Arte | Rosalba Mura, tra lo spazio dell’essere e l’oltre

L’esistenza attiene allo spazio,

e lo spazio emana presenza.

Jorge Eielson

 

“L’arte è una maniera di conoscere, di capire e di rendersi conto cosa è il mondo” – dice Rudolf Arnheim, importante rivoluzionario storico dell’arte, sostenitore del pensiero visuale. 

“Un artista che opera intorno ai problemi dell’esistenza attraverso le immagini inventa, giudica e costruisce – sostiene lo storico –  quando l’immagine raggiunge il suo stato finale egli percepisce in essa il risultato del suo pensare visuale. Un’opera d’arte visuale non è quindi un’illustrazione dei pensieri, ma la manifestazione finale di quello stesso pensare”.

Abbiamo citato il pensiero di Arnheim per affinità con il pensiero e percorso creativo di Rosalba Mura, artista originaria di Barumini ma olbiese di adozione, sempre più presente nella scena artistica italiana ed estera.

Attualmente le sue opere sono esposte fino al 25 Gennaio 2020 a Cagliari nella sede culturale di Hermaea Archeologia e Arte in via Santa Maria Chiara, 24/a,  in una importante retrospettiva dal titolo “StratificAzioni…lo spazio e oltre” a cura di Elisabetta Gaudina e Lucia Putzu. 

Le opere esposte – circa una trentina – rimandano al periodo post Accademia dell’artista, dal 2007  fino  alle più recenti sperimentazioni  vicine a rimodulazioni di Arte Concettuale tra Astrattismo Geometrico, Spazialismo e Minimal Art, dove l’esistere si sintetizza palesando un suo spazio vitale in cui si scandiscono forme, si attuano  scelte monocromatiche, asimmetrie volumetriche, riverberi di luci. Un farsi luogo del tempo teso  a fendersi, a trasmettere, a plasmare, ora a suturare significati che sembrano  rinnovarsi in quella costante temporale  custode e premonitrice nel suo estroflettersi da spazialità disadorna.

Le opere richiamano quella forza impetuosa che trascina inarrestabile al pari della natura: il pensiero e il suo “dinamismo dialogico ininterrotto” come avrebbe suggerito il filosofo Edgar Morin, una frenesia inquieta volta alla ricerca che si spande, si contrae, si dilata, ritorna nel suo esser presente, momento di ri/nascita eterna. 

Oppure le sue indagini si soffermano su quell’oltre dominato da fessure che ora si riempiono, sembrano ripiegarsi, divenire ripetizioni di un sé per riformulare il continuum inafferrabile e imprevedibile, spazio di congiunture, di riflessioni ontologiche ma anche proiezioni interpretative dello scibile.

O forse scelte esistenziali in una contemporaneità di cui si è smarrito il senso, sempre più indecifrabile, che mostra comunque opportunità, alternative di crescita anche se ancora da definirsi ma che esistono nel loro non-essere.

È solo lo sguardo che deve mutar direzione: meno verticale, più  obliquo o meglio trasversale come ci avrebbe suggerito il critico d’arte Philippe Daverio. Uno sguardo più eclettico e com/partecipato che si definirà nel suo divenire.

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©️Rosalba Mura, Compendium 2003 – Acrilico su tavola 10 pz. 

Rosalba Mura viene iniziata all’arte fin da bambina trascorrendo la sua infanzia tra colori, tele e statue che suo padre l’artista Evasio Mura, dipinge e restaura.

I colori, le forme, gli espressivi segni dell’anima nei personaggi ritratti impressionano la piccola Rosalba, dal carattere timido ed introverso, tanto da assimilarne manualità, armonia cromatica e sognare di poter diventare lei stessa una pittrice come lui.

Evasio Mura (1927-2014) un brav’uomo che aveva fatto della sua passione per l’arte una ragione di vita, era un artista/artigiano – secondo l’accezione più rinascimentale del termine – molto affermato. Infatti il clero, principale committente, gli richiedeva opere a tema religioso che oggi è possibile ammirare in vari luoghi di culto della Sardegna: Tuili, Sedilo, Lunamatrona, Barumini, Gesturi e altri.

Ma la vera formazione di Rosalba inizia durante gli anni del Liceo Artistico  dove ebbe come insegnanti alcuni protagonisti dell’arte sarda tra i quali Foiso Fois, Attilio Della Maria e Gaetano Brundu. Mentre Enzo Orti, Giandomenico Semeraro e Clavicembalo Venceslao saranno i suoi professori di riferimento nel Corso di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Sassari, dove nell’approfondimento di tecniche e stilemi della Storia dell’Arte,  inizia a definire il suo percorso artistico  – attratta dal desiderio di “smarrirsi”, percependo un’atmosfera più affine alle sue inclinazioni  – all’interno del prolifico labirinto dell’informale e della sperimentazione, mostrandosi curiosa e partecipe verso le nuove scoperte scientifiche e tecnologiche.

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©️Rosalba Mura, Croce 2005 – foglia oro

Si avvicina all’astrattismo geometrico focalizzando il suo percorso su un elemento, una forma terrena, il quadrato, che al contrario del cerchio con valenza spirituale, rimanda a semplicità espressiva,  purezza e allude  alla volontà dell’uomo a razionalizzare una realtà indecifrabile, sfuggente, mutevole: l’unità di misura dello spazio, su cui molti artisti declinarono i loro linguaggi da Kazimir Malevič a Piet Mondrian,  Giulio Paolini.

La figura ha quattro lati, quattro possibilità di aderenze su superfici diverse o aperture verso l’altro. Avvicinamenti che preannunciano scambi, ri/scoperte, sovrapposizioni, scelte. Rimodulazioni del pensiero che mostra la sua infinita duttilità e valore gnoseologico. La conoscenza assoluta sembra de/comporsi nei suoi elementi formali e l’indagine dell’artista si svolge nel “marcare” una pluralità di punti di vista, nuovi equilibri e prospettive dove significati del reale sembrano  dilatarsi, scivolare in altre territorialità concettuali, o possono venir alterati da fattori socio-temporali.   

La tensione al pensare viene ac/colta, prima che voli come farfalla, per riposarsi su nuovi ed imprevedibili campi semantici.

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©️Rosalba Mura, Working Progress B 2002/2004 – acrilico su legno

L’artista, come Maria Lai, predispone le sue opere verso un’apertura che  pone sullo stesso piano dell’intuizione creativa la tensione ermeneutica consequenziale per colui che l’osserva. Si annullano differenze, e si pone sullo stesso livello chi crea e chi fruisce.

In alcune opere la pluralità di forme sembrano sfaldarsi in un dinamismo fluido, leggero non caotico nel suo ripetersi diseguale. Ma la ripetizione è estranea identità. Lascia intuire che la diversità è il luogo dove ogni possibilità può trovare la sua coerenza.

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©️Rosalba Mura, Sutura 1 2012 – acrilico su tele

Ripercorrendo lo spazialismo di Lucio Fontana oltre la superficie di cui ci narra nei suoi tagli, Rosalba Mura pur vicina al pensiero del maestro argentino, si sofferma nell’approfondire le recenti teorie cosmiche a cui si potrebbe dare un riferimento più esistenziale.

Potremo vedere – avvicinandoci al pensiero di un grande maestro della letteratura  David Foster Wallace, –   i tagli sulle tele come atti di coscienza di ciò che siamo, e forzando nel significato,  la nevrosi esistenziale incisa come uno scalpellino nelle pagine dei suoi libri (penso a Infinite Jest) qui scandita nella tavola dell’esistere con una pluralità d’istanti in cui si afferma, si analizza, si penetra, si sutura, si fa “tasca” si propone un’alternativa o prospettiva/sguardo e poi ancora un’altro, fino all’infinito, come i  mo(n)di a cui sembra voler alludere il linguaggio espressivo di Rosalba Mura.

I tagli di Fontana erano nati da risentimento e il significato che lo stesso artista attribuì fu secondario alla resa formale, semplice intuizione geniale. Alla rabbia e sconforto da parte dell’artista escluso dalla selezione per la realizzazione delle formelle per la porta del duomo di Milano (lavoro che venne assegnato allo scultore Luciano Minguzzi) seguì una reazione: con impeto tagliò la tela con una spatola. La raffigurazione di un oltre con pluralità di declinazioni che precedentemente mai nessuno era riuscito a sintetizzare in un’espressione artistica.

Rosalba interpreta le teorie più recenti sulla teoria convenzionale dell’inflazione eterna sugli universi-tasca molteplici e non solo interrompe lo spazio ma crea una sorta di “tasca”.

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©️Rosalba Mura, Taglio 2 2019 – Acrilico su tele

Se ci distacchiamo da un’ermeneutica dello spazialismo e ripercorriamo riflessi di psicologia emotiva i tagli divengono simboli per ferite, lacerazioni interiori o sociali  e le “tasche”, che ora sembrano coprire le ferite e le fragilità, quali inversioni storiche con una potenzialità, un fieri che implica  superamento proprio per il fatto che è suturato sul limite del vuoto, quindi non più libero. E ci si pone come avvio verso una nuova consapevolezza,  dove il “prima” acquisisce una luce ri/generatrice atta a risanare, ricostruire il “dopo”. 

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©️Rosalba Mura, Working progress 2004  – acrilico su legno 

In alcune opere utilizza doppie tele, o incastra telai in maniera asimmetrica creando una tensione dinamica, quasi fughe verso nuove realtà. Il multiverso oggi prevale allontana, crea divari e disagi e l’artista con un filo chirurgico sutura, chiude ferite. Ricompone, suggerisce nuovi percorsi: la vecchia strada non verrà abbandonata ma rimodulata con nuove idee. I significati soggetti ad usura del tempo possono dissolversi o riplasmarsi.

Il moto perpetuo della modernità divenuto ora fare e disfare, viene rielaborato o riproposto come  curare, riformulare, rimediare quasi a ricordarci che l’oblio di ciò che è stato non salva.

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©️Rosalba Mura, Nike 2003 – acrilico e tecniche miste su tela

In “Nike” (2003) – opera realizzata durante la crisi economica della Grecia – la ricerca formale s’imbastisce su un preciso momento storico. Sottesa una volontà quasi di rimarginare le sofferenze di una nazione sull’orlo della bancarotta, un tempo culla di una delle civiltà più importanti del Mediterraneo. 

Si definisce la temporalità presente/passato con una sovrapposizione, stratificAzione che genera un forte contrasto. Da una parte appare l’oggi (la tela lacerata) nell’atto di esser ri/cucito,  sullo sfondo disegnato a matita un’icona del passato    in cui si evince capacità tecnico-espressiva  – la Vittoria (Nike) di Samotracia (190 a.C) – attribuita a Pitocrito che oggi si può ammirare nella sua straordinaria e ammaliante bellezza al Louvre – in cui s’intravvedono le pieghe della veste increspate dal vento, oggetto di studio di tanti artisti.

La raffigurazione della Nike evoca le grandi vittorie di un tempo che oggi sembrano aver smarrito il senso. Anzi sembrano disancorate dalla realtà lontanissime ed “estranee”. 

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©️Rosalba Mura, Embrione 3 2019 – acrilico su tele e matita 

In “Embrioni” (2013), – di cui analizziamo Embrione 3 –  l’artista esplora con un linguaggio plastico-figurativo l’importanza della geo-metria (misura e proporzione) e delle potenzialità dell’uomo quale unità di misura della realtà. 

La tela presenta alcuni tagli. Una gestualità che ricrea piccole onde, quasi il movimento del pensiero che richiama evoluzione e di cui solo la parte esterna si ricollega alla contemporaneità.

La fessura crea un nuovo spazio in cui è raffigurato l’uomo Vitruviano – homo ad circulum et ad quadratum – di Leonardo Da Vinci (1490), la celebre figura umana elaborata da Leonardo (che dopo aver studiato le proporzioni degli arti nell’uomo arrivò a confermare le teorie di Vitruvio)  diviene metafora dell’uomo come  misura di tutte le cose. Oggi concezione superata dal geomorfismo con il sistema metrico-decimale dallo studio sulla circonferenza della terra. 

Il simbolo dell’uomo vitruviano e delle figure geometriche – quadrato inscritto nel cerchio – allude al superamento del duale, ragione-spirito, verso un nuovo equilibrio, poiché l’uomo stesso “con/tiene” in sé l’universo. Figura ripresa come nuova sintesi concettuale  intorno alla prima metà del novecento e armonia a cui Leonardo aspirava nelle sue infaticabili ricerche.

“Colui che niente ignora mi creò. E io reco in me ogni misura: sia quelle del cielo, sia quelle della terra, sia quelle degli inferi. E chi comprende se stesso ha nella sua mente moltissime cose, e ha nella sua mente il libro degli angeli e della natura” dall’uomo Vitruviano secondo l’interpretazione del Taccola (1381-1458).

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©️Rosalba Mura, SpaceSATOR 2019

Un’altra opera, sempre finalizzata alla sua ricerca spaziale ed estetica, sembra approfondire, ancora una volta, il suo campo d’indagine tra armonia/bellezza ed equilibrio tra parti. Sulla traccia del passato recupera simbologie antiche, enigmi non ancora risolti vicini a riscontri polisemici  come “SpaceSATOR” (2019).

Composta da quattro tele poste una sull’altra, con la presenza di aperture quadrate in ordine crescente dall’interno verso la superficie, in alto a sinistra si  poggia il rettangolo aureo. Centrale leggermente a destra  è posto il quadrato magico del Sator arepo tenet opera rotas, frase che può esser letta in ogni direzione.  La sua presenza è stata rinvenuta in vari elementi architettonici ma anche in luoghi di culto di tradizione cristiana. Diverse le interpretazioni attribuitegli. A noi interessa riportare la pluralità di intuizioni e concezioni, verità che si nascondono dietro a questo quadrato: quasi la difficoltà di cogliere quella definitiva in cui sembra convivere razionalità e spiritualità.

Se osserviamo attentamente l’opera, nella parte inferiore è riscontrabile la sezione aurea o divina proporzione (o numero di Dio) ad esempio riscontrabile in natura (nella conchiglia che tutti conosciamo il  Nautilus) che ingloba con segni di matita il quadrato del SATOR ad enfatizzare il legame tra ragione e lo spirito di Dio presente nella natura e quindi la necessità di dare una interpretazione più spirituale dell’arte.

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©️Rosalba Mura Sinapsi, 2010 – elaborazione e stampa digitale

Un’opera d’arte digitale è “Sinapsi” (2010) dove l’artista definisce la sua interpretazione creativa mostrando la natura dell’intuizione che raffigura come fonte di energia.   

Il primo elemento che emerge è l’affermarsi di una condizione paritaria tra uomo e donna in quanto l’arte non è solo maschile,  ma femminile anche se il cammino di valorizzazione e accettazione è stato molto difficile e spesso incompreso. Inoltre, l’artista immagina l’intuizione creativa al pari dell’energia emessa dal brillamento solare avvenuto nel settembre del 2010.

Come è ben visibile dall’opera, Rosalba riproduce la sua immagine come donna vitruviana, creatrice/artista da cui si genera “l’energia visionaria che si dirama  attraverso le sinapsi” e che investe non solo l’Italia ma si estenderà  al cosmo ad  enfatizzare il legame indissolubile tra il potere creativo e la forza/energia nella realizzazione delle opere non solo pittoriche ma architettoniche, ingegneristiche etc.

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©️Rosalba Mura Qubit 2019 – acrilico su tele

Nell’esplorazione delle varie dimensioni e del multiverso si inseriscono due opere “Qubit” e “Qubit2” con una resa plastica intensa oserei lirica, pur nella loro piccola dimensione. Alla ricerca di  nuovi equilibri l’artista lacera le tele scandendo con appositi spazi il divenire con stratificAzioni che evocano il cammino dell’uomo: frammenti  incollati uno sopra l’altro in un processo evolutivo  su cui il tempo inafferrabile scrive le sue memorie e la luce degli anni s/bianca, cancella per indurre l’uomo a riscrivere. Una tensione concentrica da un interno più piccolo      in seguito sempre più grande, in ordine crescente,  per segnare non solo ciò che è permanenza ma anche ciò che è  innovazione. 

Sono opere vicine alla scultura, aiutano i sensi a librarsi, ad alleggerirsi, a lasciarsi guidare dalla casualità. Il rigore delle opere precedenti sembra superato da un desiderio di espansione, compresenza.

I precedenti equilibri spezzati, sembrano alludere al caos della frammentazione  ma lo spazio creato al centro appare una via di fuga verso una nuova dimensione che permetterà di ritrovare creatività ed elementi da cui ripartire per nuove indagini e percorsi.

Il bianco è il colore dell’inclusione, della polisemia, della ricettività assoluta. È luce che permette di spostarsi tra pluralità. Quella luce che in un’indagine spaziale l’artista rivede quale tunnel spazio-temporale, realtà multipla soggetta a varie forze come ad esempio la velocità che distorce, devia, muta strutture originarie, per accogliere diversità.

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©️Rosalba Mura, Barumini …tracce 2019 acrilico color Barumini su tele

Le digressioni sulle origini affiorano attraverso un linguaggio espressivo vicino all’informale materico. Rosalba rivisita i suoi luoghi in “Barumini … tracce” (2019). Ai tagli disposti secondo una linea diagonale si aggiungono in ordine sparso quadrati di varia grandezza per accentuare il carattere bidimensionale, al pari di una carta topografica.

In alto sulla sinistra il bassorilievo del complesso Nuragico di Barumini situato in un  quel passato che l’artista ricorda ed evidenzia come luogo impregnato di luce, dove le fissure in alto   si aprono verso la pianta del nuraghe alle quali  tende   lo spazio della tela, compresi gli altri tagli in un velato movimento. Ci chiediamo il perché della marginalità, forse si intende enfatizzare quella forza centrifuga che la allontanerà dal suo paese natale? Pensiamo sia per una resa armonica che persegue in ogni sua opera. 

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©️Rosalba Mura, Bimbi Earth 2008 – rielaborazione e stampa digitale

La sfera personale è presente in un’altra opera molto suggestiva “Bimbi earth” (2008) in cui Rosalba scopre la sua maternità ma non desiste dall’idea di creare, di dipingere. Evita l’utilizzo di colori e con la tecnica digitale crea quest’opera in cui sovrappone il mondo alla riproduzione della prima ecografia del suo bambino. 

“Come un ventre materno custodisci e fai crescere la vita. Il mistero sarà mai svelato?” dirà a sé stessa. Ecco che lei diviene forza cosmica e identifica il suo ventre con il mondo che contiene l’essenza pulsante della vita e immagina suo figlio generato “dalla polvere delle stelle” parte/cipe dell’universo, per riprendere un concetto fondante in Jorges Luis Borges.

Rosalba Mura mostra di esser un’artista poliedrica che non conosce confini, attenta a sperimentare sempre nuovi linguaggi espressivi, con un potenziale semantico innovativo e originale, senza tralasciare indagini e rimandi alle  ultime scoperte scientifiche e/o tecnologiche.

La sua arte mai fine a se stessa, votata al dinamismo e alla ricerca, promuove l’essere umano nella sua es/tensione di esperienze, l’immediatezza del percepito, il suo spingersi sempre più lontano fino a sfiorare nuovi orizzonti attraverso un pensare che è per sua natura quell’andare oltre che struttura e dà significato al nostro vivere.

Strofiniamo il buio

per farne luce” 

Franco Arminio

 

©️lyciameleligios

Riproduzione Riservata

IN SARDEGNA 1974,2011: al MAN mostra fotografica del fotografo minimalista GUIDO GUIDI

Uno sguardo lirico, attento alla sardità si potrà osservare nella nuova esposizione   che il Museo MAN di Nuoro propone dal 21 giugno al 20 ottobre 2019, dove verrà ospitata la prima grande mostra in un museo italiano – curata da Irina Zucca Alessandrelli – dal titolo “ In Sardegna: 1974, 2011” dedicata a Guido Guidi (Cesena, 1941), uno dei  più rilevanti protagonisti della fotografia minimalista italiana del secondo dopoguerra.

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Sardegna, Maggio 1974 |Stampa ai sali d’argento

La mostra è frutto di un’importante collaborazione tra l’istituzione museale e l’ISRE, Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna. Saranno esposte 250 fotografie inedite – commissionategli dall’ISRE – che testimoniano la relazione di Guido Guidi con il territorio sardo.

Un catalogo composto da tre volumi pubblicato da una casa editrice di Londra – Mack Books – documenterà le opere presenti in mostra che sono state ristampate dall’artista.

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Sardegna, Maggio 1974 | Stampa ai sali d’argento

Un racconto dei mutamenti paesaggistici e antropologici avvenuti in Sardegna dove immagini in bianco e nero degli anni Settanta sembrano colloquiare con le  opere a colori degli anni Duemila tra essenzialità, sottili geometrie, spazi lirici come struttura di storia, tradizione, umanità; la costante ricerca del dettaglio e del valore incommensurabile di ciò che è margine, parte di un tutto inafferrabile, un appiglio a quella realtà che il tempo muta.

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Sardegna, Maggio 1974 | Stampa ai sali d’argento

Tante “micro-storie” che ricamano emozioni e che sanno di origini, di semplicità e di nuove epifanie ed infine inducono riflessioni sulla nostra identità.

“Io non guardo soltanto il paesaggio ma ne faccio esperienza, perché io stesso sono dentro il paesaggio”  dice Guido Guidi, e noi faremo tesoro di questa mostra che privilegia l’interiorità del fotografo espressa con quelle “sfumature” del tempo, che ora ci scrutano e sembrano interrogarci sulla capacità di vedere e percepire la bellezza nell’anima della semplicità.

 

©Lycia Mele Ligios

(pubblicato su Olbia.it)

 

C2302360-8372-4AD0-A5CC-5C4E5B13C3CA.jpegSarule 2011 | Stampa Cromogenica


English Version

A lyrical look, attentive to Sardinian culture, can be seen in the new exhibition that the MAN Museum of Nuoro on display from 21 June to 20 October 2019, where the first major exhibition will be hosted in an Italian museum – curated by Irina Zucca Alessandrelli – entitled “IN SARDEGNA: 1974, 2011” dedicated to Guido Guidi (Cesena, 1941) one of the most important post-war photographers, a forerunner of landscape photography much appreciated in the 70s.

The exhibition is the result of an important collaboration between the museum institution and the ISRE, Regional Ethnographic Institute of Sardinia: 250 unpublished photographs – commissioned by the ISRE – will be exhibited that testify to the relationship of Guido Guidi with the Sardinian territory.

A three-volume catalog published by a London publishing house – MACK BOOKS – will document the works on display that have been reprinted by the artist.

A story of the landscape and anthropological changes that took place in Sardinia where black and white images of the Seventies seem to dialogue with the color photographs of the 2000s between essentiality, subtle geometries, lyrical spaces as a structure of history, tradition and humanity; the constant search for detail and the immeasurable value of what is margin, part of an ungraspable whole, a foothold in that reality that time changes.

Many “micro-stories” that embroider emotions and that smell of origins, simplicity and new epiphanies and finally induce reflections on our identity.

“I do not only look at the landscape but I experience it, because I am inside the landscape” says Guido Guidi, and we will treasure this exhibition that favors the interiority of the photographer expressed with those “nuances” of the time that now scrutinize us and they seem to question us on the ability to see and perceive beauty in the soul of simplicity.

Museo del Costume di Nuoro | Giovanni Antonio Sulas | Tra memoria culturale e innovazione

“L’arte è amore rivestito di bellezza”

G. Segantini

La Sardegna è sempre stata terra di persone creative che, nonostante  il limite dell’isola, inseguivano voli del pensiero oltre confine: desideri di veder realizzati i propri sogni.

Anche se ciò, accomuna tutti. Di fatto, non saremo umani, se non avessimo la facoltà di sognare, librarci in altre dimensioni, in libertà.

L’isola decantava fantasie, ma mordeva le ali, poiché non tutti riuscivano ad emergere nel panorama artistico, come avrebbero meritato. Sono ancora poche le persone che hanno tracciato svolte epocali, di cui si conservano memorie.

I fili labili della memoria, alle volte, si logorano ma come d’incanto si rinsaldano,  restituendoci il passato relegato ai confini del tempo, con una luce diversa, una comprensione più affine al nostro pensare, alle nostre ricerche e alla  consapevolezza di un evolversi. Ciò implica una storicizzazione di quello che è stato fatto, sotteso ad un’urgenza di recupero, di quel valore, memoria culturale, e definizione identitaria  che ci permette di distinguerci e riconoscerci come aderenti ad una collettività.

È proprio in questi giorni, l’ISRE – Museo del Costume di Nuoro, propone una mostra di un creativo “rivoluzionario” Giovanni Antonio Sulas: Dalla pittura al design per la moda, dal cinema agli arredi per Karim Aga Khan e Su Gologone”  in esposizione fino al 9 giugno 2019

Un uomo molto conosciuto che ultimamente sembrava fosse caduto nell’oblio, anche se, nella città di Nuoro, esiste una Fondazione  a suo nome, –  che lui stesso aveva costituito quando era in vita, – mostrando sensibilità e impegno nel sociale. 

La Fondazione assegna borse di studio a ragazzi con difficoltà economiche,  ma con ottimi voti scolastici,  permettendo loro di proseguire gli studi post-diploma e post-laurea.

Un uomo talentuoso, creativo, dotato di preveggenza che potremo definire “modernista” per quella sua capacità intrinseca che aveva manifestato nel rinnovare la tradizione e adattarla alla  contemporaneità.

66B6F9B9-46C6-4A58-AEA8-B6476A10EAEECourtesy of Museo del Costume ©ph. Mereu

Un artista con un raffinato senso estetico, che era riuscito a farsi apprezzare da un grande “talent scout” e scopritore di meraviglie S.A. Karim Aga Khan, attratto dalla bellezza delle sue creazioni semplici e lineari, dalle sfumature d’azzurro e dai bianchi candidi che illuminavano spazi e distendevano animi.

Ma oggi è doveroso ricordarlo in questa prima mostra museale, che vede esposti molti suoi lavori provenienti da collezioni private,  per aver conferito valore alle nostre tradizioni.  

Sulas con i suoi progetti era riuscito a definire e caratterizzare la nostra memoria culturale e potrebbe esser definito precursore del “Made in Sardinia”.

Infatti, con intuito e creatività, aveva valorizzato le nostre radici con innesti di contemporaneità conferendole identità culturale.

Lui disegnava, progettava e “instillava” quell’unicità ad oggetti che divenivano simboli culturali di sardità. Con sensibilità e originale linguaggio artistico, individuava segni del proprio tempo,  li  legava a culture o movimenti di moda o gusto internazionali, mostrando una rara capacità di elaborazione e sincretismo.

3B06B79F-FD97-4470-924C-592FBC5CA0C5Courtesy of Museo del Costume ©ph. Mereu

Un’identità accanto all’alterità che, come diceva lo storico Giovanni Lilliu, ci ha sempre contraddistinto. Infatti, nessuna dominazione straniera  – tra le tante subite – era riuscita a cancellare l’anima sarda generando un imprinting.

Sulas, inoltre, comprese quanto fosse importante unire i seguenti fattori:  creatività, cultura, territorio ed economia per un prodotto di qualità oltre che identitario. Tutti gli oggetti venivano realizzati in Sardegna da maestranze sarde. Così si dava supporto alle piccole economie locali.

Dal sottotitolo della mostra è intuibile la genialità creativa, la versatilità e la contaminazione culturale di questo artista, di origini nuoresi, da tutti chiamato Professore. Era nato nel 1911 da una famiglia semplice. Ma la spensieratezza della vita improvvisamente s’incrinò. Conobbe  il dolore  di quell’assenza che divenne ferita indelebile, data dalla morte della madre. La sua crescita avvenne sotto le amorevoli cure della nonna materna.

4217F015-D299-47BA-9A3C-61E4A22694BACourtesy of Museo del Costume ©ph. Mereu

A Roma fece le scuole superiori, il liceo artistico e l’Accademia di Belle Arti. Il richiamo dell’isola era talmente forte, che scelse di rientrare a Nuoro come insegnante di Educazione Artistica.  Unitamente all’insegnamento dipingeva e lavorava come interior  designer. Intanto veniva sempre più assorbito dai suoi interessi per la moda.  Studiava con una tenacia invidiabile, mosso da quel spiccato senso estetico insito nella sua anima, unito ad  una curiosità irrefrenabile e teso  verso realizzazioni  che, subordinate ai suoi progetti, riflettessero bellezza estetica, funzionalità e arte.

Quasi l’evolversi di un’idea colta in una distesa fiorita di riflessioni,  studi,  confronti con persone creative che frequentava e che aveva frequentato durante gli anni romani dell’Accademia.

DEE091ED-132E-4AF1-A0DF-C1FD94544299Courtesy of Museo del Costume ©ph. Mereu

Una svolta decisiva si ebbe nel 1950, quando il regista Augusto Genina, un cineasta allora in voga, lo contattò per curare ambienti, arredi, utensili e costumi del film “Edera”, tratto dal romanzo di Grazia Deledda. 

Esperienza che venne ripetuta nel 1958  nello sceneggiato edito dalla RAI  “Canne al vento” di Mario Landi, sempre della stessa Deledda, con Cosetta Greco e Franco Interlenghi.

Lavorò ad un’altro importante progetto, intorno al 1960, promosso dall’OECEOrganizzazione Europea per la Cooperazione Economica  “Progetto Sardegna” –  come consulente artistico nella creazione di linee, per lo sviluppo locale, orientate verso futuri scambi commerciali. Particolare attenzione meritano i disegni da lui creati presso vari centri di tessitura: Samugheo, Oliena, Santu Lussurgiu e altri. Qui ricordiamo le tomaie ricamate, dalle tessitrici e ricamatrici di Oliena, su suoi disegni per scarpe di lusso firmate da Ferragamo ed altre aziende prestigiose.

B07DD2D0-DBDF-4DD4-931E-0A11D5BCC01CCourtesy of Museo del Costume ©ph. Mereu

Il 1961 è un’altra data significativa per una collaborazione dell’artista con Giuseppe Palimodde, proprietario di un locale vicino Oliena in prossimità delle fonti di Su Gologone.

La struttura ebbe una nuova fisionomia, divenne un albergo-ristorante tra i più suggestivi della Provincia di Nuoro dove l’estetica, con riflessi  etnografici, sembrava coincidere con la bellezza della location e la selezione dei prodotti locali proposti nella ristorazione. 

Sulas  aveva progettato l’architettura e gli arredamenti con particolare attenzione ai dettagli. Un equilibrio sottile e armonico, tra tradizione e innovazione, dove l’oggetto realizzato – con rivisitazione di spazi e forme – aveva un suo significato, perché inserito in un contesto, dove la bellezza si percepiva in quanto viva, sfiorava e accarezzava i sensi.

La sardità era ispirazione intrecciata al presente e al suo estro creativo: armonizzava geometrie e faceva vibrare il colore.

Durante gli anni ‘60, nella parte nord-est della Sardegna, si stava sviluppando un turismo d’élite e la costa nei pressi di Arzachena era meta di artisti del jet set. Industriali e uomini facoltosi,  amavano la bellezza e la libertà di quel paradiso di acque cristalline, di spiagge selvagge e natura incontaminata, dai colori sfumati e profumi di cisto ed elicriso.  Luoghi dell’anima per riporre memorie.

Iniziava a sorgere la Costa Smeralda, tra grandi alberghi e ville, un progetto con finalità turistiche promosso da S.A. Karim Aga Khan che tra i suoi collaboratori coinvolse Sulas, interior designer, oltre ai celebri architetti del tempo Michele Busiri Vici, Luigi Vietti e  Jacques Couelle.

77BB8EB3-1BBF-4146-BDEC-08CB59FE84FACourtesy of Museo del Costume ©ph. Mereu

Il suo contributo fu fondamentale poiché scelse le linee stilistiche, alcune divenute simbolo, non solo della Costa Smeralda ma della Sardegna.  Impose che le lavorazioni venissero fatte esclusivamente in terra sarda da artigiani inseriti nel “Progetto Sardegna”.

Intanto continuava a dipingere paesaggi e nature morte, generi che amava e che mostravano un linguaggio pittorico di geometrie semplici, con suggestioni della pittura sarda e delle correnti artistiche del  periodo.

Troviamo opere figurative più vicine all’impressionismo,  come resa della sensazione visiva, meno folkloristiche, dove le pennellate sono veloci, il colore e i giochi di luce  sono dosati con raffinatezza ed armonia cromatica; in altre si colgono sfumature di modernità espressiva, senza contorni in cui lo spazio interagisce sul colore  teso verso un cenno di forma. Opere di preludio astratto, più soggettive, con violenti accenti cromatici, spazi evocativi in cui il colore esprime la forza della realtà che lo sguardo coglie, un po’ come rapire l’anima delle cose.

202A1D31-0176-4CBA-AB1A-67584B0F7870Courtesy of Museo del Costume ©ph. Mereu

Ogni sua inclinazione alludeva ad un essere infaticabile, a cui la vita aveva sottratto ma aveva donato quella forza interiore, che dilatava cose e cedeva rinascite. Distacco che dava risalto a quell’interiorità, quale luogo di idee in libertà,  spazio necessario per creare.

Riuscì a vivere il suo sogno con la sua costante ricerca, come lui stesso diceva: «un’arte di equilibrio, di purezza, di tranquillità […] il risultato di tanti momenti d’amore, la realizzazione di cose belle».

Da queste parole si evince il fine che perseguì per l’intera  vita, realizzare solo “cose belle”. Ogni istante creativo veniva da lui considerato un atto d’amore.

Era innamorato della vita e di quella forza insita in ognuno di noi, che soggiace al nostro vivere in cammino, che  avvicinandoci al trascendente racchiude il senso del nostro es[i]s[t]ere. 

©️Lycia Mele Ligios 

ad9af13d-0b8c-4c1c-9933-e8c78b2337eb.jpegCourtesy of Museo del Costume ©ph. Mereu

(pubblicato su Olbia.it 15 Maggio 2019)

Il profeta della modernità in mostra al MAN di Nuoro: Pierre Puvis De Chavannes

Dopo le celebrazioni per i  vent’anni  della fondazione – che in soli tre giorni hanno registrato oltre 1000 visitatori, – il Museo MAN propone tre  percorsi per la nuova stagione espositiva dal  15 marzo al 9 giugno 2019: una preziosa retrospettiva del grande artista francese del 1800, Pierre Puvis de ChavannesAllori senza fronde”; una mostra dal titolo “Personnages” su un’artista palestinese, amica del grande astrattista Mark Tobey, Maliheh Afnan,  in Italia poco conosciuta che libera significati di universalità, dignità e memoria storica,  un linguaggio visivo, oserei grafico,  dalle tonalità argillose,  bruciate, volti con tratti deformi,  misteriosi, molto espressivi di una sofferenza patita, resa da segni, linee quasi  spezzate che ricordano il dramma della diaspora subita;  infine “Il segno e l’idea”, l’esposizione di alcune opere, dell’inizio ′900, di alcuni artisti sardi della Collezione Permanente del MAN.

I curatori delle mostre sono, oltre al direttore Luigi FassiAlberto Salvadori, storico e critico d’arte,  per l’allestimento “Allori senza fronde” ed Emanuela Manca storica dell’arte del MAN per “Il Segno e l’idea”.

Ogni mostra rimanda a tracce del nostro passato tra riflessi di radici mediterranee, sfumature di intensità espressiva e segni che illuminano percorsi futuri. Ma ho deciso di scrivere tre articoli differenti pur nella consapevolezza che siano da considerare un unicum espositivo.

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Sottobosco c.a. 1870 – 1890 Courtesy Michael Werner Gallery

Avere in Sardegna una mostra del grande artista francese Pierre Puvis De Chavannes (1824-1898) é un evento straordinario per la rarità delle sue piccole opere, per il carattere didattico e antesignano delle stesse, presenti in mostra e soprattutto per aspetti figurativi e talvolta astratti riscontrabili in certi linguaggi visivi moderni e contemporanei.  Molti artisti, infatti, hanno attinto dal maestro tecniche, cromatismi, stesura colore, campiture.  Se andrete a vedere la mostra sarà divertente riconoscere  echi di Picasso, Gauguin, MatisseBalthus e altri artisti del ′900.

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Le Revermont c.a. 1870 – 1890 Courtesy Michael Werner Gallery

Purtroppo é ancora poco conosciuto e, nei testi scolastici, marginale. In Italia l’ultima sua mostra fu realizzata a Venezia nel 2002.  Forse perché il suo nome é legato a grandi opere murali che gli venivano commissionate per istituzioni,  musei e biblioteche, a Lione, Parigi, Marsiglia, ma anche all’estero, a Boston nella Public Library? Oppure  a tele singole ma sempre di grandi dimensioni? O per il suo antiaccademismo, anzi oserei anti ‘ismo’ in genere? Puvis De Chavannes è sempre stato un artista indipendente e coerente con il suo pensiero. Qui risiede quell’unicità e libertà della sua arte che svuota il significato del tempo ma acquisisce forza nell’applicazione e nello studio febbrile. Il suo amore per la pittura era quasi una devozione, come si evince dalle opere in mostra, instancabile e fedele alla ricerca della pura bellezza ed espressività con il colore.

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Bozzetto per lo sfondo di Visioni Antiche, 1884 – 1885Courtesy Michael Werner Gallery

Si avvicinò al mondo dell’arte in modo casuale. Nato a Lione nel 1824, il padre avrebbe desiderato che diventasse ingegnere come lui. Ma inseguito ad alcuni viaggi in Italia, venendo a contatto con gli artisti fiorentini del trecento, del quattrocento, i veneti del cinquecento, Raffaello, i seicentisti, iniziò ad apprezzare la bellezza dell’espressione artistica. Ciò lo spinse ad abbandonare gli studi per dedicarsi completamente all’arte. Fece un secondo viaggio in Italia per  studiare e  approfondire  le tecniche pittoriche, sempre più coinvolto emotivamente dal contemplare i grandi affreschi di Giotto e Piero della Francesca. Rientrato in Francia fu allievo presso gli atelier di vari artisti tra i quali Henri Scheffer, Eugène Delacroix e Thomas Couture ma sempre insofferente. Aveva le sue idee e le indicazioni degli altri non le tollerava. Si dice che con Delacroix spesso discutessero di questioni inerenti alle scelte cromatiche. Puvis amava utilizzare cromatismi tenui, eterei, diafani mentre Deloicroix amava i colori accesi, brillanti, forti e decisi. Alla fine continuò i suoi studi all’École des Beaux Art. Ma ebbe difficoltà ad inserirsi nel mondo artistico del periodo, per uno stile e linguaggio espressivo personale, distante dai canoni imposti dall’Académie française, peraltro molto rigidi. La sua futura moglie, la principessa Cantacouzène riconobbe che aveva del talento e lo aiutò ad affermarsi come artista.

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Schizzo per Il tagliapietra, 1892  – Courtesy Michael Werner Gallery

Iniziò a realizzare grandi opere murali legate a tematiche sociali del periodo storico in cui viveva – la  guerra, la pace, il lavoro. – In un secondo periodo invece, le opere diminuiscono le dimensioni e ciò che viene ritratto sembra ascriversi al di fuori di ogni sfumatura temporale. Si respira una sorta d’immobilismo in presenza di paesaggi bucolici. Quasi una “via di fuga” l’asimetria con rime armoniche e il recupero di una tradizione classica legata alla bellezza, alla purezza, all’eternità. Meno tematiche nazionaliste, ma schemi strutturali che esprimono una sospensione dello scorrere del tempo.

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Rivage, 1870 – 1890 – Courtesy Michael Werner Gallery

Le opere in mostra sono circa una novantina e comprendono disegni, schizzi, bozzetti, oli e acquarelli. Provengono da collezioni pubbliche e private internazionali. Hanno un valore  inestimabile perché ci aiutano a comprendere come il grande Puvis De Chavannes realizzasse le sue opere.  Un po’ stramare il tessuto, per capire la disposizione dei punti e fissarlo nella bellezza di uno studio o di un’intuizione. Vedere il grande talento nella resa finale dell’opera e quindi la capacità di integrarle in un opera architettonica in modo armonioso, che non appesantisse la struttura, che evidenziano una preparazione accurata  e meticolosa e  anche la libertà alla quale l’artista ha sempre aspirato nel realizzare opere su commissione. Era un uomo amato e stimato, molto disponibile con i suoi allievi ai quali insegnava a scrutare la “bellezza nell’anima delle cose”.

Tante le opere che preannunciano correnti più contemporanee quando il disegno scompare e appare il gioco del colore, quei cromatismi che danno forza espressiva. Oppure alcuni volti interpretati soggettivamente e altri che sfiorano un delicato realismo. Le figure solide si staccano da  campiture dense, opache forse di evocazione neobizantina. Una mostra che é una scoperta anzi riscoperta di un’artista dall’animo sensibile e, per utilizzare un verso di Emily Dickinson,  ‘un’anima al cospetto di sé stessa finita infinità’  che ha dato volto al tempo sospeso intriso di solitudini e malinconie. Nostalgia di un passato, dove bellezza è luce d’infinito.

Guazzo per Porta d’Oriente a Marsiglia 1868 – 1870 Courtesy Michael Werner Gallery

Eccellente il format editoriale del catalogo monografico  – dal color  rosa pallido gessoso amato dal maestro De Chavannes – impreziosito dalla cura delle descrizioni  e dalle bellissime ed intense riproduzioni delle opere, edito dal Museo MAN  in collaborazione con Michael Werner, con testi di Louise D’Argencourt,  Bertrand Puvis de Chavannes  e dei curatori, Alberto Salvadori e Luigi Fassi. Un vero gioiello!

©Lycia Mele Ligios

MAN – Museo D’Arte della Provincia di Nuoro

Via Sebastiano Satta 27, Nuoro

Orario continuato: 10 – 19 | lunedì chiuso