Al MAN di Nuoro “Personnages” prima mostra in Italia di Maliheh Afnan

“La memoria non è un cassetto dove giacciono, come oggetti già definiti e noti, i nostri ricordi. Piuttosto, si infiltra nelle pieghe del nostro tempo, contamina la nostra percezione attuale…” Questa frase di Massimo Recalcati racchiude l’essenza dell’opera artistica di una pittrice palestinese – in mostra fino al 9 giugno al Museo MAN di NuoroMaliheh Afnan, pittrice molto apprezzata nel panorama artistico internazionale, presente in alcune collezioni importanti – tra cui il Metropolitan Museum di New York e il British Museum di Londra, – e per la prima volta una sua mostra in Italia.

Nata a Haifa nel 1935, da genitori persiani di fede bahá’í.  Ancora adolescente conobbe il dramma di una vita diasporica per motivi religiosi e politici.  Inizialmente con la sua famiglia si trasferì a Beirut dove si laureò presso l’Università Americana. Nel 1956 andò in America, a Washington DC dove conseguì nel 1962 un MA in Belle Arti presso la Corcoran School of Art. Ritornata in Medio Oriente per circa una decina di anni, nel 1974  si trasferirà  prima a Parigi e poi Londra, dove morì nel 2016.

DSC_7837What Remains, 2014 (particular); mixed media installation – ph. ©Lycia Mele Ligios

Maliheh Afnan è un’artista che trovò ispirazione dalla tragedia della diaspora e il conseguente dolore – per aver abbandonato la sua terra natia, colpita da una guerra che sembrava non aver fine, − facendo confluire il suo vissuto drammatico nelle opere. La pittura le permise di ricollocarsi nel fluire del tempo, dopo aver assimilato e interiorizzato il suo dramma.

Gli oggetti che era riuscita a salvare divennero finestre di memoria, “sculture” parlanti segnate dal dolore. Ed ecco i vecchi libri degli avi conservati come reliquie in “What Remains” − “luoghi” del tempo e dei ricordi − dai quali trarre forza per dare un senso al domani e ritrovare quella dimensione artistica che le infondeva gioia di vivere, serenità. “Vengo da un luogo dove ci sono reliquie di antiche civiltà, – disse in un’intervista del 2014 – sia che si tratti del Libano o della Palestina. È inevitabile che in qualche  modo io sia attratta da questo genere di cose”. Da un lato la sua indagine espliciterà ataviche tradizioni mediorientali, dall’altro darà consistenza al suo vissuto con un linguaggio vicino all’espressionismo astratto, con pochi accordi cromatici come le terre, il bianco e il nero, con una tensione più spirituale, intimista. In alcune opere il colore viene “graffiato”, asportato con gestualità inconscia, appare stratificato e in alcune zone mancante quasi ad esprimere quella sofferenza subìta che si vorrebbe sradicare ma che è impossibile, perché è pensiero ubicato in quello spazio di eterna contemporaneità.

DSC_7841Contained Thoughts, 2000 (particular) (8 works) ph. ©Lycia Mele Ligios

L’urgenza di custodire la memoria è riposta in questo assemblage Contained Thoughts”(2000): i suoi lavori arrotolati e legati con uno spago, dove si allude alla transitorietà e al desiderio di salvare dall’oblìo oggetti personali di grande valore affettivo. Il vuoto al lato dei disegni sembra enfatizzare “ferite” che non si suturano e/o spazi per trattenere  pens/ieri. Una “scultura” modulare con le superfici arrotondate e dislivelli, a dimostrazione che la precarietà della vita diviene radice dell’esistenza umana.

Le persone che conobbero Maliheh Afnan la ricordano come una donna ironica, saggia e molto elegante con una casa ben curata in cui si respirava un’aria esotica. Non amava esser definita “artista mediorientale” e neppure “artista donna”.

In verità le definizioni creano solo gabbie, sovrastrutture che vincolano. Sono “confini”. Anche il suo linguaggio artistico, che spaziava tra vari generi, figurativo, astratto e informale, induce a pensare ad una sorta di indipendenza del suo modo di esprimersi.

E906F4EB-B9E9-4CF0-8AA3-6E5C36314324Wartorn 1979 – Courtesy Lawrie Shabibi Gallery

Innegabili echi di Alberto Burri (1915-1995) e il suo informale materico come in “Wartorn” (1979)  e Silent Witness (1979) in cui l’artista utilizza del cartone che brucia con una fiamma, – come Burri aveva fatto con i sacchi di iuta e con il legno – dove sembra trasporre la sua sofferenza e la sua angoscia,  il fuoco della guerra che divora le case, i bagliori delle armi che sparano. Ciò che un tempo esisteva, ora è solo memoria. Ma la distruzione richiama la vita e diventa urlo, espresso con accordi cromatici che riflettono luce. L’urgenza di essere testimone nel silenzio assordante dei ricordi. 

0AE06D20-9E9C-4A2B-9BDF-5808264BA5F2Silent Witness 1979 – Courtesy Lawrie Shabibi Gallery

Le opere figurative sono “personaggi” o meglio “figure” definite da segni che affiorano da luoghi di memoria senza preciso ordine, subordinati al ricordo di un’umanità incontrata negli anni, concentrata più sulla diversità che sull’omologazione.  Maliheh Afnan lavorava sui volti per giungere ad esprimere quell’unicum presente in ogni essere, ovvero l’anima. Voleva definire un “denominatore comune”, la preziosa unicità che sta alla base del genere umano che rende diversi seppur simili.

DSC_7839Sam, 1990 (particular) – ph. Lycia Mele Ligios

In alcuni volti affiora una delicata sfumatura caricaturale, quasi ad  enfatizzare elementi fisionomici ad esempio occhi piccoli e ravvicinati, oppure bocca piccolissima, leggermente segnata,  su teste in apparenza deformi. Un inconscio evocare il carattere del personaggio ritratto? Figure atemporali, strutture di memorie, tracce di esistenze “confuse” nel marasma del ricordo.

Aveva sviluppato un grande senso d’ironia, che le permetteva di sdrammatizzare e focalizzarsi su elementi che avrebbero suscitato ilarità, mostrando così la sua acuta intelligenza e fantasia e attribuendo valore alla semplicità.

Certi disegni mostrano dei volti stilizzati in assenza di prospettiva, come se – visti dall’alto – fossero elementi di una carta topografica dove non sono presenti particolari ma solo contorni del volto, uniti dal filo sottile dell’uguaglianza. Sembrano non esserci differenze sostanziali. La scelta di metterli vicini, uno accanto all’altro, sintetizza il concetto di fratellanza e umanità presente nei principi fondanti della sua fede Bahá’í in cui viene a superarsi il concetto di razza oltre quello di classe sociale.

DSC_7844Nuchis 1985 – (particular) – ph. ©Lycia Mele Ligios

Dall’indefinito che supporta l’uguaglianza al definito che sfiora il lirismo per intensità: il ripetuto scrivere il nome di un luogo che le era caro in una sua opera, “Nuchis” . L’artista amava la Sardegna: vi si era recata in vacanza insieme alla figlia ed era rimasta affascinata da un piccola frazione di 400 anime, nei pressi di Tempio Pausania, Nuchis, in Gallura. Un grazioso paesino, ai piedi del Monte Limbara, con piccole case realizzate con blocchi di granito e immancabili gerani nei balconi, immerso nel verde brillante, sfumato in una miriade di tonalità della campagna gallurese. Quei luoghi s’impressero nell’anima di Maliheh Afnan. Si erano “incollati” addosso e non voleva dimenticarli per quel senso di benessere che le infondevano. Al rientro dipinse un quadro astratto su campitura terra d’ombra bruciata con leggeri punti cromatici rosso cupo – forse cinabro – su cui attaccò tanti piccoli pezzi di scotch che colorò  e su cui scrisse in vari punti la parola Nuchis, quasi volesse attaccare o incollare alla sua anima la bellezza e le emozioni provate in quel piccolo pezzo di paradiso. Luogo che le aveva trasmesso serenità interiore e momentaneamente allontanato dai suoi ricordi, le sofferenze del passato.

dsc_7868-e1555522109126.jpgThe visitor, 1992 – Photo ©Lycia Mele Ligios

La tensione all’uguaglianza è quasi un grido “graffiante” nelle sue opere, dove i pensieri si traducono in espressione artistica con stesure di colore più aggressive  e dense, oppure più trasparenti e delicate. Come in quei ritratti dove con difficoltà s’intravvedono le figure dei visi dispersi in un colore che assorbe, in cui i lineamenti si disperdono nello spazio della tela. Volti in cui l’indefinito diventa la piega dell’anima ancorata a corpi, dalle tonalità  calde, origini di terra bruciata e forse dolore. Si intravvede uno studio, una ricerca teleologica – come avrebbe detto l’intellettuale e politico italiano Luigi Sturzo – di una coscienza che tende ad attenuare le sopravvalutazioni nazionali per dar luogo ad un sentimento di maggiore comunione tra i popoli”.

I significati di questa pittrice sono di una contemporaneità che sorprende, se pensiamo al clima sociale presente attualmente in Italia come la recrudescenza della xenofobia e del razzismo.

Innegabili gli influssi dei linguaggi artistici del periodo in cui visse e lavorò − espressionismo astratto, astrattismo, arte informale − che esprimono il vibrante ed energico clima culturale europeo e americano del tempo, ma che possiamo dire Maliheh Afnan li abbia filtrati, esprimendo con un linguaggio espressivo originale  le sue tensioni, le sue sofferenze, i suoi ricordi.  Indagini che scandagliano significati di grande valore come la libertà, l’umanità, l’uguaglianza. Ma alla fine, attraverso gli occhi dei vari “Personnages” che ci guardano, sembra porci una famosa domanda di Socrate:  “Che cos’è dunque l’uomo?”. Lascio a voi la risposta.

©Lycia Mele Ligios

MAN | Museo d’Arte Provincia di Nuoro

Via Sebastiano Satta 27, Nuoro

http://www.museoman.it | info@museoman.it T. +39 0784 252110


English Version

“Memory is not a drawer where our memories lie, as objects already defined and known. Rather, it infiltrates the folds of our time, contaminates our current perception … “This phrase by Massimo Recalcati contains the essence of the artistic work of a Palestinian painter – on display until June 9 at the MAN Museum of NuoroMaliheh Afnan, a very appreciated painter in the international art scene, present in some important collections – including the Metropolitan Museum of New York and the British Museum in London, – and for the first time on display in Italy.

Born in Haifa in 1935, from Persian parents of Bahá’í faith. While still a teenager, he experienced the drama of a diasporic life for religious and political reasons. Initially with his family he moved to Beirut where he graduated from the American University. In 1956 he went to America, to Washington DC where he obtained in 1962 an MA in Fine Arts at the Corcoran School of Art. Returning to the Middle East for about ten years, in 1974 he moved first to Paris and then London, where he died in 2016.

Maliheh Afnan is an artist who found inspiration for her art from the tragedy of the diaspora and the consequent pain – for having abandoned her homeland, struck by a war that seems to have no end, – bringing her dramatic experience into the works . Painting allowed her to relocate herself in the flow of time, after having assimilated and internalized her drama. The objects she had managed to save became windows of memory, talking “sculptures” marked by pain. And here are the old books of the ancestors preserved as relics – places of time and memories – from which to draw strength to make sense of tomorrow and rediscover that artistic dimension that gave it joy of life, serenity. “I come from a place where there are relics of ancient civilizations, – she said in a 2014 interview – whether it is Lebanon or Palestine. It is inevitable that somehow I will be attracted to this kind of thing”. On the one hand, her research will explain ancestral Middle Eastern traditions, on the other hand she will give consistency to her lived with a language close to abstract expressionism, with few chromatic chords such as “lands”, white and black, with a more spiritual, intimate tension . In some works the color is “scratched”, removed with unconscious gestures, it appears stratified and in some areas is missing almost to express the suffering suffered that one would like to eradicate but that is impossible, because it is thought placed in that space of eternal contemporaneity.

The urgency to preserve the memory is placed in this “Contained Thoughts” assemblage: her works are rolled up and tied with a string, which alludes to the transience and the desire to save personal objects of great emotional value from oblivion. The emptiness at the side of the drawings seems to emphasize “wounds” that do not suture and/or spaces to hold thoughts/yesterday. A modular “sculpture” with rounded surfaces and differences in height, demonstrating that the precariousness of life becomes the root of human existence.

The people who knew Maliheh Afnan remember her as an ironic, wise and very elegant woman with a well-kept home where one breathes an exotic air. she didn’t like to be called a “Middle Eastern artist” or even a “woman artist”.

In truth the definitions only create cages, superstructures that bind. They are “borders”. Even her artistic language, which ranged between various genres, figurative, abstract and informal, leads us to think of a sort of independence of her way of expressing herself.

Undeniable echoes by Alberto Burri (1915) and his informal material as in “Wartorn” (1979) and “Silent Witness” (1979) in which the artist uses cardboard that burns with a flame, – as Burri had done with sacks of jute – where his suffering and anguish seems to transpose, the fire of war that devours houses, the flashes of firing weapons. What once existed is now only memory. But destruction recalls life and becomes a scream, expressed with chromatic accords that reflect light. The urgency to be a witness in the deafening silence of memories.

The figurative works are “characters” or rather “figures” defined by signs that emerge from places of memory without precise order, subordinated to the memory of a humanity encountered over the years, focused more on diversity than on homologation. Maliheh Afnan worked on faces to come to express that unicum present in every being, or the soul. She wanted to define a “common denominator”, the precious uniqueness that underlies the human race that makes it different but similar.

In some faces a delicate caricature tinge emerges, as if to emphasize physiognomic elements, for example small and close eyes, or a very small mouth, slightly marked, on apparently deformed heads. An unconscious evoke the character of the portrayed character? Timeless figures, memory structures, traces of “confused” existences in the chaos of memory.

She had developed a great sense of irony, which allowed her to play down and focus on elements that would arouse laughter, thus showing her acute intelligence and imagination and attributing value to simplicity.

Some drawings show stylized faces in the absence of perspective, as if – viewed from above – they were elements of a topographic map where there are no details but only contours of the face, united by the thin thread of equality. There seem to be no substantial differences. The choice to put them close, one next to the other, summarizes the concept of brotherhood and humanity present in the founding principles of her Bahá’í faith in which the concept of race beyond that of social class is overcome.

From the indefinite that supports the equality to the defined that touches the lyricism by intensity: the repeated write the name of a place that was dear to her in one of her works, “Nuchis”.

The artist loved Sardinia. She had gone on holiday with her daughter and was fascinated by a small fraction of 400 souls, near Tempio Pausania, Nuchis, in Gallura. A pretty village, at the foot of Mount Limbara, with small houses built with granite blocks and inevitable geraniums in the balconies, immersed in brilliant green with a myriad of shades of the Gallura countryside. Those places were impressed in the soul of Maliheh Afnan. They had “stuck” on her and she did not want to forget them for that sense of well-being that infused her.

On the way back, she painted an abstract painting on a shaded umber field with light chromatic dots dark red – perhaps cinnabar – on which she attached many small pieces of scotch which she colored and on which she wrote the word Nuchis in various places, as if she wanted to stick or paste to her soul the beauty and emotions felt in that little piece of paradise. Place that had transmitted interior serenity and momentarily distanced herself from its memories, the sufferings of the past.

The tension towards equality is almost a “scathing” cry in her works, where thoughts are translated into artistic expression with more aggressive intense or dense colors, or more transparent and delicate. As in those portraits where the figures of the faces dispersed in an absorbing color can be glimpsed with difficulty, in which the features are dispersed in the space of the canvas. Faces in which the indefinite becomes the fold of the soul anchored to bodies, with warm tones, origins of scorched earth and perhaps pain. A study can be glimpsed, a teleological research – as Italian intellectual and politician Luigi Sturzo would have said – of a conscience that “tends to attenuate national “overvaluations” to give rise to a feeling of greater communion between peoples ”.

The meanings of this painter are of a surprising contemporary, if we think of the social climate currently present in Italy as the resurgence of xenophobia and racism.

The influences of the artistic languages ​​of the period in which she lived and worked were undeniable – abstract expressionism, abstractionism, informal art – which express the vibrant and energetic European and American cultural climate of the time, but we can say that Maliheh Afnan has filtered them, expressing with a language original expressive her tensions, her sufferings, her memories. Investigations that probe meanings of great value such as freedom, humanity, equality. But in the end, through the eyes of the various “Personnages” who look at us, she seems to ask us a famous question from Socrates: “What then is man?” I leave the answer to you.

©Lycia Mele Ligios


 

 

 

 

 

Il fotografo François-Xavier Gbré dona al Museo Man di Nuoro la sua opera “Sardegna”

“Noi ora dobbiamo affrontare il fatto … che il domani è oggi. Noi ci stiamo confrontando con la feroce urgenza dell’oggi…Sulle ossa e sui resti di numerose civiltà erano scritte queste patetiche parole:”troppo tardi”.

Martin Luther King  – 4 Aprile 1967

Nel mondo dell’arte, il luogo e l’identità sono temi ricorrenti che gli artisti inseriscono nei loro progetti, a volte segnati dall’aggressione del tempo che trasforma spazi e muta certezze.

Infatti, alcuni luoghi sembrano esser soggetti a logiche “dell’interruzione” per un’improvvisa sospensione dell’attività lavorativa o per l’incompiutezza di una struttura. Un ricorrente “volto con/temporaneo“, secondo quel concetto di contemporaneità definito dal filosofo Giorgio Agamben  “una singolare relazione con il proprio tempo, che aderisce ad esso attraverso una sfasatura e un anacronismo”.

Così un “presente” intriso di memoria storica, che mostra stratificazioni temporali, contraddizioni e discordanze, è stato oggetto del lavoro di François-Xavier Gbré, fotografo di fama internazionale, presente nella mostra fotografica  “Sogno D’Oltremare durante la penultima stagione espositiva  del MAN_Museo d’Arte Provincia di Nuoro.  

L’artista di origini franco-ivoriane nasce a Lille nel 1978. Tra le sue collaborazioni più importanti si ricorda quella con il grande maestro della fotografia a colori Stephen Shore, – amico e fotografo di Andy Warhol – autore del malinconico e mitico libro di fotografia  “Uncommon places”. Una collaborazione che gli ha permesso di affinare tecniche e linguaggi che forse lo hanno indirizzato verso un determinato tipo di percorsi artistici.

Anche François-Xavier Gbré ri/cuce memorie al presente nella ricerca spasmodica di strutture/architetture abbandonate, legate a mutamenti socio-economici. Inoltre, sceglie luoghi dove il tempo sembra essere sospeso,  mentre la natura s’impone con la sua travolgente libertà.

Ospite del MAN durante la scorsa estate, in collaborazione con la Sardegna Film Commission, ha percorso la nostra isola dal nord al sud per raccogliere materiale, al fine di sviluppare la  sua  articolata indagine storico-sociale e  in un excursus fotografico  comparava la sua terra d’origine, l’Africa, alla Sardegna per evidenziarne similarità.

Courtesy sito ©Françoise-Xavier Gbré 

La Sardegna e l’Africa terre separate da un mare che, in realtà, unisce lembi di terra, baricentro di civilizzazioni che hanno segnato la storia: il Mare Nostrum o Mar Mediterraneo.

Se pronunciamo lentamente la parola “m-e-d-i-t-e-r-r-a-n-e-o” ad un’iniziale apertura dell’apparato fonatorio, segue una chiusura verso la fine, quasi un’abbraccio come un onda che declina verso il suo inizio, dopo aver raggiunto la sua sommità. Oppure, l’abbraccio dell’artista che accoglie in sé il tempo, a cui sottrae istanti del passato per ridonarli all’eterno fluire, impreziositi da suggestive inquadrature, armoniche composizioni e malinconici giochi di luci. Riflessi di immensa sensibilità scanditi dal desiderio di rimodulare, ridefinire e infondere nuova vita  a ciò che sfiora con lo sguardo.

Nella mostra erano visibili testimonianze,  alle volte inquietanti e dolorose come i riferimenti  al periodo coloniale e lo sfruttamento delle risorse in Africa. Elementi  comuni con la nostra isola un tempo colonizzata, sfruttata, considerata margine.

Oggi in un presente “indefinito” è possibile cogliere echi di memorie. Il tempo visualizzato in ciò che “resiste”  sembra predisposto a conciliare con tutto ciò che resta, che è visibile e possiamo solo sfiorare o immaginare. La presenza umana percepita in alcune fotografie, dove ancora sono visibili i segni dell’uomo, è sospesa protagonista di un passato reo per aver distrutto e reso invivibili luoghi legati ad un dinamismo socio-economico che avrebbe potuto “descrivere una storia diversa“, forse migliore.

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“Sardegna” Courtesy MAN ph. ©Pierluigi Dessì – Confinivisivi

Tra le opere esposte c’era una “Costellazione” di 70 scatti dal titolo “Sardegna” che l’artista ha donato alla Collezione Permanente del MAN. Sono fotografie di vari luoghi dell’isola che hanno subito un’antropomorfizzazione,  opere incomplete e strutture di archeologia industriale dove i cicli di produzione sembrano esser stati interrotti.

129C78B2-20D3-4246-9C08-E5472FE62D70Courtesy MAN ph. ©Pierluigi Dessì – Confinivisivi

Azioni del passato che si intuiscono tra resti informi privi di senso: porzioni di edifici pubblici, strutture ricettive, ville, centrali elettriche, borghi fantasma… Un lavoro che esula da significati unicamente estetici e induce obbligatoriamente verso profonde riflessioni. Appare forse a livello inconscio la responsabilità sociale dell’artista e il suo impegno finalizzato  a “ri/scritture”?

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Courtesy MAN ph. ©Pierluigi Dessì – Confinivisivi

Forse sarebbe possibile recuperare i tanti luoghi abbandonati, più volte denunciati,  catalogati – come nell’eccellente lavoro svolto da Sardegna Abbandonata, – che ancora si stagliano contro la natura selvaggia e cieli depositari di storie taciute, e sui quali ci sono stati esigui interventi di ristrutturazione o riqualificazione?

Alcuni siti dovrebbero esser bonificati con urgenza per tutelare e salvaguardare la nostra terra. Oggi sono divenuti silenti presenze che riescono a farci esternare solo rabbia.

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Courtesy MAN ph. ©Pierluigi Dessì – Confinivisivi

E pensiamo alla Base USAF nel monte Limbara, nei pressi di Tempio Pausania,  che dovrebbe essere smantellata con una bonifica della zona; il Cementificio di Scala di Giocca, vicino Sassari. Come sarebbe interessante riqualificare forse per finalità turistiche o museali il borgo fantasma di Pratobello vicino Orgosolo; l’Albergo ESIT nel Monte Ortobene, a Nuoro;  la Miniera di San Leone, vicino Cagliari… Troppi luoghi se consideriamo che  la superficie della Sardegna è di appena 24.100 km²!

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Courtesy MAN ph. ©Pierluigi Dessì – Confinivisivi

In attesa di una maggior consapevolezza verso un intervento finalizzato alla tutela ambientale e al recupero della memoria storica, ci si chiede: quale funzione abbiano questi luoghi, al limite tra testimonianza e racconto, considerata la vocazione primaria dell’isola legata al turismo?

François Xavier-Gbré con la sua sensibilità, in un dialogo intimo dove l’incompiutezza, l’imperfezione potrebbe evocare la natura dell’uomo, i cicli di nascita e di morte, ha realizzato delle immagini liriche, di grande pathos che fanno “vibrare” il passato con giochi chiaroscurali, inquadrature rigorose e geometrie, alla ricerca di nuove logiche, forse nuove dimensioni dell’esistere.

Da qui la ricerca di quel senso che sfugge e ci induce a chiederci “perché”  ha sentito l’urgenza di fotografare quelle strutture abbandonate?

Aveva cominciato la sua indagine nella sua terra d’origine l’Africa. A Dakar aveva fotografato il Palazzo di Giustizia oggi divenuto sede della Biennale d’Arte Contemporanea, oppure la Piscina Olimpionica riaperta dopo esser stata ristrutturata da un azienda cinese. Quale sarà invece il destino di tutte queste strutture abbandonate nella nostra isola?

Le immagini acquisiscono senso nell’esprimere la bellezza malinconica e struggente di alcuni luoghi. E il fotografo avvalendosi di una scrittura di luce realista, coglie quelle sfumature che impressionano,  recupera il tempo dando il giusto valore riformulando funzioni, suggerendo implicitamente interventi mirati e urgenti in linea con la salvaguardia dell’ambiente, per lasciare uno spazio vivibile alle generazioni future.

L’isola è un’appendice della nostra anima. E tutti, anche coloro che non sono nati nell’isola ma la considerano terra d’adozione,  devono tutelarla.

Francois Xavier Gbré con il suo dono ha manifestato generosità e riconoscenza per  la città di Nuoro –  che lo ha accolto – e per tutti i sardi. Rimane così un segno del suo passaggio nella nostra isola. Un grande artista, delicato e sensibile che non solo ha colto l’importanza del nostro passato storico-culturale, ma lo ha ricollocato nel flusso del tempo donandogli nuovi significati e una “nuova”  struggente eternità.

©Lycia Mele Ligios 2019

 

English Version

 

Now we have to face the fact … that tomorrow is today. We are confronted with the fierce urgency of today … These pathetic words were written on the bones and remains of numerous civilizations: “too late”.

Martin Luther King – 4 April 1967

 

In the world of art, place and identity are recurring themes that the artists insert in their projects, sometimes marked by the aggression of time that transforms spaces and changes certainties.

In fact, some places seem to be subject to “interruption” logic due to a sudden suspension of work or due to the incompleteness of the structure. A recurring “con/temporary face”, according to concept of contemporaneity defined by the philosopher Giorgio Agamben as a “unique relationship with one’s own time, which adheres to it through a mismatch and an anachronism”.

Thus a “present” steeped in historical memory, which shows temporal stratifications, contradictions and discrepancies, was the subject of the work of François-Xavier Gbré, photographer of international fame, present with the photographic exhibition “Sogno D’Oltremare” in the penultimate exhibition season of the MAN Museum of the Province of Nuoro.

The artist of Franco-Ivorian origins was born in Lille in 1978. Among his most important collaborations I remember that with the great master of color photography Stephen Shore, – friend and photographer of Andy Warhol – author of the melancholic and mythical photography book ” Uncommon places ”. A collaboration that has allowed him to refine techniques and languages ​​that perhaps have directed him towards a certain type of artistic paths.

Even François-Xavier Gbré recalls memories in the present in the spasmodic search for abandoned structures / architectures, linked to socio-economic changes. And he also chooses places where time seems to be suspended, while nature imposes itself with its overwhelming freedom.

Guest of the MAN during last summer, in collaboration with the Sardinia Film Commission, he traveled our island from north to south to collect material, in order to develop his articulated historical-social investigation. And in a photographic excursus he compared his homeland, Africa, to Sardinia to highlight similarities.

Sardinia and Africa, lands separated by a sea that, in reality, combines strips of land, the center of civilization that have marked history: the Mare Nostrum or the Mediterranean Sea.

If we slowly pronounce the word “m-e-d-i-t-e-r-r-a-n-e-o” to an initial opening of the phonatory apparatus, there follows a closure towards the end, almost an embrace like a wave that declines towards its beginning, having reached its top. Or the embrace of the artist who welcomes time into himself, to which he steals moments from the past to give them back to the eternal flow, embellished by suggestive shots, harmonious compositions and melancholy plays of lights. Reflections of immense sensitivity punctuated by the desire to restructure, to redefine, to breathe new life into what touches with one’s eyes.

In the exhibition were visible testimonies, sometimes disturbing and painful as the references to the colonial period and the exploitation of resources in Africa. Common elements with our island once colonized, exploited, considered a margin.

Today in an “undefined” present it is possible to catch echoes of memories. The time displayed in what “resists” being present seems predisposed to reconcile with all that remains, which is visible and we can only touch or imagine.

The human presence perceived in some photographs, where the signs of man are still visible, is suspended protagonist of a past guilty for having destroyed and made uninhabitable places linked to a socio-economic dynamism that could “describe a different story”, perhaps best.

Among the exhibited works there was a “Constellation” of 70 shots entitled “Sardinia” that the artist donated to the Permanent Collection of the MAN.

They are photographs of various places on the island that have undergone anthropomorphization, incomplete works and industrial structures where production cycles seem to have been interrupted.

Actions of the past that can be sensed between shapeless remains devoid of meaning: portions of public buildings, accommodation facilities, villas, power stations, ghost towns … A work that goes beyond purely aesthetic meanings and necessarily leads to profound reflections. Does the social responsibility of the artist and his commitment aimed at “re / writing” appear at an unconscious level?

Perhaps it would be possible to recover the many abandoned places, repeatedly denounced, cataloged – as in the excellent work carried out by Abandoned Sardinia – which still stand out against the wild nature and the depository of untold stories, and on which there have been few interventions of restructuring or redevelopment?

Some sites should be urgently reclaimed to protect and safeguard our land. Today they have become silent presences that manage to make us express only anger.

I am thinking of the USAF base in Mount Limbara, near Tempio Pausania, which should be dismantled with a reclamation of the area; the Cement factory of Scala di Giocca, near Sassari. How it would be interesting to redevelop the ghost town of Pratobello near Orgosolo, perhaps for tourist or museum purposes; the ESIT Hotel in Monte Ortobene, in Nuoro; the San Leone Mine, near Cagliari … Too many places if we think that the surface of Sardinia is just 24,100 km²!

Waiting for a greater awareness towards an intervention aimed at environmental protection and the recovery of historical memory, one wonders what function these places have, on the border between testimony and story, considered the primary vocation of the island linked to tourism?

François Xavier-Gbré with his sensitivity, in an intimate dialogue where incompleteness, imperfection could evoke the nature of man and his evolutionary and involutive cycles, of birth and death, gave lyrical images, of great pathos that make the past vibrate with chiaroscuro games, rigorous shots and geometries that unconsciously seek new logics, perhaps new dimensions of existence?

Hence the search for that meaning that escapes and leads us to ask “why” did he feel the urgency to photograph those abandoned structures?

He had begun his investigation in his homeland of Africa. In Dakar he had photographed the Palazzo di Giustizia, which has now become the seat of the Biennale of Contemporary Art. Or the Olympic swimming pool that has been re-opened today because it was renovated by a Chinese company. What will be the fate of all these abandoned structures on our island?

Words have lost authenticity and power. They have become pure abstractions. Only the image takes on value in expressing with deafening silence the melancholy and poignant beauty of some places. And the photographer making use of a writing of realist light, captures those nuances that impress, recovers time giving the right value by reformulating functions, inciting targeted and urgent interventions in line with environmental protection, to leave a livable space for future generations .

The island is an offshoot of our soul, of our roots, so we must protect it, protect it more than we do ourselves. Because we are the island itself.

Francois Xavier Gbré with his gift showed generosity and gratitude for the city of Nuoro – which welcomed him – and for all the Sardinians. Thus it remains a sign of its passage through our land. A great artist, delicate and sensitive, who not only grasped the importance of our past, but put it back in the flow of time, giving it a “new” poignant eternity and new potential meanings.

©Lycia Mele Ligios

Il Museo MAN residenza di artisti: dal Regno Unito per raccontare il Carnevale di Barbagia

L’arte crea ponti ma anche originali contaminazioni. Nuovi sguardi verso cose o situazioni a cui la quotidianità spesso non dà risalto. Sguardi che sembrano nascondersi per il ripetersi consuetudinario. Ma un artista che ha affinato linguaggi e sensibilità riesce a risvegliare, a “trasfigurare” quel mondo e mostrarlo sotto luci differenti, apparentemente diverse, che inducono a nuove interpretazioni, nuove indagini, nuove rivelazioni.

IMG_0928Gli artisti in visita al museo MAN di Nuoro con il Direttore Luigi Fassi
photo ©Barbara Pau

In un clima di ricerca, di approfondimenti orientati verso nuovi linguaggi artistici, nel mese di gennaio 2019, sono giunti nell’isola sei giovani artisti e filmmaker selezionati da FLAMIN – acronimo per Film London Artists Moving Image Network – nell’ambito dei progetti di residenza per artisti del Museo MAN e della Fondazione Sardegna Film Commission.

«La Sardegna è terra di ricerca e produzione, luogo magico capace di ispirare il lavoro degli artisti. Quando questi incontrano le nostre comunità, scoprono il patrimonio culturale e paesaggistico dell’isola e organicamente acquisiscono lo spirito di libertà e sacralità che è nel nostro DNA» afferma Nevina Sattadirettrice della Sardegna Film Commission – «Abbiamo rinnovato la collaborazione con il Museo MAN affiancando in autunno l’artista franco-ivoriano François-Xavier Gbré nel viaggio di ricerca sulla distopica relazione tra natura e modernità nell’isola. Ora, questa residenza induce ben sei nuovi sguardi a sostenere il racconto della tradizione più celebrata e nota, quella del Carnevale di Barbagia, avviando il programma di sperimentazione audiovisiva transmediale al confine fra arti visive e cinema, grazie alla partnership già in corso con la Film Commission di Londra. Creiamo così occasioni di formazione e produzione per il comparto dell’audiovisivo dell’isola e dopo questa prima fase che vede la presenza in Barbagia di artisti internazionali, seguirà un training di specializzazione in UK per un gruppo di video-artisti residenti in Sardegna».

Luigi Fassi, direttore del Museo MAN, sottolinea l’importanza del «progetto internazionale a lungo termine che rientra nelle intenzioni del MAN per rafforzare il proprio ruolo istituzionale di accompagnamento al lavoro degli artisti. Processi di internazionalizzazione mediante residenzialità e coinvolgimento di artisti, in termini di ricerca e produzione nel territorio regionale, hanno un ruolo crescente nell’attuale attività del MAN e questa partnership è un modello di lavoro esemplare di tale volontà operativa».

Anche la Film London con Maggie Ellis, responsabile della sezione Artists’ Moving Image evidenzia il ruolo di supporto della Sardegna Film Commission e del MAN per questi giovani artisti. Un supporto che li aiuterà a crescere e a maturare a livello professionale, non solo per ciò che concerne l’evoluzione del loro linguaggio artistico, offrendo loro una pluralità di esperienze qui nell’isola.

Ecco le sue parole a proposito del progetto sulla residenzialità e della preziosa collaborazione: «Le residenze artistiche sono spesso pensate come attività solitarie, per questo siamo lieti di riunire tutti e sei gli artisti con cui abbiamo lavorato quest’anno per partecipare a questa opportunità unica generosamente offerta dalla Sardegna Film Commission. La residenza darà loro la possibilità di espandere le proprie reti internazionali, confrontarsi con storie e luoghi sconosciuti e crescere professionalmente grazie alle partnership con la Sardegna Film Commission e il Museo MAN. Come il Regno Unito, la Sardegna è una piccola isola in cui le questioni che affliggono oggi l’Europa sono inevitabilmente presenti: questi artisti sono in una posizione perfetta per decostruire questa narrazione, superare le differenze e immaginare nuovi modi per andare avanti».

gli artisti ospiti del Museo MAN Courtesy FLAMIN

Graeme Arnfield, Calum Bowden, Rosie Carr, Callum Hill, Onyeka Igwe e Kristina Pulejkova sono i sei giovani residenti. Nel mese di gennaio hanno vissuto i primi riti del Carnevale barbaricino con i suggestivi fuochi di Sant’Antonio a Mamoiada.

Arrivati in Sardegna hanno visitato i territori, le comunità, il MAN, il Museo Etnografico Sardo e l’Archivio di stato di Nuoro. Successivamente hanno partecipato ai vari riti segnati da intensi momenti come la vestizione dei mamuthones e issohadores, maschere tipiche del carnevale barbaricino.

Il 27 febbraio sono ritornati nell’isola una seconda volta. Ora potranno raccogliere suggestioni degli antichi riti propiziatori o di liberazione del Carnevale nelle seguenti comunità di Lula, Gavoi, Ovodda, Orotelli, Ottana, Orani e Bosa. Infine prima della loro partenza, il 16 marzo 2019, verrà allestita una mostra con le loro opere. Un momento di condivisione con l’intera comunità che li ha ospitati.

La Sardegna continua ad esser fonte d’ispirazione con la bellezza dei luoghi e con i suoi antichi rituali. Cogliere le tradizioni con una sensibilità artistica è come se si volesse “vivificarle” nel fluire del tempo e, rese eterne contemporanee, fissarle sul fondo dell’anima.

 

©️LML

Olbia, 03 marzo 2019.