Angelo Lauria : le “impressioni” di un fotografo

Sono una lastra fotografica
impressionabile all’infinito
Ogni dettaglio si stampa
dentro di me in un tutto.
 Pessoa

La Sardegna è un’isola che ammalia da sempre: sia per la sua natura incontaminata che per il suo mare cristallino con una varietà di colori e sfumature. In una sola parola è emozione. Riflette emozioni. Inoltre ha potere taumaturgico. Distende gli animi, rasserena menti. Si riscopre il valore del tempo. Dei ritmi di vita scanditi dal fluire del giorno. Gli istanti si dilatano. Le cose sembrano avere un proprio senso, una propria storia, se rapportate ad un inizio. Ad una fine. L’alba e il tramonto che danno ritmo all’agire. Dove la Storia e il Tempo non compaiono. E Tutto diviene contemporanea (com)presenza: Passato intriso di tradizioni e Presente. L’istante sospeso.

Angelo Lauria, Punta Molara Capo CodaCavallo

©Angelo Lauria, Punta MolaraCapo Coda Cavallo

Questa magia che attrae l’anima dei visitatori, crea una sorta di dipendenza. Infatti sempre più persone scelgono la Sardegna come luogo di vacanza e vi ritornano negli anni successivi. Alcuni abbandonano il “continente” per vivere definitivamente nell’isola. Tra questi ricordo il cantante Fabrizio De André che scelse di vivere insieme alla sua compagna Dori Ghezzi ai piedi del monte Limbara, nei pressi della città di Tempio Pausania. Luogo di silenzi e meditazione ma anche di “spuntini” condivisi con i locali. Fonti di ispirazione per le sue canzoni che integrato con lo studio del dialetto e delle tradizioni popolari gli permise di assimilare “l’anima gallurese”.

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©Angelo Lauria,  Cala Brandinchi [San Teodoro]

L’isola sembra esser vista come una grande madre, i cui teneri abbracci distendono, rasserenano, riconciliano. Donano energia. E’ il ritorno a casa di Ulisse dopo le peripezie del viaggio. È voler ricolmare i vuoti di frenetiche città che sfiancano, in cui l’individuo diviene forma plasmata da eventi. Dove l’interiorità viene triturata dai grimaldelli del tempo. Dove tante le strade offerte ma poche le verità autentiche.

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©Angelo Lauria, Capo Comino [Siniscola]

La Sardegna, faro luminoso che allontana dai pericoli e salva, ha incantato per i suoi colori, profumi e sapori un fotografo lombardo che, lasciata la terra ferma come il poeta De André ha deciso di vivere stabilmente nell’isola scegliendo di vivere nella campagna di Torpè, nei pressi di una località tra le più suggestive del nord Sardegna, Posada.

LYC11©Angelo Lauria, Posada

Il suo nome è Angelo Lauria nato a Tripoli in Libia ma con un’isola nel cuore, la Sicilia, di cui erano originari i nonni. Negli anni dell’adolescenza si trasferisce con tutta la famiglia a Milano. E richiamato dalla semplicità e dalla straordinaria bellezza della natura, nella zona dei laghi, si trasferisce nei pressi del Lago di Varese.

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©Angelo Lauria, Airone Rosso [Lago di Varese]

I riflessi, i silenzi, la natura del luogo lo impressionano ed emozionano da sentire il desiderio di donare eternità all’istante sospeso in un fotogramma che continuerà a trasmettere emozioni.

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©Angelo Lauria,  Svasso [Lago di Varese]

E per scoprire questi luoghi incontaminati sceglie il Kayak. Mezzo che gli permette di  raggiungerli con facilità e immergersi in quei silenzi che fanno sfiorare l’eterno divenire.  Teso ad ascoltare i versi dei vari esemplari di fauna, i fruscii delle canne, i gorgoglii dell’acqua. Un orizzonte che ha dato senso alla sua vita. E le bellissime immagini raccolte hanno permesso la realizzazione della mostra “Il lago di Varese: Emozioni in kayak”, con la campagna di sensibilizzazione a salvaguardia della flora e fauna della zona lacustre, coinvolgendo scolaresche della zona.

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©Angelo Lauria, Cigni [Lago di Varese]

Intense e struggenti. Le fotografie commuovono per la loro bellezza. La natura si offre e dona. Una sintesi di quanto affermava il grande naturalista John Muir “In ogni passeggiata nella natura, l’uomo riceve molto più di ciò che cerca“. La natura ha permesso a Lauria di perfezionarsi nella tecnica e racconto fotografico.

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©Angelo Lauria, Tartaruga  e Folaga con i suoi piccoli [Lago di Varese]

Ma negli ultimi anni, quasi in segno di gratitudine verso la terra che lo ha adottato o forse per pura devozione, ha realizzato una serie di ritratti fotografici: volti di donne e uomini con il costume tradizionale, utilizzato nelle varie sagre o feste religiose che animano un’isola dove la tradizione, riscoperta e sostenuta negli ultimi decenni, da significato all’agire e ammalia. Come ad esempio rapiscono per rara bellezza i tessuti preziosi, i colori brillanti, i ricami e i decori sugli scialli. Superfici e forme che emettono sonorità. Melodie d’intensità.

DESULO

©Angelo Lauria Costume di Desulo

Seguire la tradizione è ricercare l’anima sarda e quell’elemento universale che caratterizza i sardi e che si riscopre nella bellezza, nelle forme e nel carattere. La bellezza eterna che traspare dalla perfezione e da un cromatismo armonico dei preziosi abiti ha colpito la sensibilità di Angelo Lauria. Alla bellezza della natura contrappone quella dei pregiati manufatti e dei volti alla ricerca di quello spirito di sardità che contraddistingue il sardo da qualsiasi connazionale.

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©Angelo Lauria, Costume di Osilo

Inizia a seguire le più importanti Sagre della Sardegna: la Sagra del Redentore, la Cavalcata Sarda, la Sagra di Sant’Efisio raccogliendo tantissimi scatti che dopo una attenta selezione sono esposti a Posada in una Mostra dal titolo “Il costume sardo: Volti e colori della tradizione popolare” e presentati ad Olbia nel Festival della Fotografia Popolare #Storie di un Attimo  a cura dell’Associazione Culturale Gli Argonauti.

NUORO

©Angelo Lauria, Costume di Nuoro

È in questa occasione che ho conosciuto il fotografo. Ed ebbra di colori, forme e richiami alla mia tradizione, decisi di intervistarlo. Una persona umile, entusiasta della sua grande passione per la fotografia. Mi parlò dei suoi iniziali obiettivi: ritrarre per trasmettere emozioni della natura, in particolare della fauna e flora lacustri. Un ritorno alle origini, alla semplicità per ritrovarsi o forse (r)accogliersi e proseguire il suo cammino  da apolide.

Una svolta nelle sue ricerche e racconti fotografici di carattere documentaristico sarà data dal suo trasferimento in Sardegna. Amore per il mare e per il moto perpetuo delle onde. Una musica dell’eterno presente che si annida nell’anima. Il soggetto muta ma l’elemento primordiale c’è, è presente. Perché l’acqua unisce e fortifica. Infonde coraggio. Salva.

I silenzi del lago ora diventano espressione / parola nei volti ritratti. L’anima di un popolo che lo incuriosisce e lo affascina.

Così continua il suo cammino. Alla ricerca di nuove emozioni. All’eterna ricerca del suo sé. Il segno della vita, da sempre.

Lycia Mele
©Riproduzione Riservata

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©Angelo Lauria, Costume di Ittiri

Mostre

LAGO DI VARESE – Emozioni in kayak

2010 Badia di Ganna 

2011 Lavena Ponte Tresa
2011 Valmorea

IL COSTUME SARDO – Volti e Colori Della Tradizione Popolare

2015    Posada 

2015    Torpè
2015    Olbia

●Contatti:
E-mail angelolauria52@gmail.com
ITTIRI
©Angelo Lauria, Costume di Ittiri
English Version

Maria Teresa Accomando

La luce mi sospinge ma il colore
m’attenua, predicando l’impotenza
del corpo, bello, ma ancora troppo terrestre.

Ed è per il colore cui mi dono
s’io mi ricordo a tratti del mio aspetto
e quindi del mio limite.
Alda Merini

I versi di Alda Merini racchiudono l’universo pittorico di Maria Teresa Accomando. Una pittrice che conosciuta casualmente in un social, si è rivelata una preziosa scoperta. Di origini emiliane, colpisce per quella semplicità legata a  valori autentici che hanno permesso l’evoluzione dell’uomo. Ma che oggi sembrano scomparire.

Maria Teresa Accomando

Iris per sempre, 2018

Maria Teresa è una donna dinamica e concreta con la grande passione di dipingere che talvolta le ruba volontà e annulla lo scorrere del tempo. Ma l’estro creativo a cui è soggetta e coinvolge tutto il suo essere, supera il limite della finitezza umana. Si dona con dipinti “vissuti”. Istanti sospesi. Ricami d’anima.

Le sue opere appaiono come “poesie scritte col colore”, come direbbe Argan, dove la materia utilizzata non è il linguaggio ma il colore “duttile, sensibile, variabile“. La pittrice gli infonde la sua sensibilità che con innato senso estetico, svuota di tecnicismi. Crea emozioni. Esegue delicati ritagli dal tempo. E come la poetessa Alda Merini si dona al colore per emozionare, Maria Teresa Accomando insuffla la propria anima poetica alla vita “sussultoria” e vibrante del colore.

María Teresa Accomando #1 María Teresa Accomando
#1

Le protagoniste delle sue tele sono donne. Estensioni dell’io? Non solo. Raffigurate al centro della tela esprimono silenzi che traducono la tensione della coscienza verso un’agire. Quasi il divenire di consapevolezza che dopo sofferenza, subordinazione, fragilità determina e definisce la coscienza femminile. Identità.

Maria Teresa Accomando #2 Maria Teresa Accomando
#2

Nelle donne ritratte: madri, mogli, sorelle, figlie e nonne appare un certo dinamismo psicologico reso da un proprio linguaggio espressivo che cesella stati d’animo “in fieri“. Piccole pennellate che si rincorrono. Colori puri giocano, si miscelano, si frantumano. Creano energia, dinamicità.

Maria Teresa Accomando #3 Maria Teresa Accomando
#3

Inconsapevolmente Maria Teresa ricerca nuovi significanti per superare una contemporaneità ove ogni cosa è stata definita, creata. Ogni spazio colmato con una pluralità di contenuti che hanno snaturato l’essere. Dove solo l’immaginario può supportare il reale e annientare quel limite del tutto che disorienta e arreca inquietudine, smarrimento e dilania l’essere per il prevalere di un senso d’impotenza.

Maria Teresa Accomando #4 Maria Teresa Accomando
#4

Attraverso gli occhi si accede al suo mondo interiore. Occhi che non si limitano a ricevere ma riflettono la carica emotiva o πάθος ritratto, divenendo depositari della sua anima.

Goethe nella sua opera Teoria dei Colori sosteneva che l’occhio fosse predisposto affinché la “luce” interna muovesse verso quella esterna. Maria Teresa non dipinge solo ciò che “vede” ma, come avrebbe detto Goethe, aggiunge le proprie impressioni, ombre e luci che s’inseguono sulle tele, per creare giochi di contrasto. Avvolgere sensi. Lasciare decantare emozioni. Nell’anima.

Ora appaiono segni di forze antiche. Lotte tra il voler essere e l’apparire che condizionano esistenze e amplificano ansie e inquietudini. O forse dietro le pennellate quasi nevrotiche, stratificate, scrostate, vissute con visibili graffi sulla tela, vi è un semplice bisogno, legato alla speranza: la necessità di trattenere desideri. Richiamare sogni. E colorare un esistenza che si ripete identica. Tra grigie quotidianità.

Maria Teresa Accomando #5 Maria Teresa Accomando
#5

Si avverte la meticolosità, la precisione, quasi un’ossessione per esprimere questa lotta tra l’esser e il voler essere che l’artista quasi timorosa mi svela: “Aspiro ad essere un’artista. E’ un sogno ricorrente. Spero si realizzi”. Sento la sua forte carica emotiva che come un vento primaverile apre un varco per far defluire i torpori invernali. Come un fiore schiude il senso del suo esistere, dove vivere è dipingere.

Compagni del suo vivere sono “strumenti di fortuna” quali utensili vari, legnetti. Raro l’utilizzo dei pennelli. Mentre le mani hanno un ruolo decisivo nelle sfumature e nei giochi chiaroscurali. Le mani delineano il coraggio, l’ardore, la passione per l’arte. Sono la manifestazione esplicita dell’io – artista dopo un lungo travaglio per acquisire competenza e tecnica pittorica.
Una pittura che è Vita consapevole nell’acquisire coscienza e identità propria e del mondo “ridondante”.

Ora so ciò che ha inizio e ciò che ha fine, /ora so tutto il segreto sordomuto /che si chiama, nella povera lingua /sgrammaticata degli umani – Vita.

A.Merini

Alcuni volti disvelano una sofferenza a cui si lega un percorso di vita o la consapevolezza della presenza dell’altro da sé a cui si vorrebbe tendere. Ma la trama del vivere con le implicazioni sociali, familiari e lavorative trattiene inibendo volontà.
Altre tele raffigurano donne disinibite che mostrano il loro corpo con fierezza e consapevolezza. Una prima analisi sembra enfatizzare la necessità di affermarsi lontano da pregiudizi, condizionamenti o stereotipi. Libere e padrone del proprio sé.

Maria Teresa Accomando #6 Maria Teresa Accomando
#6

In #6 la figura viene definita dai colori che evocano la terra. La propria terra. Maria Teresa li stende e gioca con il chiaroscuro. Appaiono ombre che segnano una figura denutrita. La sofferenza espressa invade i nostri sensi. È una donna che lotta per sopravvivere dove i colori scuri esprimono la sofferenza di un mondo che ha smarrito il senso dell’esistere, ormai alla deriva. Privo di riferimenti e valori.

L’ultima opera qui riprodotta #7 raffigura una donna serena. Nuda, vestita di sorrisi. Il sorriso le illumina il volto. Rappresenta la filosofia di vita di Maria Teresa in cui si riflette quello che dovrebbe essere l’atteggiamento dell’uomo contemporaneo verso la vita: di semplicità, curiosità, sfida, tensione al mutamento visto come crescita interiore e che Etty Hillesum esprime con semplicità e intensità nei suoi Diari:
“Sono felice che ci venga concesso di capire sempre di più, e di approfondire, di giorno in giorno, la conoscenza della vita. Ne sono tanto grata. E devo diventare ancora più paziente. I sentimenti sono più profondi e grandi delle possibilità espressive. Non so ancora in quale ambito cercare i miei strumenti. Aspettare e ascoltare ed essere paziente; fare le cose di ogni giorno; diventare sempre più me stessa e al tempo stesso un anello nel tutto: e nessuna consumata imitazione, né un vivere, nemmeno per un minuto, in modo inconsulto”

E Maria Teresa Accomando si  appropria delle parole di Etty. Tesa a divenir “sempre più se stessa ” alla ricerca di un’identità artistica tra mutamenti di colore e nuove forme finalizzate a ricreare emozioni universali. Eterne.

Io sono certa che nulla più soffocherà la mia rima
Il silenzio l’ho tenuto chiuso per anni nella gola
come una trappola da sacrificio,
è quindi venuto il momento di cantare.

Cvetaeva

Maria Teresa Accomando #7 Maria Teresa Accomando
#7

Mostre collettive
2012
Premio Ponzano – Treviso
2013
JESOLOARTE: Un omaggio a Paolo Baratella
curatore Maurizio Pradella dell’Associazione Culturale Arteficio
2015
Londra
Trispace Gallery N001 – Profiles of Art EXHIBITION
curatrice Silvia Arfelli

Lycia Mele Ligios
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Imprevedibile essenza: l’arte figurativa di Vittorio Boi

Ormai dobbiamo credere soltanto a
quelle credenze che comportano il
dubbio nel loro principio stesso.
Edgar Morin
La figura paterna, appena si nasce, assume contorni sfumati tra presenza e assenza. Infatti alcuni sociologi parlano di diade madre-figlio. Solo il tempo plasma il rapporto padre-figlio che talvolta si fortifica nella complicità di condividere interessi o grandi passioni, quasi un “riallinearsi” e ritrovarsi tra insegnamenti di vita.
Questa premessa mi è sembrata necessaria per presentare Vittorio Boi, un giovane artista di origini cagliaritane, che ha mosso i suoi primi passi e scoperto la bellezza delle forme e l’anima dei colori, tra le tele di suo padre: il pittore Renato Boi.
Originario di Napoli, Renato giunse in Sardegna nella prima metà del secolo scorso. E nell’amata isola si distinse per la sua profonda sensibilità artistica tesa a ritrarre la sardità nei colori, nelle forme e nei paesaggi desolati, intrisi di una solitudine che smarrisce ma ripara dalla sofferenza del vivere.
In un periodo storico difficile e subordinato a logiche incomprensibili, Renato,  dopo un breve periodo impressionista venne attratto dal linguaggio pittorico espressionista volto ad una interiorizzazione della realtà circostante.
Fin da piccolo Vittorio osservava il padre mentre dipingeva. Scrutava le forme, la trasposizione dei significati, i tratti espressivi, l’utilizzo dei colori. Iniziava il suo percorso, un piccolo ” Grand Tour ” dell’Arte, che gli permise di acquisire contenuti per la sua memoria.
Vittorio Boi Il trasformista,2011 Olio su tela
Vittorio Boi
Il trasformista,2011
Olio su tela

Ecco che strati dell’agire si legarono a piccoli nodi di emozioni, e divennero materia che Vittorio filtrò, per creare un proprio “altro/diverso”: distanziare il proprio sé, privilegiando il suo vissuto intrecciato ai ricordi/insegnamenti del padre.

Sorprendeva la sua grande discrezione. Tutto sembrava immergersi nel silenzio. Un silenzio fecondo. Solo pochissimi amici conoscevano la sua grande passione trasmessagli dal padre.

La creatività e il linguaggio pittorico sembravano inseguirlo . – Al pari di nuvole che sulla terra segnano ombre, contorni di assenza del sole e vagano sospinte dal vento. – Forme da cui cercava di fuggire, ma impossibilitato a colmare distanze con nuovi contenuti e forme, continuava a sognare.
Vittorio Boi  Tra Sogno e Realtà. 2014 Olio su tela
Vittorio Boi
Tra Sogno e Realtà. 2014
Olio su tela
Quando un’illuminazione lo condurrà ad una frattura, ad un sostanziale distacco: l’utilizzo di colori puri, pennellate piatte, sfrangiate e l’esigenza di dare forma al proprio “urlo” esistenziale.
Scoprirà una propria personalità artistica dove “l’immaginazione occupa un ruolo centrale tanto da consegnarci una vera e propria concezione del mondo, cui è sotteso il discorso radicale di un allargamento della nozione di realtà e di una corrispondente estensione della coscienza.” (2)

Così le tematiche dell’Isola-Mito che caratterizzavano il linguaggio espressivo del padre tras-mutarono.

Vittorio Boi L'Attesa,2010 Olio su tela
Vittorio Boi
L’Attesa,2010
Olio su tela

“L’attesa” ricorda  l’opera del padre “Pastore in riposo”, visibile nel Catalogo del Patrimonio Artistico della Regione Sardegna. (1) L’uomo al centro, che appare seduto con i gomiti poggiati sulle gambe e le mani tra la testa, evoca la figura del pastore mentre riposa, dalle trame impressioniste. Ma Vittorio predilige colori puri e pennellate sfrangiate. Sembrano rincorrersi nello spazio della tela per dare struttura al forte pathos che l’opera trasmette. Vittorio gioca con l’empatia e riesce a trasmetterci la sua interiorizzazione di una realtà drammatica che sta per accadere.

Trovo quest’opera veramente sublime. E’ ritratto l’istante “sospeso” che rappresenta una potenzialità ancora indefinita. E’ il respiro dell’angoscia esistenziale. Il vuoto che attende di essere colmato. La realtà divenuta indecifrabile. Ma l’angoscia è anche “la vertigine della libertà” come diceva KierKegaard . Libertà di scelta che alimenta la speranza.

Vittorio Boi L'Acrobata,2014 Olio su tela
Vittorio Boi
L’Acrobata,2014
Olio su tela

Tra i soggetti delle sue opere sembra prediligere atleti in movimento o che effettuano esercizi ginnici. Forse perché lui stesso è un atleta, un bravo tennista. In alcune figure esalta la bellezza dei corpi con muscoli definiti , quasi scolpiti con equilibrata tecnica chiaroscurale. Ma alcuni elementi stridono.

Il corpo de “L’Acrobata”  raffigurato nell’istante del movimento, focalizza la nostra attenzione sul punto luce della collana di perle dal significato ambiguo: dono, sottomissione o elemento che “àncora” alla salvezza? A volte esprimono inquietudine forse conseguenza di un disagio, di un’’alterità” radicata che ha difficoltà di apparire, di esprimersi, di essere.

Vittorio Boi Corsa,2014 Olio su tela
Vittorio Boi
Corsa,2014
Olio su tela

Ne “La Partenza” gli atleti si preparano ad effettuare una corsa in una pista che sembra esser allagata. Ma l’ acqua è pulita o sporca? Evoca purificazione o stagnazione ? Forse è trasparente, pulita. Si allude alla necessità di catarsi o rigenerazione. O evidenzia l’impossibilità di muoversi riflettendo la stagnazione del periodo storico in cui viviamo?

L’altleta che ci guarda esprime un disagio. Il movimento è un non movimento. Ma c’è la volontà determinata dalla posizione. L’atleta vuole iniziare la sua corsa.

L’atleta sembra dirci che la folle corsa della vita è segnata dall’inquietudine. Non bisogna fermarsi, né volgersi al passato ma capire come il movimento sia necessario per proiettarci verso il futuro. Non ci si deve compatire ma agire. L’azione è la legge-verità di vita e il tempo ne scrive la partitura d’altronde “non possiamo pensare a un tempo senza oceano / o a un oceano non cosparso di rifiuti o a un futuro / non destinato come il passato, a non avere un fine.”  (2)

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In “Fascino” è raffigurata una persona dal volto indefinito, sembra indossare una maschera. Colori graffiati, sfrangiati, semplici tratti per definire le forme. Risalta la trasparenza del vestito e il color rosso del guanto. Il volto indistinto, sfuggente e il titolo dell’opera evocano ambiguità che assurge ruolo primario. Interscambio di forma e sostanza in un divenire caotico. E’ essere e non essere sé. Aperto all’altro, al diverso. Si acquisisce duttilità ma si rischia di perdere l’essenza, o forse ” coerenza” ? ciò che abbiamo acquisito con l’esperienza e che modula le nostre scelte.

In questa opera i misteri dell’ambiguità divengono certezze radicate nel reale. Il guanto rosso può evocare un riscatto? Passione o salvazione? Ecco che il dubbio coesisterà con una riflessione soggettiva e con lo studio del reale nell’avvicendarsi giorno e notte, per dare un senso al nostro essere presente.

Vittorio Boi Il Groviglio Della Mente,2015 Olio su tela
Vittorio Boi
Il Groviglio Della Mente,2015
Olio su tela

“Il Groviglio della Mente” è un’opera dal forte impatto emotivo. Traspare la difficoltà dell’uomo raffigurato che vuole liberarsi dai cerchi che assemblano molle. I colori sono ben dosati su campitura grigia. Il movimento e la difficoltà vengono definiti dalle contrazioni muscolari evidenziate da delicate tonalità chiaroscurali. Un discorso pittorico legato alla plasticità dove vengono riscoperte la proporzione e l’armonia delle forme quasi ad voler evocare la bellezza classica.

Sul piano concettuale qui si giunge alla cosiddetta “quadratura del cerchio”, il punto di arrivo e di partenza del pensiero dell’artista. Forse per cambiare i nostro modus pensandi è necessario il movimento. Dobbiamo vivere “nell’attraversare” per non farci risucchiare dagli ingranaggi che alienano e creano estraneamento.  Non è  fuggire ma  «attraversare la minaccia di quel caos dove il pensiero diventa impossibile»(3)

La rappresentazione di una realtà “altra” complessa, difficile da affrontare e definire si racchiude nell’importanza del movimento, che rigetta la staticità, esclude la limitazione della sfera dell’azione e permette alla conoscenza di fluire liberamente. Anche perché come dice il grande Morin “è importante comprendere l’incertezza del reale, sapere che il reale comprende un possibile ancora invisibile” (4) che non è sogno ma adattabilità a questa folle corsa che è la vita.

Lycia Mele
© Riproduzione riservata

Approfondimenti

1) Catalogo del Patrimonio artistico della Regione Sardegna 2014 http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_274_20150212122505.pdf
2) T.S.Eliot La terra desolata Quattro quartetti. Book Editore
3) G. Bateson Mente e Natura. Un’unità necessaria. Adelfi Editore
4) E.Morin I sette saperi necessari all’educazione del futuro. RaffaelloCortina Editore

Vittorio Boi Scarpette Rosse,2014 Olio su tela
Vittorio Boi
Scarpette Rosse,2014
Olio su tela

Karen Knorr

“L’animale ci guarda
e noi siamo nudi davanti a lui.
E pensare comincia forse proprio qui il pensiero”

Derrida

Ho sempre accarezzato l’idea che gli animali fossero delle creature speciali con il dono della “parola silente”: sguardi, versi che trasmettono significati mentre sfiorano le corde dell’emozione.
I bellissimi esemplari fotografati da Karen Knorr lo confermano. Animali umanizzati nelle loro pose sembrano sfidare l’uomo nella conoscenza, quasi si desideri superare quel dualismo uomo – animale e/o cultura – natura. E se la risultante fosse natura / cultura?

L’artista di origini tedesche, – che attualmente vive a Londra, –  nel 2008 si reca in India nella regione del Rajasthan con l’intento di dar risalto allo splendore dell’architettura indiana con i suoi  palazzi aristocratici, templi, mausolei, i loro interni con pregiati rivestimenti di marmi, vetri policromi e pietre preziose.

In questa cornice di raffinata bellezza inserisce dei bellissimi animali, come il cigno, la scimmia, il leone e altri, quasi ad enfatizzarne la sacralità e l’elemento di simbiosi concettuale: natura e cultura.

Karen Knorr The Gatekeeper
Karen Knorr
The Gatekeeper

La natura appare all’interno della “cultura”, mostra la sua centralità, quale fondamento. Senza la natura non ci sarebbe cultura. Il grande monito di significato antropologico sembra esser dettato dalla necessità di rigettare la cultura delle caste indiane. Come attribuire differenze tra esseri umani in base alla loro professione e/o ruolo all’interno di una società? Questo è solo sovrastruttura, si deve partire dalla natura che in-forma la cultura, come evidenzia Emanuela Casti quando afferma che la discrasia tra natura e cultura risulta superata “se si riconosce che l’uomo non solamente modifica il preesistente con la sua azione, ma lo crea attraverso una dinamica che potremmo chiamare retroattiva, quella che conduce la natura ad essere riconosciuta attraverso la cultura”.

Karen Knorr  Flight  to Freedom
Karen Knorr
Flight to Freedom

L’India vive di forti contrasti che ammutoliscono le coscienze di noi occidentali:  esistenze ai margini private della dignità di uomini, dove il riscatto sfuma nel malessere sociale radicato nella più profonda sofferenza ed estrema povertà.

Ma perché l’artista privilegia gli animali in spazi che per consuetudine appartengono agli uomini?

Dall’analisi etimologica dei termini si evidenzia una prima distinzione. La parola uomo viene dal latino homo che si collega a humus, terra, quindi terrestre, “procreato dalla terra”, un’antica credenza. La parola animale, invece, deriva da anima forma femminile di animus, spirito.

Si parla così di creature animate con la differenziazione sostanziale che vede l’uomo proteso verso la ma(ter)ia, mentre l’animale riflette spiritualità, purezza.

Karen Knorr The Witness
Karen Knorr
The Witness

Una diversità che ci conduce ad avvicinare sempre più l’animale all’uomo poiché  pur “terrestre” anche egli possiede un’anima. Se gli animali mostrano “coerenza” nel loro evolversi l’uomo sembra esser giunto al punto di non ritorno. Di immobilismo. I corsi e ricorsi di vichiana memoria hanno svuotato significati,  dove forme acquisite subordinate al tempo mutano o si annullano. Non hanno più valore.

L’uomo appare sconfitto, privato della sua dignità, del ruolo e coscienza. Sedotto dalla materialità e temporaneità più che dall’eternità. Non conosce il significato del suo vivere e lo cerca inquieto nel collezionare deviazioni, scarti, assenze per esser-ci.

Karen Knorr  The survivor
Karen Knorr
The survivor

In una nazione come l’India in cui le vacche sono sacre, la storia dei palazzi appare secondaria, marginale. Gli animali, che rappresentano l’istante dello scorrer del tempo, racchiudono significato. Da una parte si scandisce l’importanza di esser dentro la storia vestiti da veli di cultura; dall’altra la “natura” tra-veste l’agire.

Karen Knorr A place like Amravati
Karen Knorr
A place like Amravati

Sono animali, ma potrebbero essere uomini? Derrida dice “l’uomo è un animale che descrive la propria vita”. Forse la parola crea differenza? Ma evidenzia ancora che “l’uomo è l’unico animale che si è vestito, essere nudo è un limite interno alla vita. Solo con la vita nel suo apparire mi vedo come l’animale che sono, – continua Derrida –  ovvero la vita che sono.”

La differenza uomo-animale è stata creata dall’uomo per riconoscersi. Il filosofo li considera creature “viventi” di cui l’animale non è “non parlante” ma “non rispondente” . Se pensiamo ai nostri compagni cani, gatti, criceti, conigli potrebbero parlare anzi ci parlano. Ma non potrebbero rispondere. Ecco che per Derrida il codice animale esiste in quanto definito dal codice umano.

Karen Knorr Waiting for Atman
Karen Knorr
Waiting for Atman

Dopo Derrida voglio richiamare il pensiero di un’altro grande studioso, l’antropologo Lévi-Strauss che parla di “rapporto aperto” per i continui rimandi esistenti tra uomo e animale con manifeste contaminazioni. Lui stesso dirà che entrambi possiedono gli stessi meccanismi-processi solo che negli animali sembrano avere una forma “slegata”.

Ma allora il grande tributo agli animali, con l’esclusione dell’uomo dalla scena, potrebbe enfatizzare il nostro essere divenute “bestie”? Agiamo con violenza e sfregio nel mare dell’incoerenza portando come vessillo il nostro ego. Potremo ritrovarci solo nell’incontro con l’altro, e purificandoci da sovrastrutture che abbagliano.

lyciameleligios
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Fatma Bukač

Non mi fusi mai con nessuno

Mai respirai così tranquillamente

Schwarz

L’opera di Fatma Bukač riflette un’immagine fluida tesa a cristallizzarsi in un luogo estraneo a contaminazioni. In questo non-luogo sembra attendersi una Ri-Composizione del Silenzio che reso sordo dal dolore, riaffiora per ricomporsi sulle tracce “dell’essere”.

Le fotografie, le installazioni e i video trasudano sofferenza e desiderio di riscatto. Si ricercano origini per definire identità o ruoli nell’essere tempo. Dove l’assenza scruta l’umano sul limite del proprio baratro.

Fatma Bukac Untitled-III- Allegorie della colpevolezza passato
Fatma Bukač
Untitled-III-
Allegoria della colpevolezza-passato

Fatma Bukač di etnia curda, nasce nel 1982 in un piccolo paese turco, Iskenderun, ai confini con la Siria. Il padre era un’insegnante comunista che fu fatto prigioniero politico durante la guerra turco-siriana. L’assenza della figura paterna durante l’infanzia; la guerra in cui venne distrutto il suo villaggio; l’essere donna in una società per tradizione patrilineare, subordinata alla “protezione” di un uomo:  saranno elementi che Fatma rielaborerà e approfondirà nelle sue opere. Influenzeranno il suo linguaggio espressivo che diverrà interprete di conoscenze per predisporsi depositario di memoria.

Le sue opere struggenti graffiano l’anima. Non conoscono oblio. Sono assolute. Colmano vuoti che si rifrangono in un presente limite, incompleto. Tante le evocazioni e i rimandi. Si percepisce l’urlo di ciò che non è più, ma che potrà essere ricolmato. Ridefinito. Ridisegnato. Si aderirà al presente frantumando il ricordo per poter sopravvivere. Si conserveranno i resti. Si “penetrerà” nei restanti silenzi rubati alla Storia. Per accettare una diversità che non è mai “esistita” se non nell’essere tempo Storia che sfuma dettagli.

Fatma Bukač Latibulum
Fatma Bukač
Latibulum

Quando vidi le opere di Fatma Bukač sentii i “respiri” di Francesca Woodman. Ritrovai la stessa intensità e forza espressiva.  Là il preludio di una fine nell’espiazione. Qui tensione-potenzialità futura. Forse speranza che sopravvive ad un dolore-vertigine.   Ci si proietta in un futuro diverso, altro, di raccordo con il passato che partendo dal presente semina il domani.

Qualcosa dovrà definirsi, prender forma, divenire realtà. Anche se tutto sembra sospeso, estraneo al tempo diviene un non-luogo ascritto al mito. Focalizzato nell’atto delle poche azioni esistenti. Sembra un agire “contratto”. Lascia spazio ai pensieri. Liberi di correre negli interstizi di un reale muto. Sfiancato.

Fatma Bukač
Fatma Bukač

Tracce evase dai limiti della Storia raccontano l’immobilità agghiacciante di ciò che resta, privo di identità, di struttura, di codici. Ma l’agire crea luminosità. Apre squarci di desideri. Unisce. Appaga. È ritrovar-si nella germinazione del sé.

L’inseminazione dell’adesso su brandelli di un passato raso al suolo denuncia una presa di coscienza dell’io che mutilato ricerca equilibri nel far confluire il presente su  “tabulae rasae” verso la scoperta di un nuovo “genere” d’identità. Una forma che ricuce la parte mancante con l’assenza.

Fatma Bukač – Untitled IV (Allegoria della colpevolezza – passato)
Fatma Bukač – Untitled IV (Allegoria della colpevolezza – passato)

I paesaggi sembrano esser sospesi. Ma l’anima non ha abbandonato i luoghi. Manifesta il desiderio di ricostruire. Desidera essere parte fondante e seme di rinascita.

La figura nuda, avvolta nel cellophane, all’interno della casa bombardata è l’elemento fondante, quasi un demiurgo del fieri. Si  fecondano i luoghi per poterli “acquisire” nella propria interiorità. Si assimilano le origini nella consapevolezza di ciò che è stato.

Rimasi molto sorpresa quando in un intervista l’artista disse che le sue installazioni non erano di denuncia contro il governo turco. Il suo desiderio era quello di raccontare  il presente, manifestando ciò che le premeva definire: la sua Anima, l’identità,l’origine.

Forse una ricerca escatologica per unire lembi di lacerazioni e accettare la diversità pur nella tras-formazione.

Fatma Bukač  installazione Omne Vivum Ex Ovo
Fatma Bukač
installazione Omne Vivum Ex Ovo

Si vuole “inseminare” ciò che è divenuto non-luogo modificato da un evento la guerra, che voleva cancellare. Ecco una figura femminile che depone delle uova dentro i mattoni, resti dei bombardamenti.

Rinascere sarà consequenziale alla presa di coscienza di ciò che non è più e definisce le origini. Solo successivamente si edificherà un nuovo esistere. Le voragini devono esser colmate. Si devono creare ponti solidi per poter inseguire il futuro.

Fatma Bukač con le sue rappresentazioni diverrà un’importante fulcro di trasmissione del sapere. Come un vento impetuoso scuoterà coscienze.

Fatma Bukač  Ego et Lanx Nigra
Fatma Bukač
Ego et Lanx Nigra

“In questa prospettiva l’identità viene quindi considerata come un processo continuo di identificazione, dove le definizioni sono variabili: l’identità non è più qualcosa che proviene dalle appartenenze, o non solo, ma anche un processo legato alle autonome capacità di individuazione, sempre più richieste dalla società complessa che esige individui autonomi, che funzionino come terminali culturali”

Parole del Meucci che attestano come la consapevolezza di Fatma Bukač nel documentare le sue origini, la condurrà a porsi autentica mediatrice culturale.

Carlo Sgorlon sottolinea come non sia possibile rompere con il nostro passato perchè “rappresenta la tradizione, la continuità, la direzione, lo sfondo necessario della nostra esistenza….Sarebbe come rinunciare alla nostra memoria collettiva e quindi a una parte essenziale di noi stessi. Come sciogliere i cavi che ci legano alla Terra, per vagare senza meta nello spazio, al modo di una mongolfiera disancorata”.

Fatma Bukač Malum in se
Fatma Bukač
Malum in se

L’opera di Fatma Bukač è di notevole rilievo per le sue ricerche sulla costruzione identitaria. Pur presentandosi con un linguaggio espressivo intenso, a volte cruento, ha documentato un passato di continuità cercando di saldare nel presente l’origine e l’evoluzione della consapevolezza dell’essere uomo contemporaneo.

Non potremo vivere il presente senza recuperare o “riconciliarci” con il nostro passato, radice preziosa della nostra anima. Saremo alberi senza più radici, privi di domani.

Lycia Mele
© Riproduzione riservata

Approfondimenti
Le fotografie presenti appartangono alla serie Melancholia I, 2008
http://www.albertopeola.com/it/artisti/13-bucak-fatma.html
http://neuramagazine.com/le-identita-possibili-di-fatma-bucak/

Francesca Woodman
http://www.heenan.net/woodman/

Caroline Achaintre

Artista poliedrica, Caroline Achaintre è riuscita a sintetizzare linguaggi espressivi del passato in modo molto originale. Ciò le ha permesso di imporsi come grande protagonista nella scena dell’Arte Contemporanea.

Nasce a Tolosa nel 1969, ma ben presto si trasferisce in Germania. Caroline Achaintre inizia a dar spazio alla sua creatività lavorando presso un fabbro ancor prima di vincere la borsa di studio per il Chealsea Collage of Art & Design.

Caroline Achaintre Moustache Aquila 2008 Lana

©Caroline Achaintre, Moustache Aquila 2008

La sua inquieta ricerca di nuovi linguaggi espressivi è ben visibile dalla varietà di materiali che utilizza tra i quali l’argilla e la lana. Qui mostrerò qualche arazzo in cui è possibile notare la compenetrazione di manualità e creatività e dove l’istinto creativo fugge definendosi nel colore e nelle forme. Niente sembra meditato. Tutto appare fluido nel suo divenire realtà.

Caroline Achaintre Ohara lana

©Caroline Achaintre, Ohara [lana]

I cromatismi utilizzati riflettono alcuni colori puri, cari agli espressionisti. Colori urlanti che esprimono il desiderio di lotta, di opposizione ad ordini imposti, soffocanti. Sono colori del richiamo all’attenzione. E come se volessero dire ‘Io sono presente, esisto con la mia unicità’ che è diversità, originalità. Nella scelta dei colori ho rivisto la genialità di un grande pittore astratto francese Jean René Bazaine.

Questo iniziale parallelismo, mi ha incuriosito da documentarmi sulla sua attività artistica. Rimasi attratta da quel suo desiderio di forzare il reale, penetrarlo. Un voler creare contrasti per un ’eterno stupore.

Caroline Achaintre Roast 2005 Lana

©Caroline Achaintre, Roast 2005 [lana]

Le opere evocano nostalgie, altre incomunicabilità quasi inferriate che segregano l’agire, l’essere presente occultato dai fili del reale che impediscono di accedere alla verità.

I margini di un reale che ha perso il suo centro . I punti di riferimento dissolti in un nulla in cui solo la camaleontica creatività e la sete del sapere possono renderci partecipi attori del nostro tempo.

Caroline Achaintre Zibra 2011 lana

©Caroline Achaintre, Zibra 2011 [lana]

Le forme trasmettono spontaneità, immediatezza, semplicità ma anche tanta ironia. I volti deformati,  essenziali nella loro fattura, evocano una sorta di primitivismo. La loro bocca aperta sembra incuterci paura.  Ripenso alle maschere apotropaiche preposte a scacciare gli spiriti e spiritelli dalle abitazioni ma anche alle maschere lignee di tradizione africana.

O siamo davanti ad una rivisitazione quasi pirandelliana della nostra pluralità di maschere che indossiamo a seconda del ruolo che interpretiamo nella vita reale? 

Un ritorno alla frugalità si evince dalla semplicità dei materiali quali la lana o l’argilla. Con il neolitico l’uomo cominciò a capire l’importanza della lana degli animali. La utilizzò per la tessitura e la filatura. La lana proteggeva dal freddo. Riscaldava Era un bene prezioso. Caroline Achantre recupera l’elemento prezioso, ne evidenzia il valore sociale e lo riabilita a oggetto d’Arte con una propria individualità e significato. Il presente si ciba di passato per poter creare il futuro.

Caroline Achaintre ha fatto dei suoi linguaggi espressivi una rivisitazione del cammino dell’uomo. L’evoluzione è alla base della nostra storia ma in un eterno ritorno.

I

 

©Caroline Achaintre, Insider 2008 [lana]

 

English Version

A multifaceted artist, Caroline Achaintre was able to synthesize expressive languages of the past in a very original way. This has enabled her to establish herself as a major protagonist in the contemporary art scene.

She was born in Toulouse in 1969, but soon moved to Germany. Caroline Achaintre begins to give way to her creativity working at a locksmith even before winning a scholarship at the Chealsea College of Art & Design.

His restless search for new forms of expression is clearly visible from the variety of materials used such as clay and wool. Here I will show you some tapestry where you can see the intermingling of dexterity and creativity, and where the creative instinct runs in defining color, and shapes. Nothing seems meditated. Everything is fluid in its becoming.

The colors used reflect pure colors, dear to the Expressionists. Screaming colors that express the desire to fight, for opposition to the orders imposed, suffocating. They are the colors of the call to attention. And as if to say ‘I am this, I exist with my uniqueness’ that is diversity and originality. When choosing colors I saw the genius of the great abstract painter Jean René Bazaine.

This initial parallelism has led me to deepen her artistic activity. And I was impressed by her wish, I catch a glimpse of her in her works, to ‘force’ the real, penetrate it. A desire to create a contrast to an ‘eternal’ amazement.

The works evoke nostalgia, other non-communication almost ‘railings’ which segregate the act. The being present hidden by wires of the real that prevent access to the truth.
The margins of a real that has lost its center. The reference points are dissolved in a stalemate in which only the chameleon-like creativity and thirst of knowledge can make us partakers actors of our time.
The forms convey spontaneity, immediacy, simplicity, but also a lot of irony. The deformed faces, with clean lines, evoke a kind of primitivism. Their open mouth seem to frighten us. They remind me of the apotropaic masks responsible to drive spirits away from homes but also of the wooden masks of African tradition.

Or are we faced with a review of our almost Pirandello plurality of masks we wear depending on the role that we play in real life?

A return to frugality is apparent from the simplicity of the materials such as wool or clay. With the Neolithic man began to understand the importance of animal wool. She used it for weaving and spinning. The wool protected from the cold. Warming was a valuable asset. Caroline Achantre recovers the precious element, highlights its social value and enables it to an ‘object’ with an artistic value, with its own individuality and meaning. The present feeds on the past to create the future.
Caroline Achaintre made of her expressive languages, a review of the human journey. Evolution is the foundation of our history but in an eternal return.

Lycia Mele
© Riproduzione riservata

APPROFONDIMENTI
http://carolineachaintre.com