Atelier Bolt | Segni dell’anima: l’arte astratta di Jean Córdova

Accadrà ancora, di nuovo

l’immagine frana nella luce

succede sempre, senza scampo

nulla torna mai intero. 

 

Italo Testa 

 

Nel cuore dell’Europa, in quella zona della Svizzera orientale definita Cantone dei Grigioni, dove la natura si veste di abbracci tra acque lacustri, montagne di luce, cieli che filtrano sogni, in un dinamico centro d’arte, l’Atelier Bolt di Klosters, è in corso la prima solo exhibition dell’artista tempiese Giancarlo Orecchioni, in arte Jean Córdova.

La retrospettiva a cura di Adrian Schütz, storico dell’arte, è in mostra fino al 15 novembre 2019,  espone le opere di un lungo arco temporale: dal 2009 ad oggi. Questo, permette di analizzare  il lungo percorso evolutivo e di ricerca del giovane artista.

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©️Archivio Atelier Bolt

La sede espositiva, di proprietà dello scultore Christian Bolt ha una funzione rilevante nel suo porsi centro di promozione e sostegno dell’arte. Infatti, con cadenza annuale si allestisce una mostra dedicata ad un giovane artista emergente, ovvero che sia riuscito ad imporsi con il suo caratterizzante linguaggio espressivo tra quelli complessi e polimorfici dell’arte contemporanea.

Christian Bolt è uno scultore molto apprezzato, celebre per le sue intense sculture. Tra i suoi estimatori troviamo il grande cantante pop Elton John, che  ha  acquistato alcune opere per la sua eterogenea e ricca collezione d’arte. 

Jean Córdova, l’artista scelto per l’anno 2019, vive tra la Sardegna e la Lombardia, anche se da alcuni progetti sembra mostrare un legame indissolubile con la sua città natale, Tempio Pausania, in Gallura. 

Luogo con un caratteristico centro storico, dove i frammenti di quarzo, dal granito delle case,  sembrano brillare a seconda dell’inclinazione dei raggi solari. Ora riflettono, ora assorbono  luce, creando atmosfere dai forti contrasti: gioia o malinconia.

Ma ciò che pervade è una sensazione di atemporalità, di pacatezza, di misura, di silenzio, in spazi preposti alla meditazione e al riposo. Da quel piccolo centro si origina quella riflessione profonda che diviene paradigma e struttura del linguaggio artistico di Jean Córdova. 

Dopo aver frequentato il liceo artistico nella sua città natale, l’artista continua la formazione a Carrara iscrivendosi all’Accademia di Belle Arti e in seguito allo IED – Istituto Europeo di Design – di Milano. In quegli anni di peregrinazioni incontra lo scultore Christian Bolt che sarà una figura di riferimento per la sua “crescita artistica e umana”.

Oggi Jean Córdova è un’artista stimato, che ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Presente in mostre personali e collettive in varie regioni d’Italia dal 2008.  Qui, si ricorda tra gli artisti che hanno rappresentato la  Regione Sardegna nel Padiglione Italia di Torino, in occasione della 54 Biennale di Venezia.

Da un primo sguardo d’insieme alle opere pittoriche  di Jean Córdova è possibile evidenziare la sua vocazione astratta, (anche se lui non ama definirsi astrattista) tendenzialmente aperta a continue sperimentazioni, non legata ad alcun elemento figurativo. Le forme nascondono  tracce di vita da cui attingono e divenute simboli  ne abbracciano pensieri, concetti. 

Un’arte concettuale, introspettiva che sembra riflettere l’altro da sé che appare molto vicina all’interessante avanguardia americana degli anni ‘50, definita Espressionismo Astratto. Aldilà della sgocciolatura o action painting inventata da Jackson Pollok, o del clima di protesta che aveva determinato la nascita del movimento, qui sembra si assista alla presenza di una certo gesto spontaneo delle pennellate,  ad ampie stesure del colore, semplificazioni,  scelte cromatiche più vicine allo spirituale dell’arte di Vasilij Kandinsky dove il colore  assume un  valore semantico.

Le opere del Córdova oltrepassano la sfera della fisicità, del realismo, esprimono concetti/idee che sembrano disporsi  in una rete di ricordi associativi. Ogni idea ne richiama un’altra.

La relazione come struttura del  conoscere è un campo d’indagine della filosofia del ‘900, l’artista sembra supportare questo indirizzo presentato in  varie serie con elementi interconnessi  tra loro, permettendo di cogliere quell’unità semantica che altrimenti non potrebbe esser colta.

 

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Serie Aegritudo Fulgura #2 – Courtesy of Jean Córdova 

Una serie realizzata nel 2015 s’intitola “Aegritudo”. Mostra una esperienza estetica che riesce a dare forma all’imponderabile. Il titolo è una parola latina che significa sofferenza dell’anima, lacerazione, strappo.

Sulla tela segni di margini, confini, ripetizioni, ma anche legami, contatti. Lo spazio appare circoscritto. Si può leggere un certo dinamismo e prospettiva. Il cerchio è la figura/simbolo che prevale. Si stacca dalla tela. Un malessere che incide, lascia traccia ma sembra originare una luminosità circoscritta differente. Un varco, una potenzialità. L’alternativa, un mutare.

Sisifo invece è un’opera – all’interno della stessa serie, sulla sofferenza dell’anima -che richiama un mito della Grecia antica.  L’uomo più astuto tra i mortali, nel Regno dell’Ade  vive la ripetizione eterna di una stessa azione, quasi un’automa, privato della sua volontà, è costretto a trascinare un pesante masso lungo un pendio collinare in modo ciclico (raggiunta la vetta il masso cade a valle e Sisifo lo ritrascina a monte).

Un’immagine dell’uomo contemporaneo, soggetto a corsi ricorsi iconicizzati, un silente urlo di dolore: quella ripetitività diviene immobilismo, impedisce un’evoluzione.

Anche in questa tela sembra che l’oscurità e i lembi della lacerazione lascino spazio a significati diversi. Una potenzialità inespressa rimane sospesa. Gli accenti cromatici ora più sfumati, rosso e viola. La luce una verità di presenza, di possibilità. La ripetitività aliena forza  che devasta, segrega.

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Serie Rerum Naturae (Corpora Rerum) – Courtesy of Jean Córdova 

La necessità di un’indagine metafisica è presente nell’opera “Rerum Naturae” (Corpora Rerum)  tradotto dal latino la “Natura delle cose” – i corpi delle cose. La scritta latina potrebbe ricondurci al poema lirico scritto da Lucrezio, De Rerum Natura, nel I sec.a.C. Forse acquisisce l’idea di Lucrezio che la natura è materia ma anche  vuoto? Nell’opera “Incertus” l’indagine viene spostata verso le categorie di tempo e spazio. 

Continua nelle sue ricerche filosofiche ora più impregnate di esistenzialismo. L’uomo non è solo essere ma esser/ci, e in quanto esistenza sente l’esigenza d’indagare sull’animo umano e sui tormenti della contemporaneità.

Un’opera s’intitola “Acedia”. “Una brutta bestia” che immobilizza l’essere umano e se analizziamo il disegno sembra visibile un volto stilizzato di un animale.

Colpisce per i segni scuri, di un nero intenso e cupo nella parte bassa, che lentamente virano verso un rosso Persia o veneziano nella parte più alta. Una via di fuga determinata da una fonte di energia? dall’amore? Da una rinnovata spiritualità? O semplice consapevolezza?

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 Serie Aegritudo, Acedia 2015 – Courtesy of  Jean Córdova 

Dal greco akedia: malinconia da spirito di solitudine, da mancanza d’interesse, da noia. E citiamo l’esistenzialista, intellettuale Jean Paul Sartre che ne parla in un suo capolavoro La Nausea, sostenendo che l’acedia si identifica con la nausea, il non senso che trasforma l’essere fino allo smarrimento e depressione. Legato all’insoddisfazione che si cronicizza, nell’individuo crea fratture e in un percorso di vita, argina o delimita sempre più lo spazio esistenziale.

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Serie Come Vaganti, Ad Oriente 2016 – Courtesy of Jean Córdova 

In una serie del 2016 “Come vaganti” sembra sviluppare concetti di libertà spazio-temporale. “Vagare” è un andare senza meta, quasi “un brancolare nel buio” avvolti dal mistero del destino, quel filo che lega la vita alla morte.

Si tracciano percorsi emotivi, esperienze, sensazioni, materia che l’artista traduce e vivifica attraverso il suo linguaggio espressivo. Sotteso un monito che sembrerebbe  racchiudere un celebre proverbiò che dice  “se non sai più dove stai andando, ricorda da dove vieni”. Ma si potrebbe alludere all’eterna inquietudine dell’essere umano che alimenta l’energia vitale e creatrice?

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Serie Oblomov, #5 – Courtesy of Jean Córdova 

Nella serie “Oblomov” del 2016 la forma diviene margine, ha funzione decorativa. Assistiamo a pennellate piatte, larghe che mostrano un ritmo simmetrico.  Lo spazio diviene luogo esperienziale da riempire di eventuali finalità/contenuti.

 In alcune tele la presenza di sottili segni verticali possono alludere alla velocità. Forse la fugacità della vita, tra incidenze che plasmano significati e formano l’essere umano.

Ma chi era Oblomov e che rapporto ha con le opere dell’artista? Qui si potrebbe evocare il personaggio del celebre romanzo di Ivan Gončharov, capolavoro della letteratura russa.

Oblomov era un uomo ricchissimo che viveva una vita “sospesa”: un continuo rimandare il momento del suo vero e autentico vivere. Viveva di riflessi, delegando, oziando. Una vita intrisa di paure, idee preconcette e pregiudizi. Una triste vita a margine del fluire dell’esistenza. Nelle tele lo spazio centrale libero, esprime l’assenza,  potrebbe contenere una sintesi esperienziale, sembra preposto ad accogliere.

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Un grembo gonfio di nuvole d’oro, o grigie, e nere (Serie In forme) Courtesy of Jean Córdova 

Dopo l’indagine sullo spazio esistenziale dove si aggira l’essere nella sua affannosa  ricerca, la serie “In forme 2018” presenta alcune opere con cromatismi che evocano plasticità, in altre sembra si attribuisca alle pennellate una certa tensione dinamica o si cerca di definire lo spazio con piccole campiture di colore tipo taches (macchie).  

Nell’opera presentata sopra vi è un percorso che si snoda all’interno di un campo cromatico giallo che trasuda energia. Un volgersi verso, un tendere a,  si focalizzano   passaggi che implicano stadi necessari per raggiungere l”in forma”. Ovvero, nella vita di ogni individuo assume valore fondante l’esperienza che ci forma e ci definisce nell’essere.

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Serie Labirinti: Labririnto + Case + Acqua, 2009 Foto G.Pedroni Courtesy Jean Córdova 

In Jean Córdova, o almeno in queste opere analizzate e visibili in mostra, appare inscindibile il binomio arte e filosofia. Infatti è possibile delineare una propensione ad una indagine  metafisica e esistenziale dove “l’uomo è natura che prende coscienza” – per utilizzare le parole di un grande libero pensatore Élisée Reclus, –  s’interrela con lo spazio ed è caratterizzato da quell’anelito esistenziale che lo conduce verso un cercare infinito.

Sono presenti dei passaggi che inducono ad una consapevolezza maggiore del desein (esserci) di Martin Heidegger: l’uomo è da considerarsi non solo nel suo essere ma con una finalità quella del cercare, che implica dei percorsi e definisce l’esser/ci.

Si può ritrovare inoltre quella soggettività che tradotta come energia e movimento da Jackson Pollock, ha reso visibili ricordi, pensieri, sfumature dell’animo. Il piacere estetico potrebbe esser il “riflesso filosofico della verità” come avrebbe detto lo storico dell’arte Michel Seuphor mentre la natura della forma è l’incarnazione della sua stessa vita.

Un artista che scruta con accuratezza il suo presente contemporaneo, da cui enfatizza quel passato che struttura l’istante  vissuto e nella sua ricerca di resa d’assoluto o di tensione universale del suo rappresentare,  permette di smarrirci tra meraviglia e stupore: quale la risacca dell’onda nel suo rimaner sospesa. 

Quell’istante trascurabile, che noi a stento riusciamo a vedere assume un’importanza straordinaria. È la tregua che ritempra l’animo in ascolto al respiro della vita. Il luogo  che permette di ritrovare unicità, semplicità, verità. Sì, perché negli spazi creati da frammenti, negli istanti sospesi, lì palpita la vita nella sua potenzialità. Un decostruire per ridefinirsi e aprire la mente verso nuovi flussi di pensiero.

“Ogni persona che vive nel ventesimo secolo dovrebbe  sapere che la perfezione fisica è che la conoscenza quantitativa o scientifica è semplicemente informazione o un assoluto di perpetua incompletezza, e che l’estetica è quasi completa o perfetta come possiamo, essendo l’unica forma qualitativa di conoscenza che possediamo”. (Michel Seuphor – Abstract Painting Lauren Edition)

 

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©Riproduzione Riservata

 

(Articolo pubblicato su Olbia.it il 3 novembre 2019)

Nuove acquisizioni del Museo MAN | Le opere di Francesca Devoto

Olbia, 30 Maggio 2019  – “Farai le figure in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell’animo altrimenti non sarà laudabile”. Con queste parole di Leonardo da Vinci, tratte dal celebre  “Trattato di Pittura“,  vogliamo ricordare una pittrice sarda, conosciuta per i suoi intensi ritratti, Francesca Devoto (Nuoro 1912 – 1989), che ben aveva assimilato la lezione leonardesca e di cui otto opere saranno acquisite dal Museo Man di Nuoro, grazie  donazione da parte degli eredi.

E8E89EF2-352D-4035-B59E-6510675D1138Francesca Devoto, Autoritratto dell’artista, 1936 ©Nelly Dietzel

Queste tele si aggiungono alle opere già presenti dell’artista nella Collezione Permanente del museo.

Donazione

La cerimonia ufficiale di donazione, con gli interventi del presidente Tonino Rocca e il direttore del MAN  Luigi Fassi,  si svolgerà domani sabato 1 Giugno alle ore 10.00 e vedrà un percorso espositivo visitabile fino a domenica 9 Giugno. 

Sono opere con velati riferimenti ottocenteschi o echi post-impressionisti. In alcune s’intravvedono delicate affinità a rese pittoriche di Paul Cézanne, – padre dell’arte moderna, – del periodo precedente a quello sintetico e disgregativo dell’immagine.

L’artista sarda mette in luce la sua ricerca di concretezza formale:  la cura attenta della figura resa da equilibrati giochi di colore e luce che conferiscono atemporalità alle sue opere.

L’artista

Francesca Devoto nasce a Nuoro nel 1912. Dopo le scuole elementari continua i suoi studi  in un Collegio di Firenze e,  nel capoluogo toscano, frequenta la prestigiosa scuola d’arte, allora molto conosciuta, di Filadelfo Simi  (1849 – 1923) e di sua figlia Nerina.

Nello studio si respirava un’aria internazionale: Filadelfo Simi era stato a Parigi, la più importante capitale d’arte del tempo, dove aveva acquisito, filtrandole con il suo talento, diverse esperienze artistiche. Inoltre, nel suo viaggio di “apprendistato”, si era spinto fin nella Spagna perché attratto dalla pittura e architettura ispano–moresca.

A Parigi, nella seconda metà dell”800, era visibile una sorta di rinnovata vitalità artistica con la presenza di numerosi Ateliers.  Simi,  pittore d’impostazione classica, ebbe contatti con gli artisti del realismo paesaggistico della Scuola di Barbizon e con pittori italiani residenti a Parigi, come Giuseppe De Nittis.  Mentre, in Italia, Firenze era considerata punto di riferimento e di ricerca per l’arte, e molte ragazze americane,  sceglievano la Scuola d’Arte di Filadelfo e Nerina, per imparare disegno e tecnica pittorica.

La descrizione dell’ambiente artistico si mostra necessaria per capire le influenze, il respiro europeo e la conseguente originalità del linguaggio artistico di Francesca Devoto, che  fin da subito mostra una sua precisa  identità lontana dagli esiti stilistici dei pittori sardi più vicini ad indagini di carattere etnografico e linguaggi espressivi  più classici.

4DBE06E9-49A8-4983-ABEF-C7B915180808Francesca Devoto, Adolescente di profilo, 1938 ©Nelly Dietze

Francesca ama dipingere ritratti, un po’ come cogliere pensieri sospesi o meglio, moti d’animo, se consideriamo il volto come riflesso o specchio di emozioni o  “âme du corp” – così definito da Denis Diderot, – anima del corpo da cui traspare l’atto del pensare.

Ma non realizza solo ritratti, la sua indagine volge verso altri generi: nature morte, marine, paesaggi e interni.

Per immergerci e comprendere il suo linguaggio espressivo sarebbe bene fare una premessa: dopo l’avvento della fotografia, più attenta alla realtà come appare, l’orientamento di alcuni linguaggi artistici converge verso sfumature più soggettive: verso il sentire la realtà, verso l’emozione che lascia segni nell’anima. Perciò la resa dell’opera verterà sul modulare e dosare luce e colore.

Francesca ama questi due elementi che tesse con una raffinata eleganza e armonia cromatica, al fine di creare equilibrismi tra forme, figure, spazi, e giochi chiaroscurali resi dal colore steso con pennellate piccole e piatte.

93147BFB-B901-4947-AFD4-00B7D3B3DD4DFrancesca Devoto, Tina nello studio di via Cavour,1936 – Courtesy of Museo MAN

Mostra indagini pittoriche legate alla semplicità con l’utilizzo di geometrie essenziali, palette dai colori sfumati mai puri, con ricerche tonali che illuminano particolari.

Le opere non alludono a fughe metaforiche,  solitudini e alienazioni, come nella pittura di Edvard Hopper, – celebre per i suoi interni da me definiti icone dello spirito, – ma a “ricerche” di un bene-stare tra i luoghi che più ama.

Ciò infonde nel fruitore sensazioni volte al silenzio, pacatezza, serenità. Il senso del vivere si racchiude nella quotidianità di azioni in cui il pensiero è artefice dell’esistere come nella lettura di un libro, suonare il pianoforte o contemplare il panorama dalla finestra del proprio studio.

Nell’opera “Tina nello studio di via Cavour” – già presente nella Collezione Permanente del MAN – vi è una leggera geometrizzazione degli spazi, strutture  minimaliste che sembrano arredi nordici.  Ogni spazio è soggetto ad un equilibrio armonico che riflette un forte gusto estetico: i  vasettini di fiori sul mobile in ordine crescente, la diagonale disposta su la sedia a sinistra, la poltrona e il tavolino che si congiunge con la linea dei mobili a destra del dipinto. Un punto focale doppio. Infatti, oltre alla figura centrale della lettrice, sembra che si debba considerare un altro punto:  il tavolino tondo con sopra il vaso dei fiori.  Un implicito significato: acquisire saggezza dalla lettura di un libro può essere visto come cogliere un fiore nel fluire della vita. Un rinverdire l’anima.

Il ritratto “Adolescente di profilo”  ci conduce a certa ritrattistica rinascimentale perciò classicheggiante come posizione, ma non come linguaggio pittorico. Le stesure del colore, con sfumature chiaroscurali, conferiscono armonia ed unità al ritratto. Anche in quest’opera tutto è sapientemente equilibrato, perfino il colletto della camiciola sembra  riflettere l’attaccatura dei capelli.

Nel suo grazioso “Autoritratto” in cui mostra fierezza e gioia, si può notare come il mento richiami l’angolo del colletto e a sua volta il braccio del piccolo cavalletto, il busto parallelo alla tela, tutti elementi orchestrati nello spazio che diviene depositario di verità in quanto raffigura Francesca come artista. Il taglio fotografico e le pennellate a chiazze o macchie evocano certa pittura post impressionista e forse la tecnica espressiva dei macchiaioli.

Nei quadri di Francesca Devoto ogni cosa è illuminata, ha una sua giusta collocazione, secondo un rigore simmetrico fatto di giuste prospettive e  proporzioni.

Un’artista “solitaria” ma eccelsa. Una delle prime artiste sarde ad esporre in una solo-exhibition a Cagliari  nella Galleria Palladino a soli 24 anni. Presente in tanti eventi artistici  tra cui la VI Quadriennale di Roma del 1951-52.

Una voce che è riuscita a farsi apprezzare non solo dai suoi colleghi sardi, restii ad accogliere una donna nel loro cenacolo, ma anche dalla critica che ha sempre manifestato entusiasmo e apprezzamento per il suo linguaggio espressivo.

Il Museo MAN

Il Museo MAN, dopo l’acquisizione dell’opera “Sardegna” di François-Xavier Gbré nel febbraio 2019, con questa preziosa donazione delle opere di Francesca Devoto,   continua la sua  crescita  esponenziale ponendosi  depositario e referente di memoria storico-artistica: un patrimonio culturale tra i più significativi e prestigiosi della Sardegna.

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(pubblicato su Olbia.it)

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English Version

New acquisitions of the MAN Museum: The works of Francesca Devoto 

“You will make the figures in this act, which is enough to demonstrate what the figure has in the soul otherwise will not be laudable”.  With these words of Leonardo da Vinci, taken from the famous “Treatise on Painting”, we want to remember a Sardinian painter, known for her intense portraits, Francesca Devoto (Nuoro 1912 1989), who had well assimilated Leonardo’s lesson and of which eight works  will be acquired by the Man Museum of Nuoro, thanks to donation by the heirs.

These canvases are added to the works already present in the museum’s permanent collection.  

Donation 

The official donation ceremony, – with the interventions of the president Tonino Rocca and Luigi Fassi, director of MAN, – will take place tomorrow Saturday 1st June at 10.00 am and will see exhibition hours and a tour that can be visited until Sunday 9 June.  

They are works with veiled nineteenth-century references to post-impressionist echoes.  In some we can glimpse delicate affinities to the pictorial renders of Paul Cézanne, – father of modern art, – of the period preceding the synthetic and disintegrating image.  

The Sardinian artist highlights his search for formal concreteness: the careful care of the figure made by balanced plays of color and light that give timelessness to his works.  

The artist 

Francesca Devoto was born in Nuoro in 1912. After elementary school she continued her studies in a college in Florence and, in the Tuscan capital, she attended the prestigious art school –  then very well known – of Filadelfo Simi (1849 – 1923)  and his daughter Nerina.  

In the studio there was an international scope: Filadelfo Simi had been to Paris, the most important art capital of the time, where he acquired various artistic experiences, filtering them with his talent. Moreover, in his “apprenticeship” journey, he went as far as Spain because he was attracted by Hispano-Moorish painting and architecture.  

In Paris, in the second half of the 19th century, a sort of renewed artistic vitality was visible with the presence of numerous Ateliers. Simi, a painter with a classical setting,  had contacts with the landscape realism artists of the Barbizon School and with resident Italian painters  in Paris, like Giuseppe De Nittis.

In Italy, Florence was considered a point of reference and research for art, and many American girls chose the Filadelfo and Nerina School of Art to learn drawing and painting technique.  

The description of the artistic environment is necessary to understand the influences, the European breath and the consequent originality of the artistic language of Francesca Devoto, who immediately shows her precise identity far from the stylistic results of Sardinian painters closest to investigations of character  ethnographic and more classical expressive languages.

Francesca loves to paint portraits, a bit like capturing suspended thoughts or rather, moods, if we consider the face as a mirror, reflection of emotions or ”  âme du corp “- so defined by Denis Diderot, –  soul of the body from which the act of thinking shines through.  But she doesn’t just make portraits, her investigation of her turns to other genres: still lifes, seascapes, landscapes and interiors.  

To immerse ourselves and understand his expressive language, it would be good to make a premise: after the advent of photography, the orientation of some artistic languages ​​as it appears more attentive to reality converges towards more subjective nuances: towards feeling reality, towards the  emotion that leaves marks in the soul.  

Therefore the rendering of the work will focus on modulating and dosing light and color.  Francesca loves these two elements that she weaves with refined elegance and chromatic harmony, in order to create equilibrium between shapes, figures, spaces, and chiaroscuro effects rendered by the color spread with small and flat brushstrokes.

She shows pictorial investigations linked to simplicity with the use of essential geometries, palettes with never pure shaded colors, with tonal researches that illuminate details.  

The works do not allude to metaphorical escapes, loneliness and alienation, as in the painting of Edvard Hopper, – famous for his interiors defined by me as icons of the spirit, – but to “searches” for a well-being among the places she loves most.  

This instills in the user sensations aimed at silence, calmness, serenity. The sense of living is enclosed in the everyday life of actions in which thought is the creator of existence as in reading a book, playing the piano or contemplating the panorama from the window of one’s study.  

In the work “Tina in the studio in via Cavour” already present in the Permanent Collection of the MAN – there is a slight geometricization of the spaces, minimalist structures that look like Nordic furnishings.  Each space is subject to a harmonious balance that reflects a strong aesthetic taste: the vases of flowers on the cabinet in ascending order, the diagonal placed on the chair on the left, the armchair and the table that joins the line of furniture on the right of the  painting.  A double focal point.  In fact, in addition to the central figure of the reader, it seems that another point must be considered: the round table with the vase of flowers on it.  An implicit meaning: gaining wisdom from reading a book can be seen as picking a flower in the flow of life.  A greening of the soul.  

The portrait “Teenager in profile” leads us to a certain Renaissance portraiture therefore classical as a position, but not as a pictorial language chiaroscuro, give harmony and unity to the portrait. Also in this work everything is wisely balanced, even the collar of the shirt seems to reflect the hairline,  chin recalls the corner of the collar and in turn the arm of the small easel, the bust parallel to the canvas, all elements orchestrated in the space that becomes the repository of truth as it depicts Francesca as an artist, post impressionist painting and perhaps the expressive technique of the Macchiaioli. 

In Francesca Devoto’s paintings everything is illuminated, according to a symmetrical rigor made up of correct perspectives and proportions.  She is an independent but excellent artist.  She is one of the first Sardinian artists to exhibit in a solo-exhibition in Cagliari in the Palladino Gallery at the age of 24. 

She wsa present in many artistic events including the VI Rome Quadrennial of 1951-52.  A voice that has managed to be appreciated not only by her Sardinian colleagues, who are reluctant to welcome a woman into their cenacle, but also by the critics who have always expressed enthusiasm and appreciation for her expressive language.  

The MAN Museum 

The MAN Museum, after the acquisition of the work “Sardegna” by François-Xavier Gbré in February 2019, with this precious donation of the works of Francesca Devoto, continues its exponential growth by placing itself as the depositary and referent of historical memory –  artistic heritage: one of the most significant and prestigious cultural heritage in Sardinia. 

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