Un filo che intreccia umanità: l’opera “Noi e il mondo”di Gabriella Locci

Per essere nella storia bisogna fare storia, non uniformandosi al già fatto, ma con un’opera nuova”. Parole dell’artista sarda di Ulassai, Maria Lai, che rivelano l’essenza dell’arte intesa come partecipazione attiva nel fluire del tempo, scandita dal suo costante rinnovarsi alla scoperta di nuovi linguaggi.

Il valore semantico di in/nov/azione ci lega al lavoro di un’artista sardaGabriella Locci che alcuni giorni fa, ha presentato – insieme a Dario Piludu e con la collaborazione dell’AES – Associazione Editori Sardi – l’opera “Noi e il mondo”, in uno dei numerosi incontri culturali inseriti nell’evento tenutosi a Tempio Pausania “Qui c’e Aria di Cultura”  per  L’Isola dei Libri, mostra libraria dell’editoria sarda.

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Courtesy of ©Archivio AES ph. Salvatore Taras

L’opera, espressione di arte relazionale e partecipativa, evoca quella che Maria Lai realizzò nel settembre del 1981 “Legarsi alla montagna”. L’artista coinvolse l’intero paese di Ulassai facendo legare case e montagna con un lunghissimo nastro celeste.  Ma, l’opera di Gabriella Locci si diversifica e si rinnova, presenta un suo peculiare carattere.

L’artista

Gabriella Locci di origini cagliaritane è la direttrice di Casa Falconieri, centro di ricerca per le arti visive: incisione, stampa digitale e video. 

Il suo linguaggio espressivo raffigura una dimensione esistenziale in cui si  sofferma a riflettere sui significati dell’esistere: il rapporto dell’uomo con gli altri, con le cose, con il mondo, che traduce facendo affiorare quell’imponderabilità, ineluttabilità, quel lato oscuro che lega l’esistenza di ogni individuo a nuove possibilità e significati.

 

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Atlantica 4,  2005 – Courtesy of Archivio Gabriella Locci

Nelle sue opere sono presenti segni di vita, interferenze, ferite, punti di fuga tra  campiture chiare: respiri di luce o di pensiero che si rifrangono, collegano, inducono a  scelte e scon/volgono.  Tracce quali sofferenze ataviche – che ora, rivestite di forza e passione, aprono varchi a nuove sfumature,  alterità, luoghi mentali.

Nell’atto dell’incisione, l’impressione finale può mutare la forma. I colori (dominanti rosso e nero) si estendono verso nuovi spazi, si creano nuove fessure – alternative dell’esistere –  e si aggiungono nuove “pieghe”, nuove esperienze. 

Da uomini in cammino siamo resi automi dall’incertezza che si percepisce come ineluttabile e imponderabile ma che si rivela come possibilità (Husserl). L’uomo è un semplice modo d’essere che mostra una “determinata situazione” soggetta a “deviazioni”, intese come opportunità.

Se ci focalizziamo su un percorso di vita possiamo visualizzarla come un’insieme di  esperienze che, sottratte alla volontà dell’uomo, si offrono nel loro accadere  con nuovi significati, a volte incomprensibili, che poi l’azione del tempo le rende intellegibili, ma sono sempre possibilità.

Courtesy of ©Archivio AES ph. Salvatore Taras

L’opera “Noi e il mondo”

A Tempio l’artista ha presentato la sua opera performativa “Noi e il mondo”,  dove la fruizione dell’opera si è definita nell’interrelazione tra i presenti (arte  partecipativa): un’esperienza socio-culturale di condivisione di segni letterari della nostra identità, per acquisire o fortificare la consapevolezza del loro valore.

L’opera si presenta come un libro antico, una pergamena arrotolata, realizzata in stoffa, dipinta dall’artista con colori e tracce che alludono alla terra di Sardegna.

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Courtesy of ©Archivio AES ph. Salvatore Taras

La tela è tempestata di spazi e pennellate di colore, intenso o sfumato che comunicano una tensione emotiva tracciata da giochi cromatici che prevalgono, si “staccano ”, emergono. 

Il rosso, quale macchia di energia, rimanda al temperamento della gente dell’isola che per il suo stato d’insularità sembra “ripiegarsi” su sé stesso per rafforzarsi, intensificarsi. Un elemento simbolico che allude alla forza degli abitanti, che non solo hanno difeso  le proprie coste,  ma  hanno dovuto affrontare una sfida maggiore: l’incognita di un mare che non sempre si è mostrato amico. 

Doppie sfide,  dove la forza atavica diviene coraggio, perseveranza e ostinazione. Alla fine, orgoglio, per aver superato traversie indescrivibili.

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Courtesy of ©Archivio AES ph. Salvatore Taras

Tra i segni compaiono frasi o #scritturebrevi (codificate dalla linguista Francesca Chiusaroli) dei nostri scrittori Antonio Gramsci, Grazia Deledda, Sergio Atzeni, Giulio Angioni e altri  che ci hanno risvegliati dal torpore e hanno trasmesso forma e sostanza alla nostra coscienza identitaria.  Sono le nostre “radici”.  Esse non temono salinità del mare né la forza aggressiva del mistral che genuflette alberi, ma che non li spezza, perchè  amano abbracciare il vento che ruba superfici, modificando spazi.

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Courtesy of ©Archivio AES ph. Salvatore Taras

La scrittura ci lega al nostro passato identitario,  come questa tela filiforme unisce tutti nel presente. Ora, leggiamo le frasi, le comunichiamo l’un con all’altro, le condividiamo, le “possediamo” insieme. L’individualismo viene rimosso e sostituito da una collettività che collabora e comunica, protagonista della performance.

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Courtesy of ©Archivio AES ph. Salvatore Taras

La tela continua a srotolarsi. Viene dato un lembo a ciascuno dei presenti che leggerà una frase ad alta voce, inizialmente solo, poi tutti insieme in una voce corale. Quella coralità che rinforza e avvolge voci: come l’incalzare del vento, che esprime la sua cultura immateriale con una sonorità diffusa tra fessure, grotte e antri. Un suono primordiale, come le voci crescenti e decrescenti nel salone dello Spazio Faber.

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Courtesy of ©Archivio AES ph. Salvatore Taras

Le parole lette sembravano riflettere quell’intensità, quella vis (si preferisce il valore semantico della parola latina inteso come forza, vigore, valore) propria dei segni sulla tela. Si sentivano addosso. Divenuti  pezzi di tela, la scrittura  veniva  deposta nell’anima stordita dallo sciabordio del tempo passato.

Una performance di arte relazionale molto suggestiva, in un periodo dove la solitudine e l’individualismo sembrano crescere in modo esponenziale.  L’artista  sente  e propone il valore della condivisione come presenza, acquisizione identitaria,  lettura condivisa.

Maria Lai e la fiaba

Maria Lai, – di cui quest’anno si celebra il centenario della nascita, – per realizzare la sua opera di arte relazionale o “scultura sociale” Legarsi alla montagna”,  s’ispira ad  una fiaba, tramandata oralmente, elemento del nostro patrimonio culturale immateriale.

La protagonista, una bambina,  che si  reca  nella montagna vicina per portare il pane ai pastori. Ma improvvisamente nella zona si abbatte un temporale e i pastori con i loro greggi  trovano rifugio in una grotta. La bambina, che stava per entrare dentro la grotta, viene attratta da un nastro celeste sospinto da giochi di vento. Incuriosita si allontana per andare a prendere quel nastro che aveva colpito la sua attenzione. Quell’andar via dalla grotta rappresenta la sua salvezza, perché pochi minuti dopo il soffitto della grotta crolla con i pastori all’interno. 

Legarsi alla montagna

Il nastro azzurro con cui Maria fa legare le case del paese, di porta in porta, ha una finalità: dissolvere inimicizie,  (come lei stessa dirà “storie di malocchio, di furti, di drammi e rancori”).

Dopo qualche timore, tutto il paese si mostra disponibile a collaborare. Il “filo” ora “tesse” case in un “in/camminarsi”comunitario.  Diviene simbolo di unione e di consapevolezza/ verità che la condivisione permette di affrontare difficoltà, paure con intensità differenti.

Il  sentimento di rispetto e amore tra le case viene espresso con un elemento semplice, il pane.  Un’allusione all’istante eucaristico che racchiude il principio dell’amore universale.  Un pane sarà annodato tra le case segnate da fratellanza, reciproco rispetto e amicizia. “Quando gli uomini condividono il pane – diceva Jean Cardonnel – condividono la loro amicizia”

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Maria Lai, Legarsi alla montagna 1981 (particolare)

Il passaggio del nastro viene vissuto come “un’attesa  silenziosa – ricorda Maria Lai – quando si solleva ad arco dalla montagna ai tetti delle case, sembra un getto d’acqua. Si scatenano urla, battimani, suoni di clacson, canti e balli fino a notte inoltrata.”

Il nastro, che a Maria evoca l’acqua, sembra esprimere una catarsi collettiva. Una purificazione. Da quel momento, il paese sconosciuto si ritrova inserito nella storia sociale, mostrando un progresso di consapevolezza e coscienza civile che nessuna forma politica sarebbe riuscita a realizzare.

Un’esperienza che ha segnato il paese di Ulassai e gli abitanti che presero parte al progetto, s’inscrive nella memoria storica mostrando un valore inestimabile perché soggiace ad un’intuizione mai pensata in precedenza. L’esperienza di Gabriella Locci, pur con rimandi a “Legarsi alla montagna”, è caratterizzata dal suo incessante ripetersi nell’infinito presente e assume valore  più con/temporaneo.

 

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©Riproduzione Riservata

Imaginibus | Verità s/velata nelle opere di Rosalba Mura

Ma forse anche le cose come stanno / hanno un ordine

tanto più vasto / da uscire dall’inquadratura

così il massimo di reale / combacia con l’astrazione pura

come quando la notte / essere e non essere / niente / si equivalgono”

Silvia Bre*

In Italia, ormai da anni, si assiste ad una riqualificazione  e valorizzazione di edifici urbani di proprietà del clero.  Oratori, palazzi e chiese – parte del nostro immenso patrimonio culturale di incomparabile bellezza – mutano la loro funzione originaria, per divenire luoghi dove ospitare mostre sui nuovi linguaggi artistici o eventi culturali.

In sinergia con le amministrazioni locali,  associazioni culturali o privati il quartiere  assume valore ponendosi promotore di cultura a 360 gradi.

Uno di questi luoghi è l’Antico Oratorio della Passione depositario di bellezza che resiste il tempo, costruito alla fine del ′400. Adiacente la Basilica di Sant’Ambrogio, nel cuore pulsante di Milano, – città sempre più cosmopolita ma che continua a distinguersi per eleganza  e raffinatezza, – lo spazio ospiterà dal 12 al 17 novembre “Imaginibus” una mostra collettiva di  arte contemporanea a cura della Jelmoni Studio Gallery. 

La Galleria di Elena Jelmoni,  fondata nel 1995, lavora in un centro culturale tra i più attivi di Berlino, Londra, Milano. Si distingue per le collaborazioni con l’Accademia di Brera e per la sua costante attenzione a personalità artistiche emergenti e ai nuovi linguaggi espressivi dell’arte contemporanea.

Un Galleria prestigiosa, con esperienza pluriennale, fondata con artisti di rilievo come Denis Santachiara, Bruto Pomodoro, Eugenio Degani, Marina Burani, Graziano Pompili, Fondazione Pomodoro e altri.

Nella mostra “Imaginibus”, tra gli artisti di diverse nazionalità che vogliamo ricordare Paola Colombo, Paolina Ponzellini, Ludovica Chamois, Pino Chimenti, Stefano Robiglio, Eleonora Scaramella, Elisabetta Mariani, Roberto Marrani, Francesco Loliva, Liubov Fridman, Guanzhong Ge, Danny Johananoff, John Kingerlee, Sal Ponce Enrile, Carlos  E. Porlas M. Gabriela Segura, Emanuel Shlomo, Mark Stapelfeldt, Hiroshi Wada, David Whitfield, Judy Lange, Maria Scotti, sono presenti due artisti di origine sarda.

Il primo artista è Gianfranco Angioni nato a Cagliari che lasciata l’isola si trasferisce in continente. Ma la sua anima serberà nostalgia per la sua terra. Lascerà Milano per stabilirsi a due passi dal mare, in Liguria.

Sappiamo come il mare crea dipendenza, ma a seconda dello sguardo può evocare il concetto di prossimità e legame. Alleggerisce lo  sconforto e inebria i ricordi permanenti, che divengono più vividi.

Gianfranco Angioni è un’artista sperimentale, i suoi linguaggi sono sconfinamenti ora sull’astratto, ora sul figurativo.  A ciò si aggiunge una raffinata cura degli esiti cromatici.

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Rosalba Mura – Courtesy of artist

La seconda artista sarda è Rosalba Mura, originaria di Barumini, ma olbiese di adozione.  Formatasi all’Accademia di Belle Arti di Sassari, inizia il suo percorso artistico con l’utilizzo di  linguaggi legati alle  prime avanguardie. 

Oggi persegue la sua ricerca estetica verso un’espressività essenziale  tesa alla de/costruzione presente in alcune correnti artistiche che si svilupparono intorno agli anni sessanta come la Minimal Art e Conceptual Art.

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©Cubit, 2019 – acrilico su tela 20×20 – Courtesy of Rosalba Mura

Rosalba Mura sembra mostrarsi sensibile alla mutevolezza o vulnerabilità del reale e persegue nelle sue opere più recenti la rappresentazione di un’alterità che appare “fluida”, fuggevole. Il focus delle sue indagini è una figura geometrica basica il quadrato, struttura semplice, che sembra aver perso la sua perfezione numerica. Quasi a voler  condividere il pensiero di un grande astrattista italiano Luigi Veronesi  che affermava come i rapporti numerici della figura fossero “non immutabili”. Il significato sfugge ad un significante (forma) ingannevole o viceversa? “La capacità di errore dell’uomo è un guasto biologico esteso” diceva il grande Fabio Mauri.

Le ideologie mutano, strutturate dal tempo. La verità come la qualità divenute inafferrabili esseri fluidi, sembrano soggette ad ad[data]mento, a far/si  tempo, si decompongono per ricomporsi altre nel loro frammentarsi e suturarsi/rinsaldarsi o stratificarsi.

Potremo  ripercorrere le intuizioni illuminanti del grande Jackie Derrida e Zigmunt Bauman che pur nella loro diversità ci aiuterebbero a cogliere affinità, ma dovremo rimandare ad altri spazi la pluralità di riflessioni che si evidenziano nell’arte concettuale di Rosalba Mura per delimitare incastri logici che hanno usurato congiunzioni esistenziali.

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©Peace n marzo 2003 – acrilico su tavola 65×65 – Courtesy of Rosalba Mura

La mostra collettiva ha titolo “Imaginibus”, tradotto dal latino imago, imagĭnis che significa immagine nel risultato di forma esteriore di un oggetto come viene percepita attraverso il senso della vista o riflessa, ad esempio, in una superficie dando luogo ad una dualità di resa realista (oggettiva) o percepita (soggettiva).

Qui si vuole enfatizzare con indagini e percorsi degli artisti uno specifico  campo d’indagine relativo al ritratto nell’arte  della nostra contemporaneità, ponendo l’accento non solo su chi esegue l’opera ma su chi ne fruisce con un gioco di rimandi tra  rappresentazione, percezione e  realtà spesso soggettivata, quindi filtrata da analisi introspettiva o più inconscia.

La raffigurazione di questo genere si storicizza, condizionata dal mutare delle condizioni politiche e socio-economiche, dai conseguenti disagi esistenziali di una umanità in cammino che hanno influito sui linguaggi artistici modificando il modo stesso di percepire la realtà – ora più soggettivo – da mutare le caratteristiche fisionomiche dell’uomo.     

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©Interior Dimensional Wormhole 2, 2019 a. su tela 42×42 – Courtesy of Rosalba Mura

Ogni artista in mostra propone il suo “sentire” che a noi potrebbe sembrare incomprensibile ma, se si affronta con il linguaggio dell’arte, appare nella sua nitidezza.  Ognuno si esprime con la propria peculiarità distintiva ora  con  violenza cromatica,  ora si predilige il segno semplice estraneo al decorativismo,  oppure si altera  la superficie della tela con strumenti, o si distorce – lavorando sul subconscio – la fisionomia dei volti, o con estremizzazioni geometriche.

Ma perché questa esigenza? perché questi linguaggi espressivi? Se si guarda  alla storia dell’arte dalla fine del secolo scorso ad oggi il ritratto in senso tradizionale sembra non esistere. Le cause di questo “frammentarsi” sono attribuibili  alle condizioni socio-antropologiche che l’essere umano ha vissuto:  quali l’industrializzazione e l’avvento della psicanalisi, la diffusione della fotografia, il potere dilaniante della guerra illustratoci ad esempio dall’accentuato  cromatismo e successive alterazioni/deformazioni degli espressionisti (pensiamo al celebre Urlo di Edvard Munch) la violenza e astrusità dei campi di concentramento che creavano alienazione, le scoperte tecnologiche e la conseguente moda dei selfie.

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©Trittico BN – 2015 acrilico su tela – 3 pz 20×20 – Courtesy of Rosalba Mura

Possiamo quindi concludere che da ogni angolazione si osservi il reale, il rapporto pensiero e mondo, nel sua sintesi artistica, è e rimarrà sempre “proiettivo”, come diceva Fabio Mauri, di una “proiezione con contenuto, (di memoria, fantasia, di cultura) prevalentemente autonomo e produttore di linguaggio ulteriore, di significato inedito, nuovo”. [Intervista di ABO a F.Mauri]

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©Riproduzione riservata

[* Silvia Bre, La fine di ques’arte – Giulio Einaudi Editore]

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©Interior Dimensional Wormhole, 2019 – acrilico su tele  41×41 – Courtesy of R. Mura 

 

 

 

Atelier Bolt | Segni dell’anima: l’arte astratta di Jean Córdova

Accadrà ancora, di nuovo

l’immagine frana nella luce

succede sempre, senza scampo

nulla torna mai intero. 

 

Italo Testa 

 

Nel cuore dell’Europa, in quella zona della Svizzera orientale definita Cantone dei Grigioni, dove la natura si veste di abbracci tra acque lacustri, montagne di luce, cieli che filtrano sogni, in un dinamico centro d’arte, l’Atelier Bolt di Klosters, è in corso la prima solo exhibition dell’artista tempiese Giancarlo Orecchioni, in arte Jean Córdova.

La retrospettiva a cura di Adrian Schütz, storico dell’arte, è in mostra fino al 15 novembre 2019,  espone le opere di un lungo arco temporale: dal 2009 ad oggi. Questo, permette di analizzare  il lungo percorso evolutivo e di ricerca del giovane artista.

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©️Archivio Atelier Bolt

La sede espositiva, di proprietà dello scultore Christian Bolt ha una funzione rilevante nel suo porsi centro di promozione e sostegno dell’arte. Infatti, con cadenza annuale si allestisce una mostra dedicata ad un giovane artista emergente, ovvero che sia riuscito ad imporsi con il suo caratterizzante linguaggio espressivo tra quelli complessi e polimorfici dell’arte contemporanea.

Christian Bolt è uno scultore molto apprezzato, celebre per le sue intense sculture. Tra i suoi estimatori troviamo il grande cantante pop Elton John, che  ha  acquistato alcune opere per la sua eterogenea e ricca collezione d’arte. 

Jean Córdova, l’artista scelto per l’anno 2019, vive tra la Sardegna e la Lombardia, anche se da alcuni progetti sembra mostrare un legame indissolubile con la sua città natale, Tempio Pausania, in Gallura. 

Luogo con un caratteristico centro storico, dove i frammenti di quarzo, dal granito delle case,  sembrano brillare a seconda dell’inclinazione dei raggi solari. Ora riflettono, ora assorbono  luce, creando atmosfere dai forti contrasti: gioia o malinconia.

Ma ciò che pervade è una sensazione di atemporalità, di pacatezza, di misura, di silenzio, in spazi preposti alla meditazione e al riposo. Da quel piccolo centro si origina quella riflessione profonda che diviene paradigma e struttura del linguaggio artistico di Jean Córdova. 

Dopo aver frequentato il liceo artistico nella sua città natale, l’artista continua la formazione a Carrara iscrivendosi all’Accademia di Belle Arti e in seguito allo IED – Istituto Europeo di Design – di Milano. In quegli anni di peregrinazioni incontra lo scultore Christian Bolt che sarà una figura di riferimento per la sua “crescita artistica e umana”.

Oggi Jean Córdova è un’artista stimato, che ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Presente in mostre personali e collettive in varie regioni d’Italia dal 2008.  Qui, si ricorda tra gli artisti che hanno rappresentato la  Regione Sardegna nel Padiglione Italia di Torino, in occasione della 54 Biennale di Venezia.

Da un primo sguardo d’insieme alle opere pittoriche  di Jean Córdova è possibile evidenziare la sua vocazione astratta, (anche se lui non ama definirsi astrattista) tendenzialmente aperta a continue sperimentazioni, non legata ad alcun elemento figurativo. Le forme nascondono  tracce di vita da cui attingono e divenute simboli  ne abbracciano pensieri, concetti. 

Un’arte concettuale, introspettiva che sembra riflettere l’altro da sé che appare molto vicina all’interessante avanguardia americana degli anni ‘50, definita Espressionismo Astratto. Aldilà della sgocciolatura o action painting inventata da Jackson Pollok, o del clima di protesta che aveva determinato la nascita del movimento, qui sembra si assista alla presenza di una certo gesto spontaneo delle pennellate,  ad ampie stesure del colore, semplificazioni,  scelte cromatiche più vicine allo spirituale dell’arte di Vasilij Kandinsky dove il colore  assume un  valore semantico.

Le opere del Córdova oltrepassano la sfera della fisicità, del realismo, esprimono concetti/idee che sembrano disporsi  in una rete di ricordi associativi. Ogni idea ne richiama un’altra.

La relazione come struttura del  conoscere è un campo d’indagine della filosofia del ‘900, l’artista sembra supportare questo indirizzo presentato in  varie serie con elementi interconnessi  tra loro, permettendo di cogliere quell’unità semantica che altrimenti non potrebbe esser colta.

 

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Serie Aegritudo Fulgura #2 – Courtesy of Jean Córdova 

Una serie realizzata nel 2015 s’intitola “Aegritudo”. Mostra una esperienza estetica che riesce a dare forma all’imponderabile. Il titolo è una parola latina che significa sofferenza dell’anima, lacerazione, strappo.

Sulla tela segni di margini, confini, ripetizioni, ma anche legami, contatti. Lo spazio appare circoscritto. Si può leggere un certo dinamismo e prospettiva. Il cerchio è la figura/simbolo che prevale. Si stacca dalla tela. Un malessere che incide, lascia traccia ma sembra originare una luminosità circoscritta differente. Un varco, una potenzialità. L’alternativa, un mutare.

Sisifo invece è un’opera – all’interno della stessa serie, sulla sofferenza dell’anima -che richiama un mito della Grecia antica.  L’uomo più astuto tra i mortali, nel Regno dell’Ade  vive la ripetizione eterna di una stessa azione, quasi un’automa, privato della sua volontà, è costretto a trascinare un pesante masso lungo un pendio collinare in modo ciclico (raggiunta la vetta il masso cade a valle e Sisifo lo ritrascina a monte).

Un’immagine dell’uomo contemporaneo, soggetto a corsi ricorsi iconicizzati, un silente urlo di dolore: quella ripetitività diviene immobilismo, impedisce un’evoluzione.

Anche in questa tela sembra che l’oscurità e i lembi della lacerazione lascino spazio a significati diversi. Una potenzialità inespressa rimane sospesa. Gli accenti cromatici ora più sfumati, rosso e viola. La luce una verità di presenza, di possibilità. La ripetitività aliena forza  che devasta, segrega.

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Serie Rerum Naturae (Corpora Rerum) – Courtesy of Jean Córdova 

La necessità di un’indagine metafisica è presente nell’opera “Rerum Naturae” (Corpora Rerum)  tradotto dal latino la “Natura delle cose” – i corpi delle cose. La scritta latina potrebbe ricondurci al poema lirico scritto da Lucrezio, De Rerum Natura, nel I sec.a.C. Forse acquisisce l’idea di Lucrezio che la natura è materia ma anche  vuoto? Nell’opera “Incertus” l’indagine viene spostata verso le categorie di tempo e spazio. 

Continua nelle sue ricerche filosofiche ora più impregnate di esistenzialismo. L’uomo non è solo essere ma esser/ci, e in quanto esistenza sente l’esigenza d’indagare sull’animo umano e sui tormenti della contemporaneità.

Un’opera s’intitola “Acedia”. “Una brutta bestia” che immobilizza l’essere umano e se analizziamo il disegno sembra visibile un volto stilizzato di un animale.

Colpisce per i segni scuri, di un nero intenso e cupo nella parte bassa, che lentamente virano verso un rosso Persia o veneziano nella parte più alta. Una via di fuga determinata da una fonte di energia? dall’amore? Da una rinnovata spiritualità? O semplice consapevolezza?

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 Serie Aegritudo, Acedia 2015 – Courtesy of  Jean Córdova 

Dal greco akedia: malinconia da spirito di solitudine, da mancanza d’interesse, da noia. E citiamo l’esistenzialista, intellettuale Jean Paul Sartre che ne parla in un suo capolavoro La Nausea, sostenendo che l’acedia si identifica con la nausea, il non senso che trasforma l’essere fino allo smarrimento e depressione. Legato all’insoddisfazione che si cronicizza, nell’individuo crea fratture e in un percorso di vita, argina o delimita sempre più lo spazio esistenziale.

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Serie Come Vaganti, Ad Oriente 2016 – Courtesy of Jean Córdova 

In una serie del 2016 “Come vaganti” sembra sviluppare concetti di libertà spazio-temporale. “Vagare” è un andare senza meta, quasi “un brancolare nel buio” avvolti dal mistero del destino, quel filo che lega la vita alla morte.

Si tracciano percorsi emotivi, esperienze, sensazioni, materia che l’artista traduce e vivifica attraverso il suo linguaggio espressivo. Sotteso un monito che sembrerebbe  racchiudere un celebre proverbiò che dice  “se non sai più dove stai andando, ricorda da dove vieni”. Ma si potrebbe alludere all’eterna inquietudine dell’essere umano che alimenta l’energia vitale e creatrice?

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Serie Oblomov, #5 – Courtesy of Jean Córdova 

Nella serie “Oblomov” del 2016 la forma diviene margine, ha funzione decorativa. Assistiamo a pennellate piatte, larghe che mostrano un ritmo simmetrico.  Lo spazio diviene luogo esperienziale da riempire di eventuali finalità/contenuti.

 In alcune tele la presenza di sottili segni verticali possono alludere alla velocità. Forse la fugacità della vita, tra incidenze che plasmano significati e formano l’essere umano.

Ma chi era Oblomov e che rapporto ha con le opere dell’artista? Qui si potrebbe evocare il personaggio del celebre romanzo di Ivan Gončharov, capolavoro della letteratura russa.

Oblomov era un uomo ricchissimo che viveva una vita “sospesa”: un continuo rimandare il momento del suo vero e autentico vivere. Viveva di riflessi, delegando, oziando. Una vita intrisa di paure, idee preconcette e pregiudizi. Una triste vita a margine del fluire dell’esistenza. Nelle tele lo spazio centrale libero, esprime l’assenza,  potrebbe contenere una sintesi esperienziale, sembra preposto ad accogliere.

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Un grembo gonfio di nuvole d’oro, o grigie, e nere (Serie In forme) Courtesy of Jean Córdova 

Dopo l’indagine sullo spazio esistenziale dove si aggira l’essere nella sua affannosa  ricerca, la serie “In forme 2018” presenta alcune opere con cromatismi che evocano plasticità, in altre sembra si attribuisca alle pennellate una certa tensione dinamica o si cerca di definire lo spazio con piccole campiture di colore tipo taches (macchie).  

Nell’opera presentata sopra vi è un percorso che si snoda all’interno di un campo cromatico giallo che trasuda energia. Un volgersi verso, un tendere a,  si focalizzano   passaggi che implicano stadi necessari per raggiungere l”in forma”. Ovvero, nella vita di ogni individuo assume valore fondante l’esperienza che ci forma e ci definisce nell’essere.

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Serie Labirinti: Labririnto + Case + Acqua, 2009 Foto G.Pedroni Courtesy Jean Córdova 

In Jean Córdova, o almeno in queste opere analizzate e visibili in mostra, appare inscindibile il binomio arte e filosofia. Infatti è possibile delineare una propensione ad una indagine  metafisica e esistenziale dove “l’uomo è natura che prende coscienza” – per utilizzare le parole di un grande libero pensatore Élisée Reclus, –  s’interrela con lo spazio ed è caratterizzato da quell’anelito esistenziale che lo conduce verso un cercare infinito.

Sono presenti dei passaggi che inducono ad una consapevolezza maggiore del desein (esserci) di Martin Heidegger: l’uomo è da considerarsi non solo nel suo essere ma con una finalità quella del cercare, che implica dei percorsi e definisce l’esser/ci.

Si può ritrovare inoltre quella soggettività che tradotta come energia e movimento da Jackson Pollock, ha reso visibili ricordi, pensieri, sfumature dell’animo. Il piacere estetico potrebbe esser il “riflesso filosofico della verità” come avrebbe detto lo storico dell’arte Michel Seuphor mentre la natura della forma è l’incarnazione della sua stessa vita.

Un artista che scruta con accuratezza il suo presente contemporaneo, da cui enfatizza quel passato che struttura l’istante  vissuto e nella sua ricerca di resa d’assoluto o di tensione universale del suo rappresentare,  permette di smarrirci tra meraviglia e stupore: quale la risacca dell’onda nel suo rimaner sospesa. 

Quell’istante trascurabile, che noi a stento riusciamo a vedere assume un’importanza straordinaria. È la tregua che ritempra l’animo in ascolto al respiro della vita. Il luogo  che permette di ritrovare unicità, semplicità, verità. Sì, perché negli spazi creati da frammenti, negli istanti sospesi, lì palpita la vita nella sua potenzialità. Un decostruire per ridefinirsi e aprire la mente verso nuovi flussi di pensiero.

“Ogni persona che vive nel ventesimo secolo dovrebbe  sapere che la perfezione fisica è che la conoscenza quantitativa o scientifica è semplicemente informazione o un assoluto di perpetua incompletezza, e che l’estetica è quasi completa o perfetta come possiamo, essendo l’unica forma qualitativa di conoscenza che possediamo”. (Michel Seuphor – Abstract Painting Lauren Edition)

 

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(Articolo pubblicato su Olbia.it il 3 novembre 2019)

MAN | Arte Sarda nei nuovi percorsi espositivi : Anna MARONGIU e Collezione Permanente

Nelle ultime stagioni espositive, il Museo MAN  ha approfondito il ruolo della Sardegna, crocevia nell’area mediterranea,  “di flussi culturali, sociali e politici”.  Oggi propone due nuovi percorsi museali per riallinearsi a quello spirito che da sempre lo contraddistingue e che possiamo sintetizzare con due parole: indagine/ricerca e valorizzazione, metodi che hanno permesso di implementare la collezione permanente e promuovere opere di talentuosi artisti sardi.

Assistiamo, dunque, ad un nuovo sguardo sulla contemporaneità per mezzo di quel passato che ci definisce, delinea la nostra identità culturale e ne segna l’evoluzione estetica con due mostre dedicate all’arte sarda del Novecento.

La prima, un’importante retrospettiva a cura di Luigi Fassi,  con opening venerdì 8 novembre 2019 fino a domenica 1 marzo 2020, su Anna Marongiu (Cagliari 1907 – Ostia 1941), una grande artista scomparsa prematuramente a soli 34 anni, che ha lasciato un interessante corpus di opere, nonostante la vita abbia reciso troppo presto i suoi sogni.

Anna Marongiu per Il Circolo Pickwick – Courtesy Museo MAN

In esposizione avremo tre cicli di illustrazioni dedicati ad alcuni capolavori della letteratura inglese e italiana: la serie completa delle tavole di Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare del 1930, le illustrazioni de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni del 1926 e le tavole de Il Circolo Pickwick di Charles Dickens  del 1929.

L’elemento più prezioso della retrospettiva è  quest’ultima serie di tavole provenienti dal Charles Dickens Museum di Londra. Esposte per la prima volta in un istituzione museale, dopo ben novant’anni dalla loro realizzazione. Per la gioia di grandi e piccini, le 262 tavole realizzate a inchiostro e acquarello raffigurano le scene e i protagonisti del primo romanzo, capolavoro della letteratura inglese, che il geniale Charles Dickens scrisse nel 1836 “The Pickwick Papers”, pubblicato in fascicoli secondo la consuetudine del tempo.

Oltre all’esposizione è possibile vedere un breve docufilm  sull’artistarealizzato dal MAN e Film Commission Sardegna in collaborazione con il Charles Dickens Museum – con la regia di Gemma Lynch.  Inoltre, correda la  mostra il catalogo edito da Marsilio Editore.

Anna Marongiu

Ma chi era Anna Marongiu? Un’artista molto riservata, come si racconta. Devota alla sua arte, al suo disegnare. Era una persona curiosa e attenta alla realtà che la circondava. Grande osservatrice dei caratteri umani che traduceva in segni definiti, precisi, puliti.

Nelle sue delicate e raffinate illustrazioni,  ogni tratto sembra scorrere fluido senza incertezza,  legato al successivo con una straordinaria lucidità e immediatezza del gesto, del segno, per risultati equilibrati, armonici.

Una plasticità ricercata con resa tonale ben sfumata. Capace di penetrare l’animo dei personaggi raffigurati, si mostra abile nell’introspezione  psicologica sì da definire paradigmi caratteriali del genere umano che traduce con vigore espressivo. L’immediatezza visiva coinvolge e chiarifica le minuziose descrizioni dello scrittore e come per magia ci si ritrova protagonisti del racconto. 

Anna Marongiu si forma presso l’Accademia Inglese di Roma.  Ma fin da subito mostra “grande capacità di sperimentazione alle molteplici tecniche come il disegno, l’acquaforte, l’olio, il bulino. Il suo registro linguistico, caratterizzato da una forte espressività del segno, si muove tra l’umoristico e il drammatico, il comico e il mitologico, trovando originalità e vigore in tutte le tecniche da lei adoperate”.

La Galleria Palladino, importante centro d’arte di Cagliari, ospitò una sua prima mostra personale che in seguito le permise, nel 1940, di partecipare  alla Mostra dell’incisione italiana moderna di Roma.

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Anna Marongiu per Il Circolo Pickwick – Courtesy Museo MAN

Sorprende come oggi questa artista fosse un po’ dimenticata. Purtroppo sembra un destino comune a molti. Ancora tanti gli artisti sardi,  con linguaggi espressivi originali che meritano di esser  valorizzati.

L’ombra del mare sulla collina

La seconda mostra – che inaugura l’8 novembre 2019 ma termina domenica 12 gennaio 2020,  a  cura di Luigi Fassi e Emanuela Manca  presenta un titolo di evocazione surreale che vagamente potrebbe ricordarci l’eccentrico ma incantevole artista Salvador Dalì “L’ombra del mare sulla collina”,  vede esposte alcune opere della ricca e poliedrica Collezione Permanente del MAN tra disegni, pitture, sculture e film.

Il percorso espositivo ricostruisce le vicende artistiche del Novecento sardo attraverso alcune opere, tra le più rappresentative della collezione, e prosegue fino al presente instaurando uno stretto dialogo con diversi autori contemporanei.

La mostra prende nome da un’opera di Mauro Manca (Cagliari 1913 – Sassari 1969), – artista brillante, poliedrico, inquieto, – che segna un preciso momento storico del secondo dopoguerra, quando anche la Sardegna sembra aprirsi  ai linguaggi dell’arte moderna.

 

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Mauro Manca, L’ombra del mare sulla collina, 1957 – Courtesy Museo MAN

L’eterogeneità della storia artistica sarda, si palesa in confluenze e rimandi tra i vecchi linguaggi legati alla tradizione e quelli innovativi più vicini alle nuove forme sperimentali più spirituali, più introspettive, tese verso l’astrattismo. 

In esposizione le vedute di interni di Giacinto Satta e le nuove acquisizioni di Aldo Contini, Anna Marongiu e Mario Paglietti. Inoltre, avremo in mostra opere di artisti dai differenti linguaggi espressivi, divenuti figure chiave della scena artistica sarda: Edina Altara, Italo Antico, Antonio Ballero, Alessandro Bigio, Giuseppe Biasi, Giovanni Campus, Cristian Chironi, Francesco Ciusa, Giovanni Ciusa Romagna, Delitala, Francesca Devoto, Salvatore Fancello, Gino Fogheri, Caterina Lai, Maria Lai, Costantino Nivola, Rosanna Rossi, Vincenzo Satta, Tona Scano, Antonio Secci, Bernardino Palazzi.  A loro il merito di aver elaborato quei codici espressivi caratterizzanti l’arte dell’isola nel secolo scorso, creando contaminazioni presenti in alcuni artisti contemporanei.

Vogliamo, infine, ricordare le parole di una grande collezionista, Peggy Guggenheim: “sostenere e promuovere l’arte e gli artisti è un dovere morale” imprescindibile. L’arte è vita. Un riflesso della società che allude a conoscenza, delinea nuovi percorsi, suggerisce nuovi sguardi/idee.  Lodevole l’impegno delle istituzioni museali o fondazioni private  che promuovono  e valorizzano ciò che il tempo talvolta sembra occultare.

 

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(Articolo apparso su Olbia.it il 27 Ottobre 2019)

 

 

 

 

 

Musica | esplode l’anima del rock con i bravissimi Rock Tales

La Sardegna terra di silenzi, stasi e ripetizioni quasi un riflesso del suo mare, presenta esperienze culturali molto antiche di carattere etnografico. Tra queste le feste patronali che esercitano sempre grande fascino, molto suggestive nei riti  e consuetudini, molto sentite da parte dell’intera comunità; anche se alcuni antropologi sostengono che siano destinate a scomparire a causa del dilagante materialismo culturale, della globalizzazione che implica il concetto di appiattimento, di indifferenza, di atipicità, di disuguaglianza. Ma per noi sardi le radici culturali non sono solo ben impiantate, sono disperse nella roccia atavica e nel nostro mare che lambisce le coste. Sarà difficile sradicarle.

Queste feste un tempo erano momenti in cui prevaleva una sensazione di libertà e leggerezza, di distensione e gioia.  Ci si sentiva liberi di socializzare. Anche i piccoli avevano i loro privilegi: poter giocare e rincorrersi davanti al palco, dove si esibivano gli artisti della serata.

Impegno e presenza

Oggi le feste patronali sono organizzate da comitati spontanei delle comunità, dalle classi o in dialetto gallurese “fidali”, nati nello stesso anno. Le Classi/Comitati provvedono a curare ogni particolare organizzativo come ad esempio ricevono le bandiere del Santo o della Santa di cui ricorrono i festeggiamenti e allestiscono la chiesa, organizzano la processione religiosa, provvedono al divertimento della comunità coinvolgendo artisti, dj, cabarettisti etc…

Il lavoro impegnativo e gravoso nella raccolta dei fondi, nel predisporre tutto secondo i severi parametri della sicurezza non sono inezie, richiedono dinamismo, capacità organizzative e spirito di sacrificio.

Un riscontro di presenza da parte del pubblico dovrebbe esserci per  supportare e condividere chi organizza. Altrimenti sembrerebbe una festa privata, priva del significato primario della condivisione collettiva.

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Courtesy  of Rock Tales

Ma la tramontana ha anima rock?

Con un’aria dal sapore di tramontana sferzante, autunnale, sanamente combattuta con birra, buon vino rosso di  produzione locale, sambuca e del filu ferru (l’elisir di lunga vita della gente sarda)  qualche sera fa abbiamo assistito ad un’esibizione che merita di esser scolpita nella memoria.

Sul palco di Berchiddeddu (frazione di Olbia) in occasione della festa patronale 2019 in onore alla Beata Vergine Immacolata si sono esibiti i Rock Tales, una tra le band più apprezzate della Sardegna, in uno spettacolo avvincente sulla storia del rock, dagli anni ‘50 ai ‘90 del secolo scorso, con parallelismi storici e interferenze nella musica italiana.

Oltre due ore di greatest hits dei più grandi cantanti e gruppi rock della storia musicale, suddivisi secondo decadi, a cui si attribuisce un colore e relativo significato per rappresentare gli elementi più cool della musica del periodo.

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Photo ©credits Antonella Mura courtesy of Rock Tales

Con l’ausilio di uno schermo, dove scorrevano immagini e le caratteristiche del periodo musicale presentato, abbiamo riascoltato canzoni di Elvis, Beatles e del gruppo rivale Rolling Stone,  Jimi Hendrix, Jim Morrison e Doors, Janis Joplin, Deep Purple, e ancora Led Zeppelin,  Toto,  Queen, Nirvana e tanti altri artisti.

In scaletta erano presenti  anche canzoni di cantanti italiani per evidenziare le relative assonanze con la storia del rock: come Celentano, con la sua mitica Svalutation, la PFM, Lucio Battisti, Gianna Nannini, Litfiba, Vasco Rossi. A ciò si aggiungevano i continui riferimenti alla storia socio-culturale dei periodi analizzati  mostrando capacità di sintesi  e  ingegno  divulgativo della band.

 

Il progetto musicale Rock Tales

Il progetto  musicale nasce nel 2013 come storia del rock  dalle sue origini blues degli anni ′50, negli Stati Uniti,   fino agli anni ′90  ovvero la sua evoluzione in rock and roll e altre forme.

Da Johnny B. Goode del musicista americano Chuck Berry del 1958 in cui si parla del sogno americano preannunciato dalla madre di un ragazzo semplice, di campagna che pur non sapendo né scrivere né leggere riesce ad aver successo per il suo talento naturale nel suonare la chitarra.

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Photo ©credits Antonella Mura courtesy of Rock Tales

Era un blues rock di riscatto, con implicito riferimento alla  disuguaglianza e differenziazione delle classi sociali americane e al sogno di giustizia e integrazione della popolazione nera nella società americana. Infatti, il brano originale citava un ragazzo di “colore”, che poi Berry sostituì con ragazzo di “campagna” , per timore che il pezzo non venisse pubblicizzato trasmesso in radio. Il talento che uno possiede prescinde dal colore della pelle. Fu questo il vero significato purtroppo celato.

Poi è la volta del rockabilly, la musica dei bianchi. La canzone di Carl Perkins di cui si fece grande interprete Elvis Presley. Una canzone che in sé sembra non aver significato, mentre se approfondiamo la storia si capisce l’intenzione, forse in chiave ironica: lo sconcerto e disapprovazione di chi vede un ospite di una festa preoccuparsi delle sue scarpe di camoscio blu che erano state calpestate, non curandosi della donna che aveva accanto. Un linguaggio allusivo che sembra volerci suggerire che nella vita bisogna dare il giusto valore alle cose.  Perché preoccuparsi di una  cosa marginale e secondaria? Un paio di scarpe!?

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Photo ©credits Antonella Mura courtesy of Rock Tales

E la storia del rock continua con nuove suggestioni, significati, forme, come ad esempio lo struggente rock acustico o quello elettrico e quello più attuale.

Un immenso progetto musicale che unisce tutti.   Oggi appare  sempre  più apprezzato, anche per la genialità del gruppo che riesce a rinnovarlo: annualmente al tour si aggiungono date e vengono inserite nuove canzoni.

Il gruppo composto da eccellenti musicisti professionisti, – insegnanti di musica della zona di Oristano e Medio Campidano, – ha donato ai presenti uno spettacolo che trasudava saggezza, energia, positività. Ma non solo, anche tanta nostalgia di un tempo che ormai vive solo nei ricordi, insito in quelli che lo hanno  vissuto.  Periodi storico-culturali in cui originalità e creatività non erano concetti ma idee che si concretizzavano, si perseguivano, avvincevano e a volte scioccavano per imprevedibilità e spavalderia. Era rabbia e sete di giustizia, desiderio di riscatto,  pace, vita, e ancora erano armonizzazioni musicali quasi frasi ristoratrici dove l’anima trovava riparo dal caos esistenziale d’insanabile inquietudine.

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Photo ©credits Antonella Mura courtesy of Rock Tales

E ora il gruppo:  voce solista potente (Freddy avrà applaudito da lassù!) quella di  Martino  Mereu, insegnante di canto, voce versatile, fresca, che “spacca” (per utilizzare un termine caro alla cantante inglese Skin, giudice in un talent televisivo), Marco Pinna al basso e voce, GianMatteo Zucca chitarra e voce, Giovanni Collu alla batteria, Alberto “Benga” Floris chitarra e voce.

Non solo musica

Da un punto di vista tecnico confrontandoci possiamo considerarli eccellenti musicisti in armonia, senza individuali virtuosismi (possibili visto lo spessore dei musicisti sul palco) ma equilibrati e attenti a ricreare la giusta atmosfera musicale del pezzo suonato. Sembrerebbe una formazione insolita, per la presenza di due chitarre, atte a ricreare la parte armonica e solista, a supporto della melodia cantata. Tutte le parti armoniche delle tastiere sono state minuziosamente ricreate per chitarra, facendoci dimenticare la loro assenza in brani indelebili della nostra memoria musicale.

I due chitarristi si mostrano affiatati e intercambiabili nelle parti soliste e armoniche. La struttura ritmica viene eseguita dall’eccellente batterista di rinomata esperienza Giovanni Collu, supportata in simbiosi dal bassista Marco Pinna. Vanno inoltre menzionate le perfette armonizzazioni corali del gruppo creando un valore aggiunto  all’esecuzione.

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Photo ©credits Antonella Mura courtesy of Rock Tales

Ma sul palco non è solo canto, è presenza scenica non sguaiata. Ci si diverte e si scherza. Si manifesta una velata ironia. Ora sembra impetuosa, ora ha tinte più delicate. D’altronde tanti affermano che bisogna staccarsi dalle cose, con giusta ironia,  planare dall’alto per capire a fondo situazioni ormai legate al tempo.

Ora ci inducono a pensare con estemporanei quiz o riflettere su parole del passato,  allusioni a  incandescenze di vita sociale al di là di ogni logica, come i conflitti armati e la corsa agli armamenti, la globalizzazione, il materialismo ormai erba infestante, libertà di genere.

La musica diventa “struttura” sociale dove ricollocare il pensiero dell’uomo nel suo percorso. Loro l’hanno raccontata rendendola unica dove le differenze di forma sembrano annullarsi per con/temporaneità.

Oggi pur con forme diverse  permangono i significati. La  musica continuerà ad essere l’espressione più democratica, unirà, azzererà il tempo fino ad varcare la soglia dell’eternità. Dove eterna presenza diverrà una bella emozione. Oggi come ieri.

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© Riproduzione Riservata

All Photos ©credits Antonella Mura courtesy of Rock Tales

 

(Articolo apparso su Olbia.it 08 Settembre 2019)

 

 

Sardegna | Intervista a Luigi Fassi Direttore del MAN_Museo: l’isola al centro e l’urgenza di condividere cultura

In un clima di fermento culturale per le numerose mostre, ormai diffuse capillarmente in tutta la Sardegna, abbiamo intervistato Luigi Fassi,  direttore del MAN, per conoscere lo stato dell’arte contemporanea nell’isola e le novità della nuova stagione museale.

Luigi Fassi, succeduto nel 2018 a Lorenzo Giusti alla guida dell’istituzione sarda sembra sia riuscito ad implementare visibilità al piccolo museo investendo sulle relazioni, sulla comunicazione e promozione, – merito di un efficiente ufficio stampa, – e  naturalmente su una ricerca estetica e cifra stilistica a tutto tondo:  figurativo, astratto,  scultoreo fino a linguaggi più innovativi come quelli multimediali,  che gli hanno permesso di inserire la Sardegna nel circuito internazionale dell’arte contemporanea.

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Courtesy Archivio Museo MAN ©Confinivisivi

Oltre ad essersi rivelato un direttore intuitivo, si è mostrato dinamico e competente nell’accogliere sempre nuove sfide, nella capacità di diffondere messaggi culturali e farli apprezzare.

Siamo riusciti ad intervistarlo prima della partenza per il Brasile per importante simposio sull’arte contemporanea.

Direttore è reduce da un opening a New York: una mostra legata al MAN con le opere di Sonia Leimer, un’artista di rilievo nel mondo dell’arte contemporanea. Ci vuole parlare del progetto e del significato che assume per il Museo Man?

Nel 2019 il MAN ha accompagnato l’artista italiana Sonia Leimer alla vittoria del quarto bando dell’Italian Council (promosso da MiBAC) con il progetto Via San Gennaro, assieme al centro di arte contemporanea International Studio and Curatorial Program ISCP di New York. A settembre di quest’anno, da pochi giorni si è inaugurata la mostra personale dell’artista all’ISCP e nell’autunno del 2020 la mostra giungerà al MAN – arricchita da una residenza dell’artista in Sardegna (in collaborazione con la Film Commission).

Nel frattempo, a gennaio 2020 uscirà un catalogo monografico su Sonia Leimer, sempre parte del progetto Italian Council, edito da Mousse Publishing e realizzato dal MAN e dall’ISCP di New York.

Per il MAN si tratta di un progetto molto importante. Come da norma dell’Italian Council le opere prodotte dall’artista entreranno infatti nella collezione permanente del MAN, che così continua un periodo intenso di crescita della propria collezione, soprattutto tramite donazioni. Una parte di questi nuovi ingressi è di artisti non sardi e questo è un elemento importante di sviluppo del MAN, una traccia visibile del lavoro istituzionale svolto con le mostre.

Nei prossimi mesi il MAN intende proseguire il supporto alla scena artistica italiana contemporanea anche con una seconda, ulteriore candidatura al bando Italian Council appena inviata.

Lei viene dal Festival Steirischer Herbst (Autunno Stiriano) di Graz. Quanto ha inciso il bagaglio esperienziale acquisito al festival di arte contemporanea sul suo approccio lavorativo al Man di Nuoro?

Lavorare al Festival di Graz è stata un’esperienza fondamentale in quanto incentrata sulla committenza diretta agli artisti di nuove opere e la necessità di seguire tutta la filiera di produzione, avendo un’intera città e una regione, Graz e la Stria, a disposizione come luoghi di riferimento.

Ogni anno il Festival, infatti, si reinventava, invitando artisti a entrare nel vivo del territorio, affrontandone tematiche e peculiarità. La produzione di nuove opere è un tema decisivo oggi tanto per gli artisti che per le istituzioni e ho voluto portare questa priorità al MAN, dove abbiamo avviato progetti di committenza, già dall’autunno del 2018, con le personali di Dor Guez e François-Xavier Gbré.

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Courtesy Archivio Museo MAN ©Confinivisivi

Da esperto di direzione museale e da grande conoscitore delle dinamiche legate ai flussi d’arte contemporanea internazionale, qual è secondo lei lo stato dell’arte in Sardegna? 

La scena artistica istituzionale in Sardegna è vivace, penso ai Musei Civici di Cagliari e a tutto il lavoro che svolgono (citerei ora la bellissima mostra di Arte Povera organizzata da Paola Mura), oppure la Fondazione Nivola, con il suo impegno a studiare la straordinaria figura di Costantino Nivola, e il Macc di Calasetta. Un lavoro notevolissimo per qualità e quantità è portato avanti anche dall’Associazione Cherimus a Perdaxius.

Quali artisti sardi preferisce e perché? Sembra che ci sia un ritorno al figurativo. Condivide?

Credo sia necessario continuare un lavoro di ricerca storica e allo stesso tempo guardare alla vivacità della scena contemporanea. Diversi artisti sardi si stanno muovendo tra il territorio di origine e il mondo globale e ve ne sono di sicuro interesse e avvenire. Penso ad esempio a Montecristo Project.

Ora focalizziamoci sul termine “museo aperto”, di cui lei è un grande sostenitore, tanto da far soggiornare qui artisti di varie nazionalità. Che significato ha per lei (o in generale) la residenza d’artista e quali finalità si pone?

Il progetto di residenze d’artista che abbiamo avviato in collaborazione strategica con la Film Commission Sardegna ha un ruolo importante nell’attività del MAN ed è finalizzato a valorizzare il ruolo della Sardegna come territorio privilegiato di ricerca e produzione per artisti internazionali, guardando con particolare attenzione al mondo del Mediterraneo. La Sardegna è un immenso archivio di ricerca sul mondo mediterraneo e per gli artisti che concepiscono la propria attività come forma di pensiero complesso, è proprio il mondo del Mediterraneo insulare a presentarsi quale luogo particolarmente ricco di suggestioni per il loro lavoro e ricco di formidabili strumenti di lavoro. A Nuoro e in regione ho trovato in tal senso alcuni archivi eccezionali, dall’Archivio di Stato a quelli dell’ente etnografico regionale, l’ISRE, sino alle biblioteche e a fondi privati. Enti e risorse con cui stiamo mettendo in contatto diversi artisti per permettere loro di sviluppare ricerche e produzioni.

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Courtesy Archivio Museo MAN ©Confinivisivi

Parliamo di economia e cultura. Si parla di soft economy legata all’attività museale: fa bene ai territori, tutela il patrimonio artistico e diffonde cultura identitaria.

In Sardegna c’è ancora tanta strada da percorrere, come si potrebbe intervenire?

Si tratta innanzitutto di convincersi che la Sardegna non è ai margini ma al centro del motore della maggior parte dei cambiamenti del nostro tempo in Europa, il Mediterraneo. E che i tesori della Regione, dall’archeologia alla cultura contemporanea, sono poco valorizzati, alcuni addirittura completamente invisibili. Il Distretto Culturale del Nuorese cui noi fortemente aderiamo, sta operando un lavoro brillante per far conoscere tutta la varietà dell’offerta culturale della Provincia di Nuoro e occorre andare avanti con ambizione, superando gli ostacoli dei mille campanili tipici della cultura italiana e anche sarda.

Affinché una struttura museale resista nel tempo, quali elementi dovrebbe possedere?

Una struttura museale vive del rapporto con il proprio territorio e con i propri visitatori, reali e potenziali, in una logica di servizio e di continua offerta. Oggi a ben vedere, una percentuale molto alta nell’occorrenza della parola “Nuoro”, ma anche “Sardegna”, nei giornali nazionali e nella stampa internazionale è legata al MAN, in occasione non solo di recensioni di quotidiani e riviste di settore, ma anche di itinerari turistici per i mesi estivi e focus di scoperta del territorio della Sardegna pubblicati dalla stampa specializzata in turismo e cultura. Questo significa che oggi il MAN è un landmark territoriale, un museo che trasmette un messaggio e un’immagine che include al suo interno buona parte della regione. È una responsabilità civile che il museo ha assunto in modo crescente nei suoi due decenni di attività: quella di interpretare un ruolo guida nell’innovazione sociale e culturale all’interno della provincia di Nuoro e della Sardegna.

Sta per concludersi l’esposizione della stagione estiva: la delicata e malinconica mostra sulla Sardegna del grande artista e fotografo Guido Guidi, celebrata anche dal Financial Times. È possibile conoscere qualche dato qualitativo sui visitatori? 

Ci apprestiamo a chiudere la rassegna stampa prodotta in questi mesi di mostra, e sta assumendo la forma di un dizionario di centinaia di pagine. L’attenzione della stampa e del pubblico è stata enorme, in particolare internazionali. Ma abbiamo avuto un interesse trasversale, locale e straniero, e venduto circa 500 copie di un catalogo impegnativo e ambizioso. Senza contare l’interesse degli addetti ai lavori. Ancora pochi giorni fa dall’Università di Düsseldorf è giunta al MAN una ricercatrice che sta portando avanti un dottorato su Guido Guidi, autore che in Germania ha un seguito attento e ricco di mostre istituzionali.

 

Si potrebbe fare un bilancio sulla sua intensa attività alla direzione del MAN?

Non penso si tratti di fare un bilancio, ma di riflettere sul percorso fatto per meglio interpretare il futuro prossimo. L’obiettivo è continuare a pensare la Sardegna come crocevia di idee nel Mediterraneo, ribaltando la prospettiva geografica, l’asse nord-sud con cui si guarda alla Sardegna. Non un territorio marginale ma un avamposto di elaborazione, un luogo dove percepire in anticipo alcuni dei cambiamenti cruciali del nostro tempo, che passano attraverso il Mediterraneo, per poterli interpretare in maniera diretta.

Nell’anno trascorso è stato fondamentale il rapporto con il territorio, come quello fertile con la Film Commission Sardegna con cui abbiamo avviato il progetto di residenze e coprodotto il workshop con la Quadriennale di Roma che a luglio ha portato a lavorare nell’isola giovani artisti e curatori da tutto Italia con due tutor d’eccezione come Enrico David e Bart Van Der Heide. Sempre con la Film Commission a gennaio abbiamo avviato una collaborazione con la Film Commission di Londra portando sei giovani filmmaker inglesi a trascorrere tre settimane a Nuoro per studiare da vicino i carnevali della Barbagia. Un progetto che rifaremo a breve nel 2020.

Ma penso anche alla collaborazione sempre più forte con l’Isola delle storie di Gavoi con le mostre di Feldmann e Balka, e quella più recente con il Festival della Letteratura di Viaggio, che è approdato a Nuoro per la prima volta l’anno scorso a giugno e che abbiamo voluto far tornare ora a ottobre. Abbiamo poi coprodotto con la casa editrice Arkadia di Cagliari la monografia dell’artista franco-palestinese Maliheh Afnan e strutturato un’importantissima partnership con l’ISRE, culminata in una giornata internazionale di studi su Guido Guidi.

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Courtesy Archivio Museo MAN ©Confinivisivi

Quindi ci sarà in allestimento una mostra sulla Collezione Permanente del Man curata insieme alla Dott.ssa Emanuela Manca, storica dell’arte, può anticipare le tematiche o finalità del progetto espositivo, potrebbe citare qualche autore?

Presentiamo due mostre. Organizzata e curata dal MAN la prima, è una retrospettiva dedicata ad Anna Marongiu (Cagliari 1907 – Ostia 1941) una delle figure più originali e al tempo stesso dimenticate della scena artistica sarda della prima metà del Novecento. Il focus della mostra verte sul suo lavoro illustrativo, proponendo tra altri lavori, la serie completa delle tavole di Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare del 1930 e quella de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni del 1926. La più preziosa opera in mostra e il cuore di tutto il progetto è data dalle 262 tavole de Il Circolo Pickwick di Charles Dickens del 1929 (acquerelli e disegni a penna), in prestito dal Charles Dickens Museum di Londra e oggi per la prima volta visibili in un museo italiano. In occasione della mostra verrà esposto un film di approfondimento sull’artista che stiamo ultimando con la Film Commission Sardegna. La mostra sarà accompagnata da un dettagliato catalogo pubblicato con la Marsilio di Venezia, un libro studio sull’artista e la sua figura.

La seconda mostra è un’articolata esplorazione della collezione del MAN, presentando classici, ma anche opere poco viste e nuove acquisizioni e donazioni. Dopo la mostra al museo comunale di Gavoi nel settembre del 2018 e quella di marzo di quest’anno è la terza mostra di collezione che ho voluto organizzare dal mio arrivo. La collezione del MAN, per la sua bellezza e importanza, è un desiderio per tutto il pubblico del museo ed è sempre una vera gioia poterla condividere e presentarla.

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Courtesy Archivio Museo MAN ©Confinivisivi

Ci saranno laboratori per i più piccini o attività extra come simposi, presentazioni di libri, concerti etc.?

Si. Abbiamo iniziato sabato 12 ottobre con il Festival di Letteratura di Viaggio e  presentato martedì 15 ottobre in anteprima in Sardegna il nuovo romanzo di Marcello Fois, Pietro e Paolo. Seguiranno poi diversi eventi e una continua attività di laboratori per bambini e adulti. Perché il MAN è affollato di scolaresche da tutta la Regione che percorrono il museo ogni giorno (anche oltre mille bambini al mese), di visitatori di tutte le età, tutti con una diversa idea di cosa desiderano vedere e incontrare in un museo. Penso che questa sia una possibile e definizione di museo civico quale il MAN è: un’istituzione che sa rivolgersi a residenti, turisti, studenti, appassionati e anche chi capita per caso e apprezza la sorpresa.

 

È soddisfatto di ciò che ha realizzato? Ha mai avuto timori sulla scelta degli artisti?

Percorrendo le strade di un progetto articolato, come è per me la direzione MAN, non c’è posto per la soddisfazione, ma solo per lo stimolo a continuare a lavorare inseguendo idee, desideri e visioni per un’attività sempre migliore.

 

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(Articolo apparso su Olbia.it il 19 Ottobre 2019)