Sardegna | Intervista a Luigi Fassi Direttore del MAN_Museo: l’isola al centro e l’urgenza di condividere cultura

In un clima di fermento culturale per le numerose mostre, ormai diffuse capillarmente in tutta la Sardegna, abbiamo intervistato Luigi Fassi,  direttore del MAN, per conoscere lo stato dell’arte contemporanea nell’isola e le novità della nuova stagione museale.

Luigi Fassi, succeduto nel 2018 a Lorenzo Giusti alla guida dell’istituzione sarda sembra sia riuscito ad implementare visibilità al piccolo museo investendo sulle relazioni, sulla comunicazione e promozione, – merito di un efficiente ufficio stampa, – e  naturalmente su una ricerca estetica e cifra stilistica a tutto tondo:  figurativo, astratto,  scultoreo fino a linguaggi più innovativi come quelli multimediali,  che gli hanno permesso di inserire la Sardegna nel circuito internazionale dell’arte contemporanea.

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Courtesy Archivio Museo MAN ©Confinivisivi

Oltre ad essersi rivelato un direttore intuitivo, si è mostrato dinamico e competente nell’accogliere sempre nuove sfide, nella capacità di diffondere messaggi culturali e farli apprezzare.

Siamo riusciti ad intervistarlo prima della partenza per il Brasile per importante simposio sull’arte contemporanea.

Direttore è reduce da un opening a New York: una mostra legata al MAN con le opere di Sonia Leimer, un’artista di rilievo nel mondo dell’arte contemporanea. Ci vuole parlare del progetto e del significato che assume per il Museo Man?

Nel 2019 il MAN ha accompagnato l’artista italiana Sonia Leimer alla vittoria del quarto bando dell’Italian Council (promosso da MiBAC) con il progetto Via San Gennaro, assieme al centro di arte contemporanea International Studio and Curatorial Program ISCP di New York. A settembre di quest’anno, da pochi giorni si è inaugurata la mostra personale dell’artista all’ISCP e nell’autunno del 2020 la mostra giungerà al MAN – arricchita da una residenza dell’artista in Sardegna (in collaborazione con la Film Commission).

Nel frattempo, a gennaio 2020 uscirà un catalogo monografico su Sonia Leimer, sempre parte del progetto Italian Council, edito da Mousse Publishing e realizzato dal MAN e dall’ISCP di New York.

Per il MAN si tratta di un progetto molto importante. Come da norma dell’Italian Council le opere prodotte dall’artista entreranno infatti nella collezione permanente del MAN, che così continua un periodo intenso di crescita della propria collezione, soprattutto tramite donazioni. Una parte di questi nuovi ingressi è di artisti non sardi e questo è un elemento importante di sviluppo del MAN, una traccia visibile del lavoro istituzionale svolto con le mostre.

Nei prossimi mesi il MAN intende proseguire il supporto alla scena artistica italiana contemporanea anche con una seconda, ulteriore candidatura al bando Italian Council appena inviata.

Lei viene dal Festival Steirischer Herbst (Autunno Stiriano) di Graz. Quanto ha inciso il bagaglio esperienziale acquisito al festival di arte contemporanea sul suo approccio lavorativo al Man di Nuoro?

Lavorare al Festival di Graz è stata un’esperienza fondamentale in quanto incentrata sulla committenza diretta agli artisti di nuove opere e la necessità di seguire tutta la filiera di produzione, avendo un’intera città e una regione, Graz e la Stria, a disposizione come luoghi di riferimento.

Ogni anno il Festival, infatti, si reinventava, invitando artisti a entrare nel vivo del territorio, affrontandone tematiche e peculiarità. La produzione di nuove opere è un tema decisivo oggi tanto per gli artisti che per le istituzioni e ho voluto portare questa priorità al MAN, dove abbiamo avviato progetti di committenza, già dall’autunno del 2018, con le personali di Dor Guez e François-Xavier Gbré.

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Courtesy Archivio Museo MAN ©Confinivisivi

Da esperto di direzione museale e da grande conoscitore delle dinamiche legate ai flussi d’arte contemporanea internazionale, qual è secondo lei lo stato dell’arte in Sardegna? 

La scena artistica istituzionale in Sardegna è vivace, penso ai Musei Civici di Cagliari e a tutto il lavoro che svolgono (citerei ora la bellissima mostra di Arte Povera organizzata da Paola Mura), oppure la Fondazione Nivola, con il suo impegno a studiare la straordinaria figura di Costantino Nivola, e il Macc di Calasetta. Un lavoro notevolissimo per qualità e quantità è portato avanti anche dall’Associazione Cherimus a Perdaxius.

Quali artisti sardi preferisce e perché? Sembra che ci sia un ritorno al figurativo. Condivide?

Credo sia necessario continuare un lavoro di ricerca storica e allo stesso tempo guardare alla vivacità della scena contemporanea. Diversi artisti sardi si stanno muovendo tra il territorio di origine e il mondo globale e ve ne sono di sicuro interesse e avvenire. Penso ad esempio a Montecristo Project.

Ora focalizziamoci sul termine “museo aperto”, di cui lei è un grande sostenitore, tanto da far soggiornare qui artisti di varie nazionalità. Che significato ha per lei (o in generale) la residenza d’artista e quali finalità si pone?

Il progetto di residenze d’artista che abbiamo avviato in collaborazione strategica con la Film Commission Sardegna ha un ruolo importante nell’attività del MAN ed è finalizzato a valorizzare il ruolo della Sardegna come territorio privilegiato di ricerca e produzione per artisti internazionali, guardando con particolare attenzione al mondo del Mediterraneo. La Sardegna è un immenso archivio di ricerca sul mondo mediterraneo e per gli artisti che concepiscono la propria attività come forma di pensiero complesso, è proprio il mondo del Mediterraneo insulare a presentarsi quale luogo particolarmente ricco di suggestioni per il loro lavoro e ricco di formidabili strumenti di lavoro. A Nuoro e in regione ho trovato in tal senso alcuni archivi eccezionali, dall’Archivio di Stato a quelli dell’ente etnografico regionale, l’ISRE, sino alle biblioteche e a fondi privati. Enti e risorse con cui stiamo mettendo in contatto diversi artisti per permettere loro di sviluppare ricerche e produzioni.

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Courtesy Archivio Museo MAN ©Confinivisivi

Parliamo di economia e cultura. Si parla di soft economy legata all’attività museale: fa bene ai territori, tutela il patrimonio artistico e diffonde cultura identitaria.

In Sardegna c’è ancora tanta strada da percorrere, come si potrebbe intervenire?

Si tratta innanzitutto di convincersi che la Sardegna non è ai margini ma al centro del motore della maggior parte dei cambiamenti del nostro tempo in Europa, il Mediterraneo. E che i tesori della Regione, dall’archeologia alla cultura contemporanea, sono poco valorizzati, alcuni addirittura completamente invisibili. Il Distretto Culturale del Nuorese cui noi fortemente aderiamo, sta operando un lavoro brillante per far conoscere tutta la varietà dell’offerta culturale della Provincia di Nuoro e occorre andare avanti con ambizione, superando gli ostacoli dei mille campanili tipici della cultura italiana e anche sarda.

Affinché una struttura museale resista nel tempo, quali elementi dovrebbe possedere?

Una struttura museale vive del rapporto con il proprio territorio e con i propri visitatori, reali e potenziali, in una logica di servizio e di continua offerta. Oggi a ben vedere, una percentuale molto alta nell’occorrenza della parola “Nuoro”, ma anche “Sardegna”, nei giornali nazionali e nella stampa internazionale è legata al MAN, in occasione non solo di recensioni di quotidiani e riviste di settore, ma anche di itinerari turistici per i mesi estivi e focus di scoperta del territorio della Sardegna pubblicati dalla stampa specializzata in turismo e cultura. Questo significa che oggi il MAN è un landmark territoriale, un museo che trasmette un messaggio e un’immagine che include al suo interno buona parte della regione. È una responsabilità civile che il museo ha assunto in modo crescente nei suoi due decenni di attività: quella di interpretare un ruolo guida nell’innovazione sociale e culturale all’interno della provincia di Nuoro e della Sardegna.

Sta per concludersi l’esposizione della stagione estiva: la delicata e malinconica mostra sulla Sardegna del grande artista e fotografo Guido Guidi, celebrata anche dal Financial Times. È possibile conoscere qualche dato qualitativo sui visitatori? 

Ci apprestiamo a chiudere la rassegna stampa prodotta in questi mesi di mostra, e sta assumendo la forma di un dizionario di centinaia di pagine. L’attenzione della stampa e del pubblico è stata enorme, in particolare internazionali. Ma abbiamo avuto un interesse trasversale, locale e straniero, e venduto circa 500 copie di un catalogo impegnativo e ambizioso. Senza contare l’interesse degli addetti ai lavori. Ancora pochi giorni fa dall’Università di Düsseldorf è giunta al MAN una ricercatrice che sta portando avanti un dottorato su Guido Guidi, autore che in Germania ha un seguito attento e ricco di mostre istituzionali.

 

Si potrebbe fare un bilancio sulla sua intensa attività alla direzione del MAN?

Non penso si tratti di fare un bilancio, ma di riflettere sul percorso fatto per meglio interpretare il futuro prossimo. L’obiettivo è continuare a pensare la Sardegna come crocevia di idee nel Mediterraneo, ribaltando la prospettiva geografica, l’asse nord-sud con cui si guarda alla Sardegna. Non un territorio marginale ma un avamposto di elaborazione, un luogo dove percepire in anticipo alcuni dei cambiamenti cruciali del nostro tempo, che passano attraverso il Mediterraneo, per poterli interpretare in maniera diretta.

Nell’anno trascorso è stato fondamentale il rapporto con il territorio, come quello fertile con la Film Commission Sardegna con cui abbiamo avviato il progetto di residenze e coprodotto il workshop con la Quadriennale di Roma che a luglio ha portato a lavorare nell’isola giovani artisti e curatori da tutto Italia con due tutor d’eccezione come Enrico David e Bart Van Der Heide. Sempre con la Film Commission a gennaio abbiamo avviato una collaborazione con la Film Commission di Londra portando sei giovani filmmaker inglesi a trascorrere tre settimane a Nuoro per studiare da vicino i carnevali della Barbagia. Un progetto che rifaremo a breve nel 2020.

Ma penso anche alla collaborazione sempre più forte con l’Isola delle storie di Gavoi con le mostre di Feldmann e Balka, e quella più recente con il Festival della Letteratura di Viaggio, che è approdato a Nuoro per la prima volta l’anno scorso a giugno e che abbiamo voluto far tornare ora a ottobre. Abbiamo poi coprodotto con la casa editrice Arkadia di Cagliari la monografia dell’artista franco-palestinese Maliheh Afnan e strutturato un’importantissima partnership con l’ISRE, culminata in una giornata internazionale di studi su Guido Guidi.

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Courtesy Archivio Museo MAN ©Confinivisivi

Quindi ci sarà in allestimento una mostra sulla Collezione Permanente del Man curata insieme alla Dott.ssa Emanuela Manca, storica dell’arte, può anticipare le tematiche o finalità del progetto espositivo, potrebbe citare qualche autore?

Presentiamo due mostre. Organizzata e curata dal MAN la prima, è una retrospettiva dedicata ad Anna Marongiu (Cagliari 1907 – Ostia 1941) una delle figure più originali e al tempo stesso dimenticate della scena artistica sarda della prima metà del Novecento. Il focus della mostra verte sul suo lavoro illustrativo, proponendo tra altri lavori, la serie completa delle tavole di Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare del 1930 e quella de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni del 1926. La più preziosa opera in mostra e il cuore di tutto il progetto è data dalle 262 tavole de Il Circolo Pickwick di Charles Dickens del 1929 (acquerelli e disegni a penna), in prestito dal Charles Dickens Museum di Londra e oggi per la prima volta visibili in un museo italiano. In occasione della mostra verrà esposto un film di approfondimento sull’artista che stiamo ultimando con la Film Commission Sardegna. La mostra sarà accompagnata da un dettagliato catalogo pubblicato con la Marsilio di Venezia, un libro studio sull’artista e la sua figura.

La seconda mostra è un’articolata esplorazione della collezione del MAN, presentando classici, ma anche opere poco viste e nuove acquisizioni e donazioni. Dopo la mostra al museo comunale di Gavoi nel settembre del 2018 e quella di marzo di quest’anno è la terza mostra di collezione che ho voluto organizzare dal mio arrivo. La collezione del MAN, per la sua bellezza e importanza, è un desiderio per tutto il pubblico del museo ed è sempre una vera gioia poterla condividere e presentarla.

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Courtesy Archivio Museo MAN ©Confinivisivi

Ci saranno laboratori per i più piccini o attività extra come simposi, presentazioni di libri, concerti etc.?

Si. Abbiamo iniziato sabato 12 ottobre con il Festival di Letteratura di Viaggio e  presentato martedì 15 ottobre in anteprima in Sardegna il nuovo romanzo di Marcello Fois, Pietro e Paolo. Seguiranno poi diversi eventi e una continua attività di laboratori per bambini e adulti. Perché il MAN è affollato di scolaresche da tutta la Regione che percorrono il museo ogni giorno (anche oltre mille bambini al mese), di visitatori di tutte le età, tutti con una diversa idea di cosa desiderano vedere e incontrare in un museo. Penso che questa sia una possibile e definizione di museo civico quale il MAN è: un’istituzione che sa rivolgersi a residenti, turisti, studenti, appassionati e anche chi capita per caso e apprezza la sorpresa.

 

È soddisfatto di ciò che ha realizzato? Ha mai avuto timori sulla scelta degli artisti?

Percorrendo le strade di un progetto articolato, come è per me la direzione MAN, non c’è posto per la soddisfazione, ma solo per lo stimolo a continuare a lavorare inseguendo idee, desideri e visioni per un’attività sempre migliore.

 

lyciameleligios

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(Articolo apparso su Olbia.it il 19 Ottobre 2019)

Olbia Archivio Mario Cervo | Reading Sonetàula di Giuseppe Fiori

“Guardare le cose in modo chiaro, non superficiale ed esprimerle in modo essenziale da rimaner scolpite e restare nel tempo” sono qualità che l’editore Laterza pronunciava nei confronti dello stile inconfondibile di un autore sardo della sua scuderia: Giuseppe Fiori (Silanus 1923 – Roma 2003).

Giornalista, saggista, scrittore, un’anima sarda che si ricorda per quel suo piglio di temerarietà,  consapevole del suo essere carismatico.

Ci ha lasciato interessanti  interviste, inchieste e articoli alle volte pungenti, ma non si discostava da quel fare garbato che lo distingueva. Molto attento, curioso e insaziabile di realtà, in particolare quella sarda.

Scriveva spinto da una necessità irrefrenabile di condividere, trasmettere significati, idee o esplicitare fatti. Si, aveva assimilato la lezione gramsciana o meglio pasoliniana (Pier Paolo Pasolini era il suo poeta preferito) sull’importanza degli ultimi, della genuinità, della purezza e ancora sulla lealtà intellettuale e l’esclusione di qualsiasi preconcetto.

Un suo romanzo Sonetàula (2008) capolavoro della letteratura sarda, – che per alcuni elementi (vendetta, faida, giustizia privata) si potrebbe avvicinare alla grande tragedia greca del V sec. a.C., è da ben undici anni portato sulle scene dall’Associazione Culturale Tra Parola e Musica – Casa di Suoni e Racconti.  

Qualche giorno fa è stato riproposto – grazie all’Archivio Mario Cervo, all’amministrazione del Comune di Olbia e all’ISRE – Istituto Superiore Regionale Etnografico – in un evento performativo nel grazioso giardino dell’Archivio Mario Cervo.

Un’istituzione costituita dagli eredi del collezionista  Mario Cervo (1929 – 1997) studioso di sonorità sarde, che oggi prosegue  nel suo lavoro di ricerca, d’indagini e nuove progettualità. Una vera e propria wunderkammer  o stanza delle meraviglie, luogo depositario di  rare e “piccole gioie” di cultura musicale, di archeologia musicale sarda e antropologia culturale dell’isola.

4f7902b1-377f-4efc-bb44-ab90d25a9c4f.jpegCourtesy of Archivio Mario Cervo ©Photo Ottavio Cervo

La voce narrante dell’attrice Camilla Soru e la chitarra del musicista Andrea Congia hanno creato intrecci di parole e note, legate come raccordi di stelle. La luce di quell’arcaicità che implica come il tempo, nel suo stratificarsi in forma dinamica, accolga semi evolutivi che è bene diffondere per far attecchire consapevolezza di un presente diverso e sicuramente lontano dal reiterarsi di dolorosa memoria.

Un monologo fluido interpretato da Camilla Soru  con espressività, coinvolgimento emotivo e acuta introspezione psicologica dei personaggi, riscontrabile nelle sfumature e varie tonalità  di voce, ben armonizzate per tono, volume, ritmo e tempo. Accanto alle parole, i suoni e le musiche create in una sorta di improvvisazione a trasmettere in musica i sentimenti percepiti dal musicista Andrea Congia.

L’atmosfera mostrava il suo volto duale: a tratti cupa e minacciosa, un po’ come la voce incalzante della narratrice, o a tratti suadente, introspettiva di un lirismo “luminoso”, velato. L’attesa, un’ombra d’inquietudine, una presenza impastata da greve materia di certi noir.

L’impossibilità di capire certe forme comportamentali, retaggi, consuetudini radicate nella piccola comunità di Orgiadas, divengono sculture, modelli di un tempo arcaico che ora ha deposto le sue memorie nella scrittura.

Quel passato, un passaggio doloroso che si è reso necessario  per poter assimilare alcuni fondamentali valori:  il rispetto per il bene altrui e il valore della vita. Il tempo/memoria si incide per far affiorare dal corso degli eventi la sua finalità pedagogica.

7561C473-9E55-4B02-8AEC-E880DCAF7F65Courtesy of Archivio Mario Cervo ©Photo Ottavio Cervo

Il romanzo racconta l’apprendistato del giovane Zuanne Malune, chiamato dagli amici Sonètaula, per via di quel rumore sordo, duro, che emetteva il suo corpo esile, quando bonariamente veniva colpito. Erano gli stessi amici che gli avevano attribuito questo improegliu  “suono di tavola”. Il suo corpo risuonava come il legno.

Una trasposizione simbolica che lega la tavola a qualcosa che esprime le caratteristiche del legno duro. Quasi una premonizione sulla sua vita futura  che sarà “dura”, difficile, grama, di sofferenza per un ragazzo che non conoscerà mai la spensieratezza, la leggerezza propria dei ragazzi della sua età, ma che diverrà adulto prima del tempo. Era ancora un bambino che all’interno della comunità agro-pastorale strutturata da codici orali e acquisiva  inevitabilmente consuetudini e comportamenti di questa società.

Giuseppe Fiori attento conoscitore e studioso di alcune dinamiche sociali (lotta di classe) in questo romanzo affronta il delicato problema del banditismo in Sardegna e la domanda che sembra suggerirci è la seguente: quanto incidono i modelli sociali sui bambini di società chiuse, che non hanno avuto possibilità di interagire con altri esempi/mondi diversi?

Un romanzo realista dove l’indagine assume peculiarità diverse. Il realismo di Émile Zola, ad esempio, era più legato a forme del destino, che qui  sembrano  esser superate. Infatti, non è possibile parlare solo di “destinati” ma di persone inserite all’interno di un  modello  sociale che ha sovrastrutture ben codificate anche se orali, parallelo ad un’altro modello con sovrastrutture scritte e definite, che si respinge, perché sentito innaturale, imposto da altri, “stranieri”.

Lo scrittore attinge al linguaggio di stampo giornalistico e senza fronzoli con una prosa asciutta ed essenziale, ma lontano da certo rigore positivista, sente l’esigenza di indagare, far emergere  e definire emotività, delineare come certe dinamiche possano avere determinate conseguenze. Ad esempio i riferimenti ad una forma di tutela personale come era la latitanza o “incalzare” per chiarire, quasi triturare, sminuzzare quella forza cieca che crea un corto circuito nella mente di una persona e induce alla vendetta. Perché?

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Courtesy of Archivio Mario Cervo ©Photo Ottavio Cervo

Aveva approfondito questa pluralità di tematiche in alcune sue inchieste. Forse voleva recuperare o reinserire nella società chi ingiustamente era stato condannato seppur con prove di innocenza per immobilismo burocratico (mancanza di giudici o altro) e non veniva ufficialmente scagionato.

L’unico modo per non perdere anni di vita era la latitanza, poiché la giustizia era lenta. A volte ci si dava alla “macchia” perché non si voleva testimoniare in un processo.

Così si costituiva un tribunale privato si ristabilivano equilibri interni alla comunità ma non per la legge.

E’ stato un periodo complesso, in cui la Sardegna sembrava abbandonata a se stessa.  La povertà era endemica, come le ferite aperte dai dominatori/colonizzatori spagnoli, piemontesi che utilizzavano l’isola solo per ricavarne guadagni dalle proprie risorse, non per risolvere i gravi problemi socio-economici.

La società ha necessità di buoni esempi e di idee che  “devono partire dalla realtà per migliorare la realtà stessa” diceva Giuseppe Fiori, e non da astrazioni.

Il primo personaggio che incontriamo è Anania Medas nella sua barberia. Era stato in carcere per scontare una pena e lì gli avevano insegnato un mestiere, anche se in realtà non ne era capace.

Lo scrittore sembra voler ricorrere a questa figura per evidenziare  l’importanza dell’integrazione sociale degli ex detenuti. É importante dare una ragione di vita e quindi un’altra opportunità, per sentirsi utili e non accogliere “sfide” diverse.

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Courtesy of Archivio Mario Cervo ©Photo Ottavio Cervo

Una volta scontata la pena, intorno alla metà del secolo scorso era difficile inserirsi nella realtà lavorativa e nella società. Paradossalmente venivano considerati, accettati e aiutati dalla stessa comunità quando erano ancora latitanti.

L’omicidio di Anania Medas, segna la vita di Sonetàula, un bimbo di Orgiadas, il paese “immaginario” dove lo scrittore colloca la sua storia. Il padre accusato dell’omicidio lascerà la famiglia per andare in carcere. Al piccolo viene nascosta  la verità.

La sofferenza del piccolo Sonetàula viene descritta dalle sonorità e dal pathos di ogni singola parola recitata.  Un fraseggio   che incalza, cresce e crea vortici di venti impetuosi, solitudini che devastano il piccolo.  Il padre verrà sostituito con la figura del nonno che si prenderà cura di Sonetàula e gli insegnerà a vivere.

Si certo, è abituato all’allontanamento del padre per la transumanza, ma almeno sa che prima o poi sarebbe tornato. Lo avrebbe potuto abbracciare e trascorrere del tempo insieme a raccontarsi cose da uomini.

Ora invece sarebbe partito e affiora un nuovo sentimento:  la paura che spinge,  per rapirlo. L’incognito, il timore di quel domani senza  padre e la necessità di doversi occupare della madre. Lui, da solo? Che responsabilità! e poi quella raccomandazione che gli rimbomba nella testa fino a squarciarla come gli echi  delle armonizzazioni che illuminano la scena. Non deve fare comunella con il figlio di Battista Malune, perché lo capirà da grande.

Ecco un primo instradamento all’interno di un codice orale conoscenze diverse per grandi e per piccini ma sempre conoscenze ingombranti che schiacciano e privano l’aria di ossigeno. E per rinforzare quel patto tra padre e figlio non si deve chiedere niente a nessuno, nella maniera più assoluta.

Al silenzio degli spettatori, tutti estremamente attenti quasi per timore di perde anche solo una parola,  si lega questo momento di sconcerto, di incongruenza: dovrà occuparsi della madre perché ritenuto ormai grande ma gli si vieta di capire meglio cose che a lui sfuggono, perché ancora piccolo, cose non  chiare, che non riesce a legare o a infilare nella collana della sue verità, ancora da comporre.

Sonetàula accompagna il padre alla corriera. E lì interpretato magistralmente dall’attrice con un’introspezione da farci rivivere la scena, lì in presenza del padre il bimbo piange, lacrime che scavano fragilità, fantasmi di perché accorrono nella mente del piccolino: perché deve partire?

Questo momento d’intenso pathos ad un tratto viene sospeso, quasi interrotto  da una frase che appesantisce quell’assenza a cui Sonetàula è abituato, perché è legato alla parola fine.  E presagisce quel tempo che giungerà a breve “mi piangi come un morto”. 

Il piccolo riabbraccerà il padre solo un’altra volta, perché la giustizia si mostrerà inefficace, lenta, informe, e da quella patria che lo considera margine, “confine sociale” ,  da condannato al confino anche se innocente, verrà convocato per combattere e poi morire, per lei.

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Courtesy of Archivio Mario Cervo ©Photo Ottavio Cervo

E così Sonetàula a soli 13 anni si ritrova ad avere una seconda casa fatta di macchia mediterranea, bosco, e cieli stellati e poi i suoi dolcissimi amici, compagni fedeli: gli animali. Inizierà a fare il pastore.

Ma basta poco per ritrovarsi avviluppato nel sistema di un codice orale sovrapposto al sistema giudiziario. Inizia ad oscillare verso la latitanza in seguito ad un furto di una pecora dal suo gregge. Come un lampo la velocità della sua risposta: l’uccisione di altre pecore appartenenti al presunto ladruncolo.  Denunciato, invece di costituirsi, decide per l’altra giustizia non per questo meno sofferta,  la latitanza, la via di fuga,  una consuetudine utilizzata da molti altri.

In paese è rimasto il suo grande amore che saltuariamente vedeva di nascosto. Ormai vive solo per poter sposare la sua Maddalena. In lei ha riposto la speranza di una vita futura. Evocata in una scena dove la parola narrata riesce a far rivivere una sorpresa mista ad emozione: il primo giorno di diffusione della luce elettrica nel piccolo paese. Ora finalmente durante la notte il paese sembra illuminarsi come fosse giorno.  L’ombra che taglia i viottoli e incupisce gli animi  sembra esser scomparsa ma vedremo che non sarà così, la storia d’amore avrà un’altro epilogo.

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Courtesy of Archivio Mario Cervo ©Photo Ottavio Cervo

Ambientato nella prima metà del secolo scorso, Sonetàula è il nostro grande romanzo epico. L’apprendistato che si sviluppa nelle pagine del romanzo, inteso come formazione non è acquisito viaggiando e visitando altre realtà, ma all’interno della piccola comunità subordinato a retaggi che implicano trasformazioni sociali, lotte tra ceti, dove appare una società chiusa ma fiera delle proprie tradizioni e codici tramandati oralmente.

È il racconto sofferto e commuovente, se lo si legge con empatia, di un bambino a cui è stata sottratta la presenza e l’amore di un padre che ingiustamente sconta il confino per una colpa non commessa. Alla fine dopo esser vissuto in quella “forma” sociale anche lui l’acquisirà nella sua interezza fino a vendicare il padre.

Ma la vendetta ha origini antiche. Potremo dire che sia nata con la nascita dell’uomo e del suo interrelarsi in una comunità. Ricordiamo la catena di vendette (faida) minuziosamente raccontate da alcuni autori greci come Sofocle o Euripide. Uno dei personaggi più narrati Oreste che vendica il padre macchiandosi di un matricidio. Oppure altra vendetta molto studiata nell’Amleto shakespeariano dove si “razionalizza” il sentimento di vendetta con sfumature dei moti d’animo legati a fragilità umana, ripensamento, incertezza.

La vendetta della civiltà barbaricina ha una matrice differente e cesserà quando ci si accorgerà che le uccisioni non “restituiscono il morto”. Una consapevolezza che verrà acquisita con il miglioramento delle condizioni socio-economiche e con la diffusione della cultura, un nuovo sguardo verso altri mondi e  nuovi modi di guardare il mondo.

“La cultura può rompere un varco”, con il grande dono di preveggenza che spesso mostra Giuseppe Fiori coglie quell’urgenza che avrebbe portato al cambiamento.

E riprendendo l’immagine della locandina dell’Isola delle Storie 2019 – il Festival  di Letteratura di Gavoi, in Barbagia, appena concluso – riflettiamo su questa bella metafora  raffigurata dove individui gettano sassi nel mare come la cultura lancia idee/storie e attende che prendano forma, si chiarifichino. Così l’acqua del mare dopo aver lanciato il sasso dopo un periodo di riposo, ritornerà brillante e trasparente più di prima perché le idee che all’inizio possono sembrare oscure incomprensibili in un secondo momento illuminano, aprono varchi verso nuove mete, creano rinascite.

“Mentre oggi vado ad Orgosolo – diceva Peppino negli anni ’60 – trovo una società nuova uno strato di intellettuali  organici della  società pastorale, figli di pastori o che sono stati pastori essi stessi da ragazzi. Trovo questo strato di nuovi dirigenti della comunità che parlano un linguaggio avanzato. In un circolo giovanile di Orgosolo si stampa un periodico ciclostilato in cui ho trovato testi di Don Milani, poesie di Neruda, di Garcia Lorca, di Brecht. Un’inchiesta sulla condizione della donna ad Orgosolo. Cultura viva non ossificata, armonizzata. È segno che in Barbagia qualcosa cambia nella direzione giusta”.

La cultura ha aperto e apre varchi  che non dovremo chiudere con la nostra ottusità.  Ma considerato il potenziale di crescita insito nel dubbio, cercare   di proporre idee  per quella passione che induce a creare,  a cogliere originalità,   senza mai tralasciare la memoria storica dalla quale attingere, riferimento per nuove riflessioni sul nostro presente. Luce per la nostra contemporaneità.

lyciameleligios

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[articolo apparso su Olbia.it il 14 luglio 2019]

Una conversazione con il maestro Delitala | La musica, ragione di vita

La musica talvolta m’avvolge come un mare!
E dispiego le vele
sotto un cielo di nebbia o negli spazi immensi
verso la mia stella pallida.
Charles Baudelaire

 

Nella vita s’incontrano persone che sono destinate a lasciare un segno nella comunità dove interagiscono. Ciò si evince da alcune dinamiche improvvise che veloci come il nostro vento di maestrale soffiano brezze per contrastare venti di cambiamento.

Sono persone che si riconoscono per la passione e dedizione che nutrono nel portare avanti progetti, trasmettere competenze. E seppur con difficoltà incresciose si mostrano caparbi, determinati.

Una presentazione insolita per il “protagonista” (un cliché che non ama) della vita musicale e culturale della città di Olbia, che con i numerosi concerti di musica classica e del Coro Polifonico cittadino è stato capace di indurci ad apprezzare questo genere musicale educandoci all’ascolto. Inoltre, è riuscito a trasmetterci la bellezza e capire fraseggi che dipingono vere emozioni nell’anima: note che giocano con il tempo tra allegri, andanti, adagi e altre espressioni musicali.

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Lui è il maestro Antonio Delitalia, direttore dell’ambita Scuola Civica di musica, di Olbia, uomo garbato, riservato, poco incline all’apparire, umile ma tenace che ha messo a disposizione le sue profonde conoscenze in materia musicale acquisite da lunghi anni di studio.

Questo ha permesso al tessuto sociale di crescere musicalmente, saltare l’oltre del silenzio dove le cose assumono significati se guidati da giuste competenze e abilità didattiche.

Inizialmente non è stato semplice avere consenso per una conversazione/intervista: “Nei miei tanti anni di esperienza musicale non ho mai rilasciato interviste, non amo mettermi in vetrina” rispondeva alla mia domanda in tono ossequioso, un po’ timido ma con il volto dipinto di sorpresa mista ad incredulità.

Alla fine dopo una leggera titubanza ha accettato mostrandosi una persona coerente, che del lavoro ha fatto la sua ragione di vita che ha elevato la città di Olbia dandogli un impronta di cultura musicale lodevole.

La musica è una “compagna di vita” e chi ne conosce l’intensità e la bellezza non riesce più a separarsi. Come è nata questa sua vocazione?

La domanda che mi pone mi conduce necessariamente agli anni della mia infanzia. Non so quando sia nata questa chiamata, questa “vocazione”. Può darsi che si tratti di qualcosa che appartiene al DNA di ciascuno di noi. E allora sono le circostanze della vita che si incaricano di trarre fuori ciò di cui ciascuno di noi è dotato.

Quello che posso dire con certezza è legato ad alcuni ricordi, assai nitidi, della mia infanzia a Nuoro. Ne cito alcuni: il primo è quello di mio padre che, in alcune riunioni familiari e con amici, suonava il violino; le lezioni di pianoforte a casa della Sig.ra Rosaria Denti quando avevo sei anni; il terzo ricordo: la possibilità di ascoltare musica sia con i dischi a 78 giri (avevamo le sinfonie di Beethoven, alcune dirette da Arturo Toscanini con la BBC di Londra su La voce del Padrone: la VI comprendeva ben cinque dischi; varie incisioni di arie d’opera e canzoni napoletane), sia con il vinile (avevamo diverse opere di Puccini che io sapevo a memoria a forza di ascoltarle).

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Photo Courtesy of Archivio A.Delitala

Che ricordi ha dei suoi studi nel periodo del Conservatorio? Quali musicisti preferiva?

Non sono stato un allievo interno del Conservatorio di Sassari: tutti gli esami li ho sostenuti come privatista. Mi sono diplomato in Canto Artistico sotto la guida di Antonietta Chironi, cantante dotata naturalmente di una voce straordinaria, di ampi e caldi colori e di grande duttilità esecutiva (passava dal repertorio barocco a quello popolare sardo con la medesima grazia e con pari capacità espressive). La frequenza regolare in Conservatorio è stata circoscritta solamente alle lezioni di composizione che il M° Luciano Pelosi, docente di Composizione, settimanalmente e per quattro anni, mi impartiva in totale gratuità.

Per quanto riguarda la seconda domanda debbo fare una precisazione: la preferenza verso alcuni musicisti non è qualcosa che rimanga immutabile nel tempo: dipende – almeno, per me – dalla maturità personale, dagli studi che, a chi li compie, permettono di approfondire la conoscenza di un compositore, di assimilarne lo stile, di farlo diventare una sorta di “habitus” interiore.

Seguendo questa evoluzione, mi sono trovato a confermare la predilezione per i musicisti della mia infanzia; ad amare il repertorio che da anni frequento e cioè la polifonia, dalla musica antica a quella contemporanea; e, infine, a maturare una sorta di coscienza, di interiorizzazione, quasi di religiosa adesione verso alcune composizioni, sia vocali sia strumentali, che hanno il potere di parlare, evocare, ispirare. Ma tutto questo penso sia esperienza di chiunque ascolti musica, senza dover essere necessariamente un musicista né aver fatto specifici studi in materia.

Nel 1978 istituisce il Coro “Città di Olbia”. Vuole raccontarci com’è nata l’idea, le prime persone che vi hanno aderito? I primi concerti?

Il Coro “Città di Olbia” ha una genesi che risponde a varie esigenze (alcune delle quali sono state motivo di sofferenza che poi il tempo ha saputo lenire) sviluppatesi all’interno del Coro Civitas quando il suo fondatore, l’allora parroco di San Paolo don Giuseppe Delogu, decise di lasciare momentaneamente la parrocchia per iniziare un proprio personale percorso pastorale fuori dalla Sardegna.

La più sentita di queste esigenze: continuare l’attività del coro privilegiando però la formazione musicale dei suoi cantori. Non tutti condivisero tale proposta: coloro che vi aderirono costituirono il primo nucleo del Coro “Città di Olbia”.

Il primo concerto si tenne nella Chiesa di San Paolo, venerdì 29 giugno 1979 con un repertorio – visto con l’esperienza di quaranta anni dopo – abbastanza impegnativo: comprendeva, fra l’altro, un mottetto di Marenzio, un responsorio di Ingegneri, un madrigale di Palestrina e, nella seconda parte, quattro lieder di Brahms e, per chiudere, tre brani del repertorio popolare sardo. Oggi alcuni brani di quel concerto indurrebbero qualsiasi direttore ad una attenta riflessione e ad una adeguata disamina sia sotto il profilo musicale, sia sotto quello vocale.

 

La scelta del repertorio? I ricordi che lo gratificano e quelli che lo hanno deluso o rattristato perché difformi da ciò che erano i suoi desideri?

Il repertorio, inizialmente, era quello che si sentiva eseguire dai complessi più famosi e che un direttore inesperto proponeva acriticamente ai propri cantori (anche se i brani scelti non erano quelli più adatti al proprio coro). I periodi e gli autori più frequentati erano quelli del Quattro, Cinque, Seicento, con incursioni nell’Ottocento (soprattutto tedesco) e nel repertorio folcloristico sardo.

Ricordi che mi gratificano e ricordi che mi rattristano? Ma, vede, Fosco Corti – straordinaria figura di musicista e di didatta scomparso nel 1986, maestro  prezioso di una intera generazione di direttori e del quale ho avuto la fortuna di essere allievo – ci diceva: «Non esistono buoni cori o cattivi cori: esistono buoni direttori o cattivi direttori». È una massima che tengo tuttora ben presente quando lavoro con il mio coro: fatta la tara di ciò che di imperfetto, nel cantore, non è direttamente riconducibile a me, il resto è da attribuire al direttore, nel bene e, soprattutto, nel male. Certo, quando un concerto rimane su un piano di dignitosa o eccellente esecuzione gioisco principalmente per i miei cantori; quando questo non accade è sempre un motivo, per me, di attenta analisi e indispensabili rettifiche.

Tanti riconoscimenti e premi. Vuole raccontare quello che lo ha emozionato maggiormente e quello che lo ha rattristato?

La prima volta di un premio è stata nel 1985 ad Arezzo dove vincemmo il 3° premio nel III^ Concorso Nazionale di Polifonia “G. d’Arezzo”; nel 1988, il 1° premio al VI^ Concorso Internazionale di Stresa e nel  1990 il 1° premio al 2^ Concorso Internazionale di Verona. Poi vennero altri secondi premi ( Arezzo, Crema) e altri terzi (Arezzo). Il premio che più mi ha emozionato è stato il Premio al miglior Direttore attribuitomi a Verona nel 1990 all’interno del 2^ Concorso, anche perché (l’ho saputo successivamente) nella precedente edizione non era stato assegnato. Premi che mi abbiano rattristati non ne conosco (ai concorsi si va per vincere ma anche per accettare eventualmente un posto fuori dal podio e il verdetto della Giuria si accetta così com’è); però una volta ad Arezzo – credo nel 1992 – ci fu assegnato il 2° premio mentre mi aspettavo il 1°. Subito dopo la proclamazione dei vincitori si avvicinò il direttore che vinse il 1° premio, si complimentò con me e, molto cavallerescamente, riconobbe che si aspettava un 1° ex aequo.

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Photo Courtesy of Archivio A.Delitala

La Scuola Civica di cui lei era sostenitore finalmente apre le porte agli studenti. Ci vuole raccontare di questa avventura forse un po’ sofferta (perché ancora itinerante senza location definitiva).

Il sottoscritto – come, del resto, altri cittadini – è stato un sostenitore della Scuola Civica di musica, ma il merito della sua istituzione, nel 2000, va alla Amministrazione Nizzi e al suo assessore Tommaso Degosciu.  Anche la mia nomina a Direttore della Scuola risale a quella data e al sindaco Nizzi. Da allora tutte le Amministrazioni comunali e i vari Commissari straordinari che si sono succeduti hanno confermato e sostenuto la presenza della Scuola, garantendole il relativo sostegno finanziario. Gli utenti, da allora, sono stati e sono sia bambini e ragazzi (dai quattro anni in su), sia adulti (nella Scuola non c’è un limite di età, la precedenza però viene data ai bambini e ai ragazzi).

Attualmente come si struttura e quali corsi privilegia? quanti studenti e quali validi musicisti?

Rispondo volentieri a queste domande, cercando di essere sintetico ma allo stesso tempo chiaro: la Scuola Civica persegue due obiettivi: il primo è  accogliere e favorire predisposizioni, inclinazioni verso la musica che provengono dai bambini e dai ragazzi; il secondo: guidare con particolare accuratezza la preparazione e la formazione di coloro che intendono proseguire gli studi musicali nei Conservatori. I corsi presenti nella Scuola sono i seguenti: corsi strumentali : violino, violoncello, contrabbasso, basso elettrico, arpa, batteria, chitarra classica, clarinetto, sassofono, flauto, tromba, pianoforte; corsi amatoriali: batteria, chitarra moderna, canto moderno; teoria e solfeggio (obbligatorio per tutti gli allievi dei dodici corsi) ; propedeutica musicale per l’infanzia;  infine musicoterapia.

In tutto sono 18 corsi, alcuni comprendenti più classi (chitarra, pianoforte, teoria e solfeggio, propedeutica).

Ogni allievo dispone – per lo strumento prescelto – dai trenta ai sessanta minuti di lezione settimanale individuale, a seconda dell’età e su valutazione del docente; collateralmente deve frequentare, sempre settimanalmente, anche la lezione di Teoria e solfeggio, questa sì, in forma collettiva, per scelta didattica.

Poi ci sono i corsi amatoriali (batteria amatoriale, chitarra moderna, canto moderno) destinati agli allievi a partire dai 16 anni, nei quali l’ora di lezione comprende tre, quattro allievi.

Inoltre, per i bambini dai quattro ai sette anni compiuti è stato predisposto un corso di Propedeutica musicale. Comprende quattro gruppi fino a dieci allievi ciascuno; lo scopo è quello della formazione dell’orecchio musicale mediante l’ausilio dello strumentario ritmico-melodico (legnetti, triangoli, tamburi, tamburelli, metallofoni, xilofoni, etc.). Attraverso una serie di momenti analitico-percettivi il bambino è condotto al riconoscimento dei parametri del suono (altezza, durata, intensità e timbro) per raggiungere gradualmente obiettivi più raffinati. In questo percorso l’utilizzo della voce, e quindi il canto, costituisce un momento rilevante ed essenziale. Essa è lo strumento attraverso il quale il bambino conosce, sperimenta, interiorizza il mondo sonoro che lo circonda e nel quale è immerso. L’esperienza del canto diventa, oltre che fattore di aggregazione e di condivisione, anche momento di sperimentazione e di consapevolezza dei propri mezzi espressivi e del proprio corpo. Purtroppo, oggi un errato concetto di uso e valore di questo strumento conduce alcuni genitori a speculare sulla voce dei propri figli al fine di partecipare a selezioni e concorsi canori, alla ricerca di una effimera popolarità televisiva.

Infine c’è un corso di Musicoterapia destinato agli allievi con difficoltà nell’apprendimento, tenuto da una docente con grandi capacità e competenze professionali ed umane.

Ha qualche dato? Le iscrizioni annuali aumentano annualmente o sono stazionarie?

Gli allievi della Scuola attualmente sono 160. È un dato che sostanzialmente rimane immutato negli anni (può variare, in più o in meno, di qualche unità) perché è legato al monte ore di cui la Scuola dispone. È significativo, comunque, che ogni anno la lista d’attesa per qualunque corso strumentale sia sempre lunga: segno inconfutabile della credibilità di cui gode la proposta didattica della Scuola.

Difficoltà ma grandi soddisfazioni. Ha rimpianti? Ripeterebbe ciò che ha realizzato o come lo rifarebbe?

Rimpianti? Ma, vede, al momento credo di non averne e nel futuro spero di non nutrirne. Per quanto riguarda ciò che ho realizzato, mi preme sottolineare che la presenza della Scuola Civica ad Olbia è opera del Comune; il mio impegno è stato quello di averle dato e di darle credibilità e prestigio sia attraverso la scelta didattica di cui ho parlato precedentemente, sia attraverso la presenza di docenti di eccellente professionalità e di indispensabili capacità didattiche e umane: sono le uniche peculiarità che un corpo docente deve possedere.  La lista d’attesa che correda ogni corso testimonia appunto la bontà di tale connotazione. Gli stessi Uffici regionali hanno sempre riconosciuto alla Scuola di Olbia un particolare rilievo educativo e formativo, considerandola il “fiore all’occhiello” della Regione in questo settore.

Un periodo la sezione staccata dell’Università attualmente situata nell’aeroporto  “Costa Smeralda” sembrava che volesse usufruire degli spazi preposti alla Scuola Civica nel Palazzo Expo. Lei riuscì a far desistere dall’interesse. Ci vuole sintetizzare questa situazione incresciosa?

In questo episodio, credo di non avere particolari meriti: si trattava semplicemente di mettere in risalto la inadeguatezza dei locali dell’Expo alle attività didattiche dell’Università.

Oggi invece alla Scuola Civica verrà assegnata la sua sede definitiva al Musmat, ex mattatoio. Quali sono i tempi previsti per la consegna? I locali sono molto più grandi dell’Expo? Inserirete altri insegnamenti?

Ignoro i tempi del trasferimento dall’Expo all’ex mattatoio; non so come siano stati organizzati gli spazi interni dei due grandi locali destinati alla Scuola; inserire altri insegnamenti è questione, innanzi tutto, di disponibilità finanziarie da parte dell’Ente pubblico, e poi di scelte e indirizzi didattici che attengono sia al Direttore, sia all’Amministrazione, sulla base, naturalmente, di ciò che emerge dal tessuto sociale e culturale della comunità.

Ricordo, tantissimi anni fa, alcuni concerti della Scuola Civica nella chiesa di San Paolo con pochi spettatori. Oggi finalmente si mostra più attenzione e sensibilità verso la musica classica e il pubblico partecipa attivamente.

Vede qualunque proposta culturale, in ogni campo, se si vuole che si radichi nel tessuto sociale, richiede ritmi che rispondono a maturazioni consapevoli e a percorsi di crescita lunghi. Ci vuole tempo e pazienza!

L’opera lirica forse crea ancora resistenza anche se sembra trionfare nei Talent televisivi, secondo lei sarebbe necessario educare all’ascolto?

La domanda che mi fa è di grande attualità e complessità e andrebbe rivolta più opportunamente ai Sovrintendenti dei nostri teatri e in particolare a quelli delle 14 Fondazioni lirico-sinfoniche.

L’opera è sempre stata, da quando è nata, un prodotto del giorno, non del passato. Mi spiego meglio l’argomento poteva, sì, rifarsi a episodi e personaggi storici e mitologi dell’antichità greco-romana (la prima opera a soggetto storico è del 1642, L’incoronazione di Poppea, di Claudio Monteverdi), ma i caratteri, le azioni, gli equivoci, la comicità, le ambiguità, l’indole, le passioni, i tormenti dei personaggi, i contrasti amorosi riflettevano e riproducevano in filigrana l’attualità. Naturalmente il librettista del tempo, rifugiandosi nei miti e nella mitologia, non correva il rischio di allusioni a persone e fatti a lui contemporanei, mettendosi così al riparo da possibili e pericolose ritorsioni. Inoltre l’edificio della sua rappresentazione, il teatro, era anche il luogo nel quale, inizialmente, – oltre che assistere alla vicenda tifando per questo o quel cantante – si svolgevano le più svariate attività: mangiare, giocare a carte, negoziare affari, intrecciare legami sentimentali: luogo per eccellenza di relazioni e quindi molto frequentato.

Poi divenne tempio della musica, in particolare dell’opera lirica. Il rischio che oggi l’opera si rinchiuda, in relazione all’utenza, in perimetri elitari può essere evitato in diversi modi (e sta già accadendo, per fortuna): accogliendo produzioni originali nel libretto, nella regia, nei costumi, nella scenografia (qualche mese fa Nicola Segatta, giovane compositore trentino, mi inviò la registrazione di una sua opera eseguita a Trento: struttura compositiva agile e scorrevole, strumentazione ricca di colori, interpreti giovani… ); aprendo i teatri agli studenti e, con le opportune modalità, ai bambini (quasi tutti i teatri hanno ormai introdotto nella loro programmazione tale offerta); divulgando (anche attraverso i Talent, come Lei ha opportunamente richiamato) le attività e le prestazioni di giovani cantanti emergenti. Attualmente in Sardegna abbiamo il caso di due giovani, presenti ormai nei più prestigiosi teatri del mondo: il baritono Alberto Gazale, di Sassari (che quando era agli esordi della sua carriera ho avuto l’onore di dirigere due volte nella Petite Messe Solennelle di Rossini) e il tenore Francesco Demuro, di Porto Torres che, poco più di un mese fa, è stato premiato a Doha, la capitale del Quatar, in occasione dell’International Opera e Classic Awards.

Penso che la città di Olbia – parlo degli abitanti – le debba essere grata poiché ha cercato di definire una identità culturale musicale che precedentemente non esisteva. I concerti da lei organizzati son tracce di memoria importanti per la bellezza delle esecuzioni e le intense emozioni che trasmettono (personalmente mi commuovo).

Le cose si fanno prima di tutto per rispondere a impulsi ed esigenze personali; in secondo luogo, per suscitare e condividere tutti quei moti dell’animo che appartengono all’uomo e che non possono essere descritti. La gratitudine non è un accessorio che debba corredare tali azioni. Personalmente non l’ho mai attesa né, tanto meno, cercata.

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Photo Courtesy of Archivio A.Delitala

Parliamo del coro. Oggi il coro vanta un repertorio vastissimo articolato che abbraccia i periodi più proficui dal punto di vista musicale della storia della musica, ma con uno sguardo verso la nostra tradizione e verso la contemporaneità. Cosa pensa al riguardo?

La scelta oculata del repertorio è una operazione che un direttore deve saper fare in relazione alle voci di cui dispone. Non tutto si può fare bene e con i medesimi risultati. Il “suono” di un coro (come, del resto, quello di un’orchestra) è qualcosa che il direttore deve saper costruire. Normalmente il raggiungimento di questo obiettivo può durare mesi e non è detto che sia acquisito definitivamente perché l’organico di un coro amatoriale non è mai stabile. Nel frattempo il direttore propone vari brani appartenenti a autori e periodi diversi, sperimenta, corregge, cambia la composizione interna del complesso (un soprano con un colore della voce scuro lo utilizza, se ne ravvede la necessità, come contralto); infine, a seconda dell’organico interno delle quattro voci – soprani, contralti, tenori, bassi – decide il repertorio.

Con il mio coro ho affrontato brani di autori che vanno dal Duecento ai nostri giorni; inoltre, con i due organici (voci maschili e voci femminili), separatamente, abbiamo studiato anche il repertorio gregoriano, indispensabile per possedere e saper gestire con consapevolezza il fraseggio non solo del gregoriano ma anche della polifonia. Detto questo, non è così scontato che un coro possa eseguire tutto. La letteratura polifonica è vastissima, da sola può riempire intere biblioteche. Il direttore di un coro si trova allora (almeno, nei primi anni di attività) nell’esigenza di dover scegliere tra ciò che gli piace – perché, magari, sentito da qualche complesso titolato, ma che il coro non è ancora in grado di affrontare – e ciò che, in quel dato momento, il proprio gruppo può eseguire. Attualmente il coro ha maturato una vocalità che predilige il repertorio rinascimentale e barocco e quello contemporaneo, due periodi distanti fra loro ma percepiti, vocalmente, simili.

Infine, come ogni coro sardo, in repertorio abbiamo anche brani ispirati alla nostra tradizione popolare e “rivisitati” nella loro struttura armonica per essere destinati ad un coro misto.

Possiamo dire che l’arte non ha età… se c’è passione in quello che si fa. Anche se sembra che la delibera del Comune di Olbia imponga limiti anagrafici per svolgere il ruolo del direttore?

A questa domanda preferisco non rispondere.

Sarebbe interessante istituire un corso di Storia della musica o meglio una educazione all’ascolto, in modo da poter avvicinare le persone alla musica lirica. Ha mai pensato a questa idea?

Sì e la abbiamo anche realizzata per alcuni anni era attiva la cattedra di Guida all’ascolto tenuta dal prof. Lucio Tummeacciu, docente di organo e composizione organistica presso il Conservatorio di Sassari. In ogni incontro veniva proposto un compositore oppure una forma musicale nella sua evoluzione storica (una sonata, una cantata, una sinfonia) e, al pianoforte, venivano man mano esemplificati i vari aspetti (la struttura compositiva, l’armonia, la melodia); successivamente si passava all’ascolto dell’intera composizione o di una parte di essa. Poi il prof. Tummeacciu si ammalò e, in quel periodo, non trovai un maestro disponibile per questo compito.

La sua scuola ha avviato studenti alla carriera di musicisti concertisti e/o docenti di musica? 

Questa è una di quelle domande che mi procurano un senso di grande soddisfazione personale. Dopo un periodo iniziale destinato a dare alla Scuola una struttura organizzativa e una connotazione didattica, in questi ultimi anni la Scuola ha visto sette nostri ex allievi raggiungere il traguardo della laurea triennale e specialistica: Gabriele Masala, Ilaria Sanna, Nicoletta Careddu in chitarra; Giulia Frau in pianoforte; Elias Lapia in sassofono; Eleonora Sale in arpa; Marco Derosas in violoncello. L’ottava laurea, in pianoforte, a luglio con Eléna Ortu.

Attualmente frequentano il Conservatorio di Sassari: Andrea Molino con la tromba, Marco Cocco con il basso elettrico, Lorenzo Agus con il contrabbasso jazz. Altri nostri ex allievi, pur impegnati in altre attività, mantengono la frequentazione con la musica come attività collaterale al loro lavoro: Antonello Staffa suona la tromba in un complesso jazz e Melania Piras, con il flauto, nell’orchestra dell’Università di Pisa dove frequenta il corso di laurea in Fisica. Infine, Gabriele Masala e Nicoletta Careddu sono diventati docenti di chitarra proprio nella Scuola dove hanno mosso i primi passi come allievi.

I direttori delle varie Filarmoniche son generalmente direttori a vita perché acquisire competenze in campo musicale è di vasta complessità, penso all’assiduo e intenso studio sui fraseggi, sugli spartiti. Nella musica la competenza è sinonimo di esperienza ed esercizio?

La Sua domanda mi fa venire in mente un motto sentenzioso, quasi un aforisma, di Daniel Barenboim, grande pianista e direttore d’orchestra argentino: «Il talento è un pericolo, chi ha talento tende a impigrirsi». Intende sottolineare il fatto che il talento da solo non basta esige un impegno assiduo e un quotidiano esercizio se si vogliono raggiungere elevati livelli di competenza.

Esplorare ampiezze sonore di grandi interpreti, assimilare la letteratura musicale per poi riproporla con intensità differenti come il lavoro meticoloso svolto con il coro “Città di Olbia”, le proposte delle Stagioni musicali… occorre una preparazione di molti anni.

Se mi da un po’ di tempo Le delineo quali sono stati in questi ultimi trent’anni gli eventi proposti dal coro ”Città di Olbia” e dalla Scuola Civica.

Tutto il tempo che è necessario!

Sia con il mio coro, sia con le stagioni musicali organizzate dalla Scuola Civica si sono voluti dare alla Città opportunità e occasioni per conoscere e fare apprezzare compositori ed esecutori  a volte sentiti solo nominare. La rassegna Consonanze, promossa dal Coro “Città di Olbia” dal 1990 al 1997, aveva una duplice connotazione: la durata (due soli giorni, venerdì e sabato) e la partecipazione, in ambedue i giorni, di due gruppi: uno corale e uno solistico, individuati sempre fra i maggiori complessi europei. La splendida cornice della Basilica di San Simplicio amplificava il fascino che il repertorio proposto aveva in sé: dal Canto gregoriano alla musica contemporanea. La ampia partecipazione del pubblico costituiva la migliore approvazione di tale formula rivelatasi vincente: due giorni, due gruppi. Contemporaneamente, sempre il Coro “Città di Olbia” aveva iniziato a realizzare il “Concerto di Natale”, proponendo ogni anno, il 22 di dicembre (data ormai diventata fissa), un concerto per soli, coro e orchestra con musiche di Monteverdi, Pergolesi, Durante, Sweelinck, Charpentier, Vivaldi, Bach, Händel, Mozart, Rossini. Questo appuntamento natalizio ha sempre costituito un momento di forte aggregazione sociale (oltre che culturale): la Chiesa di San Paolo era sempre gremita di pubblico anche quando il tempo era inclemente. Dopo qualche anno abbiamo dato inizio ad una nuova esperienza proponendo il Concerto di Pasqua la cui programmazione è ancora attiva.

Questo con il Suo coro. E con la Scuola Civica?

Fin dal primo anno ho chiesto ai colleghi che si rendessero disponibili per realizzare una stagione musicale estiva. Ero profondamente convinto di due cose: primo, che per gli allievi della Scuola e per le loro famiglie fosse importante vedere i propri insegnanti esibirsi in contesti al di fuori della lezione svolta all’interno di un’aula; secondo, mi sembrava giusto dare loro (tutti valenti concertisti, alcuni dei quali con un curriculum di rilievo internazionale) l’opportunità di fare un concerto in una città che potesse verificarne ed apprezzarne il valore: non sempre il talento ha la possibilità di avere la giusta visibilità. Tenga presente che spesso insieme con loro suonavano, in duo, in trio o in quartetto, anche altri musicisti. Inoltre, dall’anno scolastico 2012-2013 proposi una supplettiva stagione concertistica, questa volta fra l’inverno e la primavera, denominata “Omaggio alla Scuola” andata avanti fino a questa primavera (l’omaggio consisteva nel fatto che i concertisti suonavano gratuitamente, senza percepire alcun compenso). Nel frattempo si realizzavano collaborazioni con varie istituzioni, sia pubbliche che private che portarono a esiti assai importanti. La più significativa è stata quella con l’Ente Lirico di Cagliari che produsse due risultati: un seguitissmo concerto, con l’orchestra dell’Ente, nella Chiesa di S. Paolo l’11 aprile del 2003 e sconti considerevoli di ingresso a teatro per gli spettatori sponsorizzati dalla Scuola Civica di Olbia.

Kirill Petrenko direttore dei mitici Berliner Philarmoniker, d’origine siberiana, ma naturalizzato austriaco, in una intervista dichiara che «la musica è la sola dimensione nella quale si sente come fosse a casa». È così anche per lei?

Ma, vede: quando una persona si trova dinnanzi ad un paesaggio di particolare bellezza… ascolta musica… vede un quadro… entra automaticamente in un’altra dimensione, uno spazio indefinito che però diventa miracolosamente il luogo nel quale uno si riconosce meglio. Ritengo che ciò accada a chiunque faccia queste esperienze. Da giovane, quando mi capitava di ascoltare alcune composizioni di speciale interesse, o di leggere qualche poesia particolarmente significativa ed eloquente ero portato di istinto a percorrere sentieri inesplorati e a trasformarli in itinerari reali. Ricordo, al Liceo, una poesia di Baudelaire che mi aveva particolarmente ammaliato: La Musique. I suoi versi mi conducevano, dentro un vascello, nella vastità del mare alla mercé dei capricci del vento… Quel vascello, allora, diventava la mia casa (ma, forse, era a causa dell’età).

La musica è etica. E se riflettiamo predispone a una società multietnica, in cui l’individuo è in quanto può confrontarsi con l’altro. Naturalmente parlo di culture musicali diverse  ma importanti. Cosa pensa al riguardo?

Da sempre la musica è stata un collante fra culture e popoli diversi. Non esiste nessun periodo della storia della musica in cui un Paese, un musicista o comunque una corrente musicale non abbia assimilato o metabolizzato, maturandole, influenze provenienti da altri Paesi, vicini o lontani, o da musicisti particolarmente autorevoli e significativi. Gli esempi sono tantissimi: ad elencarli e commentarli si riempirebbe una intera biblioteca. A partire dal canto gregoriano e passando attraverso il Medio Evo, il Rinascimento, il Barocco, per arrivare all’Ottocento e al Novecento, non c’è stato periodo storico o musicista che non sia stato luogo di sintesi, con in sé i germi di una nuova esperienza. Mi consenta un ricordo della mia infanzia: da bambino, una delle composizioni che più frequentemente ascoltavo era la sinfonia n. 9 “Dal nuovo mondo” del musicista céco Antonin Dvořák. Pur essendo stata composta nel 1893 durante il suo soggiorno americano e pur riportando come titolo Dal nuovo mondo, dei neri o degli indiani d’America non aveva nulla, ma la didascalia bastava a farla passare per musica generata dal forte interesse che Dvořák nutriva per l’America e per il suo folclore. Questo – ma ancora numerosi altri esempi più pertinenti – dimostra che il linguaggio della musica contiene in sé, contemporaneamente, l’ineffabile e il dicibile; in una parola, l’arte del dialogo. A tale proposito mi capita spesso, parlando con gli allievi più grandi della Scuola, di citare spesso una frase dello scrittore Aldous Huxley: «Dopo il silenzio, ciò che si avvicina di più nell’esprimere ciò che non si può esprimere è la Musica». Da questo apparente paradosso nasce forse l’esigenza di esplorare “nuovi mondi” e capire nuove sensibilità ed esperienze.

La sua Scuola interagisce con questa bellissima potenzialità?

Sì, certo! Anche se in misura limitata e con intenti differenti, diversi nostri allievi sono stati all’estero a perfezionare i propri studi, proprio con il proposito di sperimentare e acquisire metodi, sistemi, conoscenze, abilità supplementari: Elias Lapia in Canada e in Francia; Ilaria Sanna, dopo il diploma in Italia, ha frequentato il Conservatorio reale di Amsterdam; Nicoletta Careddu è stata un anno a Sofia; Eleonora Sale a Madrid.

«Suonate sempre con l’anima; sono le leggi della morale quelle che reggono l’arte; senza entusiasmo non si compie nulla di grande». Robert Schumann lo straordinario folle. Passione, competenza, studio. Come li ordinerebbe? Quali priorità e perché?

La Sua citazione e la Sua domanda mi riportano ancora una volta ai tempi del Liceo e alla figura del mio professore di latino e greco, il compianto Prof. Nino Ferrara. Un giorno, affrontando l’etimologia di alcuni termini, ci spiegò l’origine della parola entusiasmo: deriva dal greco entheos, dio interno e per i greci questo dio interno era la fonte della creatività. Per loro, la parola entusiasmo riguardava un interesse, una sollecitudine così profonda verso ciò che si creava da implicare la “divina follia”.

Mi chiede poi le ragioni nel dare ordine e priorità a passione, competenza, studio. Premetto che non mi riconosco né autorità scientifica né autorità professionale che mi autorizzi a esprimere gerarchie su questo argomento. Posso solo tentare risposte personali.

Credo che qualunque persona abbia a che fare con il mondo dell’arte sia mossa, almeno inizialmente, da un duplice impulso: primo da una innata predisposizione (che si manifesta fin dalla più tenera età); secondo dalla curiosità se tale interesse si manifesta da adulti. L’entusiasmo cui lei fa riferimento citando Schumann, quando si trasforma in attività creativa o comunque operativa ha come caratteristica uno spiccato interesse per ciò che si vuole realizzare e che si trasforma in passione (le due cose credo siano inscindibili); in secondo luogo richiede impegno e applicazione quotidiani; infine, come naturale conseguenza, produce un bagaglio di conoscenze e abilità che formano ciò che viene definita una competenza. Questo itinerario formativo penso si attagli a qualunque attività umana, sia che riguardi la sfera squisitamente speculativa, sia quella manuale, artigianale, artistica.

Ora, un ultima domanda per concludere la nostra interessante conversazione per la quale la ringrazio di cuore a nome di Olbia.it. La formazione di un direttore di scuola civica di musica non si forma con un regolare percorso di studio. Deve integrare passione, dinamismo, capacità di ascolto e di sintesi di letteratura musicale per proporre nuovi percorsi?

Le domande che mi rivolge hanno dei risvolti molto personali che mi portano ad essere reticente. Ciò che sento di dire senza dover parlare troppo di me è che provo a svolgere con responsabilità i compiti che mi sono stati affidati, cercando di intuire le esigenze che provengono dagli allievi e dalle loro famiglie, di soddisfarle e, soprattutto, cercando di sbagliare il meno possibile.

 

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©️Riproduzione Riservata

[Articolo pubblicato su Olbia.it il 29 Giugno 2019]

A GAVOI è “Bloomday” | MAN_Museo presenta opera di Miroslaw BALKA che celebra JAMES JOYCE

Non era un giorno qualunque. Era un giorno che diverrà un  punto chiave della nostra modernità. La descrizione di una lunga giornata saltellando dentro e fuori i pensieri dei protagonisti, in un tempo privo di confini, per ritrovarci travolti da fiumi di parole  o meglio definito  “stream of consciousness” – flusso di coscienza – pensieri in libertà come si originano nella coscienza senza ordine logico. E con un viaggio all’interno di se stessi si rifiniva un nuovo abito di scrittura creativa. Si direbbe. In tanti l’avrebbero indossato, minuzzato e adattato a sé. 

Era un giovedì 16 giugno 1904.  Forse, alcuni ricordano questa data oggi divenuta simbolo di modernità, nell’ambito letterario, per la nascita di nuova forma di romanzo non  più soggetta a  rapporto di causa ed effetto come voleva la tradizione precedente. Nasceva il romanzo psicologico del ‘900.

Il giorno, “luogo” di scena che sembra non conoscere confini, è tratto  dal suo romanzo più famoso l’Ulisse dove si raccontano le 24 ore trascorse dal suo antieroe Leopold Bloom.

Lui è lo scrittore più rivoluzionario ed innovativo che la storia  della letteratura ricorda: James Joyce (Dublino 1882 – Zurigo 1941). Un autore che intimorisce per l’esuberanza di una scrittura esplosiva, complessa, a tratti ostica.

Dublino, Città della Letteratura per l’Unesco, rivive l’atmosfera di quel giorno nel Bloomday,  festival letterario frizzante e movimentato a tratti folcloristico, molto coinvolgente.

Anche la Sardegna, sembra idealmente coinvolta. Celebrerà lo scrittore e la sua opera nel “magico” paesino di Gavoi, dove il cielo disegna la sua luce su graniti e gerani rossi, nel Preludio del Festival Letterario “Isola delle Storie” che si svolgerà dal 4 al 7 luglio.

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Al Museo del Fiore Sardo domenica 16 giugno (stesso giorno del romanzo) alle ore 18:00 ci sarà l’opening di una mostra, curata dal Direttore del MAN di Nuoro Luigi Fassi, –  grazie alla Fondazione Antonio Dalle Nogare di Bolzano,  – vedrà esposta fino a domenica 7 luglio l’opera scultorea  (250 x 280 x 120) “Sweets of Sin”  di Miroslaw Balka  (Varsavia 1958) ispirata a James Joyce e alla sua opera letteraria l’Ulisse.

L’Artista

È prestigioso avere un’opera di Miroslaw Balka in Sardegna. Impegno di un’istituzione museale, il MAN di Nuoro, che orienta le sue ricerche e proposte in un’ottica sempre più internazionale con linguaggi artistici che riflettono la complessità del nostro viver contemporaneo.

Balka è un artista-filosofo di grande rilievo nella scena dell’arte contemporanea che vanta tante presenze alla Biennale di Venezia,  alle  Biennali di Liverpool, di San Paolo, di Sydney e Documenta IX solo per citarne alcune.

Un artista che nelle sue opere non si pone solo finalità estetiche, ma concettuali, intellettuali. Secondo un processo di comprensione dell’opera (specie nell’arte contemporanea) il fruitore non è un semplice osservatore passivo ma colui che partecipa attivamente con il proprio pensiero. Le opere di Balka, inducono  a riflettere e ad analizzare l’opera quasi  fosse un testo letterario.

Le sue indagini sono “in bilico” su precipizi o abissi del nostro viver contemporaneo: superficialità, frivolezza, fragilità, vuoto mediatico, solitudini, sentimenti, memoria storica… “cosa ci rende umani” promuovendo quel “conosci te stesso” caro a Socrate. La sua finalità è definire e recuperare valori sempre più alla deriva.

In quest’opera, una scultura dal titolo 250 x 280 x 120 Sweets of Sin realizzata da Balka nel 2004 per la collettiva “Joyce in Art”, l’artista mediante un’opera simbolica di raffinata e armoniosa sintesi, rimanda ad alcuni elementi dell’universo joyceano per celebrare l’autore e la sua opera più famosa l’ Ulisse.

Opera rivoluzionaria per struttura narrativa e linguaggi, pubblicata nel 1922 a Parigi che fece scandalo e attirò critiche e polemiche. Tre i protagonisti: Leopold Bloom, Molly, moglie fedifraga ma a sua volta tradita dal marito e Stephen Dedalus, alter ego di Joyce.

Balka sintetizza il “fluire” offrendoci una pluralità di “assonanze” con il testo di Joyce.

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Courtesy of Museo MAN

L’opera

L’opera, nell’analisi spaziale, è composta da due elementi uno sopra l’altro o vs., una struttura orizzontale e una verticale con cavità regolare, disposti in maniera armonica quasi fossero un unico blocco di sostegno reciproco nel loro completarsi.

Questo potrebbe rimandare al monologo interiore e/o al flusso di coscienza che caratterizzano la tecnica narrativa dello scrittore, dove i ricordi, gli stati d’animo, i pensieri dei personaggi si rincorrono spontaneamente nella loro coscienza, in apparenza senza un filo logico, intaccando in vari livelli la struttura del romanzo.

Quasi pensieri concatenati seppur in libertà: una struttura orizzontale sembra esser sovrapposta (un po’ come l’accavallarsi delle idee, al pari delle onde)  all’altra verticale dalla quale, come se fosse una fontana, da un piccolo tubicino fuoriesce del whisky; una figura solida “l’accavallarsi” delle idee, al pari del moto ondoso fluido, inarrestabile.

Un elemento che allude alla sua vita. Joyce, infatti, era un gran bevitore di whisky che sembra essere un “valore” costante nei suoi romanzi, gli attribuisce salvazione, diviene “sorgente di vita” al pari dell’acqua. Forse, anche lui, aveva necessità di bere per evidenziare idee su livelli diversi, come diceva Ernest Hemingway riguardo al suo scrivere.

Ma, il fluire continuo di questa sostanza potrebbe simboleggiare lo scorrere delle immagini che rimandano alle idee contrastanti nei monologhi dei suoi personaggi.

Oltre all’utilizzo interscambiabile dei vari registri linguistici, Joyce utilizza la figura retorica della sinestesia: la contaminazione dei sensi su base soggettiva, che oggi è sempre più utilizzata nell’arte contemporanea e dai pubblicitari. Balka la riprende  per indurci verso lo stupore, vuole farci percepire una nuova sensazione. L’odore forte del liquore si propaga attorno alla fontana che profuma di whisky. Un contrasto incisivo che lede la nostra consuetudinaria immaginazione.

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Courtesy of Museo MAN

L’asse orizzontale è fatto di gommapiuma, materiale utilizzato nei materassi, qui appoggiato all’asse verticale potrebbe alludere all’insonnia dei protagonisti; durante la notte il flusso dei pensieri inesorabile continua inarrestabile, irrequieto e tumultuoso.

Ricordando il titolo dell’opera 250 x 280 x 120 Sweets of Sin (Le dolcezze del peccato) si può notare come l’artista abbia ripreso lo stesso titolo del romanzo erotico che leggeva Molly Bloom moglie di Leopold.

Joyce ha sempre temuto di esser stato tradito dalla moglie Nora e riporta questo suo malessere nell’Ulisse. Balka lo ha ripreso è reso universale. Si riaffaccia un certo filone religioso che induce a riflessioni sul peccato e forse possibili rinascite. La scoperta delle lettere di Joyce alla moglie Nora testimoniano la sua predisposizione per contenuti erotici e le allusioni esplicite sono presenti anche nell’Ulisse.

L’Ulisse di Joyce è  un’opera che implica un’indagine nel cammino di un uomo dall’interno della sua coscienza, non più dall’esterno come nel vagabondare “materico” di Ulisse nell’Odissea.

E la stilizzazione del flusso del liquore nell’opera di Balka oltre a riflettere sul continuo fluire della vita, del tempo inarrestabile,  soggiace alla stessa idea di Joyce ovvero la percezione deriva da un’impressione esterna verso la propria interiorità. 

Quasi un corollario all’opera di Balka estremamente raffinata, mimesi di letteratura contemporanea che conferma quel lega/me  inscindibile con l’arte.

©lyciameleligios

(Articolo pubblicato su Olbia.it il 15 Giugno 2019)

 

Edouard MANET al Museo Civico di OLBIA

Il mare non fu un richiamo ma un semplice ripiego. Quando la voce paterna gli impose scelte che lui non amava. Lo studio gli si incollava addosso, quasi  un vincolo alla sua inclinazione verso la libertà. Un concetto stratificato nella sua anima.  Perché avrebbe dovuto accettare imposizioni? Voleva seguire le sue  attitudini.

Iniziavano a palesarsi quasi “spiragli di luce” (complice sua madre che sempre l’appoggiò) che rimandavano alla sua  vocazione, diversa da quella voluta dal padre, affermato giurista. 

Il nostro protagonista non amava studiare. Dai suoi insegnanti era considerato “mediocre”. Ma era un ragazzo spigliato, con la battuta pronta e lo studio, che impone un certo rigore, applicazione costante, disciplina, non era fatto per lui. 

Il padre proveniva da una famiglia di funzionari pubblici e giuristi, mentre la madre era figlia di un diplomatico. Sembrava che il suo destino fosse segnato. Anche lui sarebbe diventato un famoso avvocato, proprio come il padre.

Ma diceva Eraclito, filosofo greco del V secolo a.C. “nel carattere è il destino”. Infatti, fin da piccolo, mostrava i segni del grande artista che attuò una grande “rivoluzione” nella Storia dell’Arte, al pari di Giotto o Caravaggio: Edouard Manet (1832-1883).

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Ritratto di se stesso alla palette, 1878-79 – Courtesy by S.A.Wynn

Edouard non amava imposizioni, era caparbio e determinato, intelligente e oserei  stravagante. Amava stupire e percorrere tracciati nuovi, originali e sfrontati. Chi si accorse del talento di Edouard fu lo zio materno che gli pagò un corso di disegno quando era ancora al Collegio. Naturalmente il padre era contrario e  per questo gesto litigò con il cognato.

Per far capire il temperamento forte e originale di Edouard, si racconta di come avesse preferito stravolgere un modello assegnatogli, durante un’esercitazione di disegno. 

Intanto la sua vocazione artistica iniziava ad intravvedersi sempre più, per una certa dipendenza da matita e una smania irrefrenabile di ritrarre tutto ciò che appariva sotto gli occhi. 

Così pur di non assecondare la volontà e i consigli del padre, preferì partire come allievo pilota su un’imbarcazione alla volta di un luogo che condensava memorie esotiche e a quel tempo ritrovo di persone in cerca di fortuna: Rio de Janeiro.

Oggi, quasi in un viaggio ideale, la sua presenza è giunta in Gallura su “un’imbarcazione”, una moderna struttura architettonica con ponti e oblò, circondata  dal mare nella splendida rìas di Olbia. Non più come allievo pilota, ma come artista che espone le stampe dalle sue incisioni a suo tempo molto apprezzate (almeno quelle!) dalle quali traspaiono  gli elementi innovativi del suo inconfondibile linguaggio espressivo.

Esposizione

Il riferimento è intuibile per chi conosce la suggestiva architettura sede del Museo Archeologico  di Olbia, che allude, per la forma, ad una nave stilizzata che sembra esser attraccata alla terra ferma con una piccola rampa di accesso. Dal 1 giugno ospita la mostra ‘Verba Volant Scripta Manet’ visitabile fino al 31 Luglio, in un’ottica di pluralità e differenziazione delle offerte culturali proposte dall’amministrazione cittadina.

Sono esposte trenta stampe da incisioni realizzate da Manet tra il 1860 e il 1882 utilizzando la tecnica dell’acquaforte, acquatinta e puntasecca provenienti dalla Collezione Ceribelli di Bergamo. Opere postume stampate nel 1905 da un collezionista tedesco Alfred Ströling dalle tavole originali di Manet.

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Lola di Valenza,1863, acquaforte e acquatinta 

Le stampe rappresentano uno spaccato della società del suo tempo. Edouard mostra  la sua abilità di osservatore acuto della sua “contemporaneità”  e la sua avversità verso le direttive dell’Accademia Francese, poiché non interessato a rappresentare scene mitologiche o di impostazione classica. La realtà colpisce diretta come affermava Marcel Proust  e quindi senza “intermediari”.

E per citare alcune stampe in mostra ritroviamo il ritratto di ‘Berthe Morisot’ 1872, pittrice impressionista, modella preferita e cognata di Manet; Philibert Rouvière  che interpreta l’Amleto ne ‘L’Attore tragico’ 1865-66; Joseph Gall, un suo amico pittore, che fuma la pipa ritratto ne Il fumatore 1866, La Lola di Valenza del 1863; a questi ritratti si aggiungono scene di vita come il celebre I Gitani, 1862, La coda davanti alla macelleria, 1870-71;   e ritratti per testi letterari come Edgar Allan Poe, 1860 utilizzato da Baudelaire per una sua raccolta di recensioni sull’opera di Poe, o Theodore de Banville, 1874, per un libro di poesie del poeta.

In queste opere colpisce la sottigliezza e precisione delle incisioni che infonde plasticità strutturata dall’abile resa chiaroscurale, ma anche il suo antiaccademismo: l’assenza di piani prospettici lineari (alcune figure sembrano adagiate  sullo sfondo); presenza di prospettive diagonali di rottura con la tradizione classica, come “Il torero morto”, 1867-68; centralità e perpendicolarità della luce, l’ombra a tratti pastosa che si piega a quella luce che diverrà fondamentale nella pittura di alcuni suoi contemporanei. Darà struttura e permetterà di accarezzare l’anima della natura, vibrante presenza dell’essenza di vita, che fluisce e si palesa nella sua delicata bellezza.  

Alcuni lavori sono molto definiti e di fattura raffinata, altri tratteggiati velocemente come fossero appunti, memorie.  Quasi segni tracciati su uno spazio, che lo dominano, per non smarrire l’idea colta dal reale. 

Vi sono acqueforti che ritraggono i suoi più celebri dipinti, come ad esempio l’Olympia del 1867, che segneranno il mondo dell’Arte  e  successivamente con  Paul Cézanne  daranno nuovi significati all’Arte Moderna. 

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Jeanne o La primavera, 1882, acquaforte

Iniziò il suo insofferente apprendistato nello studio di Thomase Couture d’impostazione più classica delineando ‘l’incipit’ con l’assimilazione e reinterpretazione di  tecnicismi per nuove letture e indagini da alcuni artisti suoi contemporanei,   ed inoltre, da grandi pittori del rinascimento italiano  e barocco spagnolo che studiò  e approfondì durante i suoi numerosi viaggi in Italia, Germania, Spagna, Olanda. Proprio per questa sua abilità Émile Zola lo definì  il ‘rigeneratore’dell’arte.

Immediati i riferimenti ai suoi modelli preferiti Goya, Velasquez, El Greco e Tiziano.  Il primo per la modulazione della luce che diverrà via via sempre più perpendicolare al dipinto come venisse dall’esterno, da chi guarda. Forse per lasciare libertà interpretativa nel fruitore? Una liaison con l’arte contemporanea? Dal secondo acquisisce elementi per la struttura figurativa, ovvero la disposizione delle forme e figure nello spazio della tela. Inoltre, a differenza di Tiziano in cui é più presente la prospettiva lineare utilizzata nel ‘500, nelle incisioni ma forse più nei suoi dipinti si riscontra una maggiore bidimensionalità propria delle stampe giapponesi, allora molto in voga.

Quale realtà?

Parigi nella seconda metà dell’800 era una città segnata dal progresso nelle arti, nella scienza e da un’intensa urbanizzazione. Con l’avvento del modernismo vennero realizzati i grandi boulevards: lunghi viali alberati, luoghi di socializzazione dove era possibile passeggiare; il giardino delle Touileries, stazioni ferroviarie, nuovi centri residenziali. Aprivano numerosi caffè, s’inauguravano teatri, luoghi di divertimento ma senza tralasciare riflessioni e  confronti culturali.

Stava vivendo uno dei periodi più fortunati per l’Arte e creatività. Ci si voleva affrancare da certa pittura subordinata alle rigide regole dell’Accademia Francese di Belle Arti (istituzione fondata nel 1648 sotto il Cardinale Mazzarino che imponeva linee guida rigorosissime per pittura e scultura, promotrice delle celebri esposizioni denominate Salon).

Si aspirava a più libertà compositiva, quindi non relegata a immagini, modelli, miti. Si voleva reinterpretare la realtà come si mostrava assecondando il proprio sentire con l’osservazione diretta.

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L’attore tragico, 1865-66, acquaforte

Genio e follia

Manet nell’anima era un po’ maudit, un po’ anticonvenzionale nei suoi esiti pittorici   e sembrava che la libertà alimentasse la sua innata creatività, il suo esser geniale.

Da un ritratto che gli fece Henry Fantin-Latour s’intravvedeva una personalità forte, rigorosa,  un carattere cittadino, che il suo caro amico e scrittore Émile Zola lo definì  “il parigino per eccellenza arguto” poiché riusciva a cogliere ogni sfumatura della realtà che lo circondava. Un attento osservatore che amava godere “di tutte le raffinatezze della vita”. 

L’artista scrutava con attenzione la sua contemporaneità per esprimerla con un linguaggio  a lui più congeniale, in parte  influenzato da un certo filone “romantico” di stampo realista  e dalla frequentazione  del poeta dello spleen Charles Baudelaire, suo grande amico, che aveva espresso la sintesi della sua poetica in queste parole:  “la vita della nostra città è ricca di argomenti poetici e meravigliosi”; perché guardare al passato o a modelli? 

Ecco descritta la sua indagine pittorica che gli permetteva di esplorare e cogliere materia dalla realtà, dalle consuetudini sociali, e focalizzandosi su espressioni di figure umane, reali, si svincolava da quella patina di simboli, allegorie con rappresentazioni  legate alla storia o mitologia.

La libertà nello scegliere i soggetti si rifletteva nel linguaggio artistico dove il segno appariva libero da vincoli razionali ma più  ispirato, più lirico, più immediato.

Nella resa espressiva delle stampe in mostra, osserviamo una certa gestualità più fluida nel definire ogni singolo tratto delle incisioni. Ci si allontana da figure d’importazione classica e si preferisce rappresentare i nuovi personaggi/eroi della contemporaneità: chitarristi, bevitori, filosofi, artisti, scrittori, prostitute 

Baudelaire

Una “bellezza transitoria della vita presente” come diceva Baudelaire e per comprenderla era necessario non solo contemplarla ma “viverla e toccarne l’anima nel suo dinamismo interno”.

Questo implicava un superamento dei canoni romantici e un avvicinamento a quel realismo più attento all’evoluzione socio-culturale di cui Manet si fece grande testimone e interprete, insieme alla corrente impressionista che veniva a delinearsi con più insistenza.

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La coda davanti alla macelleria, 1870-71, acquaforte.

Tra le stampe che preannunciano  elementi  innovativi  del suo linguaggio espressivo e che alludono alla sua grandezza di anticipatore della grande arte del ‘900, “La coda davanti alla macelleria” rimanda ad echi di elementi cubisti (Braque) e astratti (Picabia, Malevich). 

Elementi innovativi

L’opera, un’acquaforte del 1870-71, raffigura un tema sociale attinto dalla realtà del periodo: la disperazione della gente per fame, stipata in file estenuanti davanti ad uno spaccio di carni, durante la guerra franco-prussiana.

Manet rappresenta secondo una prospettiva diagonale e non lineare la folla in fila davanti al negozio. Le sagome delle persone sono definite con tratto libero ora verticale ora orizzontale che dà valore plastico di differenziazione e di armonizzazione.

Ma l’elemento originale é la direzione della luce che sembra esser impazzita. Viene da ogni lato, anche dalla nostra parte , da noi che guardiamo (il lato centrale in cui si fa fatica ad intravvedere l’ombrello o la figura). Gli ombrelli disposti secondo la diagonale alternano luce e ombra, quasi un leggero accenno di movimento.

Se ci si focalizza distaccandoci potremo rivedere le scomposizioni di Braque e di Picasso con le sfumature che infondono ora plasticità ora movimento.

Le linee verticali della porta  allineate ai margini alleggeriscono la scena che sembra protendersi verso l’alto. La porta é socchiusa. L’oscurità allude a potenzialità future da dipingere o riscrivere? Manet ci lascia uno spiraglio, un’oscurità che riflette la sua emotività o lascia al fruitore quella libertà interpretativa fondamento di tutta l’arte moderna e contemporanea?

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La bambina col neonato, 1861-62, acquaforte e puntasecca

É stato un interprete eccelso, poco compreso al suo tempo e perciò ne soffrì. Ma le incisioni, allora un genere diffuso piacquero anche ai critici più severi. Questo successo potrebbe essere motivo per il quale molti dei suoi dipinti più importanti vennero realizzati con la tecnica dell’incisione. Infatti avrebbe potuto raffigurare nuovi soggetti invece rappresentò molte sue opere o particolari.

Dopo la sua morte venne riconosciuta la sua originalità. Persino Paul Cézanne che non amava l’arte di Manet, riconobbe che con lui si avviava un “nuovo stato di pittura” e Gauguin sostenne che la pittura  moderna iniziava con Manet.

Nel ripensare alla sua vita, alla sua arte, al suo impegno e alla sua costanza si evince che non ha mai mostrato vacillamenti pur ostacolato fin da ragazzino. A questo proposito possiamo citare Joyce che sosteneva “un uomo geniale non commette sbagli ma preludi di nuove scoperte”. Le sue anticipazioni furono la sua forza, inizialmente incompresa, che ha trascinato tutti noi nella sua genialità artistica, oserei rivoluzionaria, ad apprezzare la sua arte e a ri/considerare la sua vita: uno scorcio di tempo confluito nell’eternità che ha dato struttura all’Arte della nostra contemporaneità.

 

©lyciameleligios

 

(Articolo apparso su Olbia.it il 15 Giugno 2019)

Museo del Costume di Nuoro | Giovanni Antonio Sulas | Tra memoria culturale e innovazione

“L’arte è amore rivestito di bellezza”

G. Segantini

La Sardegna è sempre stata terra di persone creative che, nonostante  il limite dell’isola, inseguivano voli del pensiero oltre confine: desideri di veder realizzati i propri sogni.

Anche se ciò, accomuna tutti. Di fatto, non saremo umani, se non avessimo la facoltà di sognare, librarci in altre dimensioni, in libertà.

L’isola decantava fantasie, ma mordeva le ali, poiché non tutti riuscivano ad emergere nel panorama artistico, come avrebbero meritato. Sono ancora poche le persone che hanno tracciato svolte epocali, di cui si conservano memorie.

I fili labili della memoria, alle volte, si logorano ma come d’incanto si rinsaldano,  restituendoci il passato relegato ai confini del tempo, con una luce diversa, una comprensione più affine al nostro pensare, alle nostre ricerche e alla  consapevolezza di un evolversi. Ciò implica una storicizzazione di quello che è stato fatto, sotteso ad un’urgenza di recupero, di quel valore, memoria culturale, e definizione identitaria  che ci permette di distinguerci e riconoscerci come aderenti ad una collettività.

È proprio in questi giorni, l’ISRE – Museo del Costume di Nuoro, propone una mostra di un creativo “rivoluzionario” Giovanni Antonio Sulas: Dalla pittura al design per la moda, dal cinema agli arredi per Karim Aga Khan e Su Gologone”  in esposizione fino al 9 giugno 2019

Un uomo molto conosciuto che ultimamente sembrava fosse caduto nell’oblio, anche se, nella città di Nuoro, esiste una Fondazione  a suo nome, –  che lui stesso aveva costituito quando era in vita, – mostrando sensibilità e impegno nel sociale. 

La Fondazione assegna borse di studio a ragazzi con difficoltà economiche,  ma con ottimi voti scolastici,  permettendo loro di proseguire gli studi post-diploma e post-laurea.

Un uomo talentuoso, creativo, dotato di preveggenza che potremo definire “modernista” per quella sua capacità intrinseca che aveva manifestato nel rinnovare la tradizione e adattarla alla  contemporaneità.

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Un artista con un raffinato senso estetico, che era riuscito a farsi apprezzare da un grande “talent scout” e scopritore di meraviglie S.A. Karim Aga Khan, attratto dalla bellezza delle sue creazioni semplici e lineari, dalle sfumature d’azzurro e dai bianchi candidi che illuminavano spazi e distendevano animi.

Ma oggi è doveroso ricordarlo in questa prima mostra museale, che vede esposti molti suoi lavori provenienti da collezioni private,  per aver conferito valore alle nostre tradizioni.  

Sulas con i suoi progetti era riuscito a definire e caratterizzare la nostra memoria culturale e potrebbe esser definito precursore del “Made in Sardinia”.

Infatti, con intuito e creatività, aveva valorizzato le nostre radici con innesti di contemporaneità conferendole identità culturale.

Lui disegnava, progettava e “instillava” quell’unicità ad oggetti che divenivano simboli culturali di sardità. Con sensibilità e originale linguaggio artistico, individuava segni del proprio tempo,  li  legava a culture o movimenti di moda o gusto internazionali, mostrando una rara capacità di elaborazione e sincretismo.

3B06B79F-FD97-4470-924C-592FBC5CA0C5Courtesy of Museo del Costume ©ph. Mereu

Un’identità accanto all’alterità che, come diceva lo storico Giovanni Lilliu, ci ha sempre contraddistinto. Infatti, nessuna dominazione straniera  – tra le tante subite – era riuscita a cancellare l’anima sarda generando un imprinting.

Sulas, inoltre, comprese quanto fosse importante unire i seguenti fattori:  creatività, cultura, territorio ed economia per un prodotto di qualità oltre che identitario. Tutti gli oggetti venivano realizzati in Sardegna da maestranze sarde. Così si dava supporto alle piccole economie locali.

Dal sottotitolo della mostra è intuibile la genialità creativa, la versatilità e la contaminazione culturale di questo artista, di origini nuoresi, da tutti chiamato Professore. Era nato nel 1911 da una famiglia semplice. Ma la spensieratezza della vita improvvisamente s’incrinò. Conobbe  il dolore  di quell’assenza che divenne ferita indelebile, data dalla morte della madre. La sua crescita avvenne sotto le amorevoli cure della nonna materna.

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A Roma fece le scuole superiori, il liceo artistico e l’Accademia di Belle Arti. Il richiamo dell’isola era talmente forte, che scelse di rientrare a Nuoro come insegnante di Educazione Artistica.  Unitamente all’insegnamento dipingeva e lavorava come interior  designer. Intanto veniva sempre più assorbito dai suoi interessi per la moda.  Studiava con una tenacia invidiabile, mosso da quel spiccato senso estetico insito nella sua anima, unito ad  una curiosità irrefrenabile e teso  verso realizzazioni  che, subordinate ai suoi progetti, riflettessero bellezza estetica, funzionalità e arte.

Quasi l’evolversi di un’idea colta in una distesa fiorita di riflessioni,  studi,  confronti con persone creative che frequentava e che aveva frequentato durante gli anni romani dell’Accademia.

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Una svolta decisiva si ebbe nel 1950, quando il regista Augusto Genina, un cineasta allora in voga, lo contattò per curare ambienti, arredi, utensili e costumi del film “Edera”, tratto dal romanzo di Grazia Deledda. 

Esperienza che venne ripetuta nel 1958  nello sceneggiato edito dalla RAI  “Canne al vento” di Mario Landi, sempre della stessa Deledda, con Cosetta Greco e Franco Interlenghi.

Lavorò ad un’altro importante progetto, intorno al 1960, promosso dall’OECEOrganizzazione Europea per la Cooperazione Economica  “Progetto Sardegna” –  come consulente artistico nella creazione di linee, per lo sviluppo locale, orientate verso futuri scambi commerciali. Particolare attenzione meritano i disegni da lui creati presso vari centri di tessitura: Samugheo, Oliena, Santu Lussurgiu e altri. Qui ricordiamo le tomaie ricamate, dalle tessitrici e ricamatrici di Oliena, su suoi disegni per scarpe di lusso firmate da Ferragamo ed altre aziende prestigiose.

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Il 1961 è un’altra data significativa per una collaborazione dell’artista con Giuseppe Palimodde, proprietario di un locale vicino Oliena in prossimità delle fonti di Su Gologone.

La struttura ebbe una nuova fisionomia, divenne un albergo-ristorante tra i più suggestivi della Provincia di Nuoro dove l’estetica, con riflessi  etnografici, sembrava coincidere con la bellezza della location e la selezione dei prodotti locali proposti nella ristorazione. 

Sulas  aveva progettato l’architettura e gli arredamenti con particolare attenzione ai dettagli. Un equilibrio sottile e armonico, tra tradizione e innovazione, dove l’oggetto realizzato – con rivisitazione di spazi e forme – aveva un suo significato, perché inserito in un contesto, dove la bellezza si percepiva in quanto viva, sfiorava e accarezzava i sensi.

La sardità era ispirazione intrecciata al presente e al suo estro creativo: armonizzava geometrie e faceva vibrare il colore.

Durante gli anni ‘60, nella parte nord-est della Sardegna, si stava sviluppando un turismo d’élite e la costa nei pressi di Arzachena era meta di artisti del jet set. Industriali e uomini facoltosi,  amavano la bellezza e la libertà di quel paradiso di acque cristalline, di spiagge selvagge e natura incontaminata, dai colori sfumati e profumi di cisto ed elicriso.  Luoghi dell’anima per riporre memorie.

Iniziava a sorgere la Costa Smeralda, tra grandi alberghi e ville, un progetto con finalità turistiche promosso da S.A. Karim Aga Khan che tra i suoi collaboratori coinvolse Sulas, interior designer, oltre ai celebri architetti del tempo Michele Busiri Vici, Luigi Vietti e  Jacques Couelle.

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Il suo contributo fu fondamentale poiché scelse le linee stilistiche, alcune divenute simbolo, non solo della Costa Smeralda ma della Sardegna.  Impose che le lavorazioni venissero fatte esclusivamente in terra sarda da artigiani inseriti nel “Progetto Sardegna”.

Intanto continuava a dipingere paesaggi e nature morte, generi che amava e che mostravano un linguaggio pittorico di geometrie semplici, con suggestioni della pittura sarda e delle correnti artistiche del  periodo.

Troviamo opere figurative più vicine all’impressionismo,  come resa della sensazione visiva, meno folkloristiche, dove le pennellate sono veloci, il colore e i giochi di luce  sono dosati con raffinatezza ed armonia cromatica; in altre si colgono sfumature di modernità espressiva, senza contorni in cui lo spazio interagisce sul colore  teso verso un cenno di forma. Opere di preludio astratto, più soggettive, con violenti accenti cromatici, spazi evocativi in cui il colore esprime la forza della realtà che lo sguardo coglie, un po’ come rapire l’anima delle cose.

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Ogni sua inclinazione alludeva ad un essere infaticabile, a cui la vita aveva sottratto ma aveva donato quella forza interiore, che dilatava cose e cedeva rinascite. Distacco che dava risalto a quell’interiorità, quale luogo di idee in libertà,  spazio necessario per creare.

Riuscì a vivere il suo sogno con la sua costante ricerca, come lui stesso diceva: «un’arte di equilibrio, di purezza, di tranquillità […] il risultato di tanti momenti d’amore, la realizzazione di cose belle».

Da queste parole si evince il fine che perseguì per l’intera  vita, realizzare solo “cose belle”. Ogni istante creativo veniva da lui considerato un atto d’amore.

Era innamorato della vita e di quella forza insita in ognuno di noi, che soggiace al nostro vivere in cammino, che  avvicinandoci al trascendente racchiude il senso del nostro es[i]s[t]ere. 

©️Lycia Mele Ligios 

ad9af13d-0b8c-4c1c-9933-e8c78b2337eb.jpegCourtesy of Museo del Costume ©ph. Mereu

(pubblicato su Olbia.it 15 Maggio 2019)