio verso una nuova consapevolezza,  dove il “prima” acquisisce una luce ri/generatrice atta a risanare, ricostruire il “dopo”. 

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©️Rosalba Mura, Working progress 2004  – acrilico su legno 

In alcune opere utilizza doppie tele, o incastra telai in maniera asimmetrica creando una tensione dinamica, quasi fughe verso nuove realtà. Il multiverso oggi prevale allontana, crea divari e disagi e l’artista con un filo chirurgico sutura, chiude ferite. Ricompone, suggerisce nuovi percorsi: la vecchia strada non verrà abbandonata ma rimodulata con nuove idee. I significati soggetti ad usura del tempo possono dissolversi o riplasmarsi.

Il moto perpetuo della modernità divenuto ora fare e disfare, viene rielaborato o riproposto come  curare, riformulare, rimediare quasi a ricordarci che l’oblio di ciò che è stato non salva.

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©️Rosalba Mura, Nike 2003 – acrilico e tecniche miste su tela

In “Nike” (2003) – opera realizzata durante la crisi economica della Grecia – la ricerca formale s’imbastisce su un preciso momento storico. Sottesa una volontà quasi di rimarginare le sofferenze di una nazione sull’orlo della bancarotta, un tempo culla di una delle civiltà più importanti del Mediterraneo. 

Si definisce la temporalità presente/passato con una sovrapposizione, stratificAzione che genera un forte contrasto. Da una parte appare l’oggi (la tela lacerata) nell’atto di esser ri/cucito,  sullo sfondo disegnato a matita un’icona del passato    in cui si evince capacità tecnico-espressiva  – la Vittoria (Nike) di Samotracia (190 a.C) – attribuita a Pitocrito che oggi si può ammirare nella sua straordinaria e ammaliante bellezza al Louvre – in cui s’intravvedono le pieghe della veste increspate dal vento, oggetto di studio di tanti artisti.

La raffigurazione della Nike evoca le grandi vittorie di un tempo che oggi sembrano aver smarrito il senso. Anzi sembrano disancorate dalla realtà lontanissime ed “estranee”. 

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©️Rosalba Mura, Embrione 3 2019 – acrilico su tele e matita 

In “Embrioni” (2013), – di cui analizziamo Embrione 3 –  l’artista esplora con un linguaggio plastico-figurativo l’importanza della geo-metria (misura e proporzione) e delle potenzialità dell’uomo quale unità di misura della realtà. 

La tela presenta alcuni tagli. Una gestualità che ricrea piccole onde, quasi il movimento del pensiero che richiama evoluzione e di cui solo la parte esterna si ricollega alla contemporaneità.

La fessura crea un nuovo spazio in cui è raffigurato l’uomo Vitruviano – homo ad circulum et ad quadratum – di Leonardo Da Vinci (1490), la celebre figura umana elaborata da Leonardo (che dopo aver studiato le proporzioni degli arti nell’uomo arrivò a confermare le teorie di Vitruvio)  diviene metafora dell’uomo come  misura di tutte le cose. Oggi concezione superata dal geomorfismo con il sistema metrico-decimale dallo studio sulla circonferenza della terra. 

Il simbolo dell’uomo vitruviano e delle figure geometriche – quadrato inscritto nel cerchio – allude al superamento del duale, ragione-spirito, verso un nuovo equilibrio, poiché l’uomo stesso “con/tiene” in sé l’universo. Figura ripresa come nuova sintesi concettuale  intorno alla prima metà del novecento e armonia a cui Leonardo aspirava nelle sue infaticabili ricerche.

“Colui che niente ignora mi creò. E io reco in me ogni misura: sia quelle del cielo, sia quelle della terra, sia quelle degli inferi. E chi comprende se stesso ha nella sua mente moltissime cose, e ha nella sua mente il libro degli angeli e della natura” dall’uomo Vitruviano secondo l’interpretazione del Taccola (1381-1458).

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©️Rosalba Mura, SpaceSATOR 2019

Un’altra opera, sempre finalizzata alla sua ricerca spaziale ed estetica, sembra approfondire, ancora una volta, il suo campo d’indagine tra armonia/bellezza ed equilibrio tra parti. Sulla traccia del passato recupera simbologie antiche, enigmi non ancora risolti vicini a riscontri polisemici  come “SpaceSATOR” (2019).

Composta da quattro tele poste una sull’altra, con la presenza di aperture quadrate in ordine crescente dall’interno verso la superficie, in alto a sinistra si  poggia il rettangolo aureo. Centrale leggermente a destra  è posto il quadrato magico del Sator arepo tenet opera rotas, frase che può esser letta in ogni direzione.  La sua presenza è stata rinvenuta in vari elementi architettonici ma anche in luoghi di culto di tradizione cristiana. Diverse le interpretazioni attribuitegli. A noi interessa riportare la pluralità di intuizioni e concezioni, verità che si nascondono dietro a questo quadrato: quasi la difficoltà di cogliere quella definitiva in cui sembra convivere razionalità e spiritualità.

Se osserviamo attentamente l’opera, nella parte inferiore è riscontrabile la sezione aurea o divina proporzione (o numero di Dio) ad esempio riscontrabile in natura (nella conchiglia che tutti conosciamo il  Nautilus) che ingloba con segni di matita il quadrato del SATOR ad enfatizzare il legame tra ragione e lo spirito di Dio presente nella natura e quindi la necessità di dare una interpretazione più spirituale dell’arte.

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©️Rosalba Mura Sinapsi, 2010 – elaborazione e stampa digitale

Un’opera d’arte digitale è “Sinapsi” (2010) dove l’artista definisce la sua interpretazione creativa mostrando la natura dell’intuizione che raffigura come fonte di energia.   

Il primo elemento che emerge è l’affermarsi di una condizione paritaria tra uomo e donna in quanto l’arte non è solo maschile,  ma femminile anche se il cammino di valorizzazione e accettazione è stato molto difficile e spesso incompreso. Inoltre, l’artista immagina l’intuizione creativa al pari dell’energia emessa dal brillamento solare avvenuto nel settembre del 2010.

Come è ben visibile dall’opera, Rosalba riproduce la sua immagine come donna vitruviana, creatrice/artista da cui si genera “l’energia visionaria che si dirama  attraverso le sinapsi” e che investe non solo l’Italia ma si estenderà  al cosmo ad  enfatizzare il legame indissolubile tra il potere creativo e la forza/energia nella realizzazione delle opere non solo pittoriche ma architettoniche, ingegneristiche etc.

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©️Rosalba Mura Qubit 2019 – acrilico su tele

Nell’esplorazione delle varie dimensioni e del multiverso si inseriscono due opere “Qubit” e “Qubit2” con una resa plastica intensa oserei lirica, pur nella loro piccola dimensione. Alla ricerca di  nuovi equilibri l’artista lacera le tele scandendo con appositi spazi il divenire con stratificAzioni che evocano il cammino dell’uomo: frammenti  incollati uno sopra l’altro in un processo evolutivo  su cui il tempo inafferrabile scrive le sue memorie e la luce degli anni s/bianca, cancella per indurre l’uomo a riscrivere. Una tensione concentrica da un interno più piccolo      in seguito sempre più grande, in ordine crescente,  per segnare non solo ciò che è permanenza ma anche ciò che è  innovazione. 

Sono opere vicine alla scultura, aiutano i sensi a librarsi, ad alleggerirsi, a lasciarsi guidare dalla casualità. Il rigore delle opere precedenti sembra superato da un desiderio di espansione, compresenza.

I precedenti equilibri spezzati, sembrano alludere al caos della frammentazione  ma lo spazio creato al centro appare una via di fuga verso una nuova dimensione che permetterà di ritrovare creatività ed elementi da cui ripartire per nuove indagini e percorsi.

Il bianco è il colore dell’inclusione, della polisemia, della ricettività assoluta. È luce che permette di spostarsi tra pluralità. Quella luce che in un’indagine spaziale l’artista rivede quale tunnel spazio-temporale, realtà multipla soggetta a varie forze come ad esempio la velocità che distorce, devia, muta strutture originarie, per accogliere diversità.

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©️Rosalba Mura, Barumini …tracce 2019 acrilico color Barumini su tele

Le digressioni sulle origini affiorano attraverso un linguaggio espressivo vicino all’informale materico. Rosalba rivisita i suoi luoghi in “Barumini … tracce” (2019). Ai tagli disposti secondo una linea diagonale si aggiungono in ordine sparso quadrati di varia grandezza per accentuare il carattere bidimensionale, al pari di una carta topografica.

In alto sulla sinistra il bassorilievo del complesso Nuragico di Barumini situato in un  quel passato che l’artista ricorda ed evidenzia come luogo impregnato di luce, dove le fissure in alto   si aprono verso la pianta del nuraghe alle quali  tende   lo spazio della tela, compresi gli altri tagli in un velato movimento. Ci chiediamo il perché della marginalità, forse si intende enfatizzare quella forza centrifuga che la allontanerà dal suo paese natale? Pensiamo sia per una resa armonica che persegue in ogni sua opera. 

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©️Rosalba Mura, Bimbi Earth 2008 – rielaborazione e stampa digitale

La sfera personale è presente in un’altra opera molto suggestiva “Bimbi earth” (2008) in cui Rosalba scopre la sua maternità ma non desiste dall’idea di creare, di dipingere. Evita l’utilizzo di colori e con la tecnica digitale crea quest’opera in cui sovrappone il mondo alla riproduzione della prima ecografia del suo bambino. 

“Come un ventre materno custodisci e fai crescere la vita. Il mistero sarà mai svelato?” dirà a sé stessa. Ecco che lei diviene forza cosmica e identifica il suo ventre con il mondo che contiene l’essenza pulsante della vita e immagina suo figlio generato “dalla polvere delle stelle” parte/cipe dell’universo, per riprendere un concetto fondante in Jorges Luis Borges.

Rosalba Mura mostra di esser un’artista poliedrica che non conosce confini, attenta a sperimentare sempre nuovi linguaggi espressivi, con un potenziale semantico innovativo e originale, senza tralasciare indagini e rimandi alle  ultime scoperte scientifiche e/o tecnologiche.

La sua arte mai fine a se stessa, votata al dinamismo e alla ricerca, promuove l’essere umano nella sua es/tensione di esperienze, l’immediatezza del percepito, il suo spingersi sempre più lontano fino a sfiorare nuovi orizzonti attraverso un pensare che è per sua natura quell’andare oltre che struttura e dà significato al nostro vivere.

Strofiniamo il buio

per farne luce” 

Franco Arminio

 

©️lyciameleligios

Riproduzione Riservata

Atelier Bolt | Segni dell’anima: l’arte astratta di Jean Córdova

Accadrà ancora, di nuovo

l’immagine frana nella luce

succede sempre, senza scampo

nulla torna mai intero. 

 

Italo Testa 

 

Nel cuore dell’Europa, in quella zona della Svizzera orientale definita Cantone dei Grigioni, dove la natura si veste di abbracci tra acque lacustri, montagne di luce, cieli che filtrano sogni, in un dinamico centro d’arte, l’Atelier Bolt di Klosters, è in corso la prima solo exhibition dell’artista tempiese Giancarlo Orecchioni, in arte Jean Córdova.

La retrospettiva a cura di Adrian Schütz, storico dell’arte, è in mostra fino al 15 novembre 2019,  espone le opere di un lungo arco temporale: dal 2009 ad oggi. Questo, permette di analizzare  il lungo percorso evolutivo e di ricerca del giovane artista.

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©️Archivio Atelier Bolt

La sede espositiva, di proprietà dello scultore Christian Bolt ha una funzione rilevante nel suo porsi centro di promozione e sostegno dell’arte. Infatti, con cadenza annuale si allestisce una mostra dedicata ad un giovane artista emergente, ovvero che sia riuscito ad imporsi con il suo caratterizzante linguaggio espressivo tra quelli complessi e polimorfici dell’arte contemporanea.

Christian Bolt è uno scultore molto apprezzato, celebre per le sue intense sculture. Tra i suoi estimatori troviamo il grande cantante pop Elton John, che  ha  acquistato alcune opere per la sua eterogenea e ricca collezione d’arte. 

Jean Córdova, l’artista scelto per l’anno 2019, vive tra la Sardegna e la Lombardia, anche se da alcuni progetti sembra mostrare un legame indissolubile con la sua città natale, Tempio Pausania, in Gallura. 

Luogo con un caratteristico centro storico, dove i frammenti di quarzo, dal granito delle case,  sembrano brillare a seconda dell’inclinazione dei raggi solari. Ora riflettono, ora assorbono  luce, creando atmosfere dai forti contrasti: gioia o malinconia.

Ma ciò che pervade è una sensazione di atemporalità, di pacatezza, di misura, di silenzio, in spazi preposti alla meditazione e al riposo. Da quel piccolo centro si origina quella riflessione profonda che diviene paradigma e struttura del linguaggio artistico di Jean Córdova. 

Dopo aver frequentato il liceo artistico nella sua città natale, l’artista continua la formazione a Carrara iscrivendosi all’Accademia di Belle Arti e in seguito allo IED – Istituto Europeo di Design – di Milano. In quegli anni di peregrinazioni incontra lo scultore Christian Bolt che sarà una figura di riferimento per la sua “crescita artistica e umana”.

Oggi Jean Córdova è un’artista stimato, che ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Presente in mostre personali e collettive in varie regioni d’Italia dal 2008.  Qui, si ricorda tra gli artisti che hanno rappresentato la  Regione Sardegna nel Padiglione Italia di Torino, in occasione della 54 Biennale di Venezia.

Da un primo sguardo d’insieme alle opere pittoriche  di Jean Córdova è possibile evidenziare la sua vocazione astratta, (anche se lui non ama definirsi astrattista) tendenzialmente aperta a continue sperimentazioni, non legata ad alcun elemento figurativo. Le forme nascondono  tracce di vita da cui attingono e divenute simboli  ne abbracciano pensieri, concetti. 

Un’arte concettuale, introspettiva che sembra riflettere l’altro da sé che appare molto vicina all’interessante avanguardia americana degli anni ‘50, definita Espressionismo Astratto. Aldilà della sgocciolatura o action painting inventata da Jackson Pollok, o del clima di protesta che aveva determinato la nascita del movimento, qui sembra si assista alla presenza di una certo gesto spontaneo delle pennellate,  ad ampie stesure del colore, semplificazioni,  scelte cromatiche più vicine allo spirituale dell’arte di Vasilij Kandinsky dove il colore  assume un  valore semantico.

Le opere del Córdova oltrepassano la sfera della fisicità, del realismo, esprimono concetti/idee che sembrano disporsi  in una rete di ricordi associativi. Ogni idea ne richiama un’altra.

La relazione come struttura del  conoscere è un campo d’indagine della filosofia del ‘900, l’artista sembra supportare questo indirizzo presentato in  varie serie con elementi interconnessi  tra loro, permettendo di cogliere quell’unità semantica che altrimenti non potrebbe esser colta.

 

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Serie Aegritudo Fulgura #2 – Courtesy of Jean Córdova 

Una serie realizzata nel 2015 s’intitola “Aegritudo”. Mostra una esperienza estetica che riesce a dare forma all’imponderabile. Il titolo è una parola latina che significa sofferenza dell’anima, lacerazione, strappo.

Sulla tela segni di margini, confini, ripetizioni, ma anche legami, contatti. Lo spazio appare circoscritto. Si può leggere un certo dinamismo e prospettiva. Il cerchio è la figura/simbolo che prevale. Si stacca dalla tela. Un malessere che incide, lascia traccia ma sembra originare una luminosità circoscritta differente. Un varco, una potenzialità. L’alternativa, un mutare.

Sisifo invece è un’opera – all’interno della stessa serie, sulla sofferenza dell’anima -che richiama un mito della Grecia antica.  L’uomo più astuto tra i mortali, nel Regno dell’Ade  vive la ripetizione eterna di una stessa azione, quasi un’automa, privato della sua volontà, è costretto a trascinare un pesante masso lungo un pendio collinare in modo ciclico (raggiunta la vetta il masso cade a valle e Sisifo lo ritrascina a monte).

Un’immagine dell’uomo contemporaneo, soggetto a corsi ricorsi iconicizzati, un silente urlo di dolore: quella ripetitività diviene immobilismo, impedisce un’evoluzione.

Anche in questa tela sembra che l’oscurità e i lembi della lacerazione lascino spazio a significati diversi. Una potenzialità inespressa rimane sospesa. Gli accenti cromatici ora più sfumati, rosso e viola. La luce una verità di presenza, di possibilità. La ripetitività aliena forza  che devasta, segrega.

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Serie Rerum Naturae (Corpora Rerum) – Courtesy of Jean Córdova 

La necessità di un’indagine metafisica è presente nell’opera “Rerum Naturae” (Corpora Rerum)  tradotto dal latino la “Natura delle cose” – i corpi delle cose. La scritta latina potrebbe ricondurci al poema lirico scritto da Lucrezio, De Rerum Natura, nel I sec.a.C. Forse acquisisce l’idea di Lucrezio che la natura è materia ma anche  vuoto? Nell’opera “Incertus” l’indagine viene spostata verso le categorie di tempo e spazio. 

Continua nelle sue ricerche filosofiche ora più impregnate di esistenzialismo. L’uomo non è solo essere ma esser/ci, e in quanto esistenza sente l’esigenza d’indagare sull’animo umano e sui tormenti della contemporaneità.

Un’opera s’intitola “Acedia”. “Una brutta bestia” che immobilizza l’essere umano e se analizziamo il disegno sembra visibile un volto stilizzato di un animale.

Colpisce per i segni scuri, di un nero intenso e cupo nella parte bassa, che lentamente virano verso un rosso Persia o veneziano nella parte più alta. Una via di fuga determinata da una fonte di energia? dall’amore? Da una rinnovata spiritualità? O semplice consapevolezza?

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 Serie Aegritudo, Acedia 2015 – Courtesy of  Jean Córdova 

Dal greco akedia: malinconia da spirito di solitudine, da mancanza d’interesse, da noia. E citiamo l’esistenzialista, intellettuale Jean Paul Sartre che ne parla in un suo capolavoro La Nausea, sostenendo che l’acedia si identifica con la nausea, il non senso che trasforma l’essere fino allo smarrimento e depressione. Legato all’insoddisfazione che si cronicizza, nell’individuo crea fratture e in un percorso di vita, argina o delimita sempre più lo spazio esistenziale.

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Serie Come Vaganti, Ad Oriente 2016 – Courtesy of Jean Córdova 

In una serie del 2016 “Come vaganti” sembra sviluppare concetti di libertà spazio-temporale. “Vagare” è un andare senza meta, quasi “un brancolare nel buio” avvolti dal mistero del destino, quel filo che lega la vita alla morte.

Si tracciano percorsi emotivi, esperienze, sensazioni, materia che l’artista traduce e vivifica attraverso il suo linguaggio espressivo. Sotteso un monito che sembrerebbe  racchiudere un celebre proverbiò che dice  “se non sai più dove stai andando, ricorda da dove vieni”. Ma si potrebbe alludere all’eterna inquietudine dell’essere umano che alimenta l’energia vitale e creatrice?

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Serie Oblomov, #5 – Courtesy of Jean Córdova 

Nella serie “Oblomov” del 2016 la forma diviene margine, ha funzione decorativa. Assistiamo a pennellate piatte, larghe che mostrano un ritmo simmetrico.  Lo spazio diviene luogo esperienziale da riempire di eventuali finalità/contenuti.

 In alcune tele la presenza di sottili segni verticali possono alludere alla velocità. Forse la fugacità della vita, tra incidenze che plasmano significati e formano l’essere umano.

Ma chi era Oblomov e che rapporto ha con le opere dell’artista? Qui si potrebbe evocare il personaggio del celebre romanzo di Ivan Gončharov, capolavoro della letteratura russa.

Oblomov era un uomo ricchissimo che viveva una vita “sospesa”: un continuo rimandare il momento del suo vero e autentico vivere. Viveva di riflessi, delegando, oziando. Una vita intrisa di paure, idee preconcette e pregiudizi. Una triste vita a margine del fluire dell’esistenza. Nelle tele lo spazio centrale libero, esprime l’assenza,  potrebbe contenere una sintesi esperienziale, sembra preposto ad accogliere.

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Un grembo gonfio di nuvole d’oro, o grigie, e nere (Serie In forme) Courtesy of Jean Córdova 

Dopo l’indagine sullo spazio esistenziale dove si aggira l’essere nella sua affannosa  ricerca, la serie “In forme 2018” presenta alcune opere con cromatismi che evocano plasticità, in altre sembra si attribuisca alle pennellate una certa tensione dinamica o si cerca di definire lo spazio con piccole campiture di colore tipo taches (macchie).  

Nell’opera presentata sopra vi è un percorso che si snoda all’interno di un campo cromatico giallo che trasuda energia. Un volgersi verso, un tendere a,  si focalizzano   passaggi che implicano stadi necessari per raggiungere l”in forma”. Ovvero, nella vita di ogni individuo assume valore fondante l’esperienza che ci forma e ci definisce nell’essere.

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Serie Labirinti: Labririnto + Case + Acqua, 2009 Foto G.Pedroni Courtesy Jean Córdova 

In Jean Córdova, o almeno in queste opere analizzate e visibili in mostra, appare inscindibile il binomio arte e filosofia. Infatti è possibile delineare una propensione ad una indagine  metafisica e esistenziale dove “l’uomo è natura che prende coscienza” – per utilizzare le parole di un grande libero pensatore Élisée Reclus, –  s’interrela con lo spazio ed è caratterizzato da quell’anelito esistenziale che lo conduce verso un cercare infinito.

Sono presenti dei passaggi che inducono ad una consapevolezza maggiore del desein (esserci) di Martin Heidegger: l’uomo è da considerarsi non solo nel suo essere ma con una finalità quella del cercare, che implica dei percorsi e definisce l’esser/ci.

Si può ritrovare inoltre quella soggettività che tradotta come energia e movimento da Jackson Pollock, ha reso visibili ricordi, pensieri, sfumature dell’animo. Il piacere estetico potrebbe esser il “riflesso filosofico della verità” come avrebbe detto lo storico dell’arte Michel Seuphor mentre la natura della forma è l’incarnazione della sua stessa vita.

Un artista che scruta con accuratezza il suo presente contemporaneo, da cui enfatizza quel passato che struttura l’istante  vissuto e nella sua ricerca di resa d’assoluto o di tensione universale del suo rappresentare,  permette di smarrirci tra meraviglia e stupore: quale la risacca dell’onda nel suo rimaner sospesa. 

Quell’istante trascurabile, che noi a stento riusciamo a vedere assume un’importanza straordinaria. È la tregua che ritempra l’animo in ascolto al respiro della vita. Il luogo  che permette di ritrovare unicità, semplicità, verità. Sì, perché negli spazi creati da frammenti, negli istanti sospesi, lì palpita la vita nella sua potenzialità. Un decostruire per ridefinirsi e aprire la mente verso nuovi flussi di pensiero.

“Ogni persona che vive nel ventesimo secolo dovrebbe  sapere che la perfezione fisica è che la conoscenza quantitativa o scientifica è semplicemente informazione o un assoluto di perpetua incompletezza, e che l’estetica è quasi completa o perfetta come possiamo, essendo l’unica forma qualitativa di conoscenza che possediamo”. (Michel Seuphor – Abstract Painting Lauren Edition)

 

lyciameleligios

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(Articolo pubblicato su Olbia.it il 3 novembre 2019)

Olbia Archivio Mario Cervo | Reading Sonetàula di Giuseppe Fiori

“Guardare le cose in modo chiaro, non superficiale ed esprimerle in modo essenziale da rimaner scolpite e restare nel tempo” sono qualità che l’editore Laterza pronunciava nei confronti dello stile inconfondibile di un autore sardo della sua scuderia: Giuseppe Fiori (Silanus 1923 – Roma 2003).

Giornalista, saggista, scrittore, un’anima sarda che si ricorda per quel suo piglio di temerarietà,  consapevole del suo essere carismatico.

Ci ha lasciato interessanti  interviste, inchieste e articoli alle volte pungenti, ma non si discostava da quel fare garbato che lo distingueva. Molto attento, curioso e insaziabile di realtà, in particolare quella sarda.

Scriveva spinto da una necessità irrefrenabile di condividere, trasmettere significati, idee o esplicitare fatti. Si, aveva assimilato la lezione gramsciana o meglio pasoliniana (Pier Paolo Pasolini era il suo poeta preferito) sull’importanza degli ultimi, della genuinità, della purezza e ancora sulla lealtà intellettuale e l’esclusione di qualsiasi preconcetto.

Un suo romanzo Sonetàula (2008) capolavoro della letteratura sarda, – che per alcuni elementi (vendetta, faida, giustizia privata) si potrebbe avvicinare alla grande tragedia greca del V sec. a.C., è da ben undici anni portato sulle scene dall’Associazione Culturale Tra Parola e Musica – Casa di Suoni e Racconti.  

Qualche giorno fa è stato riproposto – grazie all’Archivio Mario Cervo, all’amministrazione del Comune di Olbia e all’ISRE – Istituto Superiore Regionale Etnografico – in un evento performativo nel grazioso giardino dell’Archivio Mario Cervo.

Un’istituzione costituita dagli eredi del collezionista  Mario Cervo (1929 – 1997) studioso di sonorità sarde, che oggi prosegue  nel suo lavoro di ricerca, d’indagini e nuove progettualità. Una vera e propria wunderkammer  o stanza delle meraviglie, luogo depositario di  rare e “piccole gioie” di cultura musicale, di archeologia musicale sarda e antropologia culturale dell’isola.

4f7902b1-377f-4efc-bb44-ab90d25a9c4f.jpegCourtesy of Archivio Mario Cervo ©Photo Ottavio Cervo

La voce narrante dell’attrice Camilla Soru e la chitarra del musicista Andrea Congia hanno creato intrecci di parole e note, legate come raccordi di stelle. La luce di quell’arcaicità che implica come il tempo, nel suo stratificarsi in forma dinamica, accolga semi evolutivi che è bene diffondere per far attecchire consapevolezza di un presente diverso e sicuramente lontano dal reiterarsi di dolorosa memoria.

Un monologo fluido interpretato da Camilla Soru  con espressività, coinvolgimento emotivo e acuta introspezione psicologica dei personaggi, riscontrabile nelle sfumature e varie tonalità  di voce, ben armonizzate per tono, volume, ritmo e tempo. Accanto alle parole, i suoni e le musiche create in una sorta di improvvisazione a trasmettere in musica i sentimenti percepiti dal musicista Andrea Congia.

L’atmosfera mostrava il suo volto duale: a tratti cupa e minacciosa, un po’ come la voce incalzante della narratrice, o a tratti suadente, introspettiva di un lirismo “luminoso”, velato. L’attesa, un’ombra d’inquietudine, una presenza impastata da greve materia di certi noir.

L’impossibilità di capire certe forme comportamentali, retaggi, consuetudini radicate nella piccola comunità di Orgiadas, divengono sculture, modelli di un tempo arcaico che ora ha deposto le sue memorie nella scrittura.

Quel passato, un passaggio doloroso che si è reso necessario  per poter assimilare alcuni fondamentali valori:  il rispetto per il bene altrui e il valore della vita. Il tempo/memoria si incide per far affiorare dal corso degli eventi la sua finalità pedagogica.

7561C473-9E55-4B02-8AEC-E880DCAF7F65Courtesy of Archivio Mario Cervo ©Photo Ottavio Cervo

Il romanzo racconta l’apprendistato del giovane Zuanne Malune, chiamato dagli amici Sonètaula, per via di quel rumore sordo, duro, che emetteva il suo corpo esile, quando bonariamente veniva colpito. Erano gli stessi amici che gli avevano attribuito questo improegliu  “suono di tavola”. Il suo corpo risuonava come il legno.

Una trasposizione simbolica che lega la tavola a qualcosa che esprime le caratteristiche del legno duro. Quasi una premonizione sulla sua vita futura  che sarà “dura”, difficile, grama, di sofferenza per un ragazzo che non conoscerà mai la spensieratezza, la leggerezza propria dei ragazzi della sua età, ma che diverrà adulto prima del tempo. Era ancora un bambino che all’interno della comunità agro-pastorale strutturata da codici orali e acquisiva  inevitabilmente consuetudini e comportamenti di questa società.

Giuseppe Fiori attento conoscitore e studioso di alcune dinamiche sociali (lotta di classe) in questo romanzo affronta il delicato problema del banditismo in Sardegna e la domanda che sembra suggerirci è la seguente: quanto incidono i modelli sociali sui bambini di società chiuse, che non hanno avuto possibilità di interagire con altri esempi/mondi diversi?

Un romanzo realista dove l’indagine assume peculiarità diverse. Il realismo di Émile Zola, ad esempio, era più legato a forme del destino, che qui  sembrano  esser superate. Infatti, non è possibile parlare solo di “destinati” ma di persone inserite all’interno di un  modello  sociale che ha sovrastrutture ben codificate anche se orali, parallelo ad un’altro modello con sovrastrutture scritte e definite, che si respinge, perché sentito innaturale, imposto da altri, “stranieri”.

Lo scrittore attinge al linguaggio di stampo giornalistico e senza fronzoli con una prosa asciutta ed essenziale, ma lontano da certo rigore positivista, sente l’esigenza di indagare, far emergere  e definire emotività, delineare come certe dinamiche possano avere determinate conseguenze. Ad esempio i riferimenti ad una forma di tutela personale come era la latitanza o “incalzare” per chiarire, quasi triturare, sminuzzare quella forza cieca che crea un corto circuito nella mente di una persona e induce alla vendetta. Perché?

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Courtesy of Archivio Mario Cervo ©Photo Ottavio Cervo

Aveva approfondito questa pluralità di tematiche in alcune sue inchieste. Forse voleva recuperare o reinserire nella società chi ingiustamente era stato condannato seppur con prove di innocenza per immobilismo burocratico (mancanza di giudici o altro) e non veniva ufficialmente scagionato.

L’unico modo per non perdere anni di vita era la latitanza, poiché la giustizia era lenta. A volte ci si dava alla “macchia” perché non si voleva testimoniare in un processo.

Così si costituiva un tribunale privato si ristabilivano equilibri interni alla comunità ma non per la legge.

E’ stato un periodo complesso, in cui la Sardegna sembrava abbandonata a se stessa.  La povertà era endemica, come le ferite aperte dai dominatori/colonizzatori spagnoli, piemontesi che utilizzavano l’isola solo per ricavarne guadagni dalle proprie risorse, non per risolvere i gravi problemi socio-economici.

La società ha necessità di buoni esempi e di idee che  “devono partire dalla realtà per migliorare la realtà stessa” diceva Giuseppe Fiori, e non da astrazioni.

Il primo personaggio che incontriamo è Anania Medas nella sua barberia. Era stato in carcere per scontare una pena e lì gli avevano insegnato un mestiere, anche se in realtà non ne era capace.

Lo scrittore sembra voler ricorrere a questa figura per evidenziare  l’importanza dell’integrazione sociale degli ex detenuti. É importante dare una ragione di vita e quindi un’altra opportunità, per sentirsi utili e non accogliere “sfide” diverse.

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Courtesy of Archivio Mario Cervo ©Photo Ottavio Cervo

Una volta scontata la pena, intorno alla metà del secolo scorso era difficile inserirsi nella realtà lavorativa e nella società. Paradossalmente venivano considerati, accettati e aiutati dalla stessa comunità quando erano ancora latitanti.

L’omicidio di Anania Medas, segna la vita di Sonetàula, un bimbo di Orgiadas, il paese “immaginario” dove lo scrittore colloca la sua storia. Il padre accusato dell’omicidio lascerà la famiglia per andare in carcere. Al piccolo viene nascosta  la verità.

La sofferenza del piccolo Sonetàula viene descritta dalle sonorità e dal pathos di ogni singola parola recitata.  Un fraseggio   che incalza, cresce e crea vortici di venti impetuosi, solitudini che devastano il piccolo.  Il padre verrà sostituito con la figura del nonno che si prenderà cura di Sonetàula e gli insegnerà a vivere.

Si certo, è abituato all’allontanamento del padre per la transumanza, ma almeno sa che prima o poi sarebbe tornato. Lo avrebbe potuto abbracciare e trascorrere del tempo insieme a raccontarsi cose da uomini.

Ora invece sarebbe partito e affiora un nuovo sentimento:  la paura che spinge,  per rapirlo. L’incognito, il timore di quel domani senza  padre e la necessità di doversi occupare della madre. Lui, da solo? Che responsabilità! e poi quella raccomandazione che gli rimbomba nella testa fino a squarciarla come gli echi  delle armonizzazioni che illuminano la scena. Non deve fare comunella con il figlio di Battista Malune, perché lo capirà da grande.

Ecco un primo instradamento all’interno di un codice orale conoscenze diverse per grandi e per piccini ma sempre conoscenze ingombranti che schiacciano e privano l’aria di ossigeno. E per rinforzare quel patto tra padre e figlio non si deve chiedere niente a nessuno, nella maniera più assoluta.

Al silenzio degli spettatori, tutti estremamente attenti quasi per timore di perde anche solo una parola,  si lega questo momento di sconcerto, di incongruenza: dovrà occuparsi della madre perché ritenuto ormai grande ma gli si vieta di capire meglio cose che a lui sfuggono, perché ancora piccolo, cose non  chiare, che non riesce a legare o a infilare nella collana della sue verità, ancora da comporre.

Sonetàula accompagna il padre alla corriera. E lì interpretato magistralmente dall’attrice con un’introspezione da farci rivivere la scena, lì in presenza del padre il bimbo piange, lacrime che scavano fragilità, fantasmi di perché accorrono nella mente del piccolino: perché deve partire?

Questo momento d’intenso pathos ad un tratto viene sospeso, quasi interrotto  da una frase che appesantisce quell’assenza a cui Sonetàula è abituato, perché è legato alla parola fine.  E presagisce quel tempo che giungerà a breve “mi piangi come un morto”. 

Il piccolo riabbraccerà il padre solo un’altra volta, perché la giustizia si mostrerà inefficace, lenta, informe, e da quella patria che lo considera margine, “confine sociale” ,  da condannato al confino anche se innocente, verrà convocato per combattere e poi morire, per lei.

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Courtesy of Archivio Mario Cervo ©Photo Ottavio Cervo

E così Sonetàula a soli 13 anni si ritrova ad avere una seconda casa fatta di macchia mediterranea, bosco, e cieli stellati e poi i suoi dolcissimi amici, compagni fedeli: gli animali. Inizierà a fare il pastore.

Ma basta poco per ritrovarsi avviluppato nel sistema di un codice orale sovrapposto al sistema giudiziario. Inizia ad oscillare verso la latitanza in seguito ad un furto di una pecora dal suo gregge. Come un lampo la velocità della sua risposta: l’uccisione di altre pecore appartenenti al presunto ladruncolo.  Denunciato, invece di costituirsi, decide per l’altra giustizia non per questo meno sofferta,  la latitanza, la via di fuga,  una consuetudine utilizzata da molti altri.

In paese è rimasto il suo grande amore che saltuariamente vedeva di nascosto. Ormai vive solo per poter sposare la sua Maddalena. In lei ha riposto la speranza di una vita futura. Evocata in una scena dove la parola narrata riesce a far rivivere una sorpresa mista ad emozione: il primo giorno di diffusione della luce elettrica nel piccolo paese. Ora finalmente durante la notte il paese sembra illuminarsi come fosse giorno.  L’ombra che taglia i viottoli e incupisce gli animi  sembra esser scomparsa ma vedremo che non sarà così, la storia d’amore avrà un’altro epilogo.

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Courtesy of Archivio Mario Cervo ©Photo Ottavio Cervo

Ambientato nella prima metà del secolo scorso, Sonetàula è il nostro grande romanzo epico. L’apprendistato che si sviluppa nelle pagine del romanzo, inteso come formazione non è acquisito viaggiando e visitando altre realtà, ma all’interno della piccola comunità subordinato a retaggi che implicano trasformazioni sociali, lotte tra ceti, dove appare una società chiusa ma fiera delle proprie tradizioni e codici tramandati oralmente.

È il racconto sofferto e commuovente, se lo si legge con empatia, di un bambino a cui è stata sottratta la presenza e l’amore di un padre che ingiustamente sconta il confino per una colpa non commessa. Alla fine dopo esser vissuto in quella “forma” sociale anche lui l’acquisirà nella sua interezza fino a vendicare il padre.

Ma la vendetta ha origini antiche. Potremo dire che sia nata con la nascita dell’uomo e del suo interrelarsi in una comunità. Ricordiamo la catena di vendette (faida) minuziosamente raccontate da alcuni autori greci come Sofocle o Euripide. Uno dei personaggi più narrati Oreste che vendica il padre macchiandosi di un matricidio. Oppure altra vendetta molto studiata nell’Amleto shakespeariano dove si “razionalizza” il sentimento di vendetta con sfumature dei moti d’animo legati a fragilità umana, ripensamento, incertezza.

La vendetta della civiltà barbaricina ha una matrice differente e cesserà quando ci si accorgerà che le uccisioni non “restituiscono il morto”. Una consapevolezza che verrà acquisita con il miglioramento delle condizioni socio-economiche e con la diffusione della cultura, un nuovo sguardo verso altri mondi e  nuovi modi di guardare il mondo.

“La cultura può rompere un varco”, con il grande dono di preveggenza che spesso mostra Giuseppe Fiori coglie quell’urgenza che avrebbe portato al cambiamento.

E riprendendo l’immagine della locandina dell’Isola delle Storie 2019 – il Festival  di Letteratura di Gavoi, in Barbagia, appena concluso – riflettiamo su questa bella metafora  raffigurata dove individui gettano sassi nel mare come la cultura lancia idee/storie e attende che prendano forma, si chiarifichino. Così l’acqua del mare dopo aver lanciato il sasso dopo un periodo di riposo, ritornerà brillante e trasparente più di prima perché le idee che all’inizio possono sembrare oscure incomprensibili in un secondo momento illuminano, aprono varchi verso nuove mete, creano rinascite.

“Mentre oggi vado ad Orgosolo – diceva Peppino negli anni ’60 – trovo una società nuova uno strato di intellettuali  organici della  società pastorale, figli di pastori o che sono stati pastori essi stessi da ragazzi. Trovo questo strato di nuovi dirigenti della comunità che parlano un linguaggio avanzato. In un circolo giovanile di Orgosolo si stampa un periodico ciclostilato in cui ho trovato testi di Don Milani, poesie di Neruda, di Garcia Lorca, di Brecht. Un’inchiesta sulla condizione della donna ad Orgosolo. Cultura viva non ossificata, armonizzata. È segno che in Barbagia qualcosa cambia nella direzione giusta”.

La cultura ha aperto e apre varchi  che non dovremo chiudere con la nostra ottusità.  Ma considerato il potenziale di crescita insito nel dubbio, cercare   di proporre idee  per quella passione che induce a creare,  a cogliere originalità,   senza mai tralasciare la memoria storica dalla quale attingere, riferimento per nuove riflessioni sul nostro presente. Luce per la nostra contemporaneità.

lyciameleligios

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[articolo apparso su Olbia.it il 14 luglio 2019]

A GAVOI è “Bloomday” | MAN_Museo presenta opera di Miroslaw BALKA che celebra JAMES JOYCE

Non era un giorno qualunque. Era un giorno che diverrà un  punto chiave della nostra modernità. La descrizione di una lunga giornata saltellando dentro e fuori i pensieri dei protagonisti, in un tempo privo di confini, per ritrovarci travolti da fiumi di parole  o meglio definito  “stream of consciousness” – flusso di coscienza – pensieri in libertà come si originano nella coscienza senza ordine logico. E con un viaggio all’interno di se stessi si rifiniva un nuovo abito di scrittura creativa. Si direbbe. In tanti l’avrebbero indossato, minuzzato e adattato a sé. 

Era un giovedì 16 giugno 1904.  Forse, alcuni ricordano questa data oggi divenuta simbolo di modernità, nell’ambito letterario, per la nascita di nuova forma di romanzo non  più soggetta a  rapporto di causa ed effetto come voleva la tradizione precedente. Nasceva il romanzo psicologico del ‘900.

Il giorno, “luogo” di scena che sembra non conoscere confini, è tratto  dal suo romanzo più famoso l’Ulisse dove si raccontano le 24 ore trascorse dal suo antieroe Leopold Bloom.

Lui è lo scrittore più rivoluzionario ed innovativo che la storia  della letteratura ricorda: James Joyce (Dublino 1882 – Zurigo 1941). Un autore che intimorisce per l’esuberanza di una scrittura esplosiva, complessa, a tratti ostica.

Dublino, Città della Letteratura per l’Unesco, rivive l’atmosfera di quel giorno nel Bloomday,  festival letterario frizzante e movimentato a tratti folcloristico, molto coinvolgente.

Anche la Sardegna, sembra idealmente coinvolta. Celebrerà lo scrittore e la sua opera nel “magico” paesino di Gavoi, dove il cielo disegna la sua luce su graniti e gerani rossi, nel Preludio del Festival Letterario “Isola delle Storie” che si svolgerà dal 4 al 7 luglio.

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Al Museo del Fiore Sardo domenica 16 giugno (stesso giorno del romanzo) alle ore 18:00 ci sarà l’opening di una mostra, curata dal Direttore del MAN di Nuoro Luigi Fassi, –  grazie alla Fondazione Antonio Dalle Nogare di Bolzano,  – vedrà esposta fino a domenica 7 luglio l’opera scultorea  (250 x 280 x 120) “Sweets of Sin”  di Miroslaw Balka  (Varsavia 1958) ispirata a James Joyce e alla sua opera letteraria l’Ulisse.

L’Artista

È prestigioso avere un’opera di Miroslaw Balka in Sardegna. Impegno di un’istituzione museale, il MAN di Nuoro, che orienta le sue ricerche e proposte in un’ottica sempre più internazionale con linguaggi artistici che riflettono la complessità del nostro viver contemporaneo.

Balka è un artista-filosofo di grande rilievo nella scena dell’arte contemporanea che vanta tante presenze alla Biennale di Venezia,  alle  Biennali di Liverpool, di San Paolo, di Sydney e Documenta IX solo per citarne alcune.

Un artista che nelle sue opere non si pone solo finalità estetiche, ma concettuali, intellettuali. Secondo un processo di comprensione dell’opera (specie nell’arte contemporanea) il fruitore non è un semplice osservatore passivo ma colui che partecipa attivamente con il proprio pensiero. Le opere di Balka, inducono  a riflettere e ad analizzare l’opera quasi  fosse un testo letterario.

Le sue indagini sono “in bilico” su precipizi o abissi del nostro viver contemporaneo: superficialità, frivolezza, fragilità, vuoto mediatico, solitudini, sentimenti, memoria storica… “cosa ci rende umani” promuovendo quel “conosci te stesso” caro a Socrate. La sua finalità è definire e recuperare valori sempre più alla deriva.

In quest’opera, una scultura dal titolo 250 x 280 x 120 Sweets of Sin realizzata da Balka nel 2004 per la collettiva “Joyce in Art”, l’artista mediante un’opera simbolica di raffinata e armoniosa sintesi, rimanda ad alcuni elementi dell’universo joyceano per celebrare l’autore e la sua opera più famosa l’ Ulisse.

Opera rivoluzionaria per struttura narrativa e linguaggi, pubblicata nel 1922 a Parigi che fece scandalo e attirò critiche e polemiche. Tre i protagonisti: Leopold Bloom, Molly, moglie fedifraga ma a sua volta tradita dal marito e Stephen Dedalus, alter ego di Joyce.

Balka sintetizza il “fluire” offrendoci una pluralità di “assonanze” con il testo di Joyce.

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Courtesy of Museo MAN

L’opera

L’opera, nell’analisi spaziale, è composta da due elementi uno sopra l’altro o vs., una struttura orizzontale e una verticale con cavità regolare, disposti in maniera armonica quasi fossero un unico blocco di sostegno reciproco nel loro completarsi.

Questo potrebbe rimandare al monologo interiore e/o al flusso di coscienza che caratterizzano la tecnica narrativa dello scrittore, dove i ricordi, gli stati d’animo, i pensieri dei personaggi si rincorrono spontaneamente nella loro coscienza, in apparenza senza un filo logico, intaccando in vari livelli la struttura del romanzo.

Quasi pensieri concatenati seppur in libertà: una struttura orizzontale sembra esser sovrapposta (un po’ come l’accavallarsi delle idee, al pari delle onde)  all’altra verticale dalla quale, come se fosse una fontana, da un piccolo tubicino fuoriesce del whisky; una figura solida “l’accavallarsi” delle idee, al pari del moto ondoso fluido, inarrestabile.

Un elemento che allude alla sua vita. Joyce, infatti, era un gran bevitore di whisky che sembra essere un “valore” costante nei suoi romanzi, gli attribuisce salvazione, diviene “sorgente di vita” al pari dell’acqua. Forse, anche lui, aveva necessità di bere per evidenziare idee su livelli diversi, come diceva Ernest Hemingway riguardo al suo scrivere.

Ma, il fluire continuo di questa sostanza potrebbe simboleggiare lo scorrere delle immagini che rimandano alle idee contrastanti nei monologhi dei suoi personaggi.

Oltre all’utilizzo interscambiabile dei vari registri linguistici, Joyce utilizza la figura retorica della sinestesia: la contaminazione dei sensi su base soggettiva, che oggi è sempre più utilizzata nell’arte contemporanea e dai pubblicitari. Balka la riprende  per indurci verso lo stupore, vuole farci percepire una nuova sensazione. L’odore forte del liquore si propaga attorno alla fontana che profuma di whisky. Un contrasto incisivo che lede la nostra consuetudinaria immaginazione.

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Courtesy of Museo MAN

L’asse orizzontale è fatto di gommapiuma, materiale utilizzato nei materassi, qui appoggiato all’asse verticale potrebbe alludere all’insonnia dei protagonisti; durante la notte il flusso dei pensieri inesorabile continua inarrestabile, irrequieto e tumultuoso.

Ricordando il titolo dell’opera 250 x 280 x 120 Sweets of Sin (Le dolcezze del peccato) si può notare come l’artista abbia ripreso lo stesso titolo del romanzo erotico che leggeva Molly Bloom moglie di Leopold.

Joyce ha sempre temuto di esser stato tradito dalla moglie Nora e riporta questo suo malessere nell’Ulisse. Balka lo ha ripreso è reso universale. Si riaffaccia un certo filone religioso che induce a riflessioni sul peccato e forse possibili rinascite. La scoperta delle lettere di Joyce alla moglie Nora testimoniano la sua predisposizione per contenuti erotici e le allusioni esplicite sono presenti anche nell’Ulisse.

L’Ulisse di Joyce è  un’opera che implica un’indagine nel cammino di un uomo dall’interno della sua coscienza, non più dall’esterno come nel vagabondare “materico” di Ulisse nell’Odissea.

E la stilizzazione del flusso del liquore nell’opera di Balka oltre a riflettere sul continuo fluire della vita, del tempo inarrestabile,  soggiace alla stessa idea di Joyce ovvero la percezione deriva da un’impressione esterna verso la propria interiorità. 

Quasi un corollario all’opera di Balka estremamente raffinata, mimesi di letteratura contemporanea che conferma quel lega/me  inscindibile con l’arte.

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(Articolo pubblicato su Olbia.it il 15 Giugno 2019)

 

Edouard MANET al Museo Civico di OLBIA

Il mare non fu un richiamo ma un semplice ripiego. Quando la voce paterna gli impose scelte che lui non amava. Lo studio gli si incollava addosso, quasi  un vincolo alla sua inclinazione verso la libertà. Un concetto stratificato nella sua anima.  Perché avrebbe dovuto accettare imposizioni? Voleva seguire le sue  attitudini.

Iniziavano a palesarsi quasi “spiragli di luce” (complice sua madre che sempre l’appoggiò) che rimandavano alla sua  vocazione, diversa da quella voluta dal padre, affermato giurista. 

Il nostro protagonista non amava studiare. Dai suoi insegnanti era considerato “mediocre”. Ma era un ragazzo spigliato, con la battuta pronta e lo studio, che impone un certo rigore, applicazione costante, disciplina, non era fatto per lui. 

Il padre proveniva da una famiglia di funzionari pubblici e giuristi, mentre la madre era figlia di un diplomatico. Sembrava che il suo destino fosse segnato. Anche lui sarebbe diventato un famoso avvocato, proprio come il padre.

Ma diceva Eraclito, filosofo greco del V secolo a.C. “nel carattere è il destino”. Infatti, fin da piccolo, mostrava i segni del grande artista che attuò una grande “rivoluzione” nella Storia dell’Arte, al pari di Giotto o Caravaggio: Edouard Manet (1832-1883).

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Ritratto di se stesso alla palette, 1878-79 – Courtesy by S.A.Wynn

Edouard non amava imposizioni, era caparbio e determinato, intelligente e oserei  stravagante. Amava stupire e percorrere tracciati nuovi, originali e sfrontati. Chi si accorse del talento di Edouard fu lo zio materno che gli pagò un corso di disegno quando era ancora al Collegio. Naturalmente il padre era contrario e  per questo gesto litigò con il cognato.

Per far capire il temperamento forte e originale di Edouard, si racconta di come avesse preferito stravolgere un modello assegnatogli, durante un’esercitazione di disegno. 

Intanto la sua vocazione artistica iniziava ad intravvedersi sempre più, per una certa dipendenza da matita e una smania irrefrenabile di ritrarre tutto ciò che appariva sotto gli occhi. 

Così pur di non assecondare la volontà e i consigli del padre, preferì partire come allievo pilota su un’imbarcazione alla volta di un luogo che condensava memorie esotiche e a quel tempo ritrovo di persone in cerca di fortuna: Rio de Janeiro.

Oggi, quasi in un viaggio ideale, la sua presenza è giunta in Gallura su “un’imbarcazione”, una moderna struttura architettonica con ponti e oblò, circondata  dal mare nella splendida rìas di Olbia. Non più come allievo pilota, ma come artista che espone le stampe dalle sue incisioni a suo tempo molto apprezzate (almeno quelle!) dalle quali traspaiono  gli elementi innovativi del suo inconfondibile linguaggio espressivo.

Esposizione

Il riferimento è intuibile per chi conosce la suggestiva architettura sede del Museo Archeologico  di Olbia, che allude, per la forma, ad una nave stilizzata che sembra esser attraccata alla terra ferma con una piccola rampa di accesso. Dal 1 giugno ospita la mostra ‘Verba Volant Scripta Manet’ visitabile fino al 31 Luglio, in un’ottica di pluralità e differenziazione delle offerte culturali proposte dall’amministrazione cittadina.

Sono esposte trenta stampe da incisioni realizzate da Manet tra il 1860 e il 1882 utilizzando la tecnica dell’acquaforte, acquatinta e puntasecca provenienti dalla Collezione Ceribelli di Bergamo. Opere postume stampate nel 1905 da un collezionista tedesco Alfred Ströling dalle tavole originali di Manet.

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Lola di Valenza,1863, acquaforte e acquatinta 

Le stampe rappresentano uno spaccato della società del suo tempo. Edouard mostra  la sua abilità di osservatore acuto della sua “contemporaneità”  e la sua avversità verso le direttive dell’Accademia Francese, poiché non interessato a rappresentare scene mitologiche o di impostazione classica. La realtà colpisce diretta come affermava Marcel Proust  e quindi senza “intermediari”.

E per citare alcune stampe in mostra ritroviamo il ritratto di ‘Berthe Morisot’ 1872, pittrice impressionista, modella preferita e cognata di Manet; Philibert Rouvière  che interpreta l’Amleto ne ‘L’Attore tragico’ 1865-66; Joseph Gall, un suo amico pittore, che fuma la pipa ritratto ne Il fumatore 1866, La Lola di Valenza del 1863; a questi ritratti si aggiungono scene di vita come il celebre I Gitani, 1862, La coda davanti alla macelleria, 1870-71;   e ritratti per testi letterari come Edgar Allan Poe, 1860 utilizzato da Baudelaire per una sua raccolta di recensioni sull’opera di Poe, o Theodore de Banville, 1874, per un libro di poesie del poeta.

In queste opere colpisce la sottigliezza e precisione delle incisioni che infonde plasticità strutturata dall’abile resa chiaroscurale, ma anche il suo antiaccademismo: l’assenza di piani prospettici lineari (alcune figure sembrano adagiate  sullo sfondo); presenza di prospettive diagonali di rottura con la tradizione classica, come “Il torero morto”, 1867-68; centralità e perpendicolarità della luce, l’ombra a tratti pastosa che si piega a quella luce che diverrà fondamentale nella pittura di alcuni suoi contemporanei. Darà struttura e permetterà di accarezzare l’anima della natura, vibrante presenza dell’essenza di vita, che fluisce e si palesa nella sua delicata bellezza.  

Alcuni lavori sono molto definiti e di fattura raffinata, altri tratteggiati velocemente come fossero appunti, memorie.  Quasi segni tracciati su uno spazio, che lo dominano, per non smarrire l’idea colta dal reale. 

Vi sono acqueforti che ritraggono i suoi più celebri dipinti, come ad esempio l’Olympia del 1867, che segneranno il mondo dell’Arte  e  successivamente con  Paul Cézanne  daranno nuovi significati all’Arte Moderna. 

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Jeanne o La primavera, 1882, acquaforte

Iniziò il suo insofferente apprendistato nello studio di Thomase Couture d’impostazione più classica delineando ‘l’incipit’ con l’assimilazione e reinterpretazione di  tecnicismi per nuove letture e indagini da alcuni artisti suoi contemporanei,   ed inoltre, da grandi pittori del rinascimento italiano  e barocco spagnolo che studiò  e approfondì durante i suoi numerosi viaggi in Italia, Germania, Spagna, Olanda. Proprio per questa sua abilità Émile Zola lo definì  il ‘rigeneratore’dell’arte.

Immediati i riferimenti ai suoi modelli preferiti Goya, Velasquez, El Greco e Tiziano.  Il primo per la modulazione della luce che diverrà via via sempre più perpendicolare al dipinto come venisse dall’esterno, da chi guarda. Forse per lasciare libertà interpretativa nel fruitore? Una liaison con l’arte contemporanea? Dal secondo acquisisce elementi per la struttura figurativa, ovvero la disposizione delle forme e figure nello spazio della tela. Inoltre, a differenza di Tiziano in cui é più presente la prospettiva lineare utilizzata nel ‘500, nelle incisioni ma forse più nei suoi dipinti si riscontra una maggiore bidimensionalità propria delle stampe giapponesi, allora molto in voga.

Quale realtà?

Parigi nella seconda metà dell’800 era una città segnata dal progresso nelle arti, nella scienza e da un’intensa urbanizzazione. Con l’avvento del modernismo vennero realizzati i grandi boulevards: lunghi viali alberati, luoghi di socializzazione dove era possibile passeggiare; il giardino delle Touileries, stazioni ferroviarie, nuovi centri residenziali. Aprivano numerosi caffè, s’inauguravano teatri, luoghi di divertimento ma senza tralasciare riflessioni e  confronti culturali.

Stava vivendo uno dei periodi più fortunati per l’Arte e creatività. Ci si voleva affrancare da certa pittura subordinata alle rigide regole dell’Accademia Francese di Belle Arti (istituzione fondata nel 1648 sotto il Cardinale Mazzarino che imponeva linee guida rigorosissime per pittura e scultura, promotrice delle celebri esposizioni denominate Salon).

Si aspirava a più libertà compositiva, quindi non relegata a immagini, modelli, miti. Si voleva reinterpretare la realtà come si mostrava assecondando il proprio sentire con l’osservazione diretta.

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L’attore tragico, 1865-66, acquaforte

Genio e follia

Manet nell’anima era un po’ maudit, un po’ anticonvenzionale nei suoi esiti pittorici   e sembrava che la libertà alimentasse la sua innata creatività, il suo esser geniale.

Da un ritratto che gli fece Henry Fantin-Latour s’intravvedeva una personalità forte, rigorosa,  un carattere cittadino, che il suo caro amico e scrittore Émile Zola lo definì  “il parigino per eccellenza arguto” poiché riusciva a cogliere ogni sfumatura della realtà che lo circondava. Un attento osservatore che amava godere “di tutte le raffinatezze della vita”. 

L’artista scrutava con attenzione la sua contemporaneità per esprimerla con un linguaggio  a lui più congeniale, in parte  influenzato da un certo filone “romantico” di stampo realista  e dalla frequentazione  del poeta dello spleen Charles Baudelaire, suo grande amico, che aveva espresso la sintesi della sua poetica in queste parole:  “la vita della nostra città è ricca di argomenti poetici e meravigliosi”; perché guardare al passato o a modelli? 

Ecco descritta la sua indagine pittorica che gli permetteva di esplorare e cogliere materia dalla realtà, dalle consuetudini sociali, e focalizzandosi su espressioni di figure umane, reali, si svincolava da quella patina di simboli, allegorie con rappresentazioni  legate alla storia o mitologia.

La libertà nello scegliere i soggetti si rifletteva nel linguaggio artistico dove il segno appariva libero da vincoli razionali ma più  ispirato, più lirico, più immediato.

Nella resa espressiva delle stampe in mostra, osserviamo una certa gestualità più fluida nel definire ogni singolo tratto delle incisioni. Ci si allontana da figure d’importazione classica e si preferisce rappresentare i nuovi personaggi/eroi della contemporaneità: chitarristi, bevitori, filosofi, artisti, scrittori, prostitute 

Baudelaire

Una “bellezza transitoria della vita presente” come diceva Baudelaire e per comprenderla era necessario non solo contemplarla ma “viverla e toccarne l’anima nel suo dinamismo interno”.

Questo implicava un superamento dei canoni romantici e un avvicinamento a quel realismo più attento all’evoluzione socio-culturale di cui Manet si fece grande testimone e interprete, insieme alla corrente impressionista che veniva a delinearsi con più insistenza.

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La coda davanti alla macelleria, 1870-71, acquaforte.

Tra le stampe che preannunciano  elementi  innovativi  del suo linguaggio espressivo e che alludono alla sua grandezza di anticipatore della grande arte del ‘900, “La coda davanti alla macelleria” rimanda ad echi di elementi cubisti (Braque) e astratti (Picabia, Malevich). 

Elementi innovativi

L’opera, un’acquaforte del 1870-71, raffigura un tema sociale attinto dalla realtà del periodo: la disperazione della gente per fame, stipata in file estenuanti davanti ad uno spaccio di carni, durante la guerra franco-prussiana.

Manet rappresenta secondo una prospettiva diagonale e non lineare la folla in fila davanti al negozio. Le sagome delle persone sono definite con tratto libero ora verticale ora orizzontale che dà valore plastico di differenziazione e di armonizzazione.

Ma l’elemento originale é la direzione della luce che sembra esser impazzita. Viene da ogni lato, anche dalla nostra parte , da noi che guardiamo (il lato centrale in cui si fa fatica ad intravvedere l’ombrello o la figura). Gli ombrelli disposti secondo la diagonale alternano luce e ombra, quasi un leggero accenno di movimento.

Se ci si focalizza distaccandoci potremo rivedere le scomposizioni di Braque e di Picasso con le sfumature che infondono ora plasticità ora movimento.

Le linee verticali della porta  allineate ai margini alleggeriscono la scena che sembra protendersi verso l’alto. La porta é socchiusa. L’oscurità allude a potenzialità future da dipingere o riscrivere? Manet ci lascia uno spiraglio, un’oscurità che riflette la sua emotività o lascia al fruitore quella libertà interpretativa fondamento di tutta l’arte moderna e contemporanea?

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La bambina col neonato, 1861-62, acquaforte e puntasecca

É stato un interprete eccelso, poco compreso al suo tempo e perciò ne soffrì. Ma le incisioni, allora un genere diffuso piacquero anche ai critici più severi. Questo successo potrebbe essere motivo per il quale molti dei suoi dipinti più importanti vennero realizzati con la tecnica dell’incisione. Infatti avrebbe potuto raffigurare nuovi soggetti invece rappresentò molte sue opere o particolari.

Dopo la sua morte venne riconosciuta la sua originalità. Persino Paul Cézanne che non amava l’arte di Manet, riconobbe che con lui si avviava un “nuovo stato di pittura” e Gauguin sostenne che la pittura  moderna iniziava con Manet.

Nel ripensare alla sua vita, alla sua arte, al suo impegno e alla sua costanza si evince che non ha mai mostrato vacillamenti pur ostacolato fin da ragazzino. A questo proposito possiamo citare Joyce che sosteneva “un uomo geniale non commette sbagli ma preludi di nuove scoperte”. Le sue anticipazioni furono la sua forza, inizialmente incompresa, che ha trascinato tutti noi nella sua genialità artistica, oserei rivoluzionaria, ad apprezzare la sua arte e a ri/considerare la sua vita: uno scorcio di tempo confluito nell’eternità che ha dato struttura all’Arte della nostra contemporaneità.

 

©lyciameleligios

 

(Articolo apparso su Olbia.it il 15 Giugno 2019)

Nuove acquisizioni del Museo MAN | Le opere di Francesca Devoto

Olbia, 30 Maggio 2019  – “Farai le figure in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell’animo altrimenti non sarà laudabile”. Con queste parole di Leonardo da Vinci, tratte dal celebre  “Trattato di Pittura“,  vogliamo ricordare una pittrice sarda, conosciuta per i suoi intensi ritratti, Francesca Devoto (Nuoro 1912 – 1989), che ben aveva assimilato la lezione leonardesca e di cui otto opere saranno acquisite dal Museo Man di Nuoro, grazie  donazione da parte degli eredi.

E8E89EF2-352D-4035-B59E-6510675D1138Francesca Devoto, Autoritratto dell’artista, 1936 ©Nelly Dietzel

Queste tele si aggiungono alle opere già presenti dell’artista nella Collezione Permanente del museo.

Donazione

La cerimonia ufficiale di donazione, con gli interventi del presidente Tonino Rocca e il direttore del MAN  Luigi Fassi,  si svolgerà domani sabato 1 Giugno alle ore 10.00 e vedrà un percorso espositivo visitabile fino a domenica 9 Giugno. 

Sono opere con velati riferimenti ottocenteschi o echi post-impressionisti. In alcune s’intravvedono delicate affinità a rese pittoriche di Paul Cézanne, – padre dell’arte moderna, – del periodo precedente a quello sintetico e disgregativo dell’immagine.

L’artista sarda mette in luce la sua ricerca di concretezza formale:  la cura attenta della figura resa da equilibrati giochi di colore e luce che conferiscono atemporalità alle sue opere.

L’artista

Francesca Devoto nasce a Nuoro nel 1912. Dopo le scuole elementari continua i suoi studi  in un Collegio di Firenze e,  nel capoluogo toscano, frequenta la prestigiosa scuola d’arte, allora molto conosciuta, di Filadelfo Simi  (1849 – 1923) e di sua figlia Nerina.

Nello studio si respirava un’aria internazionale: Filadelfo Simi era stato a Parigi, la più importante capitale d’arte del tempo, dove aveva acquisito, filtrandole con il suo talento, diverse esperienze artistiche. Inoltre, nel suo viaggio di “apprendistato”, si era spinto fin nella Spagna perché attratto dalla pittura e architettura ispano–moresca.

A Parigi, nella seconda metà dell”800, era visibile una sorta di rinnovata vitalità artistica con la presenza di numerosi Ateliers.  Simi,  pittore d’impostazione classica, ebbe contatti con gli artisti del realismo paesaggistico della Scuola di Barbizon e con pittori italiani residenti a Parigi, come Giuseppe De Nittis.  Mentre, in Italia, Firenze era considerata punto di riferimento e di ricerca per l’arte, e molte ragazze americane,  sceglievano la Scuola d’Arte di Filadelfo e Nerina, per imparare disegno e tecnica pittorica.

La descrizione dell’ambiente artistico si mostra necessaria per capire le influenze, il respiro europeo e la conseguente originalità del linguaggio artistico di Francesca Devoto, che  fin da subito mostra una sua precisa  identità lontana dagli esiti stilistici dei pittori sardi più vicini ad indagini di carattere etnografico e linguaggi espressivi  più classici.

4DBE06E9-49A8-4983-ABEF-C7B915180808Francesca Devoto, Adolescente di profilo, 1938 ©Nelly Dietze

Francesca ama dipingere ritratti, un po’ come cogliere pensieri sospesi o meglio, moti d’animo, se consideriamo il volto come riflesso o specchio di emozioni o  “âme du corp” – così definito da Denis Diderot, – anima del corpo da cui traspare l’atto del pensare.

Ma non realizza solo ritratti, la sua indagine volge verso altri generi: nature morte, marine, paesaggi e interni.

Per immergerci e comprendere il suo linguaggio espressivo sarebbe bene fare una premessa: dopo l’avvento della fotografia, più attenta alla realtà come appare, l’orientamento di alcuni linguaggi artistici converge verso sfumature più soggettive: verso il sentire la realtà, verso l’emozione che lascia segni nell’anima. Perciò la resa dell’opera verterà sul modulare e dosare luce e colore.

Francesca ama questi due elementi che tesse con una raffinata eleganza e armonia cromatica, al fine di creare equilibrismi tra forme, figure, spazi, e giochi chiaroscurali resi dal colore steso con pennellate piccole e piatte.

93147BFB-B901-4947-AFD4-00B7D3B3DD4DFrancesca Devoto, Tina nello studio di via Cavour,1936 – Courtesy of Museo MAN

Mostra indagini pittoriche legate alla semplicità con l’utilizzo di geometrie essenziali, palette dai colori sfumati mai puri, con ricerche tonali che illuminano particolari.

Le opere non alludono a fughe metaforiche,  solitudini e alienazioni, come nella pittura di Edvard Hopper, – celebre per i suoi interni da me definiti icone dello spirito, – ma a “ricerche” di un bene-stare tra i luoghi che più ama.

Ciò infonde nel fruitore sensazioni volte al silenzio, pacatezza, serenità. Il senso del vivere si racchiude nella quotidianità di azioni in cui il pensiero è artefice dell’esistere come nella lettura di un libro, suonare il pianoforte o contemplare il panorama dalla finestra del proprio studio.

Nell’opera “Tina nello studio di via Cavour” – già presente nella Collezione Permanente del MAN – vi è una leggera geometrizzazione degli spazi, strutture  minimaliste che sembrano arredi nordici.  Ogni spazio è soggetto ad un equilibrio armonico che riflette un forte gusto estetico: i  vasettini di fiori sul mobile in ordine crescente, la diagonale disposta su la sedia a sinistra, la poltrona e il tavolino che si congiunge con la linea dei mobili a destra del dipinto. Un punto focale doppio. Infatti, oltre alla figura centrale della lettrice, sembra che si debba considerare un altro punto:  il tavolino tondo con sopra il vaso dei fiori.  Un implicito significato: acquisire saggezza dalla lettura di un libro può essere visto come cogliere un fiore nel fluire della vita. Un rinverdire l’anima.

Il ritratto “Adolescente di profilo”  ci conduce a certa ritrattistica rinascimentale perciò classicheggiante come posizione, ma non come linguaggio pittorico. Le stesure del colore, con sfumature chiaroscurali, conferiscono armonia ed unità al ritratto. Anche in quest’opera tutto è sapientemente equilibrato, perfino il colletto della camiciola sembra  riflettere l’attaccatura dei capelli.

Nel suo grazioso “Autoritratto” in cui mostra fierezza e gioia, si può notare come il mento richiami l’angolo del colletto e a sua volta il braccio del piccolo cavalletto, il busto parallelo alla tela, tutti elementi orchestrati nello spazio che diviene depositario di verità in quanto raffigura Francesca come artista. Il taglio fotografico e le pennellate a chiazze o macchie evocano certa pittura post impressionista e forse la tecnica espressiva dei macchiaioli.

Nei quadri di Francesca Devoto ogni cosa è illuminata, ha una sua giusta collocazione, secondo un rigore simmetrico fatto di giuste prospettive e  proporzioni.

Un’artista “solitaria” ma eccelsa. Una delle prime artiste sarde ad esporre in una solo-exhibition a Cagliari  nella Galleria Palladino a soli 24 anni. Presente in tanti eventi artistici  tra cui la VI Quadriennale di Roma del 1951-52.

Una voce che è riuscita a farsi apprezzare non solo dai suoi colleghi sardi, restii ad accogliere una donna nel loro cenacolo, ma anche dalla critica che ha sempre manifestato entusiasmo e apprezzamento per il suo linguaggio espressivo.

Il Museo MAN

Il Museo MAN, dopo l’acquisizione dell’opera “Sardegna” di François-Xavier Gbré nel febbraio 2019, con questa preziosa donazione delle opere di Francesca Devoto,   continua la sua  crescita  esponenziale ponendosi  depositario e referente di memoria storico-artistica: un patrimonio culturale tra i più significativi e prestigiosi della Sardegna.

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(pubblicato su Olbia.it)

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English Version

New acquisitions of the MAN Museum: The works of Francesca Devoto 

“You will make the figures in this act, which is enough to demonstrate what the figure has in the soul otherwise will not be laudable”.  With these words of Leonardo da Vinci, taken from the famous “Treatise on Painting”, we want to remember a Sardinian painter, known for her intense portraits, Francesca Devoto (Nuoro 1912 1989), who had well assimilated Leonardo’s lesson and of which eight works  will be acquired by the Man Museum of Nuoro, thanks to donation by the heirs.

These canvases are added to the works already present in the museum’s permanent collection.  

Donation 

The official donation ceremony, – with the interventions of the president Tonino Rocca and Luigi Fassi, director of MAN, – will take place tomorrow Saturday 1st June at 10.00 am and will see exhibition hours and a tour that can be visited until Sunday 9 June.  

They are works with veiled nineteenth-century references to post-impressionist echoes.  In some we can glimpse delicate affinities to the pictorial renders of Paul Cézanne, – father of modern art, – of the period preceding the synthetic and disintegrating image.  

The Sardinian artist highlights his search for formal concreteness: the careful care of the figure made by balanced plays of color and light that give timelessness to his works.  

The artist 

Francesca Devoto was born in Nuoro in 1912. After elementary school she continued her studies in a college in Florence and, in the Tuscan capital, she attended the prestigious art school –  then very well known – of Filadelfo Simi (1849 – 1923)  and his daughter Nerina.  

In the studio there was an international scope: Filadelfo Simi had been to Paris, the most important art capital of the time, where he acquired various artistic experiences, filtering them with his talent. Moreover, in his “apprenticeship” journey, he went as far as Spain because he was attracted by Hispano-Moorish painting and architecture.  

In Paris, in the second half of the 19th century, a sort of renewed artistic vitality was visible with the presence of numerous Ateliers. Simi, a painter with a classical setting,  had contacts with the landscape realism artists of the Barbizon School and with resident Italian painters  in Paris, like Giuseppe De Nittis.

In Italy, Florence was considered a point of reference and research for art, and many American girls chose the Filadelfo and Nerina School of Art to learn drawing and painting technique.  

The description of the artistic environment is necessary to understand the influences, the European breath and the consequent originality of the artistic language of Francesca Devoto, who immediately shows her precise identity far from the stylistic results of Sardinian painters closest to investigations of character  ethnographic and more classical expressive languages.

Francesca loves to paint portraits, a bit like capturing suspended thoughts or rather, moods, if we consider the face as a mirror, reflection of emotions or ”  âme du corp “- so defined by Denis Diderot, –  soul of the body from which the act of thinking shines through.  But she doesn’t just make portraits, her investigation of her turns to other genres: still lifes, seascapes, landscapes and interiors.  

To immerse ourselves and understand his expressive language, it would be good to make a premise: after the advent of photography, the orientation of some artistic languages ​​as it appears more attentive to reality converges towards more subjective nuances: towards feeling reality, towards the  emotion that leaves marks in the soul.  

Therefore the rendering of the work will focus on modulating and dosing light and color.  Francesca loves these two elements that she weaves with refined elegance and chromatic harmony, in order to create equilibrium between shapes, figures, spaces, and chiaroscuro effects rendered by the color spread with small and flat brushstrokes.

She shows pictorial investigations linked to simplicity with the use of essential geometries, palettes with never pure shaded colors, with tonal researches that illuminate details.  

The works do not allude to metaphorical escapes, loneliness and alienation, as in the painting of Edvard Hopper, – famous for his interiors defined by me as icons of the spirit, – but to “searches” for a well-being among the places she loves most.  

This instills in the user sensations aimed at silence, calmness, serenity. The sense of living is enclosed in the everyday life of actions in which thought is the creator of existence as in reading a book, playing the piano or contemplating the panorama from the window of one’s study.  

In the work “Tina in the studio in via Cavour” already present in the Permanent Collection of the MAN – there is a slight geometricization of the spaces, minimalist structures that look like Nordic furnishings.  Each space is subject to a harmonious balance that reflects a strong aesthetic taste: the vases of flowers on the cabinet in ascending order, the diagonal placed on the chair on the left, the armchair and the table that joins the line of furniture on the right of the  painting.  A double focal point.  In fact, in addition to the central figure of the reader, it seems that another point must be considered: the round table with the vase of flowers on it.  An implicit meaning: gaining wisdom from reading a book can be seen as picking a flower in the flow of life.  A greening of the soul.  

The portrait “Teenager in profile” leads us to a certain Renaissance portraiture therefore classical as a position, but not as a pictorial language chiaroscuro, give harmony and unity to the portrait. Also in this work everything is wisely balanced, even the collar of the shirt seems to reflect the hairline,  chin recalls the corner of the collar and in turn the arm of the small easel, the bust parallel to the canvas, all elements orchestrated in the space that becomes the repository of truth as it depicts Francesca as an artist, post impressionist painting and perhaps the expressive technique of the Macchiaioli. 

In Francesca Devoto’s paintings everything is illuminated, according to a symmetrical rigor made up of correct perspectives and proportions.  She is an independent but excellent artist.  She is one of the first Sardinian artists to exhibit in a solo-exhibition in Cagliari in the Palladino Gallery at the age of 24. 

She wsa present in many artistic events including the VI Rome Quadrennial of 1951-52.  A voice that has managed to be appreciated not only by her Sardinian colleagues, who are reluctant to welcome a woman into their cenacle, but also by the critics who have always expressed enthusiasm and appreciation for her expressive language.  

The MAN Museum 

The MAN Museum, after the acquisition of the work “Sardegna” by François-Xavier Gbré in February 2019, with this precious donation of the works of Francesca Devoto, continues its exponential growth by placing itself as the depositary and referent of historical memory –  artistic heritage: one of the most significant and prestigious cultural heritage in Sardinia. 

© lyciameleligios