Cagliari | Al via la VIIª Edizione del Festival letterario in ricordo dell’intellettuale sardo Emilio Lussu

«È così figliolo, che deve comportarsi un uomo, e te ne accorgerai sempre di più con l’andar degli anni. […] quel che è necessario è vivere con dignità senza mai aver vergogna di se stessi, e poter sempre guardare tutti negli occhi […] amici e nemici, uomini e donne […] peccato è fingere di essere virtuosi e agire da imbroglioni».

Giovanni Lussu

Queste significative parole del padre di Emilio Lussu ispirarono e impressionarono il pensiero del figlio, Emilio, che assimilò e traspose alla radice delle sue idee di libertà, dignità, identità, giustizia, trasparenza democratica, onestà intellettuale, lealtà, uguaglianza.

Un breve ricordo per introdurre un evento letterario legato al nome di chi la storia non l’ha solo raccontata ma è stato protagonista illuminato.

Dal primo al sei ottobre a Cagliari — tra l’Espace Peacock e la Sala Castello Hotel Regina Margherita — si ricorderà la sua figura di intellettuale e politico nel Festival letterario Premio Emilio Lussu, giunto alla sua settima edizione. Inoltre, saranno protagonisti anche altri autori del panorama letterario quali Leonardo Sciascia, Georges Simenon, José Saramago di cui sarà presente la figlia Violante Matos e il cantautore Claudio Lolli.

Sei giornate con numerosi appuntamenti dedicate a incontri con autori, reading, laboratori di scrittura in cui verranno coinvolte le scuole.

L’evento — sotto la regia di Alessandro Macis, di Gianni Mascia quale direttore artistico della Scuola popolare di poesia di Is Mirrionis e di Patrizia Masala, alla direzione organizzativa — promosso dall’Associazione culturale L’Alambicco con il patrocinio della Camera dei Deputati, della Regione Sardegna, del Comune di Cagliari e in parternariato con enti, università e associazioni.

PROGRAMMA. 

Venerdì 1 ottobre

La manifestazione prende il via venerdì alle ore 11 all’Espace Peacock – Events & Meetings di via Campidano 24/A, con l’incontro tra gli studenti e la Scuola popolare di poesia di Is Mirrionis e il reading poetico “I volti di Cristo” a cura di Gianni Mascia e Mauro Dedoni.

Alle 16.30 si va alla scoperta de “I giornalisti narratori”, accogliendo gli autori di alcuni successi editoriali del momento che si confronteranno con lo scrittore Guido Conti e il giornalista critico letterario Bruno Quaranta

Saranno presentati nell’ordine: “Reo confesso. Un’indagine del commissario Soneri” di Valerio Varesi (Mondadori, 2021); “La confraternita dell’asino” di Bruno Gambarotta (Manni, 2020); “I delitti della salina” di Francesco Abate (Einaudi, 2020); “Hotel Nord America” di Giacomo Mameli (Il Maestrale, 2020). 

Alle 19.30 Bruno Gambarotta propone il reading “Georges Simenon: Intervista impossibile”, in cui Alessandro Macis interpreta il ruolo dell’intervistato non comune.

Sabato 2 ottobre l’evento si trasferisce nella Sala Castello dell’Hotel Regina Margherita, dove alle 10.30 Guido Conti condurrà il “Laboratorio Leggere per imparare a scrivere” rivolto a insegnanti e studenti delle Scuole medie e superiori.

Alle 16.30 Matteo Collura, Daniela Marcheschi, Mario Patané porgeranno uno speciale omaggio al grande scrittore Leonardo Sciascia in occasione del centenario della nascita. 

L’attesissima cerimonia di proclamazione dei vincitori del Premio Lussu si terrà alle 18.30. 

Sono due le sezioni in concorso: La “Narrativa edita”, con una giuria internazionale presieduta da Guido Conti e composta da Bruno Quaranta, Miruna Bulumete, Raniero Speelman, Manuela Ennas; la “Narrativa a fumetti edita”, con una giuria internazionale presieduta da Ángel De La Calle e composta da Mario Greco, Sandro Dessì, Massimo Spiga.

Domenica 3 ottobre, sempre nella Sala Castello la giornata sarà dedicata alla figura di Emilio Lussu tra politica, storia e diritto, all’interno del IV Seminario Internazionale di Studi che, a partire dalle 9 del mattino, vedrà intervenire Gian Giacomo Ortu (coordinare del convegno), Giovanna Granata, Italo Birocchi, Federico Francioni, Luisa Maria Plaisant, Daniela Marcheschi, Luisa Marínho Antunes e Alberto Cabboi.

Nel pomeriggio, alle 17 sarà presentato il libro “Per rileggere Emilio Lussu” a cura di Daniela Marcheschi (Libreria Ticinum Editore, 2021). Il volume è stato realizzato grazie al contributo della Fondazione di Sardegna e contiene gli atti dei seminari internazionali di Studi su Emilio Lussu svolti a Cagliari nel 2018 e ad Armungia nel 2019. Interverranno Daniela Marcheschi, Gian Giacomo Ortu, Alberto Cabboi, Daniela Matronola, Guido Conti, Luisa Marínho Antunes, Alessandro Macis ed Elisabetta Balduzzi.

Subito dopo sarà presentato il libro “Il mio amico” (Manni, 2020) di Daniela Matronola che dialogherà con Caterina Arcangelo

Dalle 18.45 la serata prosegue con l’omaggio a Claudio Lolli “Dal Viaggio in Italia di Claudio Lolli a Ferite&feritoie” a cura di Paolo Capodacqua. Partecipano Marina Stefani, Federico Lolli, Tommaso Lolli, membri del Comitato promotore “Fondazione Claudio Lolli”, partner del Festival Lussu.

Lunedì 4 ottobre la mattinata si apre alle 10 con l’omaggio a Gianni Rodari, un incontro rivolto alle scuole. A illustrare l’opera e leggere alcuni brani di Rodari saranno Daniela Marcheschi, Roberto Randaccio, Guido Conti. Paolo Capodacqua si esibirà nel recital-omaggio a Gianni Rodari “La bella luna a dondolo”.

Alle 17 sarà presentato il libro “Le malizie delle donne” (Marietti 1820, 2021) di Luisa Marínho Antunes che si confronterà con Elisabetta Balduzzi e Daniela Marcheschi. 

Alle 17.45 una presenza molto attesa, quella di Violante Matos Saramago, figlia del grande autore portoghese José Saramago. Assieme a Daniela Marcheschi e Guido Conti, Violante converserà su Cecità, nota pubblicazione del padre edita da Einaudi. In chiusura sarà presentata la rivista letteraria e artistica FuoriAsse (Cooperativa Letteraria, 2021), con l’intervento della direttrice Caterina Arcangelo, in compagnia di Mario Greco, Daniela Marcheschi, Guido Conti, Luisa Marínho Antunes, Alessandro Macis, Elisabetta Randaccio e Patrizia Masala.

Martedì 5 ottobre alle 10 si parte per un viaggio antropologico ideale, alla ricerca delle origini del gioiello della dieta sardo mediterranea: Veronica Matta presenta il volume “Panada on the road” (Ed. Sa Mata. L’albero delle idee, 2019) assieme a Gianni Filippini, Pinhás Ben Abrahamle, Padre Miquel Mascaro’, Don Francisco Juan Salleras, Padre Mario Alonso Aguado.

Alle 17 si terrà la “Festa della Scuola popolare di poesia di Is Mirrionis”, accogliendo come ospite Vito Minoia, presidente del coordinamento nazionale “Teatro in carcere”, che dialogherà con Gianni Mascia

Quindi Walter Falgio, Anna Cristina Serra, Gianni Mascia ricorderanno la figura di Benvenuto Lobina attraverso la presentazione del suo “Po cantu Biddanoa” (Illisso, 2004). 

Chiusura di serata con Poetry Blues and roll, una narrazione poetica che si nutre delle suggestioni del blues e del rock, a cura di Gianni Mascia, Paolo Demontis e Salvatore Amara.

La manifestazione si conclude mercoledì 6 ottobre con un appuntamento tutto pomeridiano dedicato alla letteratura in Sardegna.

Alle 16.30 Giovanni Follesa e Rossana Copez presentano il libro “Cent’anni fa arrivò Lawrence” (Il Maestrale, 2021), assieme a Paolo Lusci.

Alle 17.15 Angelica Grivel Serra propone “L’estate della mia rivoluzione” in compagnia di Manuela Ennas e, alle 18.30, Tonino Cau illustra la sua ultima fatica poetica “Berlinguer. Un’Omine una vida” intervistato da Salvatore Taras, con la partecipazione straordinaria dei Tenores di Neoneli.

In conclusione di serata sarà conferito il Premio Lussu alla Carriera al fumettista, vignettista e regista italiano Sergio Staino

Nel rispetto delle norme di contenimento del Covid-19, l’ingresso libero e gratuito è consentito ai partecipanti fino ad esaurimento posti e solo se muniti di green pass.

sito http://www.festivalpremioemiliolussu.org

Arte | Rosalba Mura, tra lo spazio dell’essere e l’oltre

L’esistenza attiene allo spazio,

e lo spazio emana presenza.

Jorge Eielson

 

“L’arte è una maniera di conoscere, di capire e di rendersi conto cosa è il mondo” – dice Rudolf Arnheim, importante rivoluzionario storico dell’arte, sostenitore del pensiero visuale. 

“Un artista che opera intorno ai problemi dell’esistenza attraverso le immagini inventa, giudica e costruisce – sostiene lo storico –  quando l’immagine raggiunge il suo stato finale egli percepisce in essa il risultato del suo pensare visuale. Un’opera d’arte visuale non è quindi un’illustrazione dei pensieri, ma la manifestazione finale di quello stesso pensare”.

Abbiamo citato il pensiero di Arnheim per affinità con il pensiero e percorso creativo di Rosalba Mura, artista originaria di Barumini ma olbiese di adozione, sempre più presente nella scena artistica italiana ed estera.

Attualmente le sue opere sono esposte fino al 25 Gennaio 2020 a Cagliari nella sede culturale di Hermaea Archeologia e Arte in via Santa Maria Chiara, 24/a,  in una importante retrospettiva dal titolo “StratificAzioni…lo spazio e oltre” a cura di Elisabetta Gaudina e Lucia Putzu. 

Le opere esposte – circa una trentina – rimandano al periodo post Accademia dell’artista, dal 2007  fino  alle più recenti sperimentazioni  vicine a rimodulazioni di Arte Concettuale tra Astrattismo Geometrico, Spazialismo e Minimal Art, dove l’esistere si sintetizza palesando un suo spazio vitale in cui si scandiscono forme, si attuano  scelte monocromatiche, asimmetrie volumetriche, riverberi di luci. Un farsi luogo del tempo teso  a fendersi, a trasmettere, a plasmare, ora a suturare significati che sembrano  rinnovarsi in quella costante temporale  custode e premonitrice nel suo estroflettersi da spazialità disadorna.

Le opere richiamano quella forza impetuosa che trascina inarrestabile al pari della natura: il pensiero e il suo “dinamismo dialogico ininterrotto” come avrebbe suggerito il filosofo Edgar Morin, una frenesia inquieta volta alla ricerca che si spande, si contrae, si dilata, ritorna nel suo esser presente, momento di ri/nascita eterna. 

Oppure le sue indagini si soffermano su quell’oltre dominato da fessure che ora si riempiono, sembrano ripiegarsi, divenire ripetizioni di un sé per riformulare il continuum inafferrabile e imprevedibile, spazio di congiunture, di riflessioni ontologiche ma anche proiezioni interpretative dello scibile.

O forse scelte esistenziali in una contemporaneità di cui si è smarrito il senso, sempre più indecifrabile, che mostra comunque opportunità, alternative di crescita anche se ancora da definirsi ma che esistono nel loro non-essere.

È solo lo sguardo che deve mutar direzione: meno verticale, più  obliquo o meglio trasversale come ci avrebbe suggerito il critico d’arte Philippe Daverio. Uno sguardo più eclettico e com/partecipato che si definirà nel suo divenire.

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©️Rosalba Mura, Compendium 2003 – Acrilico su tavola 10 pz. 

Rosalba Mura viene iniziata all’arte fin da bambina trascorrendo la sua infanzia tra colori, tele e statue che suo padre l’artista Evasio Mura, dipinge e restaura.

I colori, le forme, gli espressivi segni dell’anima nei personaggi ritratti impressionano la piccola Rosalba, dal carattere timido ed introverso, tanto da assimilarne manualità, armonia cromatica e sognare di poter diventare lei stessa una pittrice come lui.

Evasio Mura (1927-2014) un brav’uomo che aveva fatto della sua passione per l’arte una ragione di vita, era un artista/artigiano – secondo l’accezione più rinascimentale del termine – molto affermato. Infatti il clero, principale committente, gli richiedeva opere a tema religioso che oggi è possibile ammirare in vari luoghi di culto della Sardegna: Tuili, Sedilo, Lunamatrona, Barumini, Gesturi e altri.

Ma la vera formazione di Rosalba inizia durante gli anni del Liceo Artistico  dove ebbe come insegnanti alcuni protagonisti dell’arte sarda tra i quali Foiso Fois, Attilio Della Maria e Gaetano Brundu. Mentre Enzo Orti, Giandomenico Semeraro e Clavicembalo Venceslao saranno i suoi professori di riferimento nel Corso di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Sassari, dove nell’approfondimento di tecniche e stilemi della Storia dell’Arte,  inizia a definire il suo percorso artistico  – attratta dal desiderio di “smarrirsi”, percependo un’atmosfera più affine alle sue inclinazioni  – all’interno del prolifico labirinto dell’informale e della sperimentazione, mostrandosi curiosa e partecipe verso le nuove scoperte scientifiche e tecnologiche.

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©️Rosalba Mura, Croce 2005 – foglia oro

Si avvicina all’astrattismo geometrico focalizzando il suo percorso su un elemento, una forma terrena, il quadrato, che al contrario del cerchio con valenza spirituale, rimanda a semplicità espressiva,  purezza e allude  alla volontà dell’uomo a razionalizzare una realtà indecifrabile, sfuggente, mutevole: l’unità di misura dello spazio, su cui molti artisti declinarono i loro linguaggi da Kazimir Malevič a Piet Mondrian,  Giulio Paolini.

La figura ha quattro lati, quattro possibilità di aderenze su superfici diverse o aperture verso l’altro. Avvicinamenti che preannunciano scambi, ri/scoperte, sovrapposizioni, scelte. Rimodulazioni del pensiero che mostra la sua infinita duttilità e valore gnoseologico. La conoscenza assoluta sembra de/comporsi nei suoi elementi formali e l’indagine dell’artista si svolge nel “marcare” una pluralità di punti di vista, nuovi equilibri e prospettive dove significati del reale sembrano  dilatarsi, scivolare in altre territorialità concettuali, o possono venir alterati da fattori socio-temporali.   

La tensione al pensare viene ac/colta, prima che voli come farfalla, per riposarsi su nuovi ed imprevedibili campi semantici.

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©️Rosalba Mura, Working Progress B 2002/2004 – acrilico su legno

L’artista, come Maria Lai, predispone le sue opere verso un’apertura che  pone sullo stesso piano dell’intuizione creativa la tensione ermeneutica consequenziale per colui che l’osserva. Si annullano differenze, e si pone sullo stesso livello chi crea e chi fruisce.

In alcune opere la pluralità di forme sembrano sfaldarsi in un dinamismo fluido, leggero non caotico nel suo ripetersi diseguale. Ma la ripetizione è estranea identità. Lascia intuire che la diversità è il luogo dove ogni possibilità può trovare la sua coerenza.

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©️Rosalba Mura, Sutura 1 2012 – acrilico su tele

Ripercorrendo lo spazialismo di Lucio Fontana oltre la superficie di cui ci narra nei suoi tagli, Rosalba Mura pur vicina al pensiero del maestro argentino, si sofferma nell’approfondire le recenti teorie cosmiche a cui si potrebbe dare un riferimento più esistenziale.

Potremo vedere – avvicinandoci al pensiero di un grande maestro della letteratura  David Foster Wallace, –   i tagli sulle tele come atti di coscienza di ciò che siamo, e forzando nel significato,  la nevrosi esistenziale incisa come uno scalpellino nelle pagine dei suoi libri (penso a Infinite Jest) qui scandita nella tavola dell’esistere con una pluralità d’istanti in cui si afferma, si analizza, si penetra, si sutura, si fa “tasca” si propone un’alternativa o prospettiva/sguardo e poi ancora un’altro, fino all’infinito, come i  mo(n)di a cui sembra voler alludere il linguaggio espressivo di Rosalba Mura.

I tagli di Fontana erano nati da risentimento e il significato che lo stesso artista attribuì fu secondario alla resa formale, semplice intuizione geniale. Alla rabbia e sconforto da parte dell’artista escluso dalla selezione per la realizzazione delle formelle per la porta del duomo di Milano (lavoro che venne assegnato allo scultore Luciano Minguzzi) seguì una reazione: con impeto tagliò la tela con una spatola. La raffigurazione di un oltre con pluralità di declinazioni che precedentemente mai nessuno era riuscito a sintetizzare in un’espressione artistica.

Rosalba interpreta le teorie più recenti sulla teoria convenzionale dell’inflazione eterna sugli universi-tasca molteplici e non solo interrompe lo spazio ma crea una sorta di “tasca”.

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©️Rosalba Mura, Taglio 2 2019 – Acrilico su tele

Se ci distacchiamo da un’ermeneutica dello spazialismo e ripercorriamo riflessi di psicologia emotiva i tagli divengono simboli per ferite, lacerazioni interiori o sociali  e le “tasche”, che ora sembrano coprire le ferite e le fragilità, quali inversioni storiche con una potenzialità, un fieri che implica  superamento proprio per il fatto che è suturato sul limite del vuoto, quindi non più libero. E ci si pone come avvio verso una nuova consapevolezza,  dove il “prima” acquisisce una luce ri/generatrice atta a risanare, ricostruire il “dopo”. 

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©️Rosalba Mura, Working progress 2004  – acrilico su legno 

In alcune opere utilizza doppie tele, o incastra telai in maniera asimmetrica creando una tensione dinamica, quasi fughe verso nuove realtà. Il multiverso oggi prevale allontana, crea divari e disagi e l’artista con un filo chirurgico sutura, chiude ferite. Ricompone, suggerisce nuovi percorsi: la vecchia strada non verrà abbandonata ma rimodulata con nuove idee. I significati soggetti ad usura del tempo possono dissolversi o riplasmarsi.

Il moto perpetuo della modernità divenuto ora fare e disfare, viene rielaborato o riproposto come  curare, riformulare, rimediare quasi a ricordarci che l’oblio di ciò che è stato non salva.

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©️Rosalba Mura, Nike 2003 – acrilico e tecniche miste su tela

In “Nike” (2003) – opera realizzata durante la crisi economica della Grecia – la ricerca formale s’imbastisce su un preciso momento storico. Sottesa una volontà quasi di rimarginare le sofferenze di una nazione sull’orlo della bancarotta, un tempo culla di una delle civiltà più importanti del Mediterraneo. 

Si definisce la temporalità presente/passato con una sovrapposizione, stratificAzione che genera un forte contrasto. Da una parte appare l’oggi (la tela lacerata) nell’atto di esser ri/cucito,  sullo sfondo disegnato a matita un’icona del passato    in cui si evince capacità tecnico-espressiva  – la Vittoria (Nike) di Samotracia (190 a.C) – attribuita a Pitocrito che oggi si può ammirare nella sua straordinaria e ammaliante bellezza al Louvre – in cui s’intravvedono le pieghe della veste increspate dal vento, oggetto di studio di tanti artisti.

La raffigurazione della Nike evoca le grandi vittorie di un tempo che oggi sembrano aver smarrito il senso. Anzi sembrano disancorate dalla realtà lontanissime ed “estranee”. 

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©️Rosalba Mura, Embrione 3 2019 – acrilico su tele e matita 

In “Embrioni” (2013), – di cui analizziamo Embrione 3 –  l’artista esplora con un linguaggio plastico-figurativo l’importanza della geo-metria (misura e proporzione) e delle potenzialità dell’uomo quale unità di misura della realtà. 

La tela presenta alcuni tagli. Una gestualità che ricrea piccole onde, quasi il movimento del pensiero che richiama evoluzione e di cui solo la parte esterna si ricollega alla contemporaneità.

La fessura crea un nuovo spazio in cui è raffigurato l’uomo Vitruviano – homo ad circulum et ad quadratum – di Leonardo Da Vinci (1490), la celebre figura umana elaborata da Leonardo (che dopo aver studiato le proporzioni degli arti nell’uomo arrivò a confermare le teorie di Vitruvio)  diviene metafora dell’uomo come  misura di tutte le cose. Oggi concezione superata dal geomorfismo con il sistema metrico-decimale dallo studio sulla circonferenza della terra. 

Il simbolo dell’uomo vitruviano e delle figure geometriche – quadrato inscritto nel cerchio – allude al superamento del duale, ragione-spirito, verso un nuovo equilibrio, poiché l’uomo stesso “con/tiene” in sé l’universo. Figura ripresa come nuova sintesi concettuale  intorno alla prima metà del novecento e armonia a cui Leonardo aspirava nelle sue infaticabili ricerche.

“Colui che niente ignora mi creò. E io reco in me ogni misura: sia quelle del cielo, sia quelle della terra, sia quelle degli inferi. E chi comprende se stesso ha nella sua mente moltissime cose, e ha nella sua mente il libro degli angeli e della natura” dall’uomo Vitruviano secondo l’interpretazione del Taccola (1381-1458).

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©️Rosalba Mura, SpaceSATOR 2019

Un’altra opera, sempre finalizzata alla sua ricerca spaziale ed estetica, sembra approfondire, ancora una volta, il suo campo d’indagine tra armonia/bellezza ed equilibrio tra parti. Sulla traccia del passato recupera simbologie antiche, enigmi non ancora risolti vicini a riscontri polisemici  come “SpaceSATOR” (2019).

Composta da quattro tele poste una sull’altra, con la presenza di aperture quadrate in ordine crescente dall’interno verso la superficie, in alto a sinistra si  poggia il rettangolo aureo. Centrale leggermente a destra  è posto il quadrato magico del Sator arepo tenet opera rotas, frase che può esser letta in ogni direzione.  La sua presenza è stata rinvenuta in vari elementi architettonici ma anche in luoghi di culto di tradizione cristiana. Diverse le interpretazioni attribuitegli. A noi interessa riportare la pluralità di intuizioni e concezioni, verità che si nascondono dietro a questo quadrato: quasi la difficoltà di cogliere quella definitiva in cui sembra convivere razionalità e spiritualità.

Se osserviamo attentamente l’opera, nella parte inferiore è riscontrabile la sezione aurea o divina proporzione (o numero di Dio) ad esempio riscontrabile in natura (nella conchiglia che tutti conosciamo il  Nautilus) che ingloba con segni di matita il quadrato del SATOR ad enfatizzare il legame tra ragione e lo spirito di Dio presente nella natura e quindi la necessità di dare una interpretazione più spirituale dell’arte.

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©️Rosalba Mura Sinapsi, 2010 – elaborazione e stampa digitale

Un’opera d’arte digitale è “Sinapsi” (2010) dove l’artista definisce la sua interpretazione creativa mostrando la natura dell’intuizione che raffigura come fonte di energia.   

Il primo elemento che emerge è l’affermarsi di una condizione paritaria tra uomo e donna in quanto l’arte non è solo maschile,  ma femminile anche se il cammino di valorizzazione e accettazione è stato molto difficile e spesso incompreso. Inoltre, l’artista immagina l’intuizione creativa al pari dell’energia emessa dal brillamento solare avvenuto nel settembre del 2010.

Come è ben visibile dall’opera, Rosalba riproduce la sua immagine come donna vitruviana, creatrice/artista da cui si genera “l’energia visionaria che si dirama  attraverso le sinapsi” e che investe non solo l’Italia ma si estenderà  al cosmo ad  enfatizzare il legame indissolubile tra il potere creativo e la forza/energia nella realizzazione delle opere non solo pittoriche ma architettoniche, ingegneristiche etc.

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©️Rosalba Mura Qubit 2019 – acrilico su tele

Nell’esplorazione delle varie dimensioni e del multiverso si inseriscono due opere “Qubit” e “Qubit2” con una resa plastica intensa oserei lirica, pur nella loro piccola dimensione. Alla ricerca di  nuovi equilibri l’artista lacera le tele scandendo con appositi spazi il divenire con stratificAzioni che evocano il cammino dell’uomo: frammenti  incollati uno sopra l’altro in un processo evolutivo  su cui il tempo inafferrabile scrive le sue memorie e la luce degli anni s/bianca, cancella per indurre l’uomo a riscrivere. Una tensione concentrica da un interno più piccolo      in seguito sempre più grande, in ordine crescente,  per segnare non solo ciò che è permanenza ma anche ciò che è  innovazione. 

Sono opere vicine alla scultura, aiutano i sensi a librarsi, ad alleggerirsi, a lasciarsi guidare dalla casualità. Il rigore delle opere precedenti sembra superato da un desiderio di espansione, compresenza.

I precedenti equilibri spezzati, sembrano alludere al caos della frammentazione  ma lo spazio creato al centro appare una via di fuga verso una nuova dimensione che permetterà di ritrovare creatività ed elementi da cui ripartire per nuove indagini e percorsi.

Il bianco è il colore dell’inclusione, della polisemia, della ricettività assoluta. È luce che permette di spostarsi tra pluralità. Quella luce che in un’indagine spaziale l’artista rivede quale tunnel spazio-temporale, realtà multipla soggetta a varie forze come ad esempio la velocità che distorce, devia, muta strutture originarie, per accogliere diversità.

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©️Rosalba Mura, Barumini …tracce 2019 acrilico color Barumini su tele

Le digressioni sulle origini affiorano attraverso un linguaggio espressivo vicino all’informale materico. Rosalba rivisita i suoi luoghi in “Barumini … tracce” (2019). Ai tagli disposti secondo una linea diagonale si aggiungono in ordine sparso quadrati di varia grandezza per accentuare il carattere bidimensionale, al pari di una carta topografica.

In alto sulla sinistra il bassorilievo del complesso Nuragico di Barumini situato in un  quel passato che l’artista ricorda ed evidenzia come luogo impregnato di luce, dove le fissure in alto   si aprono verso la pianta del nuraghe alle quali  tende   lo spazio della tela, compresi gli altri tagli in un velato movimento. Ci chiediamo il perché della marginalità, forse si intende enfatizzare quella forza centrifuga che la allontanerà dal suo paese natale? Pensiamo sia per una resa armonica che persegue in ogni sua opera. 

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©️Rosalba Mura, Bimbi Earth 2008 – rielaborazione e stampa digitale

La sfera personale è presente in un’altra opera molto suggestiva “Bimbi earth” (2008) in cui Rosalba scopre la sua maternità ma non desiste dall’idea di creare, di dipingere. Evita l’utilizzo di colori e con la tecnica digitale crea quest’opera in cui sovrappone il mondo alla riproduzione della prima ecografia del suo bambino. 

“Come un ventre materno custodisci e fai crescere la vita. Il mistero sarà mai svelato?” dirà a sé stessa. Ecco che lei diviene forza cosmica e identifica il suo ventre con il mondo che contiene l’essenza pulsante della vita e immagina suo figlio generato “dalla polvere delle stelle” parte/cipe dell’universo, per riprendere un concetto fondante in Jorges Luis Borges.

Rosalba Mura mostra di esser un’artista poliedrica che non conosce confini, attenta a sperimentare sempre nuovi linguaggi espressivi, con un potenziale semantico innovativo e originale, senza tralasciare indagini e rimandi alle  ultime scoperte scientifiche e/o tecnologiche.

La sua arte mai fine a se stessa, votata al dinamismo e alla ricerca, promuove l’essere umano nella sua es/tensione di esperienze, l’immediatezza del percepito, il suo spingersi sempre più lontano fino a sfiorare nuovi orizzonti attraverso un pensare che è per sua natura quell’andare oltre che struttura e dà significato al nostro vivere.

Strofiniamo il buio

per farne luce” 

Franco Arminio

 

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Ricky Albertosi, un testimone del calcio: tra l’arte nel parare e la sua semplicità

Il corpo può creare bellissime figure. Tensioni, slanci, allungamenti, torsioni che sfuggono alla nostra volontà se sollecitati da qualcosa di esterno, come potrebbe essere un pallone. La sinuosità, la struttura muscolare, l’armonia del movimento nel valore plastico evocano l’ideale di bellezza ed eleganza presente in alcune opere di Fidia, scultore  greco del  470 a.C. Una plasticità che emoziona e ci aiuta a capire il concetto di armonia/bellezza. Indissolubile. Questa  capacità di creare in modo del tutto inconscio, queste figure sospese, con il proprio corpo è ascrivibile al mondo dell’arte.

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Forte dei marmi 1959 Ricky Albertosi © Courtesy Archivio Albertosi Stringhini

Un grande “artista dei pali”, così definito, conosciuto in tutto il mondo, ma a cui noi sardi siamo affettuosamente legati per averci fatto sognare ed emozionare negli anni in cui giocava nel Cagliari è Enrico Albertosi, per tutti Ricky. Anni che hanno visto la squadra sarda vincere lo scudetto durante la 68esima edizione del campionato negli anni 1969 – 1970.

Ricordo la gioia di mio padre mista ad orgoglio identitario quando alludeva a questo risultato, allora ritenuto incredibile. Pur essendo molto piccola,  rivedo quella vittoria che ha segnato il cuore di tutti i sardi. In quegli anni non c’era attività commerciale, dalla macelleria al panificio, al negozio di generi alimentari o di frutta e verdura, che non esponesse i due  semplici fogli di giornale raffiguranti tutta la squadra vincitrice.

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1959 Partita d’esordio Fiorentina – Roma Courtesy Archivio Albertosi Stringhini

Quasi un risvegliarsi da un torpore. Si accettavano la nostra identità e le nostre tradizioni. Non ci sentivamo più come abitanti di un’isola relegata ai margini, terra di confino, di malaria, di banditismo. Dai racconti vissuti sembrava che il valore di una squadra venisse trasposto sugli abitanti. Un’improvvisa sensazione  di forza, di potere e di libertà. Un’acquisizione e consapevolezza di un valore intrinseco fino allora taciuto perché considerati “diversi”. Erano gli anni in cui la fioca luce del turismo diveniva sempre più intensa e la gente del “continente” iniziava ad apprezzare la nostra terra. Ricky Albertosi è stato testimone di quel periodo “evolutivo” in cui la Sardegna sembrava liberarsi da fardelli del passato e guardare con ottimismo verso un futuro migliore. Così ho pensato di intervistarlo.

Ricky vuoi raccontarci come hai vissuto quegli anni? Ti eri ambientato a Cagliari? Cosa pensavi dei sardi e della Sardegna?

Quando la Fiorentina mi vendette al Cagliari, io  ero molto restìo. A quel tempo si parlava della Sardegna come isola legata al banditismo, ai rapimenti di persona. Io ero sposato e avevo due bambini piccoli. Inizialmente ho avuto timore e  difficoltà ad accettare il trasferimento. Non  potevo rifiutarmi. Ma rimasi sorpreso. Trovai la città di Cagliari e un’isola completamente diverse da come venivano descritte al di fuori della Sardegna. Mi sono subito ambientato sia con i cagliaritani che con i compagni di squadra. Alla fine ero contento di aver accettato il trasferimento.

I sardi erano molto affettuosi, grandi sostenitori. Ricordo che mi chiedevano sempre l’autografo. Si percepiva l’abbraccio caloroso dei tifosi, una bella sensazione. La mia iniziale diffidenza svanì, anzi divenni consapevole sul valore dell’amicizia dei sardi. Se diventavi amico di un sardo e questi ricambiava l’amicizia, diventava un vero amico per tutta la vita. Alla fine mi sentivo uno di loro. Ho trascorso un bel periodo e non ho mai avuto nessun rimpianto.

Qual era lo stile di vita, i pensieri del periodo e  la vita sociale a Cagliari? Come percepivi la città?

Facevo pochissima vita sociale perché impegnato con gli allenamenti quotidiani e la mia famiglia. Frequentavo i miei compagni di squadra, anche loro sposati. L’unico amico estraneo alla squadra era Giovanni Manconi, il proprietario del Ristorante Lo Scoglio, eravamo diventati amici fraterni, ci vedevamo spesso con le nostre famiglie.

f09d1b84-f231-4bd0-8a93-fff9c3ec8367Albertosi nel 1959 a Firenze ©Courtesy Archivio Albertosi Stringhini

Se rifletti su quegli anni del periodo cagliaritano, con la saggezza di vita acquisita, hai rimpianti? 

Nella mia vita non ho mai avuto rimpianti. Ogni cosa è stata subordinata alla mia volontà. Apprezzo il mio passato con molta serenità e secondo il mio modo di vedere la vita, non ritengo di aver sbagliato.

Quando eri piccolo pensavi che saresti diventato un calciatore?

Sì, fin da piccolo “visualizzavo” me stesso come un calciatore. Mio padre era il portiere della Pontremolese, la squadra della città in cui sono nato e con mia mamma andavo al campo sportivo per vedere giocare mio padre. Era appena finita la guerra intorno al 1945, ero molto piccolo, avevo sei anni. Mio padre alla fine del primo tempo mi metteva in porta e mi tirava il pallone. Quel momento influì sulle mie scelte mi resi conto della mia passione nel ricoprire il ruolo del portiere. Così ho fatto il portiere per tutta la mia vita calcistica.

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Rientro dal Messico dopo aver vinto l’argento nei Campionati del Mondo 1970 ©Courtesy Archivio Albertosi Stringhini 

Era il periodo del calcio impostato sulla semplicità e sul talento. Allora più vicino al mondo dei tifosi. Oggi i giocatori,  parlo della serie A, sembrano appartenere al patinato mondo del cinema. Distanti da chi li sostiene. Cosa pensi al riguardo?

Hai completamente ragione. Oggi sembra che tutto sia loro dovuto. Ai miei tempi noi calciatori eravamo molto più umili. Alla fine della partita ci fermavamo a parlare con i tifosi e firmare autografi. Avevamo più attenzione nei loro confronti sia che ti applaudissero o che ti fischiassero. Loro partecipavano alla partita pagando un biglietto e se non ci fossero stati tifosi sicuramente non saremmo esistiti neanche noi.

Ti porto un esempio che evidenzia l’evoluzione del mondo che ruota attorno al calcio: ognuno di noi provvedeva a prepararsi la sua borsa, arrivati allo stadio eravamo sempre noi stessi a riporre gli indumenti negli stipetti o attaccapanni e sempre  noi ci pulivamo le scarpe dopo l’allenamento. Oggi arrivano allo stadio e trovano tutta la divisa compresa di biancheria ben disposta, e appesa negli appositi stipetti. Sono cose che non ho mai concepito.

Non voglio parlare strettamente dei tuoi passati calcistici, di cui ampiamente è stato scritto, ma vorrei parlare di te come uomo di oggi che ha vissuto esperienze straordinarie, lasciando tracce importanti nella memoria di persone in ogni parte del mondo. Spesso considerato una persona da emulare. Ma il tempo nel suo mutare ci cambia. Oggi alla veneranda età di quasi 80 anni nella tua vita qual è divenuto il valore più importante? Pensi spesso al passato?

Purtroppo il passato non torna più. Rimangono i bei ricordi. Oggi il valore assoluto è l’amore per la mia famiglia: per mia moglie Betty, donna veramente eccezionale, con la quale condivido la vita dal 1975, per i miei figli e i miei nipoti. Conduco una vita molto semplice e oltre a mia moglie dedico tutto il mio tempo ai miei nipotini,  Emma e Tommaso. Oggi mi interessa stare bene con la mia famiglia. È questo che mi rende felice.

1979 Ricky e sua moglie Betty Stringhini ©️Courtesy  Archivio Albertosi Stringhini

Un lato del tuo carattere che più ti piace e che gli altri apprezzano?

Penso sia la semplicità e l’umiltà che mi ha sempre contraddistinto.

Le circostanze che si palesano nella vita di tutti gli uomini causano fragilità o sofferenza emotiva. Anche tu non ne sei rimasto indenne. Pensi che quegli anni ti abbiano insegnato un nuovo approccio alla vita, ti abbiano modificato?

Certo,  ci sono stati momenti di sofferenza come nella vita di tutti, li ho sempre affrontati, consapevole delle mie certezze. La passione per il calcio è stata la mia più autentica vocazione e così ho iniziato a giocare in serie C anche se dopo due anni ho rotto i legamenti crociati. Avevo 44 anni e il mio fisico non mi consentiva di giocare. Dopo un breve periodo come allenatore di squadra, ho continuato ad allenare i portieri della Fiorentina. Era un ruolo che rifletteva ciò che avevo fatto nella mia vita per cui ero più incline ad insegnarlo. Questo fino ai 70 anni.

Ci parli dei valori necessari affinché una squadra possa lavorare bene e avere successo?

Penso che il valore principale sia l’amicizia tra la rosa dei giocatori. Non ci devono essere invidie  verso giocatori che sono più importanti. La squadra deve esser coesa, affiatata. Ci deve essere solidarietà tra i singoli elementi. Ricordo nel  periodo in cui giocavo con il Cagliari che Gigi Riva, giocatore importantissimo, aveva dei privilegi, ma nessuno di noi osava lamentarsi. È per questo motivo che il Cagliari è diventata una grande squadra e siamo riusciti a vincere il campionato.

Potresti raccontare ai nostri lettori, qualche aneddoto sulla vita di squadra, o sui ritiri, che richiedono sacrificio a livello affettivo? 

I ritiri ti allontanavano dalla famiglia per un paio di giorni. Alle volte si sentiva la nostalgia, specialmente se c’erano problemi. Onestamente con i miei compagni di squadra stavo bene.  È inutile nascondere che alle volte c’erano discussioni, confronti.

Ti racconto questo piccolo aneddoto. Durante i Mondiali in Messico come  nelle trasferte in Italia  condividevo la camera con Gigi Riva. L’allenatore della nazionale era Ferruccio Valcareggi che aveva un certo timore reverenziale nei confronti di Gigi a causa del suo carattere introverso, poco loquace. Il mister ci vedeva ogni 4 o 5 mesi per cui, non vivendo la quotidianità, gli sfuggivano determinate sfumature caratteriali dei calciatori poco estroversi. Ricordo che spesso mi chiedeva come stesse Gigi, se avesse dormito bene, se si fosse svegliato con animo sereno e se avesse potuto parlargli. Era un mister molto attento.

Ci sono stati mister, invece,  che durante i ritiri  entravano in camera all’improvviso per controllarti. Le uniche concessioni di svago erano il gioco delle carte e del biliardo. Quando giocavo con il Cagliari, durante la trasferta, poiché la squadra era molto affiatata, spesso ci ritrovavamo a giocare a carte sino a tarda notte. Giocavamo nella camera mia e di Gigi perché  fumavamo tanto. Gli altri venivano a guardare e si univano al gioco. Non tutti fumavamo. Ma nella camera stagnava il fumo.
Ricordo che eravamo a Roma all’Hotel Quirinale. Era circa mezzanotte e poiché avevamo fame ordinammo dei panini.  Dopo circa mezz’ora sentimmo bussare. Pensando fosse il cameriere aprimmo la porta e si presentò il mister Manlio Scopigno. Subito avvolto da un fumo intenso, irrespirabile. Noi imbarazzatissimi poiché colti di sorpresa, ci aspettavamo un rimprovero verbale, invece  inaspettatamente  ci chiese se anche lui potesse fumare una sigaretta insieme a noi. Alla fine ci disse: «Ragazzi finite i giri e poi andate a letto». Il giorno dopo vincemmo 4 – 0 con la Roma. Un altro allenatore ci avrebbe rimproverato e come da consuetudine multato. Ci avrebbe evidenziato la poca professionalità cercando di far emergere i sensi di colpa. Ciò avrebbe comportato minor resa atletica in campo poiché turbati dalle parole.

Ho avuto due grandi allenatori che capivano le esigenze di noi giocatori. Per esempio quando eravamo in trasferta durante il sabato io non amavo andare al cinema che era quasi una consuetudine. La giornata in trasferta era così suddivisa: la mattina allenamento, pranzo, riposo pomeridiano con sveglia alle 16 e poi cinema fino alle 19, cena, passeggiata e riposo notturno. Invece Manlio Scopigno durante il periodo del Cagliari  e Nils Erik Liedholm quando giocavo con il Milan avevano capito che non amavo andare al cinema.  Io avevo la passione per le corse dei cavalli. Per cui il sabato pomeriggio mi chiedevano sempre che cosa preferissi fare. Naturalmente dicevo loro che preferivo andare all’ippodromo. Mi lasciavano libero di scegliere. Grande atto di fiducia e comprensione. Come pochi. E aggiungevano “Ricordati che alle 19,30 si mangia” E così abbiamo vinto due campionati. Sono stati gli anni in cui ho giocato meglio perché  non c’erano tensioni, ti infondevano serenità e tranquillità. C’era rispetto e fiducia. C’era  attenzione al valore umano.

11 febbraio 1979 quarant’anni fa. Una data memorabile. Vuoi raccontarci le emozioni che provasti?

Ero nel Milan. Giocavamo contro l’Ascoli Piceno.   Ricordo che venne il Presidente e mi consegnò una targa in quanto avevo giocato 500 partite in serie A. Pur essendo in trasferta tutti i presenti si sono alzati in piedi ad applaudire. Ho sentito l’affetto del pubblico presente. Una bellissima emozione.

©️Courtesy  Archivio Albertosi-Stringhini

Un’altra data che nessuno scorderà il 17 Giugno 1970. Si disputa nello Stadio Atzeca di Città del Messico la semifinale dei Mondiali. Definita Partita del secolo, la miglior partita di tutti tempi. I messicani in ricordo hanno affisso una targa  all’esterno dello stadio. Raccontaci come hai vissuto quel giorno, le intense emozioni provate.

Disputavamo uno dei tornei di calcio più complessi, il Campionato del Mondo, in cui ti confrontavi con squadre eccellenti. C’era molta tensione.  Ma generalmente come si entra in campo e senti l’inno nazionale alla tensione subentra l’emozione. Ricordo che mi vennero i brividi, pervaso da una sensazione di invincibilità e dal desiderio di dare il massimo di me stesso in competenza e abilità senza fare errori. Venne definita “partita del secolo” perché ci furono delle circostanze veramente emozionanti.

Ad inizio partita avevamo segnato un gol e poi ci eravamo dovuti difendere per i restanti 90 minuti. Solo al 91 minuto Schnellinger che si stava oramai avvicinando verso l’uscita ricevette pallone  è riuscì a pareggiare. Tutti pensavano che noi perdessimo. Tutti dicevano che non eravamo capaci di reagire, che non tolleravamo la sofferenza. Invece abbiamo reagito. Dopo lo svantaggio per il gol subito siamo riusciti a pareggiare. Poi ancora un altro svantaggio ma subito ripareggiato. Quindi loro ci hanno raggiunti. Per colpa di Rivera che era sul palo a protezione della porta ha fatto passare la palla tra il suo petto e il palo e la rete, consentendo a Müller il pareggio. Io mi sono arrabbiato contro Rivera, sfogando la mia rabbia. Lui era rimasto abbracciato al palo e li batteva la testa disperato . E disse “ Ora per rimediare posso solo andare a fare goal” È così è stato. Con quattro passaggi nei tempi supplementari,  fece un goal straordinario, per freddezza e lucidità. E siamo arrivati in finale trovando un Brasile stratosferico. Abbiamo retto 60/70 minuti. Poi eravamo molto provati dalla partita con la Germania e  siamo crollati.

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©️Courtesy  Archivio Albertosi-Stringhini

Tra i periodi vissuti nelle varie squadre quali sono stati quelli che  ricordi con gioia, che  hanno lasciato segni profondi nella tua memoria?

Ricordo con immensa gioia la vittoria dello scudetto con il Cagliari e poi lo scudetto della stella a Milano. Lo scudetto vinto con il Cagliari fu importante anche da un punto di vista sociale. La gente non pensava più all’isola come luogo di banditi e criminalità. Cambiò il giudizio delle persone sulla Sardegna. Per me è stata una gioia immensa partecipare a far cambiare la mentalità nella penisola. Siamo rimasti nella storia. Al momento non penso che il Cagliari possa vincere qualche altro scudetto. Quello è stato un anno meraviglioso. Indimenticabile.

Invece giocavo nel Milan nel periodo più brutto della sua storia. Cambiava spesso Presidente. Il primo anno come allenatore c’era Giagnoni, un brav’uomo. Un uomo molto corretto, vero amico. Leale e rispettoso nei confronti di tutti. Ma anche noi lo eravamo nei suoi confronti. Non faceva distinzione tra un giocatore più o meno importante.
Ricordo che avevamo perso contro il Torino 1-0. Claudio Sala giocava nel Torino e Gianni Rivera nel Milan.  Il presidente disse: «perché non facciamo cambio tra Claudio Sala e Gianni Rivera?». Rivera fu risentito da queste parole e non venne agli allenamenti per una settimana. Quando Rivera tornò, Giagnoni molto arrabbiato gli disse queste parole: «ora vai ad allenarti con la Primavera». Per 15 giorni venne punito allenandosi con la Primavera del Milan. Da quel momento Rivera iniziò a fare la guerra all’allenatore e al Presidente. Riuscì a mandarli via. Così ogni anno cambiavamo presidente per incompatibilità perché comandava Rivera. Infatti anche quando sono andato via dal Milan, la squadra ha continuato ad avere problemi.

Berlusconi quando comprò il Milan disse chiaramente che non voleva Rivera. Con Berlusconi sono arrivati grandi giocatori olandesi e il Milan in un ambiente sereno e coeso è diventata una squadra forte e vincente.
A parte queste vicissitudini sono orgoglioso di aver vinto lo scudetto della stella. Il Milan non lo vinceva da tanti anni. Ci siamo riusciti con una squadra modesta, non eccezionale.

Tutti parlano del tuo stile nelle parate, memorabili e impeccabili. Io aggiungo eleganti, aggraziate, quasi figure rubate alla danza. Parate in cui c’è Arte: quella creatività che emoziona e che sfiora una bellezza scultorea. L’International Federation of Football of History & Statistics, ente che documenta le statistiche del calcio, ti ha inserito tra i migliori portieri del mondo. Un risultato fantastico, che riempie d’orgoglio tutti gli italiani. Secondo te per raggiungere prestazioni elevate nell’ambito calcistico quale elemento tra la preparazione, la predisposizione o inclinazione personale, ha valore prioritario e perché?

Tutti gli elementi che citi devono esser presenti.  Inoltre aggiungo saper soffrire e non demordere mai. Se uno possiede le qualità, prima o poi emerge, anche se trova davanti a  sé giocatori favoriti da altri. Personalmente ho sofferto nel periodo calcistico della Fiorentina. Venivo da due anni trascorsi a La Spezia. Avevo 16 anni frequentavo la scuola. Dovevo alzarmi alle 5.00 perché alle 8.40 dovevo essere a lezione. Terminavo alle 12.40,  pranzavo,  facevo allenamento dalle 14.30 alle 16.30 e alle 18.00 prendevo il treno per esser a casa intorno alle 20.00. Questo sacrificio di vita è durato per due lunghi anni in quanto in terza superiore ho dovuto lasciare. Mi aveva acquistato la Fiorentina, essendo una squadra professionistica gli allenamenti erano di mattina e pomeriggio per cui era difficile conciliare lo studio con le tante ore assorbite dagli allenamenti. Avevo 18 anni.

Ho sofferto nel senso che ho saputo attendere il mio turno, perché sapevo che prima o poi sarebbe arrivato. Me lo sentivo. Ne ero consapevole. Davanti a me c’era un portiere che si chiamava Giuliano Sarti. Era molto bravo. Io giocavo in Nazionale. Avevo esordito a Firenze contro l’Argentina – come riserva portiere della Fiorentina –  era  il 1961 e avevamo vinto 4 -1. Quando rientravo dalle partite con la Nazionale Sarti mi diceva: «ascolta tu sarai il portiere della Nazionale ma io sono il portiere della Fiorentina. Finché ci sarò io farai solo la riserva». Io non replicavo, accettavo silenziosamente, voleva farmi crollare. Ma io non demordevo, mi sentivo di avere delle qualità, ero consapevole che sarei potuto arrivare in alto. Nel 1964 lui andò via e io divenni portiere titolare della Fiorentina fino a quando non fui venduto al Cagliari.

Ritengo che sia importante avere dei validi riferimenti affettivi per condividere e per supportarsi nell’altalenìo della vita. Accanto a te c’è la donna di sempre, Betty Stringhini, manager di rilievo di una nota azienda italiana. Betty era molto giovane quando iniziò a frequentarti. Eravate molto impegnati nel lavoro. Distanti ma sempre accanto. Come siete riusciti a proteggere e rafforzare il sentimento che provate l’uno per l’altra?

L’amore è alla base di tutto. Abbiamo camminato insieme rispettandoci l’un l’altro. Abbiamo caratteri diversi. Ognuno ha il proprio gusto. Amiamo il confronto.  In sintesi ci compensiamo. E permettimi di dire a tutti gli uomini che le donne vanno rispettate sempre, basta con la violenza. La comprensione e il confronto permettono di crescere insieme.

Tu e tua moglie apprezzate la nostra terra. Ormai la maggior parte delle vacanze la trascorrete qui in Gallura. Che cosa vi ha spinto a scegliere la Sardegna come terra di adozione?

Conoscevamo la Sardegna. Dopo un prima casa a Porto Cervo, desideravamo trovare un angolo più tranquillo che permettesse una vita semplice a contatto con la natura incontaminata e il vostro bellissimo mare così abbiamo scelto una località vicino Olbia. Inoltre conoscevo ormai bene la gente sarda. Sono sempre stato attratto dai vostri valori, dalle vostre tradizioni e cultura. Sono valori importanti che non si trovano ovunque. Un amico sardo è un amico per sempre.

Enrico Albertosi – Courtesy ph. Federico De Luca

E con queste parole importanti finisce l’intervista ad un grande uomo del calcio. Ringrazio Ricky Albertosi per questo bellissimo viaggio nel passato meno calcistico forse più umano. Tanti elementi su cui riflettere specialmente per chi sta intraprendendo la carriera di calciatore. Oggi Ricky è un uomo che sulla soglia degli ottanta anni guarda al passato con nostalgia e gratitudine ma pur sempre attento alla contemporaneità. Allora temerario, determinato, invincibile, umile oggi è una persona semplice, saggia e altruista. Ieri seguito da numerosi fans e oggi conteso da due piccoli fans i suoi due nipotini Emma e Tommaso. Sono loro che permettono che la vita acquisisca una nuova magia, che il passato decanti nel cuore e che i bellissimi ricordi predispongano alla speranza, alla vita.

© Lycia Mele Ligios 2019

Imprevedibile essenza: l’arte figurativa di Vittorio Boi

Ormai dobbiamo credere soltanto a
quelle credenze che comportano il
dubbio nel loro principio stesso.
Edgar Morin
La figura paterna, appena si nasce, assume contorni sfumati tra presenza e assenza. Infatti alcuni sociologi parlano di diade madre-figlio. Solo il tempo plasma il rapporto padre-figlio che talvolta si fortifica nella complicità di condividere interessi o grandi passioni, quasi un “riallinearsi” e ritrovarsi tra insegnamenti di vita.
Questa premessa mi è sembrata necessaria per presentare Vittorio Boi, un giovane artista di origini cagliaritane, che ha mosso i suoi primi passi e scoperto la bellezza delle forme e l’anima dei colori, tra le tele di suo padre: il pittore Renato Boi.
Originario di Napoli, Renato giunse in Sardegna nella prima metà del secolo scorso. E nell’amata isola si distinse per la sua profonda sensibilità artistica tesa a ritrarre la sardità nei colori, nelle forme e nei paesaggi desolati, intrisi di una solitudine che smarrisce ma ripara dalla sofferenza del vivere.
In un periodo storico difficile e subordinato a logiche incomprensibili, Renato,  dopo un breve periodo impressionista venne attratto dal linguaggio pittorico espressionista volto ad una interiorizzazione della realtà circostante.
Fin da piccolo Vittorio osservava il padre mentre dipingeva. Scrutava le forme, la trasposizione dei significati, i tratti espressivi, l’utilizzo dei colori. Iniziava il suo percorso, un piccolo ” Grand Tour ” dell’Arte, che gli permise di acquisire contenuti per la sua memoria.

Vittorio Boi Il trasformista,2011 Olio su tela
Vittorio Boi
Il trasformista,2011
Olio su tela

Ecco che strati dell’agire si legarono a piccoli nodi di emozioni, e divennero materia che Vittorio filtrò, per creare un proprio “altro/diverso”: distanziare il proprio sé, privilegiando il suo vissuto intrecciato ai ricordi/insegnamenti del padre.

Sorprendeva la sua grande discrezione. Tutto sembrava immergersi nel silenzio. Un silenzio fecondo. Solo pochissimi amici conoscevano la sua grande passione trasmessagli dal padre.

La creatività e il linguaggio pittorico sembravano inseguirlo . – Al pari di nuvole che sulla terra segnano ombre, contorni di assenza del sole e vagano sospinte dal vento. – Forme da cui cercava di fuggire, ma impossibilitato a colmare distanze con nuovi contenuti e forme, continuava a sognare.

Vittorio Boi  Tra Sogno e Realtà. 2014 Olio su tela
Vittorio Boi
Tra Sogno e Realtà. 2014
Olio su tela

Quando un’illuminazione lo condurrà ad una frattura, ad un sostanziale distacco: l’utilizzo di colori puri, pennellate piatte, sfrangiate e l’esigenza di dare forma al proprio “urlo” esistenziale.
Scoprirà una propria personalità artistica dove “l’immaginazione occupa un ruolo centrale tanto da consegnarci una vera e propria concezione del mondo, cui è sotteso il discorso radicale di un allargamento della nozione di realtà e di una corrispondente estensione della coscienza.” (2)

Così le tematiche dell’Isola-Mito che caratterizzavano il linguaggio espressivo del padre tras-mutarono.

Vittorio Boi L'Attesa,2010 Olio su tela
Vittorio Boi
L’Attesa,2010
Olio su tela

“L’attesa” ricorda  l’opera del padre “Pastore in riposo”, visibile nel Catalogo del Patrimonio Artistico della Regione Sardegna. (1) L’uomo al centro, che appare seduto con i gomiti poggiati sulle gambe e le mani tra la testa, evoca la figura del pastore mentre riposa, dalle trame impressioniste. Ma Vittorio predilige colori puri e pennellate sfrangiate. Sembrano rincorrersi nello spazio della tela per dare struttura al forte pathos che l’opera trasmette. Vittorio gioca con l’empatia e riesce a trasmetterci la sua interiorizzazione di una realtà drammatica che sta per accadere.

Trovo quest’opera veramente sublime. E’ ritratto l’istante “sospeso” che rappresenta una potenzialità ancora indefinita. E’ il respiro dell’angoscia esistenziale. Il vuoto che attende di essere colmato. La realtà divenuta indecifrabile. Ma l’angoscia è anche “la vertigine della libertà” come diceva KierKegaard . Libertà di scelta che alimenta la speranza.

Vittorio Boi L'Acrobata,2014 Olio su tela
Vittorio Boi
L’Acrobata,2014
Olio su tela

Tra i soggetti delle sue opere sembra prediligere atleti in movimento o che effettuano esercizi ginnici. Forse perché lui stesso è un atleta, un bravo tennista. In alcune figure esalta la bellezza dei corpi con muscoli definiti , quasi scolpiti con equilibrata tecnica chiaroscurale. Ma alcuni elementi stridono.

Il corpo de “L’Acrobata”  raffigurato nell’istante del movimento, focalizza la nostra attenzione sul punto luce della collana di perle dal significato ambiguo: dono, sottomissione o elemento che “àncora” alla salvezza? A volte esprimono inquietudine forse conseguenza di un disagio, di un’’alterità” radicata che ha difficoltà di apparire, di esprimersi, di essere.

Vittorio Boi Corsa,2014 Olio su tela
Vittorio Boi
Corsa,2014
Olio su tela

Ne “La Partenza” gli atleti si preparano ad effettuare una corsa in una pista che sembra esser allagata. Ma l’ acqua è pulita o sporca? Evoca purificazione o stagnazione ? Forse è trasparente, pulita. Si allude alla necessità di catarsi o rigenerazione. O evidenzia l’impossibilità di muoversi riflettendo la stagnazione del periodo storico in cui viviamo?

L’altleta che ci guarda esprime un disagio. Il movimento è un non movimento. Ma c’è la volontà determinata dalla posizione. L’atleta vuole iniziare la sua corsa.

L’atleta sembra dirci che la folle corsa della vita è segnata dall’inquietudine. Non bisogna fermarsi, né volgersi al passato ma capire come il movimento sia necessario per proiettarci verso il futuro. Non ci si deve compatire ma agire. L’azione è la legge-verità di vita e il tempo ne scrive la partitura d’altronde “non possiamo pensare a un tempo senza oceano / o a un oceano non cosparso di rifiuti o a un futuro / non destinato come il passato, a non avere un fine.”  (2)

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In “Fascino” è raffigurata una persona dal volto indefinito, sembra indossare una maschera. Colori graffiati, sfrangiati, semplici tratti per definire le forme. Risalta la trasparenza del vestito e il color rosso del guanto. Il volto indistinto, sfuggente e il titolo dell’opera evocano ambiguità che assurge ruolo primario. Interscambio di forma e sostanza in un divenire caotico. E’ essere e non essere sé. Aperto all’altro, al diverso. Si acquisisce duttilità ma si rischia di perdere l’essenza, o forse ” coerenza” ? ciò che abbiamo acquisito con l’esperienza e che modula le nostre scelte.

In questa opera i misteri dell’ambiguità divengono certezze radicate nel reale. Il guanto rosso può evocare un riscatto? Passione o salvazione? Ecco che il dubbio coesisterà con una riflessione soggettiva e con lo studio del reale nell’avvicendarsi giorno e notte, per dare un senso al nostro essere presente.

Vittorio Boi Il Groviglio Della Mente,2015 Olio su tela
Vittorio Boi
Il Groviglio Della Mente,2015
Olio su tela

“Il Groviglio della Mente” è un’opera dal forte impatto emotivo. Traspare la difficoltà dell’uomo raffigurato che vuole liberarsi dai cerchi che assemblano molle. I colori sono ben dosati su campitura grigia. Il movimento e la difficoltà vengono definiti dalle contrazioni muscolari evidenziate da delicate tonalità chiaroscurali. Un discorso pittorico legato alla plasticità dove vengono riscoperte la proporzione e l’armonia delle forme quasi ad voler evocare la bellezza classica.

Sul piano concettuale qui si giunge alla cosiddetta “quadratura del cerchio”, il punto di arrivo e di partenza del pensiero dell’artista. Forse per cambiare i nostro modus pensandi è necessario il movimento. Dobbiamo vivere “nell’attraversare” per non farci risucchiare dagli ingranaggi che alienano e creano estraneamento.  Non è  fuggire ma  «attraversare la minaccia di quel caos dove il pensiero diventa impossibile»(3)

La rappresentazione di una realtà “altra” complessa, difficile da affrontare e definire si racchiude nell’importanza del movimento, che rigetta la staticità, esclude la limitazione della sfera dell’azione e permette alla conoscenza di fluire liberamente. Anche perché come dice il grande Morin “è importante comprendere l’incertezza del reale, sapere che il reale comprende un possibile ancora invisibile” (4) che non è sogno ma adattabilità a questa folle corsa che è la vita.

Lycia Mele
© Riproduzione riservata

Approfondimenti

1) Catalogo del Patrimonio artistico della Regione Sardegna 2014 http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_274_20150212122505.pdf
2) T.S.Eliot La terra desolata Quattro quartetti. Book Editore
3) G. Bateson Mente e Natura. Un’unità necessaria. Adelfi Editore
4) E.Morin I sette saperi necessari all’educazione del futuro. RaffaelloCortina Editore

Vittorio Boi Scarpette Rosse,2014 Olio su tela
Vittorio Boi
Scarpette Rosse,2014
Olio su tela