Intervista a Beppe Severgnini | Apprendistato, scrittura e amore per la Sardegna

Esprimi il pensiero in modo conciso perché sia letto, chiaro perché sia capito, pittoresco perché sia ricordato ed esatto perché i lettori siano guidati dalla sua luce”. Queste parole del celebre editore Joseph Pulitzer scolpiscono tracce di scrittura presenti nello stile inconfondibile di un giornalista italiano, scrittore, – tra i suoi libri più famosi: “Inglesi”, ”Italiani con la valigia”, ”Un italiano in America”, ”Italiani si diventa”, “Manuale dell’Imperfetto viaggiatore” “La testa degli italiani” –  editorialista del Corriere della Sera, corrispondente dall’Italia per il settimanale  inglese The Economist e The New York Times, opinionista in vari talk show e conduttore di programmi televisivi: Beppe Severgnini. 

Originario di Crema, assiduo frequentatore della nostra isola di cui ne parla con occhi acquosi, brillanti e un “disteso” sorriso, quasi la risacca del nostro mare quando si abbandona sospesa, prima di allungarsi in un’onda! Una cosa è certa: conosce bene la nostra isola, la sua anima e le più antiche tradizioni.

Giornalista e “scrivente” come lo avrebbe definito il critico letterario Roland Barthes. Infatti,  in  “scrivente”  la  parola  “pone fine ad un’ambiguità del mondo, istituisce una spiegazione irreversibile (che può esser provvisoria)” o un’informazione che può  insegnare, istruire; diverso il significato di “scrittore” dove la parola necessita di “interpretazione”.

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A noi piace definirlo “scrivente interstiziale” per quell’attenzione al particolare, una premessa del suo riflettere: un distacco finalizzato a una esigenza incontenibile di conoscere, raccontare, trasporre, trasferire ciò che sfugge a causa dei ritmi frenetici di vita.  Quella  velocità che ci impedisce di cogliere l’essenza, la verità o ancora, l’aspetto più cristallino della realtà. A lui non sfugge niente,  ha una capacità focale degna di una Hasselblad.

Se il suo scrivere fosse una fotografia potrebbe evocare alcuni lavori del minimalismo italiano, se invece fosse un un’opera pittorica oscillerebbe tra espressionismo e pop art. Ma possiamo dire che alle sue tele di vita sovrapponga “magiche lenti” d’ingrandimento dove noi lettori amiamo soffermarci, riflettere e ritrovarci.

Il suo pensiero non è solo logos (ragione) ma anche pathos e  ethos: trasmette emozioni per una delicata capacità introspettiva; delinea e motiva principi etici.

Severgnini ci mostra il suo sguardo sulle cose. La parola si impregna d’immagine, mentre il tempo raccorda distanze, nella sua celere fuga. Così esperienze di vita quotidiana s’intrecciano in una sequenza filmica dove la macchina da presa si ferma sui particolari, gigantografie, a volte stranianti.

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Gli uffici dei giornalisti correvano lungo il perimetro del dodicesimo e tredicesimo piano e godevano di una vista spettacolare. Credo d’aver trascorso i primi tre giorni a guardare il panorama. Londra, ai tempi, era una città orizzontale. Dall’alto si vedevano le distese di case bianche verso nord, la cattedrale di St Paul, la striscia bluastra del fiume, le macchie verdi dei parchi, i bus che avanzavano come insetti panciuti nelle strade affollate. Appena sotto, vicini, St James’s Palace e Buckingham Palace. Le monarchie amano farsi ammirare dal basso; vederle dall’alto è più affascinante. Quando ho smesso di guardare giù, ho cominciato a guardarmi intorno.

Un breve passo che racchiude la forza espressiva dello stile di Beppe Severgnini. Il brano è tratto dal suo ultimo libro “Italiani si rimane” da cui è nato il “Diario Sentimentale di un giornalista”, (spettacolo teatrale proposto nella Rassegna Il Filo del Discorso, organizzata dalla Biblioteca Civica e Comune di Olbia. Parole fiume, ciottoli  e musica stratosferica. Folgorata. Avevo già l’intervista in testa! n.d.r) 

Nel monologo teatrale accompagnato da Serena Fiore, – curatrice della sezione musicale, – Severgnini racconta la storia della sua vocazione/passione giornalistica con aneddoti divertenti e significativi. L’elemento autobiografico s’intreccia in un amarcord  di storia culturale del nostro paese.

Ma ora tra acume e perspicacia “ascoltiamo” la sua voce familiare, ironica, divertente.

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Il suo nome Beppe: breve, familiare, semplice, sembra avere un riflesso della sua scrittura. Ci ha mai pensato?

Beppe è un diminutivo pieno di labiali: non bellissimo, ma rassicurante. E poi è breve; va bene con un cognome lungo e intricato come il mio.  Come tutti sappiamo, un altro Beppe – genovese, più spettinato di me – ha fondato un movimento politico. Evidentemente il nome spinge a fare cose insolite.

Un altro elemento che contraddistingue il suo stile narrativo è l’ironia. Quando ne ha colto l’importanza? 

Quando ho capito che l’ironia abbatte molte barriere. Compresa la diffidenza, la più alta e la più ostica.

Per lei, come per tanti intellettuali, l’illusione ha un valore fondante, quasi salvifico. Quanto può aver giovato alla sua vita?

La perdono, Lycia, di avermi chiamato “intellettuale”: in Italia è una parolaccia! Illusione? Diciamo che da ragazzo avevo un sogno – diventare giornalista e scrittore, in Italia e all’estero – e l’ho realizzato. Mi considero molto fortunato. Anche per questo evito di mugugnare e lamentarmi, uno sport amato da tanti bravi colleghi.

Per anni corrispondente estero in Inghilterra, America, Russia; e ha viaggiato in tutto il mondo, dalla Cina al Sudamerica, fino all’Australia.  Come ha vissuto la lontananza? 

Come una lezione, uno stimolo e un’occasione. Ma sapevo che sarei tornato nei miei posti del cuore: Crema, la Lombardia, la Sardegna.

“Non conta dove e da chi nasciamo, la patria è questione di cuore”: quale significato attribuisce a questa frase? Qual è il paese a cui si sente più legato?  

Sono italiano, orgoglioso di esserlo. Non è sempre facile: il nostro Paese ti manda in bestia e in estasi nel giro di dieci minuti e di cento metri. “La patria è una questione di cuore” vuol dire anche un’altra cosa: il legame di sangue – sul quale si basa oggi la cittadinanza italiana – è meno importante della lealtà, del rispetto, della passione e del contributo che noi diamo a un Paese. Ecco perché sono favorevole a uno “ius soli” temperato: chi nasce e cresce qui deve essere italiano. 

Nel suo libro “Italiani si rimane” (2018), che in ottobre 2019 uscirà in edizione aggiornata Bur-Rizzoli, parla di una figura fondamentale nella storia del giornalismo italiano, il suo maestro Indro Montanelli. Quali grandi eredità le ha trasmesso? 

Meno è meglio. Tre parole. Bastano.

Da giornalista quali consigli potrebbe dare a chi vuole intraprendere la sua professione?  

Imparare a fare molte cose: stare in redazione e fare i giornali (di carta e soprattutto online), scrivere, stare in video, fare video, stare in radio, parlare in pubblico, scrivere un libro. Una di queste diventerà l’occupazione principale, quella che darà da vivere. Le altre verranno buone. 

Ha lavorato con altre personalità del giornalismo italiano: Enzo Biagi, Mario Cervi, Enzo Bettiza. Allora, le divergenze tra giornalisti erano meno accese rispetto ai nostri tempi? 

Anche nel secolo scorso – quando ho iniziato – le rivalità e le invidie esistevano, eccome se esistevano. Ma non c’era internet e non c’erano i social. C’era tempo per far sbollire rancori e malumori. Oggi troppi colleghi sono impulsivi: pensano una cattiveria, la mettono in rete e poi sono guai. Devo dire che io corro pochi rischi: ho molti difetti, ma non sono invidioso. Mai stato. Se un collega è bravo sono il primo a riconoscerlo. Se ha successo, sono felice per lei/per lui.

Diventa corrispondente da Londra per il Giornale a 27 anni. Come ha vissuto l’esperienza londinese? Quanto hanno influito sulla sua scrittura items e/o sovrastrutture concettuali anglofone, più minimaliste? 

A Londra ho imparato la sintesi, l’ironia e a non sbagliare giacca: non è poco. Vedere la mia amata Inghilterra nello psicodramma Brexit è, insieme, un’amarezza e una delusione.

Nel passaggio al Corriere della Sera, Lucia Annunziata, che stava con lei a Washigton, le donò alcuni consigli su via Solferino. Quali erano? 

Ne cito uno solo: mai alzare la voce. Gli altri li trovate in “Italiani si rimane”!

Sardo d’adozione ha vissuto l’ascesa esponenziale della vocazione turistica nella nostra isola. Come l’ha vissuta e cosa migliorerebbe? 

L’ho vissuta con gioia: il turismo ha portato benessere a una terra che amo e frequento dal 1973. Una cosa da fare? Basta seconde case (ristrutturiamo quelle che ci sono!). E qualche servizio in più sulle spiagge accessibili: un chiosco, una doccia e un bagno non rovinano certo i luoghi e l’atmosfera.  Ma la chiave è la distanza: lo Stato italiano dovrebbe impegnarsi per rendere semplici ed economici i trasporti  (marittimi, aerei) per  tutto l’anno, non solo d’estate: la Sardegna ha molto da offrire in ogni stagione. Il mercato non basta: e lo dice uno che al mercato ci crede. 

Una domanda inerente ai social sempre più oggetto di discussione. Come si dovrebbero utilizzare? I politici  dovrebbero avere un profilo social? 

Come si utilizzano? Con cautela. I social (testo, audio, immagini, video ) costituiscono uno strumento potentissimo, che fino a pochi anni fa era risvervato ai professionisti (giornalisti, operatori radio e tv). Non mi lamento, è giusto che le cose siano cambiate. Ma bisogna prestare attenzione. Sui social non si vede solo se sono abbronzato: si capisce anche se sono intelligente e/o stupido, e se ho qualcosa da dire. I politici possono avere un profilo social? Certo. Ma se stanno al governo dovrebbero utilizzarlo poco. 

Se le proponessero un viaggio sulla luna, per raccontare la vita degli astronauti con il suo stile inconfondibile, abbandonerebbe la sua amata Inter?

Porto l’Inter sulla luna. Vinceremmo pure lì. Quadruplete Spaziale: ci manca.

 

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©️Riproduzione Riservata

 

All Photos Courtesy ©Archivio Beppe Severgnini

VENTI▪️ITNEV/diMAN : Il Museo D’Arte della Provincia di Nuoro celebra il ventennale.

Una struttura urbana di una certa intensità, aumenta prestigio e credibilità  se predispone di uno spazio per un’istituzione museale. Un luogo non solo depositario di memoria  ma centro di riflessione diacronica, in cui si giunga a nuovi percorsi interpretativi con letture diversificate e attraverso linguaggi artistici ancorati ad epoche differenti. Altresì, che sviluppi i contenuti in modo chiaro da indurre l’uomo contemporaneo ad affinare il proprio gusto estetico e migliorare l’approccio critico verso la realtà, in un’ottica pedagogico-comunicativa.

Un museo, per essere credibile, deve sapersi imporre come voce culturale anche per incrementare l’afflusso di visitatori. Oltre a focalizzarsi sulla qualità dei contenuti, deve essere supportato da un’efficiente organizzazione affidata ad un curatore, relativamente alla parte manageriale più articolata e complessa, che pianifichi eventuali acquisizioni ed esposizioni, proponendo nuovi linguaggi visivi da suscitare interesse e attrarre la sfera emotiva dei fruitori. Un po’ come lo stupore di Alice nel suo meraviglioso paese, di cui tutti conosciamo la storia.

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Attuale sede museale MAN – Courtesy ©️Sardegnaturismo.it

Oggi possiamo dire che l’ottimo lavoro dei curatori, nella direzione del MAN – il MUSEO d’ARTE Provincia NUORO  dal 1999 fino al 2019 è stato determinante per creare uno tra i più importanti riferimenti culturali, non solo per i sardi. Con uno sguardo di sintesi ai due decenni è possibile intravvedere i principi del loro agire: la passione per l’arte, le loro conoscenze, la loro capacità interpretativa e di valorizzazione delle esposizioni proposte, la costante presenza e coinvolgimento del territorio, lo sviluppo di un laboratorio didattico per i più piccini. V E N T A N N I /diMAN sono stati un’intensa attività febbrile, incalzante, propositiva, molto coinvolgente. Tante le mostre presentate ne ricorderò solo alcune per evidenziare la qualità espositiva di un museo “periferico” , che ha mostrato di avere carattere e sapersi imporre come secondo museo di arte moderna e contemporanea più importante del Sud Italia, dopo il MADRE di Napoli.

 

 

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Allestimento La Bohéme – Credit ©️Donato Tore Courtesy MAN, 2018

Ricordo la mostra di successo di “Vivian Maier. Street Photographer” 2015 [in Italia, prima struttura museale ad esporre le sue fotografie] tata/fotografa scoperta casualmente, che aveva fatto della sua passione il fine della sua esistenza; “Paul Klee e l’animismo” 2016; la mostra “Radicale-soggettivo” 2016 con le opere dell’espressionismo tedesco dalla prestigiosa collezione dell’Osthaus Museum di Hagen; “Berenice Abbott Topographies” 2017; “Robert Capa. Una vita leggermente fuori fuoco” 2014; “La Bohème. Henri de Toulouse-Lautrec e i maestri di Montmartre” 2018; “L’amore al tempo della rivoluzione. Coppie dell’avanguardia Russa” 2017. Infine cito  le ultime esposizioni in mostra fino al 3 Marzo 2019,  che propongono linguaggi visivi per significative riflessioni in cui si respira una “weltanschauung” oltre confine : “Sabir” di Dor Guez, O Youth and Beauty!” di Anna Bjerger, Louis Fratino, Waldemar Zimbelmann e “Sogno d’oltremare” di François-Xavier Gbré.

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Allestimento Maria Lai. Ricucire il mondo, 2016 – Courtesy ©️Pierluigi Dessì 

Nella sua costante ricerca di nuovi linguaggi espressivi, il MAN ha mostrato particolare attenzione verso artisti sardi sempre più apprezzati dalla critica per espressività originale e significati. Vorrei poterli ricordare tutti, perché la nostra terra vivifica l’arte,  la rende viva in tantissimi segni e idee. Incroci dove il pensiero si riplasma di/verso, altro, ne cito solo alcuni : Vincenzo Satta con la mostra “Lieve”, Christian Chironi in “Open”, Rossana RossiTestimonianze”.

Ma i ricordi, e non solo, affioreranno durante le celebrazioni per il V E N T E N N A L E / diMAN, da venerdì  8 a domenica 10 febbraio 2019 sono previste tre giornate di eventi significativi in cui, con uno sguardo al passato ma proiettato verso una progettazione futura, si rivisiterà il percorso evolutivo di questa istituzione.

Inoltre, sarà possibile accedere allo storico palazzo di Piazza Satta, attualmente in fase di avvio restauro con progetto dell’architetto Lorenzo Marratzu, che diverrà il nuovo spazio espositivo recentemente acquisito dal museo. Il nuovo stabile ospiterà le mostre temporanee e gli uffici del personale. Solo per il V E N T E N N A L E sarà possibile assistere ad una suggestiva installazione prodotta e ideata dallo Studio INOKE di Nuoro. In forma di racconto multimediale i visitatori saranno guidati alla scoperta del futuro allestimento.

In un altro percorso espositivo si ripercorrono i V E N T A N N I / diMan attraverso inviti, cartoline, materiali video, fotografie, manifesti che l’artista di San Gavino Monreale Daniela Frongia “imbastisce” con il suo linguaggio introspettivo, trasformando lo spazio preposto per l’installazione in una “Wunderkammer” : una camera delle meraviglie o scrigno di tesori che destano stupore, che illuminano sui significati divenuti tracce/[oggetti] del nostro esistere.

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Allestimento mostra “Roman Signer” 2016 – Courtesy ©️ Confinivisivi.

Infine, si potrà vedere la collezione permanente che non era possibile visionare per mancanza di spazi espositivi. Opere che esprimono i linguaggi espressivi di artisti sardi dall’inizio del ‘900 fino ai giorni d’oggi: Antonio Ballero, Costantino Nivola, Francesco Ciusa, Maria Lai, Mauro Manca solo per citarne alcuni. Diceva Sant’Agostino “Se il futuro e il passato esistono voglio sapere dove sono. […] Dovunque siano e qualunque cosa siano, non sono se non presenti”. La tradizione è nella nostra contemporaneità. Solo da quei concetti possiamo comprendere i linguaggi attuali nel loro evolversi.

Oggi il MAN continua nella sua ricerca di nuove e creative espressioni, verso nuove acquisizioni con una un’attenzione costante ai linguaggi contemporanei anche in ambito internazionale. È questo che ha sempre contraddistinto l’istituzione museale oltre ai programmi didattici, visite guidate ed eventi. “Un viaggio di conoscenza” attraverso le varie esperienze artistiche, riflesso dei tempi,  legate a quel dinamismo che anima il cammino dell’uomo.

Non ci resta che augurare lunga vita al MAN perché indirettamente è la “nostra” vita.

©️Lycia Mele Ligios 2019

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Via Sebastiano Satta 27 – 08100 Nuoro
Orario 10 – 19 | Lunedì chiuso

 

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Allestimento mostra Alberto Giacometti 2014 – Courtesy ©️Curatedart

English version

An urban structure of a certain intensity develops prestige and credibility if it predisposes a space for a museum institution. A place not only a depository of memory, but a center of diachronic reflection where new interpretative paths can be reached with diversified readings, through artistic languages anchored in different eras, defining the contents in a clear way to induce contemporary man to develop his own aesthetic taste and improve the critical approach to reality, from a pedagogical-communicative point of view.

A museum to be credible must know how to impose itself as a cultural voice also to increase the flow of museum visitors. In addition to focusing on the quality of contents, it must be supported by an efficient organization entrusted to a curator, in relation to the more complex managerial part, who plans possible acquisitions and exhibitions proposing new visual languages to arouse interest and attract the emotional sphere of museum’s visitors. As Alice’s amazement in her wonderful country, of which we all know the story.

Today we can say that the excellent work of the curators in the direction of MAN – the MUSEUM of ART Province of NUORO from 1999 until 2019, has been decisive to create one of the most important cultural references not only for the Sardinians. From a synthesis of the two decades it is possible to glimpse the principles of their actions: the passion for art, their knowledge, their ability to interpret and enhance the proposed exhibitions; the constant presence and involvement of the territory; the development of an educational workshop for children. V E N T A N N I / diMAN was an intense feverish, pressing, proactive, very engaging activity. Many exhibitions presented, I will remember only a few to highlight the quality of a “peripheral” museum exhibit that has shown to have character and know how to impose itself as the second most important museum of modern and contemporary art in Southern Italy, after the MADRE of Naples.

I remember a successful exhibition for the unusual story related to the casual rediscovery of a photographer / babysitter who had made of her passion the pourpose of her existence : “Vivian Maier. Street Photographer “[in Italy, the first museum structure that exhibited his photographs]; “Paul Klee and animism”; the “Radical-subjective” exhibition with the works of Expressionism from the prestigious Ostahus Museum collection inu Hagen, “Berenice Abbott Topographies”, “Robert Capa. A life slightly out of focus”; Bohème, Henri de Toulouse-Lautrec and the Masters of Montmartre “; “Love at the time of the revolution, couples of the Russian avant-garde”. Finally I can not avoid mentioning the last exhibitions, on display until March 3, 2019, which offer visual languages ​​for significant reflections, in which there are a “weltanschauung” across the border: Dor Guez’s “Sabir”, “O Youth and Beauty!” by Anna Bjerger, Louis Fratino, Waldemar Zimbelmann, and “Sogno d’oltremare” by François-Xavier Gbré.

In its constant search for new expressive languages, MAN has shown particular attention towards Sardinian artists increasingly appreciated by international critics for their original expressiveness, full of meaning. I wish I could remember them all, because our earth vivifies art. It makes you alive, in so many signs, ideas. Crossroads where the thought is replaced of / towards, other. As the words here are a constraint let me remember Vincenzo Satta with the exhibition “Lieve”, Christian Chironi in “Open”, Rossana Rossi “Testimonials”.

But the memories, and not only that, will surface during the three days of celebrations for the TWENTY YEAR / diMAN from Friday 8 to Sunday 10 February 2019, there will be three days of significant events in which, with a look to the past but projected towards a future planning , the evolutionary path of this institution will be revisited.

In addition, it will be possible to access the historic building of Piazza Satta, currently undergoing restoration with a project by architect Lorenzo Marratzu, which will become the new exhibition space recently acquired by the museum. The new building will host temporary exhibitions and staff offices. Only for the V E N T E N N A L E will be possible to attend a suggestive installation produced and designed by the INOKE Studio in Nuoro. In the form of a multimedia and multi-sensory story, visitors will be guided to the discovery of the future set-up.

In another exhibit itinerary, the V E N T A N N I / diMAN are retraced through invitations, postcards, video materials, photographs, posters that the artist of San Gavino Monreale Daniela Frongia “bases” with her introspective language, transforming the space required for installation in a “Wunderkammer”: a chamber of wonders or treasure chest that arouses amazement, which illuminates the meanings that have become traces / objects of our existence.

Finally, the permanent collection will be exhibited, which could not be viewed due to lack of exhibition space. Works expressing the visuals languages ​​of Sardinian artists from the beginning of the 20th century up to the present day: Antonio Ballero, Costantino Nivola, Francesco Ciusa, Maria Lai, Mauro Manca just to name a few. St. Augustine used to say “If the future and the past exist, I want to know where I am. Wherever they are and whatever they are they are not, if not present. “Tradition is in our contemporaneity. Only by those concepts can we understand the current languages ​​in their evolution.

Today the MAN continues in its search for new and creative expressions, towards new acquisitions with a constant attention to contemporary languages ​​also in the international field. This is what has distinguished the museum institution in addition to educational programs, guided tours, events. “A journey of knowledge” through the various artistic experiences, a reflection of the times and linked to the dynamism that characterizes the life of man on earth.

We just have to wish MAN a long life because it is indirectly “our” life.

©️Lycia Mele Ligios 2019

Karen Knorr

“L’animale ci guarda
e noi siamo nudi davanti a lui.
E pensare comincia forse proprio qui il pensiero”

Derrida

Ho sempre accarezzato l’idea che gli animali fossero delle creature speciali con il dono della “parola silente”: sguardi, versi che trasmettono significati mentre sfiorano le corde dell’emozione.
I bellissimi esemplari fotografati da Karen Knorr lo confermano. Animali umanizzati nelle loro pose sembrano sfidare l’uomo nella conoscenza, quasi si desideri superare quel dualismo uomo – animale e/o cultura – natura. E se la risultante fosse natura / cultura?

L’artista di origini tedesche, – che attualmente vive a Londra, –  nel 2008 si reca in India nella regione del Rajasthan con l’intento di dar risalto allo splendore dell’architettura indiana con i suoi  palazzi aristocratici, templi, mausolei, i loro interni con pregiati rivestimenti di marmi, vetri policromi e pietre preziose.

In questa cornice di raffinata bellezza inserisce dei bellissimi animali, come il cigno, la scimmia, il leone e altri, quasi ad enfatizzarne la sacralità e l’elemento di simbiosi concettuale: natura e cultura.

Karen Knorr The Gatekeeper
Karen Knorr
The Gatekeeper

La natura appare all’interno della “cultura”, mostra la sua centralità, quale fondamento. Senza la natura non ci sarebbe cultura. Il grande monito di significato antropologico sembra esser dettato dalla necessità di rigettare la cultura delle caste indiane. Come attribuire differenze tra esseri umani in base alla loro professione e/o ruolo all’interno di una società? Questo è solo sovrastruttura, si deve partire dalla natura che in-forma la cultura, come evidenzia Emanuela Casti quando afferma che la discrasia tra natura e cultura risulta superata “se si riconosce che l’uomo non solamente modifica il preesistente con la sua azione, ma lo crea attraverso una dinamica che potremmo chiamare retroattiva, quella che conduce la natura ad essere riconosciuta attraverso la cultura”.

Karen Knorr  Flight  to Freedom
Karen Knorr
Flight to Freedom

L’India vive di forti contrasti che ammutoliscono le coscienze di noi occidentali:  esistenze ai margini private della dignità di uomini, dove il riscatto sfuma nel malessere sociale radicato nella più profonda sofferenza ed estrema povertà.

Ma perché l’artista privilegia gli animali in spazi che per consuetudine appartengono agli uomini?

Dall’analisi etimologica dei termini si evidenzia una prima distinzione. La parola uomo viene dal latino homo che si collega a humus, terra, quindi terrestre, “procreato dalla terra”, un’antica credenza. La parola animale, invece, deriva da anima forma femminile di animus, spirito.

Si parla così di creature animate con la differenziazione sostanziale che vede l’uomo proteso verso la ma(ter)ia, mentre l’animale riflette spiritualità, purezza.

Karen Knorr The Witness
Karen Knorr
The Witness

Una diversità che ci conduce ad avvicinare sempre più l’animale all’uomo poiché  pur “terrestre” anche egli possiede un’anima. Se gli animali mostrano “coerenza” nel loro evolversi l’uomo sembra esser giunto al punto di non ritorno. Di immobilismo. I corsi e ricorsi di vichiana memoria hanno svuotato significati,  dove forme acquisite subordinate al tempo mutano o si annullano. Non hanno più valore.

L’uomo appare sconfitto, privato della sua dignità, del ruolo e coscienza. Sedotto dalla materialità e temporaneità più che dall’eternità. Non conosce il significato del suo vivere e lo cerca inquieto nel collezionare deviazioni, scarti, assenze per esser-ci.

Karen Knorr  The survivor
Karen Knorr
The survivor

In una nazione come l’India in cui le vacche sono sacre, la storia dei palazzi appare secondaria, marginale. Gli animali, che rappresentano l’istante dello scorrer del tempo, racchiudono significato. Da una parte si scandisce l’importanza di esser dentro la storia vestiti da veli di cultura; dall’altra la “natura” tra-veste l’agire.

Karen Knorr A place like Amravati
Karen Knorr
A place like Amravati

Sono animali, ma potrebbero essere uomini? Derrida dice “l’uomo è un animale che descrive la propria vita”. Forse la parola crea differenza? Ma evidenzia ancora che “l’uomo è l’unico animale che si è vestito, essere nudo è un limite interno alla vita. Solo con la vita nel suo apparire mi vedo come l’animale che sono, – continua Derrida –  ovvero la vita che sono.”

La differenza uomo-animale è stata creata dall’uomo per riconoscersi. Il filosofo li considera creature “viventi” di cui l’animale non è “non parlante” ma “non rispondente” . Se pensiamo ai nostri compagni cani, gatti, criceti, conigli potrebbero parlare anzi ci parlano. Ma non potrebbero rispondere. Ecco che per Derrida il codice animale esiste in quanto definito dal codice umano.

Karen Knorr Waiting for Atman
Karen Knorr
Waiting for Atman

Dopo Derrida voglio richiamare il pensiero di un’altro grande studioso, l’antropologo Lévi-Strauss che parla di “rapporto aperto” per i continui rimandi esistenti tra uomo e animale con manifeste contaminazioni. Lui stesso dirà che entrambi possiedono gli stessi meccanismi-processi solo che negli animali sembrano avere una forma “slegata”.

Ma allora il grande tributo agli animali, con l’esclusione dell’uomo dalla scena, potrebbe enfatizzare il nostro essere divenute “bestie”? Agiamo con violenza e sfregio nel mare dell’incoerenza portando come vessillo il nostro ego. Potremo ritrovarci solo nell’incontro con l’altro, e purificandoci da sovrastrutture che abbagliano.

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