Musicultura | Cordas et Cannas, uno sguardo oltre l’isola

“Dove il futuro si innalza nel passato e l’oggi è questo
sguardo. È un occhio il presente, tra un battito di ciglia e
l’altro, in un montaggio permanente di visioni”

Davide Nota

Un nome avvolge l’anima della loro musica, creato da due parole.  La prima rappresenta un oggetto, la corda,  simbolo di unione: l’abbraccio della loro musica verso contaminazioni, con rimandi tra tradizione e innovazione. A ciò, si aggiunga la necessità di confronto e condivisione con altre realtà musicali nazionali e internazionali. Infine, il nome di una pianta graminacea, tipica dell’area mediterranea, la canna, apparentemente  esile in realtà molto resistente.  Evoca la fragilità dell’uomo, soggetto ai venti della vita, in  resilienza e adattabilità. Possiamo ben dire che si distingua per longevità, altra caratteristica di questo gruppo. Loro sono i Cordas et Cannas, gruppo di musica etnica, portavoce delle nostra cultura identitaria in Sardegna e all’estero. 

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Cordas et Cannas – by courtesy of ©️Fabrizio Giuffrida

In questi giorni impegnati nel Musicultura World Festival come promotori dell’importante rassegna musicale, li abbiamo intervistati per ripercorrere insieme la loro storia e per ringraziarli del loro impegno e volontà nel proporre progetti musicali, dove l’attenzione è rivolta non solo alle melodie, armonizzazioni tra  sperimentazione e contaminazione, ma ai loro testi che affrontano tematiche di carattere sociale al fine di indurre una maggior consapevolezza e senso civico in tutti: problemi che affliggono la nostra contemporaneità come la guerra, conflitti, mine antiuomo e salvaguardia  dell’ambiente. Una musica pervasa dall’impegno con tonalità contemporanee.

Cominciamo a parlare di origini, quelle che vi hanno fatto incontrare e portare avanti un progetto musicale prezioso,  legato in parte alla nostro patrimonio culturale.

Il gruppo Cordas et Cannas nasce ad Olbia nel 1978-1979 dall’incontro di musicisti con percorsi musicali differenti, ma intenti ben definiti, avvalendosi,  inoltre, di vari ricercatori in campo storico-antropologico ed etnografico. 

La prima formazione era composta da: Andreino Marras, Gesuino Deiana, Francesco Pilu e Bruno Piccinnu. 

Il nostro percorso musicale è segnato dal confronto tra la nostra realtà socio-culturale e quella del mondo intero. A ciò si deve l’uso di alcuni strumenti quali l’organetto diatonico, launeddas, trunfa, sulittu, armonica,  serraggia, tumbarinu di Gavoi,  a cui si sono accostati  strumenti non tipicamente sardi: le percussioni, il violino, la chitarra elettrica e il flauto traverso, provenienti da altre culture musicali quali le percussioni africane, asiatiche e latino americane. Commistione che si ripropone anche nella scelta ed elaborazione dei testi, laddove accanto agli autori della nostra Isola, si riconoscono echi di autori stranieri.

Qual è la vostra formazione attuale? 

Oggi ci presentiamo con una formazione rinnovata e un sound ancora più coinvolgente e adatto ad ogni tipo di pubblico e contesto. Il gruppo è composto dal cantante/polistrumentista Francesco Pilu,  Bruno Piccinnu (percussioni e voce) fondatori storici del gruppo, Lorenzo Sabattini al basso elettrico fretless, Sandro Piccinnu alla batteria, Gianluca Dessì chitarre e mandola e Alain Pattitoni chitarra acustica ed elettrica più voce.

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Francesco Pilu – photo by courtesy of ©️Fabrizio Giuffrida 

La vostra musica colta si misura tra tradizione e innovazione.

Il nostro percorso musicale parte dal patrimonio culturale della tradizione sarda orale con le sue varianti linguistiche logudorese, barbaricino, campidanese, gallurese e con i propri stili popolari: canto a tenore, cantadores a chiterra, launeddas e danze tipiche.  Prosegue nell’esplorazione di generi musicali, che spaziano dall’Africa all’area del Mediterraneo, fino al mondo della cultura celtica, ponendoli insieme in una piattaforma unica, che ha permesso di sviluppare un suono originale e ha conferito al gruppo una distinta connotazione fin dalla sua nascita. 

Il progetto musicale Cordas et Cannas  si definisce  un viaggio attraverso le radici culturali della musica sarda, attualizzata da armoniosi intarsi sonori, presi da altre culture e generi musicali e,  inoltre, con il percorso musicalimba, si materializza l’incontro tra la musica tradizionale e quella moderna, espressa nelle varie lingue del territorio della nostra regione, con sonorità originali, danze coinvolgenti e canzoni di appartenenza. 

Con il video Terra Muda, che presenta un brano di recente realizzazione, si rappresenta la Sardegna enfatizzando la salvaguardia dell’ambiente; un messaggio che nasce e parte dalla nostra isola,  indirizzato verso tutto il pianeta sintetizzato in una frase:  Un suono, un’idea, un messaggio dalla terra del silenzio“, quasi un mantra che anima i nostri concerti con un concetto “distillato” di un rinnovato e praticabile rispetto verso l’ambiente e la bellissima natura che ci circonda.

Come nasce la ricerca delle vostre sonorità? 

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo far riferimento alla nascita del gruppo quarant’anni fa quando si creavano canzoni e brani strumentali attingendo dalla tradizione, come già espresso prima.  Nell’arco di circa dieci anni, si è lavorato alla composizione di musica originale intorno a quella tradizionale,  ma già ponendo basi di esplorazione artistica spesso molto lontana dai canoni tipici della Sardegna.

Spesso i pezzi venivano proposti da qualche componente del gruppo, visti e visionati da tutti con gli strumenti a disposizione e dopo discussioni sul tipo di brano e il suo contesto, veniva abbozzato in una sorta di prova strumentale. Ognuno svolgeva una propria ricerca esecutiva ed espressiva e quando sentivamo fosse completo e soprattutto funzionale, il pezzo veniva blindato in un arrangiamento definitivo.

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Bruno Piccinnu – Photo by Courtesy of ©️Fabrizio Giuffrida

Da quali autori attingete per ricreare quelle particolari atmosfere e sonorità che evocano, pur mostrando “libertà” negli arrangiamenti, la nostra musica etnica?

Gli autori sono tantissimi e sono quelli che fanno parte integrante dei nostri percorsi musicali. Perciò, non faremo esplicitamente dei nomi, potremo dire che ognuno di noi ha vissuto (chi più chi meno), tutta la musica dagli anni sessanta in poi. I fenomeni rock, blues, jazz e musica d’autore sono stati veicoli importanti verso un confronto con la musica sarda per affermare quest’ultima in un una nuova modalità e con un rinnovato stilema artistico. 

In questo panorama musicale, affiora la musica etnica internazionale e inizialmente i nostri modelli di riferimento sono stati i gruppi del Folk Revival, come Fairport Convention e Alan Stivell e altri di fine anni settanta, ma anche gruppi italiani come Nuova Compagnia del Canto Popolare, Canzoniere del Lazio insieme ad altri. Tutti hanno avuto un ruolo importante nel tracciare una nuova via che sarebbe diventata la musica caratterizzante del nostro gruppo.

Dopo i tre lavori discografici dei primi dieci anni, abbiamo dato molta importanza ai concerti e quindi alla musica dal vivo, producendo un disco live seppur completato in studio. Crediamo che ci siano stati brani, da noi composti, che abbiano avuto tantissime contaminazioni artistiche. Infatti abbiamo cercato di mettere insieme testi di poeti contemporanei della Sardegna con musiche originali, con riferimenti al canto a tenore e in qualche occasione alla musica cosidetta progressiva, utilzzando strumenti musicali non convenzionali. In quarant’anni anni di musica, ci  definiscono ancora oggi, gli “innovatori della musica sarda”, crediamo sia un complimento di cui andar fieri.

Tra i temi proposti si evidenziano quelli legati al sociale e alla complessa contemporaneità, come nelle canzoni degli album Fronteras e Ur, dove accanto al recupero della tradizione, intense emozioni s’intrecciano su narrazioni di sofferenze. Un richiamo, una denuncia. 

Il mondo deve prendere coscienza delle ingiustizie gravi che subiscono gli “ultimi e le popolazioni senza futuro” spesso a causa delle politiche di sfruttamento imposte dai grandi della Terra. 

Noi abbiamo sempre sostenuto associazioni umanitarie, quali Emergency, Amnesty International e altre, che operano in luoghi e territori che sono ai confini del rispetto dei diritti umani ed economici, in particolare Emergency, l’organizzazione italiana che offre assistenza medico-chirurgica gratuita e di elevate qualità alle vittime dei conflitti e povertà, nei teatri di guerra.

Crediamo che il senso civico debba sempre essere presente e vivo. Opporsi alle logiche del profitto a tutti i costi, sia una conseguenza naturale, pensiamo che gli interessi economici dei grandi del pianeta attraverso grandi poteri, siano la ragione che sta portando il mondo verso una via di non ritorno; guerre, consumo sfrenato del territorio, sviluppo tecnologico senza fine, insensibiltà concreta verso i cambiamenti climatici, sono temi che abbiamo sempre usato nella nostra attività musicale.

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Lorenzo Sabattini – photo by courtesy of  ©️Fabrizio Giuffrida 

Il vostro stile musicale oggi è sempre alla ricerca di nuove sperimentazioni vicine al jazz… forse una libertà di espressione musicale che la tradizione non concede?

La prima canzone che abbiamo ripreso e arrangiato è stata “S’ora chi no tt’ido“ di Maria Carta. Un brano che non abbiamo mai inciso, che però nei primissimi anni abbiamo sempre suonato. Nel 1983 abbiamo rielaborato “Dillu” dal testo di Peppino Mereu, a “Nanni Sulis” conosciuto come “Nanneddu”, che sono stati elementi identificativi del nostro progetto musicale. 

Da allora ad oggi,  il nostro repertorio si è totalmente evoluto, con incursioni sonore verso tutta la musica, afro, jazz, rock e altro. Abbiamo creato una sorta di piattoforma musicale in cui convivono elementi della tradizione e modelli totalmente differenti. 

Ci sentiamo privilegiati in questo, poichè a distanza di quarant’anni i nostri concerti sono animati da brani che oggi sono diventati tradizionali, ma anche da altri che hanno proiezioni di grande attualità.

Il fatto che abbiamo conservato il DNA degli stili del patrimonio musicale sardo, ci permette e ci dà la possibiltà di spaziare nella musica a trecentosessanta gradi; naturalmente, a nostro rischio e pericolo. Prevale comunque l’idea che la musica made in Sardegna può essere tranquillamente esportata in tutto il mondo, a patto però che nel conservare le proprie radici venga riconosciuta come tale. In questo siamo stati pionieri e perciò ci sentiamo di percorrere un “working in progress” che ci spinge e ispira in continuazione.

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Sandro Piccinnu – photo by courtesy of ©️Fabrizio Giuffrida

Musicultura World Festival è stato per anni un vostro progetto musicale molto seguito. Si ha nostalgia del Festival di dicembre, quando la diversità della musica etnica si fonde in armonia, bellezza, incontro, confronto, rispetto, condivisione. Si rappresenta quell’energia e forza vitale che solo certe espressioni musicali riescono a trasmettere. E quest’anno il via alla 31 edizione con qualche novità. 

Il progetto Musicultura Sardegna, che ricordiamo è sovvenzionato dalla Regione Sardegna, ci permette di diffondere momenti di scambio culturale ed arricchimento vicendevole con altri paesi: Europa, Africa, Asia,  etc. Ogni evento musicale fa  riferimento alle culture etniche diffuse in tutto il mondo, una scelta verso tutti quegli artisti che viaggiano con l’intento di portare a conoscenza le tradizioni culturali e musicali del proprio luogo d’origine.

Quest’anno vogliamo ricordare che la nostra attività Musicultura Sardegna ha realizzato il festival Finis Terrae in collaborazione con il Comune di San Teodoro a settembre, in cui si sono esibiti: LamoriVostri, una formazione femminile che porta in giro per il mondo la musica del sud Italia  e Kilema, musicista del Madagascar, molto conosciuto e vero ambasciatore della sua terra. 

Il Musicultura World Festival che da un paio d’anni si svolge in forma itinerante, per questa 31° edizione sarà presente a Martis, Olbia, San Teodoro e Straula. Questa nuova formula propone eventi culturali in vari luoghi espandendo così l’offerta artistica per un coinvolgimento più diffuso del territorio. L’intento è proprio quello di rappresentare la musica etnica come fusione di “armonia, bellezza, incontro, confronto, rispetto, condivisione”. 

Quando è nata l’idea di ospitare validi musicisti di ogni parte del mondo?

Come gruppo sentivamo l’esigenza di rapportarci con le istituzioni in forma più programmata, ed  essere più attivi nella nostra attività concertistica. Con il festival avremmo avuto l’opportunità di confrontarci con musicisti provenienti da varie parti del mondo. Creavamo, quindi, un movimento culturale che nel corso degli anni si affermò come il più importante nel suo genere. 

Costituivamo l’associazione tra il 1989 e il 1990 e contestualmente alla sua nascita organizzavamo il primo festival di musica etnica e jazz ad Olbia.

Per noi è stato molto costruttivo perché ci ha permesso di viaggiare e di stabilire contatti con organizzazioni musicali in tutto il mondo e  porre al centro la cultura della Sardegna. 

Un esempio rilevante é stato il confronto con Peter Gabriel che ci ha ospitato nei suoi Festivals,  definiti Womad. E’ stata una grande opportunità avere collaborazioni importanti con musicisti jazz come Paolo Fresu, Antonello Salis e Eugenio Colombo e con altri artisti internazionali di musica etnica: Aborigeni Australiani, Michel Heupel (Germania), Cotò (Cuba), Gilla Haorta (Brasile,) Kilema (Madagascar), Brendan Power (Nuova Zelanda), Ravy (Inghilterra.

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Gianluca Dessì – photo by courtesy of ©️Fabrizio Giuffrida

Avete cantato e suonato con artisti di rilievo nel mondo della musica: Peter Gabriel, Paolo Fresu, Andrea Parodi … Quale artista ha lasciato tracce nella vostra storia musicale?  Quali ricordi? 

Partiamo dai ricordi… Partecipare ai festivals di Peter Gabriel è stata una cosa straordinaria. Gli eventi Womad sono dei passaggi molto importanti per qualsiasi musicista del mondo. Aver fatto parte, in qualche occasione, di quelle manifestazioni internazionali è grande motivo di orgoglio per noi e per la Sardegna. 

Il  confronto musicale con Peter Gabriel è stato molto interessante. Un musicista che ha influenzato generazioni di artisti e ha dato un enorme contributo alla vita stessa della musica etnica di tutto il mondo. 

Andrea Parodi é stato un musicista che ha sempre manifestato grandissima stima nei nostri confronti, con cui abbiamo condiviso progetti artistici e ci siamo esibiti negli stessi palchi. 

Voce di straordinaria intensità e bellezza che come musicista ha saputo  sperimentare nuovi percorsi come pochi. Artista che dal pop si è totalmente avvicinato alla musica etnica sarda e mediterranea.

Paolo Fresu, Antonello Salis, Eugenio Colombo e altri validi musicisti hanno dato un valore aggiunto ad alcune nostre registrazioni e verso i quali nutriamo grandissima stima e riconoscenza. In quarant’anni il nostro percorso è stato tracciato da tantissime collaborazioni con artisti jazz e di musica etnica, cementando la nostra configurazione musicale fino ad oggi.

La musica etnica come patrimonio universale va tutelato. È l’anima della nostra identità. Come evitarne la dispersione?

Crediamo che la musica etnica non si spegnerà mai! Potrà non essere presente nei media, nelle televisioni o potrà sembrare fuori moda, ma pensiamo che  sempre saprà affermarsi in tutta la sua forma, perché fa parte della cultura, dell’anima di tutte le popolazioni. 

La musica in generale, ciclicamente attinge dalla musica popolare, specie nei momenti di crisi identitarie. Certo mai abbassare la guardia, si deve tutelare per la sua potenzialità identificativa e di appartenenza. Spesso la sua  folclorizzazione commerciale può sminuirne il valore. Paradossalmente, una sua intellettualizzazione può rappresentare un nuovo interesse per i giovani, spostarsi dagli schemi di rappresentazioni tradizionali può essere motivo di riscoperta  e ciò potrebbe avvicinarli. 

Pensiamo ai festivals dove la musica etnica può convivere e confrontarsi con generi musicali  più moderni, per cui le nuove generazioni possono acquisire  le conoscenze delle proprie radici. Nei paesi anglosassoni questo succede molto spesso.

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Alan Pattitoni – Photo by courtesy of ©Fabrizio Giuffrida 

La musica è cultura da condividere. Potremo pensare alla musica come veicolo d’idee con una potenzialità immensa quella divulgativa. Rientra nelle finalità del vostro gruppo?

Certamente la musica è cultura da condividere. In particolare quella etnica  rappresenta la vita dell’uomo fin dalla sua nascita, perciò va preservata e divulgata. Noi, come gruppo, abbiamo sempre inteso l’arte musicale come un veicolo d’idee. Spesso i nostri testi affrontano tematiche legate al sociale, all’ambiente,  all’amore e all’armonia tra popoli e contro qualsiasi forma di violenza e guerra. 

Il tema identitario della nostra terra comunque ha rappresentato un motore divulgativo che ci ha contraddistinti. In Sardegna, spesso, veniamo identificati come difensori del nostro patrimonio culturale.

Il Mediterraneo luogo di origine, d’incontri, di eclettismo e di originalità intesa come distinzione. Un luogo a cui voi spesso fate riferimento, che importanza gli attribuite?

Il Mediterraneo luogo e crocevia di culture che si mescolano e si rigenerano da millenni in cui la Sardegna ha avuto la fortuna di ritrovarsi proprio nel suo centro,  mantenendo una sua forte connotazione identitaria e di grande originalità che esprime nel suo immenso e originale patrimonio culturale.

Come gruppo abbiamo scelto di cantare i testi utilizzando  idiomi di questa terra, con la musica invece abbiamo attinto da tutto ciò che offre il Mediterraneo. Nei nostri brani si percepiscono influenze arabe, spagnole, africane.

Questa è la ricchezza culturale che deve essere raccolta e portata avanti nei progetti a largo respiro e con prospettive internazionali.

La musica multietnica può insegnare che la diversità può essere vista come una infinita risorsa. Che ne pensate?

La multietnicità è un valore aggiunto in tutte le circostanze sociali e di vita… Ne siamo fermamente convinti, nella musica poi, le mescolanze, le commistioni di generi musicali,  le condivisioni nelle diversità, sono   forze  autentiche  dal potere  aggregante che hanno generato la musica in tutto il mondo.

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Photo by Courtesy of ©Archivio Cordas et Cannas

Una lunga carriera musicale, negli anni avete mostrato coerenza per linguaggi sonori, per significati e temi proposti. Lo scorso anno avete raggiunto un traguardo importante: 40 anni di musica. 

Sì, abbiamo oltre quarant’anni anni di attività live e siamo la più longeva formazione della worldmusic sarda con un’attività concertistica che ha portato la band in varie parti del mondo: Australia, Stati Uniti, Sud America e Nord Europa. È una sensazione indescrivibile per noi.   

La forza, ci viene trasmessa dal pubblico  come energia  che raccogliamo durante i concerti  dove si crea un contatto diretto con chi ci ascolta. 

Il gruppo esiste ancora, in tutti questi anni, grazie alla gente che lo apprezza e gli riconosce: di aver tutelato le nostre radici identitarie e di aver saputo infondere valore aggiunto alla musica sarda con ricerche su sonorità più  moderne ed internazionali.   

Il nostro percorso musicale è stato un crescendo di melodie e arrangiamenti, strumenti e musicisti. Oggi possiamo affermare che abbiamo saputo mantenere una certa coerenza artistica che ci fa sentire in piena armonia con noi stessi. Naturalmente non spetterebbe a noi affermarlo…

Un ultima domanda per concludere, avete in cantiere qualche nuovo progetto musicale?

Terra Muda è un brano di cui abbiamo realizzato un video, pubblicato sul nostro canale You Tube, nell’estate del 2007. Una canzone che parla della necessità di cambiare strada nell’utilizzo delle risorse del nostro pianeta, ma anche di noi stessi che dobbiamo prendere coscienza per la salvaguardia dell’ambiente, per lasciare un luogo vivibile alle future generazioni. Dal progetto video è stato realizzato un cd con altri brani, che ora suoniamo nei palchi dove ci esibiamo, nella speranza di poterlo pubblicare al più presto. 

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©️Riproduzione Riservata 

 

[Articolo pubblicato il 15 Dicembre 2019 su Olbia.it]

Musica | esplode l’anima del rock con i bravissimi Rock Tales

La Sardegna terra di silenzi, stasi e ripetizioni quasi un riflesso del suo mare, presenta esperienze culturali molto antiche di carattere etnografico. Tra queste le feste patronali che esercitano sempre grande fascino, molto suggestive nei riti  e consuetudini, molto sentite da parte dell’intera comunità; anche se alcuni antropologi sostengono che siano destinate a scomparire a causa del dilagante materialismo culturale, della globalizzazione che implica il concetto di appiattimento, di indifferenza, di atipicità, di disuguaglianza. Ma per noi sardi le radici culturali non sono solo ben impiantate, sono disperse nella roccia atavica e nel nostro mare che lambisce le coste. Sarà difficile sradicarle.

Queste feste un tempo erano momenti in cui prevaleva una sensazione di libertà e leggerezza, di distensione e gioia.  Ci si sentiva liberi di socializzare. Anche i piccoli avevano i loro privilegi: poter giocare e rincorrersi davanti al palco, dove si esibivano gli artisti della serata.

Impegno e presenza

Oggi le feste patronali sono organizzate da comitati spontanei delle comunità, dalle classi o in dialetto gallurese “fidali”, nati nello stesso anno. Le Classi/Comitati provvedono a curare ogni particolare organizzativo come ad esempio ricevono le bandiere del Santo o della Santa di cui ricorrono i festeggiamenti e allestiscono la chiesa, organizzano la processione religiosa, provvedono al divertimento della comunità coinvolgendo artisti, dj, cabarettisti etc…

Il lavoro impegnativo e gravoso nella raccolta dei fondi, nel predisporre tutto secondo i severi parametri della sicurezza non sono inezie, richiedono dinamismo, capacità organizzative e spirito di sacrificio.

Un riscontro di presenza da parte del pubblico dovrebbe esserci per  supportare e condividere chi organizza. Altrimenti sembrerebbe una festa privata, priva del significato primario della condivisione collettiva.

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Courtesy  of Rock Tales

Ma la tramontana ha anima rock?

Con un’aria dal sapore di tramontana sferzante, autunnale, sanamente combattuta con birra, buon vino rosso di  produzione locale, sambuca e del filu ferru (l’elisir di lunga vita della gente sarda)  qualche sera fa abbiamo assistito ad un’esibizione che merita di esser scolpita nella memoria.

Sul palco di Berchiddeddu (frazione di Olbia) in occasione della festa patronale 2019 in onore alla Beata Vergine Immacolata si sono esibiti i Rock Tales, una tra le band più apprezzate della Sardegna, in uno spettacolo avvincente sulla storia del rock, dagli anni ‘50 ai ‘90 del secolo scorso, con parallelismi storici e interferenze nella musica italiana.

Oltre due ore di greatest hits dei più grandi cantanti e gruppi rock della storia musicale, suddivisi secondo decadi, a cui si attribuisce un colore e relativo significato per rappresentare gli elementi più cool della musica del periodo.

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Photo ©credits Antonella Mura courtesy of Rock Tales

Con l’ausilio di uno schermo, dove scorrevano immagini e le caratteristiche del periodo musicale presentato, abbiamo riascoltato canzoni di Elvis, Beatles e del gruppo rivale Rolling Stone,  Jimi Hendrix, Jim Morrison e Doors, Janis Joplin, Deep Purple, e ancora Led Zeppelin,  Toto,  Queen, Nirvana e tanti altri artisti.

In scaletta erano presenti  anche canzoni di cantanti italiani per evidenziare le relative assonanze con la storia del rock: come Celentano, con la sua mitica Svalutation, la PFM, Lucio Battisti, Gianna Nannini, Litfiba, Vasco Rossi. A ciò si aggiungevano i continui riferimenti alla storia socio-culturale dei periodi analizzati  mostrando capacità di sintesi  e  ingegno  divulgativo della band.

 

Il progetto musicale Rock Tales

Il progetto  musicale nasce nel 2013 come storia del rock  dalle sue origini blues degli anni ′50, negli Stati Uniti,   fino agli anni ′90  ovvero la sua evoluzione in rock and roll e altre forme.

Da Johnny B. Goode del musicista americano Chuck Berry del 1958 in cui si parla del sogno americano preannunciato dalla madre di un ragazzo semplice, di campagna che pur non sapendo né scrivere né leggere riesce ad aver successo per il suo talento naturale nel suonare la chitarra.

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Photo ©credits Antonella Mura courtesy of Rock Tales

Era un blues rock di riscatto, con implicito riferimento alla  disuguaglianza e differenziazione delle classi sociali americane e al sogno di giustizia e integrazione della popolazione nera nella società americana. Infatti, il brano originale citava un ragazzo di “colore”, che poi Berry sostituì con ragazzo di “campagna” , per timore che il pezzo non venisse pubblicizzato trasmesso in radio. Il talento che uno possiede prescinde dal colore della pelle. Fu questo il vero significato purtroppo celato.

Poi è la volta del rockabilly, la musica dei bianchi. La canzone di Carl Perkins di cui si fece grande interprete Elvis Presley. Una canzone che in sé sembra non aver significato, mentre se approfondiamo la storia si capisce l’intenzione, forse in chiave ironica: lo sconcerto e disapprovazione di chi vede un ospite di una festa preoccuparsi delle sue scarpe di camoscio blu che erano state calpestate, non curandosi della donna che aveva accanto. Un linguaggio allusivo che sembra volerci suggerire che nella vita bisogna dare il giusto valore alle cose.  Perché preoccuparsi di una  cosa marginale e secondaria? Un paio di scarpe!?

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Photo ©credits Antonella Mura courtesy of Rock Tales

E la storia del rock continua con nuove suggestioni, significati, forme, come ad esempio lo struggente rock acustico o quello elettrico e quello più attuale.

Un immenso progetto musicale che unisce tutti.   Oggi appare  sempre  più apprezzato, anche per la genialità del gruppo che riesce a rinnovarlo: annualmente al tour si aggiungono date e vengono inserite nuove canzoni.

Il gruppo composto da eccellenti musicisti professionisti, – insegnanti di musica della zona di Oristano e Medio Campidano, – ha donato ai presenti uno spettacolo che trasudava saggezza, energia, positività. Ma non solo, anche tanta nostalgia di un tempo che ormai vive solo nei ricordi, insito in quelli che lo hanno  vissuto.  Periodi storico-culturali in cui originalità e creatività non erano concetti ma idee che si concretizzavano, si perseguivano, avvincevano e a volte scioccavano per imprevedibilità e spavalderia. Era rabbia e sete di giustizia, desiderio di riscatto,  pace, vita, e ancora erano armonizzazioni musicali quasi frasi ristoratrici dove l’anima trovava riparo dal caos esistenziale d’insanabile inquietudine.

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Photo ©credits Antonella Mura courtesy of Rock Tales

E ora il gruppo:  voce solista potente (Freddy avrà applaudito da lassù!) quella di  Martino  Mereu, insegnante di canto, voce versatile, fresca, che “spacca” (per utilizzare un termine caro alla cantante inglese Skin, giudice in un talent televisivo), Marco Pinna al basso e voce, GianMatteo Zucca chitarra e voce, Giovanni Collu alla batteria, Alberto “Benga” Floris chitarra e voce.

Non solo musica

Da un punto di vista tecnico confrontandoci possiamo considerarli eccellenti musicisti in armonia, senza individuali virtuosismi (possibili visto lo spessore dei musicisti sul palco) ma equilibrati e attenti a ricreare la giusta atmosfera musicale del pezzo suonato. Sembrerebbe una formazione insolita, per la presenza di due chitarre, atte a ricreare la parte armonica e solista, a supporto della melodia cantata. Tutte le parti armoniche delle tastiere sono state minuziosamente ricreate per chitarra, facendoci dimenticare la loro assenza in brani indelebili della nostra memoria musicale.

I due chitarristi si mostrano affiatati e intercambiabili nelle parti soliste e armoniche. La struttura ritmica viene eseguita dall’eccellente batterista di rinomata esperienza Giovanni Collu, supportata in simbiosi dal bassista Marco Pinna. Vanno inoltre menzionate le perfette armonizzazioni corali del gruppo creando un valore aggiunto  all’esecuzione.

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Photo ©credits Antonella Mura courtesy of Rock Tales

Ma sul palco non è solo canto, è presenza scenica non sguaiata. Ci si diverte e si scherza. Si manifesta una velata ironia. Ora sembra impetuosa, ora ha tinte più delicate. D’altronde tanti affermano che bisogna staccarsi dalle cose, con giusta ironia,  planare dall’alto per capire a fondo situazioni ormai legate al tempo.

Ora ci inducono a pensare con estemporanei quiz o riflettere su parole del passato,  allusioni a  incandescenze di vita sociale al di là di ogni logica, come i conflitti armati e la corsa agli armamenti, la globalizzazione, il materialismo ormai erba infestante, libertà di genere.

La musica diventa “struttura” sociale dove ricollocare il pensiero dell’uomo nel suo percorso. Loro l’hanno raccontata rendendola unica dove le differenze di forma sembrano annullarsi per con/temporaneità.

Oggi pur con forme diverse  permangono i significati. La  musica continuerà ad essere l’espressione più democratica, unirà, azzererà il tempo fino ad varcare la soglia dell’eternità. Dove eterna presenza diverrà una bella emozione. Oggi come ieri.

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© Riproduzione Riservata

All Photos ©credits Antonella Mura courtesy of Rock Tales

 

(Articolo apparso su Olbia.it 08 Settembre 2019)

 

 

Olbia Archivio Mario Cervo | Reading Sonetàula di Giuseppe Fiori

“Guardare le cose in modo chiaro, non superficiale ed esprimerle in modo essenziale da rimaner scolpite e restare nel tempo” sono qualità che l’editore Laterza pronunciava nei confronti dello stile inconfondibile di un autore sardo della sua scuderia: Giuseppe Fiori (Silanus 1923 – Roma 2003).

Giornalista, saggista, scrittore, un’anima sarda che si ricorda per quel suo piglio di temerarietà,  consapevole del suo essere carismatico.

Ci ha lasciato interessanti  interviste, inchieste e articoli alle volte pungenti, ma non si discostava da quel fare garbato che lo distingueva. Molto attento, curioso e insaziabile di realtà, in particolare quella sarda.

Scriveva spinto da una necessità irrefrenabile di condividere, trasmettere significati, idee o esplicitare fatti. Si, aveva assimilato la lezione gramsciana o meglio pasoliniana (Pier Paolo Pasolini era il suo poeta preferito) sull’importanza degli ultimi, della genuinità, della purezza e ancora sulla lealtà intellettuale e l’esclusione di qualsiasi preconcetto.

Un suo romanzo Sonetàula (2008) capolavoro della letteratura sarda, – che per alcuni elementi (vendetta, faida, giustizia privata) si potrebbe avvicinare alla grande tragedia greca del V sec. a.C., è da ben undici anni portato sulle scene dall’Associazione Culturale Tra Parola e Musica – Casa di Suoni e Racconti.  

Qualche giorno fa è stato riproposto – grazie all’Archivio Mario Cervo, all’amministrazione del Comune di Olbia e all’ISRE – Istituto Superiore Regionale Etnografico – in un evento performativo nel grazioso giardino dell’Archivio Mario Cervo.

Un’istituzione costituita dagli eredi del collezionista  Mario Cervo (1929 – 1997) studioso di sonorità sarde, che oggi prosegue  nel suo lavoro di ricerca, d’indagini e nuove progettualità. Una vera e propria wunderkammer  o stanza delle meraviglie, luogo depositario di  rare e “piccole gioie” di cultura musicale, di archeologia musicale sarda e antropologia culturale dell’isola.

4f7902b1-377f-4efc-bb44-ab90d25a9c4f.jpegCourtesy of Archivio Mario Cervo ©Photo Ottavio Cervo

La voce narrante dell’attrice Camilla Soru e la chitarra del musicista Andrea Congia hanno creato intrecci di parole e note, legate come raccordi di stelle. La luce di quell’arcaicità che implica come il tempo, nel suo stratificarsi in forma dinamica, accolga semi evolutivi che è bene diffondere per far attecchire consapevolezza di un presente diverso e sicuramente lontano dal reiterarsi di dolorosa memoria.

Un monologo fluido interpretato da Camilla Soru  con espressività, coinvolgimento emotivo e acuta introspezione psicologica dei personaggi, riscontrabile nelle sfumature e varie tonalità  di voce, ben armonizzate per tono, volume, ritmo e tempo. Accanto alle parole, i suoni e le musiche create in una sorta di improvvisazione a trasmettere in musica i sentimenti percepiti dal musicista Andrea Congia.

L’atmosfera mostrava il suo volto duale: a tratti cupa e minacciosa, un po’ come la voce incalzante della narratrice, o a tratti suadente, introspettiva di un lirismo “luminoso”, velato. L’attesa, un’ombra d’inquietudine, una presenza impastata da greve materia di certi noir.

L’impossibilità di capire certe forme comportamentali, retaggi, consuetudini radicate nella piccola comunità di Orgiadas, divengono sculture, modelli di un tempo arcaico che ora ha deposto le sue memorie nella scrittura.

Quel passato, un passaggio doloroso che si è reso necessario  per poter assimilare alcuni fondamentali valori:  il rispetto per il bene altrui e il valore della vita. Il tempo/memoria si incide per far affiorare dal corso degli eventi la sua finalità pedagogica.

7561C473-9E55-4B02-8AEC-E880DCAF7F65Courtesy of Archivio Mario Cervo ©Photo Ottavio Cervo

Il romanzo racconta l’apprendistato del giovane Zuanne Malune, chiamato dagli amici Sonètaula, per via di quel rumore sordo, duro, che emetteva il suo corpo esile, quando bonariamente veniva colpito. Erano gli stessi amici che gli avevano attribuito questo improegliu  “suono di tavola”. Il suo corpo risuonava come il legno.

Una trasposizione simbolica che lega la tavola a qualcosa che esprime le caratteristiche del legno duro. Quasi una premonizione sulla sua vita futura  che sarà “dura”, difficile, grama, di sofferenza per un ragazzo che non conoscerà mai la spensieratezza, la leggerezza propria dei ragazzi della sua età, ma che diverrà adulto prima del tempo. Era ancora un bambino che all’interno della comunità agro-pastorale strutturata da codici orali e acquisiva  inevitabilmente consuetudini e comportamenti di questa società.

Giuseppe Fiori attento conoscitore e studioso di alcune dinamiche sociali (lotta di classe) in questo romanzo affronta il delicato problema del banditismo in Sardegna e la domanda che sembra suggerirci è la seguente: quanto incidono i modelli sociali sui bambini di società chiuse, che non hanno avuto possibilità di interagire con altri esempi/mondi diversi?

Un romanzo realista dove l’indagine assume peculiarità diverse. Il realismo di Émile Zola, ad esempio, era più legato a forme del destino, che qui  sembrano  esser superate. Infatti, non è possibile parlare solo di “destinati” ma di persone inserite all’interno di un  modello  sociale che ha sovrastrutture ben codificate anche se orali, parallelo ad un’altro modello con sovrastrutture scritte e definite, che si respinge, perché sentito innaturale, imposto da altri, “stranieri”.

Lo scrittore attinge al linguaggio di stampo giornalistico e senza fronzoli con una prosa asciutta ed essenziale, ma lontano da certo rigore positivista, sente l’esigenza di indagare, far emergere  e definire emotività, delineare come certe dinamiche possano avere determinate conseguenze. Ad esempio i riferimenti ad una forma di tutela personale come era la latitanza o “incalzare” per chiarire, quasi triturare, sminuzzare quella forza cieca che crea un corto circuito nella mente di una persona e induce alla vendetta. Perché?

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Courtesy of Archivio Mario Cervo ©Photo Ottavio Cervo

Aveva approfondito questa pluralità di tematiche in alcune sue inchieste. Forse voleva recuperare o reinserire nella società chi ingiustamente era stato condannato seppur con prove di innocenza per immobilismo burocratico (mancanza di giudici o altro) e non veniva ufficialmente scagionato.

L’unico modo per non perdere anni di vita era la latitanza, poiché la giustizia era lenta. A volte ci si dava alla “macchia” perché non si voleva testimoniare in un processo.

Così si costituiva un tribunale privato si ristabilivano equilibri interni alla comunità ma non per la legge.

E’ stato un periodo complesso, in cui la Sardegna sembrava abbandonata a se stessa.  La povertà era endemica, come le ferite aperte dai dominatori/colonizzatori spagnoli, piemontesi che utilizzavano l’isola solo per ricavarne guadagni dalle proprie risorse, non per risolvere i gravi problemi socio-economici.

La società ha necessità di buoni esempi e di idee che  “devono partire dalla realtà per migliorare la realtà stessa” diceva Giuseppe Fiori, e non da astrazioni.

Il primo personaggio che incontriamo è Anania Medas nella sua barberia. Era stato in carcere per scontare una pena e lì gli avevano insegnato un mestiere, anche se in realtà non ne era capace.

Lo scrittore sembra voler ricorrere a questa figura per evidenziare  l’importanza dell’integrazione sociale degli ex detenuti. É importante dare una ragione di vita e quindi un’altra opportunità, per sentirsi utili e non accogliere “sfide” diverse.

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Courtesy of Archivio Mario Cervo ©Photo Ottavio Cervo

Una volta scontata la pena, intorno alla metà del secolo scorso era difficile inserirsi nella realtà lavorativa e nella società. Paradossalmente venivano considerati, accettati e aiutati dalla stessa comunità quando erano ancora latitanti.

L’omicidio di Anania Medas, segna la vita di Sonetàula, un bimbo di Orgiadas, il paese “immaginario” dove lo scrittore colloca la sua storia. Il padre accusato dell’omicidio lascerà la famiglia per andare in carcere. Al piccolo viene nascosta  la verità.

La sofferenza del piccolo Sonetàula viene descritta dalle sonorità e dal pathos di ogni singola parola recitata.  Un fraseggio   che incalza, cresce e crea vortici di venti impetuosi, solitudini che devastano il piccolo.  Il padre verrà sostituito con la figura del nonno che si prenderà cura di Sonetàula e gli insegnerà a vivere.

Si certo, è abituato all’allontanamento del padre per la transumanza, ma almeno sa che prima o poi sarebbe tornato. Lo avrebbe potuto abbracciare e trascorrere del tempo insieme a raccontarsi cose da uomini.

Ora invece sarebbe partito e affiora un nuovo sentimento:  la paura che spinge,  per rapirlo. L’incognito, il timore di quel domani senza  padre e la necessità di doversi occupare della madre. Lui, da solo? Che responsabilità! e poi quella raccomandazione che gli rimbomba nella testa fino a squarciarla come gli echi  delle armonizzazioni che illuminano la scena. Non deve fare comunella con il figlio di Battista Malune, perché lo capirà da grande.

Ecco un primo instradamento all’interno di un codice orale conoscenze diverse per grandi e per piccini ma sempre conoscenze ingombranti che schiacciano e privano l’aria di ossigeno. E per rinforzare quel patto tra padre e figlio non si deve chiedere niente a nessuno, nella maniera più assoluta.

Al silenzio degli spettatori, tutti estremamente attenti quasi per timore di perde anche solo una parola,  si lega questo momento di sconcerto, di incongruenza: dovrà occuparsi della madre perché ritenuto ormai grande ma gli si vieta di capire meglio cose che a lui sfuggono, perché ancora piccolo, cose non  chiare, che non riesce a legare o a infilare nella collana della sue verità, ancora da comporre.

Sonetàula accompagna il padre alla corriera. E lì interpretato magistralmente dall’attrice con un’introspezione da farci rivivere la scena, lì in presenza del padre il bimbo piange, lacrime che scavano fragilità, fantasmi di perché accorrono nella mente del piccolino: perché deve partire?

Questo momento d’intenso pathos ad un tratto viene sospeso, quasi interrotto  da una frase che appesantisce quell’assenza a cui Sonetàula è abituato, perché è legato alla parola fine.  E presagisce quel tempo che giungerà a breve “mi piangi come un morto”. 

Il piccolo riabbraccerà il padre solo un’altra volta, perché la giustizia si mostrerà inefficace, lenta, informe, e da quella patria che lo considera margine, “confine sociale” ,  da condannato al confino anche se innocente, verrà convocato per combattere e poi morire, per lei.

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Courtesy of Archivio Mario Cervo ©Photo Ottavio Cervo

E così Sonetàula a soli 13 anni si ritrova ad avere una seconda casa fatta di macchia mediterranea, bosco, e cieli stellati e poi i suoi dolcissimi amici, compagni fedeli: gli animali. Inizierà a fare il pastore.

Ma basta poco per ritrovarsi avviluppato nel sistema di un codice orale sovrapposto al sistema giudiziario. Inizia ad oscillare verso la latitanza in seguito ad un furto di una pecora dal suo gregge. Come un lampo la velocità della sua risposta: l’uccisione di altre pecore appartenenti al presunto ladruncolo.  Denunciato, invece di costituirsi, decide per l’altra giustizia non per questo meno sofferta,  la latitanza, la via di fuga,  una consuetudine utilizzata da molti altri.

In paese è rimasto il suo grande amore che saltuariamente vedeva di nascosto. Ormai vive solo per poter sposare la sua Maddalena. In lei ha riposto la speranza di una vita futura. Evocata in una scena dove la parola narrata riesce a far rivivere una sorpresa mista ad emozione: il primo giorno di diffusione della luce elettrica nel piccolo paese. Ora finalmente durante la notte il paese sembra illuminarsi come fosse giorno.  L’ombra che taglia i viottoli e incupisce gli animi  sembra esser scomparsa ma vedremo che non sarà così, la storia d’amore avrà un’altro epilogo.

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Courtesy of Archivio Mario Cervo ©Photo Ottavio Cervo

Ambientato nella prima metà del secolo scorso, Sonetàula è il nostro grande romanzo epico. L’apprendistato che si sviluppa nelle pagine del romanzo, inteso come formazione non è acquisito viaggiando e visitando altre realtà, ma all’interno della piccola comunità subordinato a retaggi che implicano trasformazioni sociali, lotte tra ceti, dove appare una società chiusa ma fiera delle proprie tradizioni e codici tramandati oralmente.

È il racconto sofferto e commuovente, se lo si legge con empatia, di un bambino a cui è stata sottratta la presenza e l’amore di un padre che ingiustamente sconta il confino per una colpa non commessa. Alla fine dopo esser vissuto in quella “forma” sociale anche lui l’acquisirà nella sua interezza fino a vendicare il padre.

Ma la vendetta ha origini antiche. Potremo dire che sia nata con la nascita dell’uomo e del suo interrelarsi in una comunità. Ricordiamo la catena di vendette (faida) minuziosamente raccontate da alcuni autori greci come Sofocle o Euripide. Uno dei personaggi più narrati Oreste che vendica il padre macchiandosi di un matricidio. Oppure altra vendetta molto studiata nell’Amleto shakespeariano dove si “razionalizza” il sentimento di vendetta con sfumature dei moti d’animo legati a fragilità umana, ripensamento, incertezza.

La vendetta della civiltà barbaricina ha una matrice differente e cesserà quando ci si accorgerà che le uccisioni non “restituiscono il morto”. Una consapevolezza che verrà acquisita con il miglioramento delle condizioni socio-economiche e con la diffusione della cultura, un nuovo sguardo verso altri mondi e  nuovi modi di guardare il mondo.

“La cultura può rompere un varco”, con il grande dono di preveggenza che spesso mostra Giuseppe Fiori coglie quell’urgenza che avrebbe portato al cambiamento.

E riprendendo l’immagine della locandina dell’Isola delle Storie 2019 – il Festival  di Letteratura di Gavoi, in Barbagia, appena concluso – riflettiamo su questa bella metafora  raffigurata dove individui gettano sassi nel mare come la cultura lancia idee/storie e attende che prendano forma, si chiarifichino. Così l’acqua del mare dopo aver lanciato il sasso dopo un periodo di riposo, ritornerà brillante e trasparente più di prima perché le idee che all’inizio possono sembrare oscure incomprensibili in un secondo momento illuminano, aprono varchi verso nuove mete, creano rinascite.

“Mentre oggi vado ad Orgosolo – diceva Peppino negli anni ’60 – trovo una società nuova uno strato di intellettuali  organici della  società pastorale, figli di pastori o che sono stati pastori essi stessi da ragazzi. Trovo questo strato di nuovi dirigenti della comunità che parlano un linguaggio avanzato. In un circolo giovanile di Orgosolo si stampa un periodico ciclostilato in cui ho trovato testi di Don Milani, poesie di Neruda, di Garcia Lorca, di Brecht. Un’inchiesta sulla condizione della donna ad Orgosolo. Cultura viva non ossificata, armonizzata. È segno che in Barbagia qualcosa cambia nella direzione giusta”.

La cultura ha aperto e apre varchi  che non dovremo chiudere con la nostra ottusità.  Ma considerato il potenziale di crescita insito nel dubbio, cercare   di proporre idee  per quella passione che induce a creare,  a cogliere originalità,   senza mai tralasciare la memoria storica dalla quale attingere, riferimento per nuove riflessioni sul nostro presente. Luce per la nostra contemporaneità.

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[articolo apparso su Olbia.it il 14 luglio 2019]

Una conversazione con il maestro Delitala | La musica, ragione di vita

La musica talvolta m’avvolge come un mare!
E dispiego le vele
sotto un cielo di nebbia o negli spazi immensi
verso la mia stella pallida.
Charles Baudelaire

 

Nella vita s’incontrano persone che sono destinate a lasciare un segno nella comunità dove interagiscono. Ciò si evince da alcune dinamiche improvvise che veloci come il nostro vento di maestrale soffiano brezze per contrastare venti di cambiamento.

Sono persone che si riconoscono per la passione e dedizione che nutrono nel portare avanti progetti, trasmettere competenze. E seppur con difficoltà incresciose si mostrano caparbi, determinati.

Una presentazione insolita per il “protagonista” (un cliché che non ama) della vita musicale e culturale della città di Olbia, che con i numerosi concerti di musica classica e del Coro Polifonico cittadino è stato capace di indurci ad apprezzare questo genere musicale educandoci all’ascolto. Inoltre, è riuscito a trasmetterci la bellezza e capire fraseggi che dipingono vere emozioni nell’anima: note che giocano con il tempo tra allegri, andanti, adagi e altre espressioni musicali.

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Lui è il maestro Antonio Delitalia, direttore dell’ambita Scuola Civica di musica, di Olbia, uomo garbato, riservato, poco incline all’apparire, umile ma tenace che ha messo a disposizione le sue profonde conoscenze in materia musicale acquisite da lunghi anni di studio.

Questo ha permesso al tessuto sociale di crescere musicalmente, saltare l’oltre del silenzio dove le cose assumono significati se guidati da giuste competenze e abilità didattiche.

Inizialmente non è stato semplice avere consenso per una conversazione/intervista: “Nei miei tanti anni di esperienza musicale non ho mai rilasciato interviste, non amo mettermi in vetrina” rispondeva alla mia domanda in tono ossequioso, un po’ timido ma con il volto dipinto di sorpresa mista ad incredulità.

Alla fine dopo una leggera titubanza ha accettato mostrandosi una persona coerente, che del lavoro ha fatto la sua ragione di vita che ha elevato la città di Olbia dandogli un impronta di cultura musicale lodevole.

La musica è una “compagna di vita” e chi ne conosce l’intensità e la bellezza non riesce più a separarsi. Come è nata questa sua vocazione?

La domanda che mi pone mi conduce necessariamente agli anni della mia infanzia. Non so quando sia nata questa chiamata, questa “vocazione”. Può darsi che si tratti di qualcosa che appartiene al DNA di ciascuno di noi. E allora sono le circostanze della vita che si incaricano di trarre fuori ciò di cui ciascuno di noi è dotato.

Quello che posso dire con certezza è legato ad alcuni ricordi, assai nitidi, della mia infanzia a Nuoro. Ne cito alcuni: il primo è quello di mio padre che, in alcune riunioni familiari e con amici, suonava il violino; le lezioni di pianoforte a casa della Sig.ra Rosaria Denti quando avevo sei anni; il terzo ricordo: la possibilità di ascoltare musica sia con i dischi a 78 giri (avevamo le sinfonie di Beethoven, alcune dirette da Arturo Toscanini con la BBC di Londra su La voce del Padrone: la VI comprendeva ben cinque dischi; varie incisioni di arie d’opera e canzoni napoletane), sia con il vinile (avevamo diverse opere di Puccini che io sapevo a memoria a forza di ascoltarle).

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Photo Courtesy of Archivio A.Delitala

Che ricordi ha dei suoi studi nel periodo del Conservatorio? Quali musicisti preferiva?

Non sono stato un allievo interno del Conservatorio di Sassari: tutti gli esami li ho sostenuti come privatista. Mi sono diplomato in Canto Artistico sotto la guida di Antonietta Chironi, cantante dotata naturalmente di una voce straordinaria, di ampi e caldi colori e di grande duttilità esecutiva (passava dal repertorio barocco a quello popolare sardo con la medesima grazia e con pari capacità espressive). La frequenza regolare in Conservatorio è stata circoscritta solamente alle lezioni di composizione che il M° Luciano Pelosi, docente di Composizione, settimanalmente e per quattro anni, mi impartiva in totale gratuità.

Per quanto riguarda la seconda domanda debbo fare una precisazione: la preferenza verso alcuni musicisti non è qualcosa che rimanga immutabile nel tempo: dipende – almeno, per me – dalla maturità personale, dagli studi che, a chi li compie, permettono di approfondire la conoscenza di un compositore, di assimilarne lo stile, di farlo diventare una sorta di “habitus” interiore.

Seguendo questa evoluzione, mi sono trovato a confermare la predilezione per i musicisti della mia infanzia; ad amare il repertorio che da anni frequento e cioè la polifonia, dalla musica antica a quella contemporanea; e, infine, a maturare una sorta di coscienza, di interiorizzazione, quasi di religiosa adesione verso alcune composizioni, sia vocali sia strumentali, che hanno il potere di parlare, evocare, ispirare. Ma tutto questo penso sia esperienza di chiunque ascolti musica, senza dover essere necessariamente un musicista né aver fatto specifici studi in materia.

Nel 1978 istituisce il Coro “Città di Olbia”. Vuole raccontarci com’è nata l’idea, le prime persone che vi hanno aderito? I primi concerti?

Il Coro “Città di Olbia” ha una genesi che risponde a varie esigenze (alcune delle quali sono state motivo di sofferenza che poi il tempo ha saputo lenire) sviluppatesi all’interno del Coro Civitas quando il suo fondatore, l’allora parroco di San Paolo don Giuseppe Delogu, decise di lasciare momentaneamente la parrocchia per iniziare un proprio personale percorso pastorale fuori dalla Sardegna.

La più sentita di queste esigenze: continuare l’attività del coro privilegiando però la formazione musicale dei suoi cantori. Non tutti condivisero tale proposta: coloro che vi aderirono costituirono il primo nucleo del Coro “Città di Olbia”.

Il primo concerto si tenne nella Chiesa di San Paolo, venerdì 29 giugno 1979 con un repertorio – visto con l’esperienza di quaranta anni dopo – abbastanza impegnativo: comprendeva, fra l’altro, un mottetto di Marenzio, un responsorio di Ingegneri, un madrigale di Palestrina e, nella seconda parte, quattro lieder di Brahms e, per chiudere, tre brani del repertorio popolare sardo. Oggi alcuni brani di quel concerto indurrebbero qualsiasi direttore ad una attenta riflessione e ad una adeguata disamina sia sotto il profilo musicale, sia sotto quello vocale.

 

La scelta del repertorio? I ricordi che lo gratificano e quelli che lo hanno deluso o rattristato perché difformi da ciò che erano i suoi desideri?

Il repertorio, inizialmente, era quello che si sentiva eseguire dai complessi più famosi e che un direttore inesperto proponeva acriticamente ai propri cantori (anche se i brani scelti non erano quelli più adatti al proprio coro). I periodi e gli autori più frequentati erano quelli del Quattro, Cinque, Seicento, con incursioni nell’Ottocento (soprattutto tedesco) e nel repertorio folcloristico sardo.

Ricordi che mi gratificano e ricordi che mi rattristano? Ma, vede, Fosco Corti – straordinaria figura di musicista e di didatta scomparso nel 1986, maestro  prezioso di una intera generazione di direttori e del quale ho avuto la fortuna di essere allievo – ci diceva: «Non esistono buoni cori o cattivi cori: esistono buoni direttori o cattivi direttori». È una massima che tengo tuttora ben presente quando lavoro con il mio coro: fatta la tara di ciò che di imperfetto, nel cantore, non è direttamente riconducibile a me, il resto è da attribuire al direttore, nel bene e, soprattutto, nel male. Certo, quando un concerto rimane su un piano di dignitosa o eccellente esecuzione gioisco principalmente per i miei cantori; quando questo non accade è sempre un motivo, per me, di attenta analisi e indispensabili rettifiche.

Tanti riconoscimenti e premi. Vuole raccontare quello che lo ha emozionato maggiormente e quello che lo ha rattristato?

La prima volta di un premio è stata nel 1985 ad Arezzo dove vincemmo il 3° premio nel III^ Concorso Nazionale di Polifonia “G. d’Arezzo”; nel 1988, il 1° premio al VI^ Concorso Internazionale di Stresa e nel  1990 il 1° premio al 2^ Concorso Internazionale di Verona. Poi vennero altri secondi premi ( Arezzo, Crema) e altri terzi (Arezzo). Il premio che più mi ha emozionato è stato il Premio al miglior Direttore attribuitomi a Verona nel 1990 all’interno del 2^ Concorso, anche perché (l’ho saputo successivamente) nella precedente edizione non era stato assegnato. Premi che mi abbiano rattristati non ne conosco (ai concorsi si va per vincere ma anche per accettare eventualmente un posto fuori dal podio e il verdetto della Giuria si accetta così com’è); però una volta ad Arezzo – credo nel 1992 – ci fu assegnato il 2° premio mentre mi aspettavo il 1°. Subito dopo la proclamazione dei vincitori si avvicinò il direttore che vinse il 1° premio, si complimentò con me e, molto cavallerescamente, riconobbe che si aspettava un 1° ex aequo.

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Photo Courtesy of Archivio A.Delitala

La Scuola Civica di cui lei era sostenitore finalmente apre le porte agli studenti. Ci vuole raccontare di questa avventura forse un po’ sofferta (perché ancora itinerante senza location definitiva).

Il sottoscritto – come, del resto, altri cittadini – è stato un sostenitore della Scuola Civica di musica, ma il merito della sua istituzione, nel 2000, va alla Amministrazione Nizzi e al suo assessore Tommaso Degosciu.  Anche la mia nomina a Direttore della Scuola risale a quella data e al sindaco Nizzi. Da allora tutte le Amministrazioni comunali e i vari Commissari straordinari che si sono succeduti hanno confermato e sostenuto la presenza della Scuola, garantendole il relativo sostegno finanziario. Gli utenti, da allora, sono stati e sono sia bambini e ragazzi (dai quattro anni in su), sia adulti (nella Scuola non c’è un limite di età, la precedenza però viene data ai bambini e ai ragazzi).

Attualmente come si struttura e quali corsi privilegia? quanti studenti e quali validi musicisti?

Rispondo volentieri a queste domande, cercando di essere sintetico ma allo stesso tempo chiaro: la Scuola Civica persegue due obiettivi: il primo è  accogliere e favorire predisposizioni, inclinazioni verso la musica che provengono dai bambini e dai ragazzi; il secondo: guidare con particolare accuratezza la preparazione e la formazione di coloro che intendono proseguire gli studi musicali nei Conservatori. I corsi presenti nella Scuola sono i seguenti: corsi strumentali : violino, violoncello, contrabbasso, basso elettrico, arpa, batteria, chitarra classica, clarinetto, sassofono, flauto, tromba, pianoforte; corsi amatoriali: batteria, chitarra moderna, canto moderno; teoria e solfeggio (obbligatorio per tutti gli allievi dei dodici corsi) ; propedeutica musicale per l’infanzia;  infine musicoterapia.

In tutto sono 18 corsi, alcuni comprendenti più classi (chitarra, pianoforte, teoria e solfeggio, propedeutica).

Ogni allievo dispone – per lo strumento prescelto – dai trenta ai sessanta minuti di lezione settimanale individuale, a seconda dell’età e su valutazione del docente; collateralmente deve frequentare, sempre settimanalmente, anche la lezione di Teoria e solfeggio, questa sì, in forma collettiva, per scelta didattica.

Poi ci sono i corsi amatoriali (batteria amatoriale, chitarra moderna, canto moderno) destinati agli allievi a partire dai 16 anni, nei quali l’ora di lezione comprende tre, quattro allievi.

Inoltre, per i bambini dai quattro ai sette anni compiuti è stato predisposto un corso di Propedeutica musicale. Comprende quattro gruppi fino a dieci allievi ciascuno; lo scopo è quello della formazione dell’orecchio musicale mediante l’ausilio dello strumentario ritmico-melodico (legnetti, triangoli, tamburi, tamburelli, metallofoni, xilofoni, etc.). Attraverso una serie di momenti analitico-percettivi il bambino è condotto al riconoscimento dei parametri del suono (altezza, durata, intensità e timbro) per raggiungere gradualmente obiettivi più raffinati. In questo percorso l’utilizzo della voce, e quindi il canto, costituisce un momento rilevante ed essenziale. Essa è lo strumento attraverso il quale il bambino conosce, sperimenta, interiorizza il mondo sonoro che lo circonda e nel quale è immerso. L’esperienza del canto diventa, oltre che fattore di aggregazione e di condivisione, anche momento di sperimentazione e di consapevolezza dei propri mezzi espressivi e del proprio corpo. Purtroppo, oggi un errato concetto di uso e valore di questo strumento conduce alcuni genitori a speculare sulla voce dei propri figli al fine di partecipare a selezioni e concorsi canori, alla ricerca di una effimera popolarità televisiva.

Infine c’è un corso di Musicoterapia destinato agli allievi con difficoltà nell’apprendimento, tenuto da una docente con grandi capacità e competenze professionali ed umane.

Ha qualche dato? Le iscrizioni annuali aumentano annualmente o sono stazionarie?

Gli allievi della Scuola attualmente sono 160. È un dato che sostanzialmente rimane immutato negli anni (può variare, in più o in meno, di qualche unità) perché è legato al monte ore di cui la Scuola dispone. È significativo, comunque, che ogni anno la lista d’attesa per qualunque corso strumentale sia sempre lunga: segno inconfutabile della credibilità di cui gode la proposta didattica della Scuola.

Difficoltà ma grandi soddisfazioni. Ha rimpianti? Ripeterebbe ciò che ha realizzato o come lo rifarebbe?

Rimpianti? Ma, vede, al momento credo di non averne e nel futuro spero di non nutrirne. Per quanto riguarda ciò che ho realizzato, mi preme sottolineare che la presenza della Scuola Civica ad Olbia è opera del Comune; il mio impegno è stato quello di averle dato e di darle credibilità e prestigio sia attraverso la scelta didattica di cui ho parlato precedentemente, sia attraverso la presenza di docenti di eccellente professionalità e di indispensabili capacità didattiche e umane: sono le uniche peculiarità che un corpo docente deve possedere.  La lista d’attesa che correda ogni corso testimonia appunto la bontà di tale connotazione. Gli stessi Uffici regionali hanno sempre riconosciuto alla Scuola di Olbia un particolare rilievo educativo e formativo, considerandola il “fiore all’occhiello” della Regione in questo settore.

Un periodo la sezione staccata dell’Università attualmente situata nell’aeroporto  “Costa Smeralda” sembrava che volesse usufruire degli spazi preposti alla Scuola Civica nel Palazzo Expo. Lei riuscì a far desistere dall’interesse. Ci vuole sintetizzare questa situazione incresciosa?

In questo episodio, credo di non avere particolari meriti: si trattava semplicemente di mettere in risalto la inadeguatezza dei locali dell’Expo alle attività didattiche dell’Università.

Oggi invece alla Scuola Civica verrà assegnata la sua sede definitiva al Musmat, ex mattatoio. Quali sono i tempi previsti per la consegna? I locali sono molto più grandi dell’Expo? Inserirete altri insegnamenti?

Ignoro i tempi del trasferimento dall’Expo all’ex mattatoio; non so come siano stati organizzati gli spazi interni dei due grandi locali destinati alla Scuola; inserire altri insegnamenti è questione, innanzi tutto, di disponibilità finanziarie da parte dell’Ente pubblico, e poi di scelte e indirizzi didattici che attengono sia al Direttore, sia all’Amministrazione, sulla base, naturalmente, di ciò che emerge dal tessuto sociale e culturale della comunità.

Ricordo, tantissimi anni fa, alcuni concerti della Scuola Civica nella chiesa di San Paolo con pochi spettatori. Oggi finalmente si mostra più attenzione e sensibilità verso la musica classica e il pubblico partecipa attivamente.

Vede qualunque proposta culturale, in ogni campo, se si vuole che si radichi nel tessuto sociale, richiede ritmi che rispondono a maturazioni consapevoli e a percorsi di crescita lunghi. Ci vuole tempo e pazienza!

L’opera lirica forse crea ancora resistenza anche se sembra trionfare nei Talent televisivi, secondo lei sarebbe necessario educare all’ascolto?

La domanda che mi fa è di grande attualità e complessità e andrebbe rivolta più opportunamente ai Sovrintendenti dei nostri teatri e in particolare a quelli delle 14 Fondazioni lirico-sinfoniche.

L’opera è sempre stata, da quando è nata, un prodotto del giorno, non del passato. Mi spiego meglio l’argomento poteva, sì, rifarsi a episodi e personaggi storici e mitologi dell’antichità greco-romana (la prima opera a soggetto storico è del 1642, L’incoronazione di Poppea, di Claudio Monteverdi), ma i caratteri, le azioni, gli equivoci, la comicità, le ambiguità, l’indole, le passioni, i tormenti dei personaggi, i contrasti amorosi riflettevano e riproducevano in filigrana l’attualità. Naturalmente il librettista del tempo, rifugiandosi nei miti e nella mitologia, non correva il rischio di allusioni a persone e fatti a lui contemporanei, mettendosi così al riparo da possibili e pericolose ritorsioni. Inoltre l’edificio della sua rappresentazione, il teatro, era anche il luogo nel quale, inizialmente, – oltre che assistere alla vicenda tifando per questo o quel cantante – si svolgevano le più svariate attività: mangiare, giocare a carte, negoziare affari, intrecciare legami sentimentali: luogo per eccellenza di relazioni e quindi molto frequentato.

Poi divenne tempio della musica, in particolare dell’opera lirica. Il rischio che oggi l’opera si rinchiuda, in relazione all’utenza, in perimetri elitari può essere evitato in diversi modi (e sta già accadendo, per fortuna): accogliendo produzioni originali nel libretto, nella regia, nei costumi, nella scenografia (qualche mese fa Nicola Segatta, giovane compositore trentino, mi inviò la registrazione di una sua opera eseguita a Trento: struttura compositiva agile e scorrevole, strumentazione ricca di colori, interpreti giovani… ); aprendo i teatri agli studenti e, con le opportune modalità, ai bambini (quasi tutti i teatri hanno ormai introdotto nella loro programmazione tale offerta); divulgando (anche attraverso i Talent, come Lei ha opportunamente richiamato) le attività e le prestazioni di giovani cantanti emergenti. Attualmente in Sardegna abbiamo il caso di due giovani, presenti ormai nei più prestigiosi teatri del mondo: il baritono Alberto Gazale, di Sassari (che quando era agli esordi della sua carriera ho avuto l’onore di dirigere due volte nella Petite Messe Solennelle di Rossini) e il tenore Francesco Demuro, di Porto Torres che, poco più di un mese fa, è stato premiato a Doha, la capitale del Quatar, in occasione dell’International Opera e Classic Awards.

Penso che la città di Olbia – parlo degli abitanti – le debba essere grata poiché ha cercato di definire una identità culturale musicale che precedentemente non esisteva. I concerti da lei organizzati son tracce di memoria importanti per la bellezza delle esecuzioni e le intense emozioni che trasmettono (personalmente mi commuovo).

Le cose si fanno prima di tutto per rispondere a impulsi ed esigenze personali; in secondo luogo, per suscitare e condividere tutti quei moti dell’animo che appartengono all’uomo e che non possono essere descritti. La gratitudine non è un accessorio che debba corredare tali azioni. Personalmente non l’ho mai attesa né, tanto meno, cercata.

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Photo Courtesy of Archivio A.Delitala

Parliamo del coro. Oggi il coro vanta un repertorio vastissimo articolato che abbraccia i periodi più proficui dal punto di vista musicale della storia della musica, ma con uno sguardo verso la nostra tradizione e verso la contemporaneità. Cosa pensa al riguardo?

La scelta oculata del repertorio è una operazione che un direttore deve saper fare in relazione alle voci di cui dispone. Non tutto si può fare bene e con i medesimi risultati. Il “suono” di un coro (come, del resto, quello di un’orchestra) è qualcosa che il direttore deve saper costruire. Normalmente il raggiungimento di questo obiettivo può durare mesi e non è detto che sia acquisito definitivamente perché l’organico di un coro amatoriale non è mai stabile. Nel frattempo il direttore propone vari brani appartenenti a autori e periodi diversi, sperimenta, corregge, cambia la composizione interna del complesso (un soprano con un colore della voce scuro lo utilizza, se ne ravvede la necessità, come contralto); infine, a seconda dell’organico interno delle quattro voci – soprani, contralti, tenori, bassi – decide il repertorio.

Con il mio coro ho affrontato brani di autori che vanno dal Duecento ai nostri giorni; inoltre, con i due organici (voci maschili e voci femminili), separatamente, abbiamo studiato anche il repertorio gregoriano, indispensabile per possedere e saper gestire con consapevolezza il fraseggio non solo del gregoriano ma anche della polifonia. Detto questo, non è così scontato che un coro possa eseguire tutto. La letteratura polifonica è vastissima, da sola può riempire intere biblioteche. Il direttore di un coro si trova allora (almeno, nei primi anni di attività) nell’esigenza di dover scegliere tra ciò che gli piace – perché, magari, sentito da qualche complesso titolato, ma che il coro non è ancora in grado di affrontare – e ciò che, in quel dato momento, il proprio gruppo può eseguire. Attualmente il coro ha maturato una vocalità che predilige il repertorio rinascimentale e barocco e quello contemporaneo, due periodi distanti fra loro ma percepiti, vocalmente, simili.

Infine, come ogni coro sardo, in repertorio abbiamo anche brani ispirati alla nostra tradizione popolare e “rivisitati” nella loro struttura armonica per essere destinati ad un coro misto.

Possiamo dire che l’arte non ha età… se c’è passione in quello che si fa. Anche se sembra che la delibera del Comune di Olbia imponga limiti anagrafici per svolgere il ruolo del direttore?

A questa domanda preferisco non rispondere.

Sarebbe interessante istituire un corso di Storia della musica o meglio una educazione all’ascolto, in modo da poter avvicinare le persone alla musica lirica. Ha mai pensato a questa idea?

Sì e la abbiamo anche realizzata per alcuni anni era attiva la cattedra di Guida all’ascolto tenuta dal prof. Lucio Tummeacciu, docente di organo e composizione organistica presso il Conservatorio di Sassari. In ogni incontro veniva proposto un compositore oppure una forma musicale nella sua evoluzione storica (una sonata, una cantata, una sinfonia) e, al pianoforte, venivano man mano esemplificati i vari aspetti (la struttura compositiva, l’armonia, la melodia); successivamente si passava all’ascolto dell’intera composizione o di una parte di essa. Poi il prof. Tummeacciu si ammalò e, in quel periodo, non trovai un maestro disponibile per questo compito.

La sua scuola ha avviato studenti alla carriera di musicisti concertisti e/o docenti di musica? 

Questa è una di quelle domande che mi procurano un senso di grande soddisfazione personale. Dopo un periodo iniziale destinato a dare alla Scuola una struttura organizzativa e una connotazione didattica, in questi ultimi anni la Scuola ha visto sette nostri ex allievi raggiungere il traguardo della laurea triennale e specialistica: Gabriele Masala, Ilaria Sanna, Nicoletta Careddu in chitarra; Giulia Frau in pianoforte; Elias Lapia in sassofono; Eleonora Sale in arpa; Marco Derosas in violoncello. L’ottava laurea, in pianoforte, a luglio con Eléna Ortu.

Attualmente frequentano il Conservatorio di Sassari: Andrea Molino con la tromba, Marco Cocco con il basso elettrico, Lorenzo Agus con il contrabbasso jazz. Altri nostri ex allievi, pur impegnati in altre attività, mantengono la frequentazione con la musica come attività collaterale al loro lavoro: Antonello Staffa suona la tromba in un complesso jazz e Melania Piras, con il flauto, nell’orchestra dell’Università di Pisa dove frequenta il corso di laurea in Fisica. Infine, Gabriele Masala e Nicoletta Careddu sono diventati docenti di chitarra proprio nella Scuola dove hanno mosso i primi passi come allievi.

I direttori delle varie Filarmoniche son generalmente direttori a vita perché acquisire competenze in campo musicale è di vasta complessità, penso all’assiduo e intenso studio sui fraseggi, sugli spartiti. Nella musica la competenza è sinonimo di esperienza ed esercizio?

La Sua domanda mi fa venire in mente un motto sentenzioso, quasi un aforisma, di Daniel Barenboim, grande pianista e direttore d’orchestra argentino: «Il talento è un pericolo, chi ha talento tende a impigrirsi». Intende sottolineare il fatto che il talento da solo non basta esige un impegno assiduo e un quotidiano esercizio se si vogliono raggiungere elevati livelli di competenza.

Esplorare ampiezze sonore di grandi interpreti, assimilare la letteratura musicale per poi riproporla con intensità differenti come il lavoro meticoloso svolto con il coro “Città di Olbia”, le proposte delle Stagioni musicali… occorre una preparazione di molti anni.

Se mi da un po’ di tempo Le delineo quali sono stati in questi ultimi trent’anni gli eventi proposti dal coro ”Città di Olbia” e dalla Scuola Civica.

Tutto il tempo che è necessario!

Sia con il mio coro, sia con le stagioni musicali organizzate dalla Scuola Civica si sono voluti dare alla Città opportunità e occasioni per conoscere e fare apprezzare compositori ed esecutori  a volte sentiti solo nominare. La rassegna Consonanze, promossa dal Coro “Città di Olbia” dal 1990 al 1997, aveva una duplice connotazione: la durata (due soli giorni, venerdì e sabato) e la partecipazione, in ambedue i giorni, di due gruppi: uno corale e uno solistico, individuati sempre fra i maggiori complessi europei. La splendida cornice della Basilica di San Simplicio amplificava il fascino che il repertorio proposto aveva in sé: dal Canto gregoriano alla musica contemporanea. La ampia partecipazione del pubblico costituiva la migliore approvazione di tale formula rivelatasi vincente: due giorni, due gruppi. Contemporaneamente, sempre il Coro “Città di Olbia” aveva iniziato a realizzare il “Concerto di Natale”, proponendo ogni anno, il 22 di dicembre (data ormai diventata fissa), un concerto per soli, coro e orchestra con musiche di Monteverdi, Pergolesi, Durante, Sweelinck, Charpentier, Vivaldi, Bach, Händel, Mozart, Rossini. Questo appuntamento natalizio ha sempre costituito un momento di forte aggregazione sociale (oltre che culturale): la Chiesa di San Paolo era sempre gremita di pubblico anche quando il tempo era inclemente. Dopo qualche anno abbiamo dato inizio ad una nuova esperienza proponendo il Concerto di Pasqua la cui programmazione è ancora attiva.

Questo con il Suo coro. E con la Scuola Civica?

Fin dal primo anno ho chiesto ai colleghi che si rendessero disponibili per realizzare una stagione musicale estiva. Ero profondamente convinto di due cose: primo, che per gli allievi della Scuola e per le loro famiglie fosse importante vedere i propri insegnanti esibirsi in contesti al di fuori della lezione svolta all’interno di un’aula; secondo, mi sembrava giusto dare loro (tutti valenti concertisti, alcuni dei quali con un curriculum di rilievo internazionale) l’opportunità di fare un concerto in una città che potesse verificarne ed apprezzarne il valore: non sempre il talento ha la possibilità di avere la giusta visibilità. Tenga presente che spesso insieme con loro suonavano, in duo, in trio o in quartetto, anche altri musicisti. Inoltre, dall’anno scolastico 2012-2013 proposi una supplettiva stagione concertistica, questa volta fra l’inverno e la primavera, denominata “Omaggio alla Scuola” andata avanti fino a questa primavera (l’omaggio consisteva nel fatto che i concertisti suonavano gratuitamente, senza percepire alcun compenso). Nel frattempo si realizzavano collaborazioni con varie istituzioni, sia pubbliche che private che portarono a esiti assai importanti. La più significativa è stata quella con l’Ente Lirico di Cagliari che produsse due risultati: un seguitissmo concerto, con l’orchestra dell’Ente, nella Chiesa di S. Paolo l’11 aprile del 2003 e sconti considerevoli di ingresso a teatro per gli spettatori sponsorizzati dalla Scuola Civica di Olbia.

Kirill Petrenko direttore dei mitici Berliner Philarmoniker, d’origine siberiana, ma naturalizzato austriaco, in una intervista dichiara che «la musica è la sola dimensione nella quale si sente come fosse a casa». È così anche per lei?

Ma, vede: quando una persona si trova dinnanzi ad un paesaggio di particolare bellezza… ascolta musica… vede un quadro… entra automaticamente in un’altra dimensione, uno spazio indefinito che però diventa miracolosamente il luogo nel quale uno si riconosce meglio. Ritengo che ciò accada a chiunque faccia queste esperienze. Da giovane, quando mi capitava di ascoltare alcune composizioni di speciale interesse, o di leggere qualche poesia particolarmente significativa ed eloquente ero portato di istinto a percorrere sentieri inesplorati e a trasformarli in itinerari reali. Ricordo, al Liceo, una poesia di Baudelaire che mi aveva particolarmente ammaliato: La Musique. I suoi versi mi conducevano, dentro un vascello, nella vastità del mare alla mercé dei capricci del vento… Quel vascello, allora, diventava la mia casa (ma, forse, era a causa dell’età).

La musica è etica. E se riflettiamo predispone a una società multietnica, in cui l’individuo è in quanto può confrontarsi con l’altro. Naturalmente parlo di culture musicali diverse  ma importanti. Cosa pensa al riguardo?

Da sempre la musica è stata un collante fra culture e popoli diversi. Non esiste nessun periodo della storia della musica in cui un Paese, un musicista o comunque una corrente musicale non abbia assimilato o metabolizzato, maturandole, influenze provenienti da altri Paesi, vicini o lontani, o da musicisti particolarmente autorevoli e significativi. Gli esempi sono tantissimi: ad elencarli e commentarli si riempirebbe una intera biblioteca. A partire dal canto gregoriano e passando attraverso il Medio Evo, il Rinascimento, il Barocco, per arrivare all’Ottocento e al Novecento, non c’è stato periodo storico o musicista che non sia stato luogo di sintesi, con in sé i germi di una nuova esperienza. Mi consenta un ricordo della mia infanzia: da bambino, una delle composizioni che più frequentemente ascoltavo era la sinfonia n. 9 “Dal nuovo mondo” del musicista céco Antonin Dvořák. Pur essendo stata composta nel 1893 durante il suo soggiorno americano e pur riportando come titolo Dal nuovo mondo, dei neri o degli indiani d’America non aveva nulla, ma la didascalia bastava a farla passare per musica generata dal forte interesse che Dvořák nutriva per l’America e per il suo folclore. Questo – ma ancora numerosi altri esempi più pertinenti – dimostra che il linguaggio della musica contiene in sé, contemporaneamente, l’ineffabile e il dicibile; in una parola, l’arte del dialogo. A tale proposito mi capita spesso, parlando con gli allievi più grandi della Scuola, di citare spesso una frase dello scrittore Aldous Huxley: «Dopo il silenzio, ciò che si avvicina di più nell’esprimere ciò che non si può esprimere è la Musica». Da questo apparente paradosso nasce forse l’esigenza di esplorare “nuovi mondi” e capire nuove sensibilità ed esperienze.

La sua Scuola interagisce con questa bellissima potenzialità?

Sì, certo! Anche se in misura limitata e con intenti differenti, diversi nostri allievi sono stati all’estero a perfezionare i propri studi, proprio con il proposito di sperimentare e acquisire metodi, sistemi, conoscenze, abilità supplementari: Elias Lapia in Canada e in Francia; Ilaria Sanna, dopo il diploma in Italia, ha frequentato il Conservatorio reale di Amsterdam; Nicoletta Careddu è stata un anno a Sofia; Eleonora Sale a Madrid.

«Suonate sempre con l’anima; sono le leggi della morale quelle che reggono l’arte; senza entusiasmo non si compie nulla di grande». Robert Schumann lo straordinario folle. Passione, competenza, studio. Come li ordinerebbe? Quali priorità e perché?

La Sua citazione e la Sua domanda mi riportano ancora una volta ai tempi del Liceo e alla figura del mio professore di latino e greco, il compianto Prof. Nino Ferrara. Un giorno, affrontando l’etimologia di alcuni termini, ci spiegò l’origine della parola entusiasmo: deriva dal greco entheos, dio interno e per i greci questo dio interno era la fonte della creatività. Per loro, la parola entusiasmo riguardava un interesse, una sollecitudine così profonda verso ciò che si creava da implicare la “divina follia”.

Mi chiede poi le ragioni nel dare ordine e priorità a passione, competenza, studio. Premetto che non mi riconosco né autorità scientifica né autorità professionale che mi autorizzi a esprimere gerarchie su questo argomento. Posso solo tentare risposte personali.

Credo che qualunque persona abbia a che fare con il mondo dell’arte sia mossa, almeno inizialmente, da un duplice impulso: primo da una innata predisposizione (che si manifesta fin dalla più tenera età); secondo dalla curiosità se tale interesse si manifesta da adulti. L’entusiasmo cui lei fa riferimento citando Schumann, quando si trasforma in attività creativa o comunque operativa ha come caratteristica uno spiccato interesse per ciò che si vuole realizzare e che si trasforma in passione (le due cose credo siano inscindibili); in secondo luogo richiede impegno e applicazione quotidiani; infine, come naturale conseguenza, produce un bagaglio di conoscenze e abilità che formano ciò che viene definita una competenza. Questo itinerario formativo penso si attagli a qualunque attività umana, sia che riguardi la sfera squisitamente speculativa, sia quella manuale, artigianale, artistica.

Ora, un ultima domanda per concludere la nostra interessante conversazione per la quale la ringrazio di cuore a nome di Olbia.it. La formazione di un direttore di scuola civica di musica non si forma con un regolare percorso di studio. Deve integrare passione, dinamismo, capacità di ascolto e di sintesi di letteratura musicale per proporre nuovi percorsi?

Le domande che mi rivolge hanno dei risvolti molto personali che mi portano ad essere reticente. Ciò che sento di dire senza dover parlare troppo di me è che provo a svolgere con responsabilità i compiti che mi sono stati affidati, cercando di intuire le esigenze che provengono dagli allievi e dalle loro famiglie, di soddisfarle e, soprattutto, cercando di sbagliare il meno possibile.

 

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©️Riproduzione Riservata

[Articolo pubblicato su Olbia.it il 29 Giugno 2019]

Sandro Fresi Arcaica contemporaneità di un musicista gallurese

… entra nella tua luce
l’ombra della mortalità
e tu la fai
e non la fai dimenticare.
Si avvolge su se stesso, ascende
nelle sue volute il tempo,
dove? in voragini si perde,
in azzurre e nere
eclissi si inabissa
per la sua riapparizione
dopo, quando tempo non è più
ma cosa? d’altro e identico…
Mario Luzi

Nel periodo medievale intorno al 627 d.C.,  Isidoro,  vescovo di Siviglia  e grande intellettuale,  scriveva nella sua opera Etimologie o Origini L’arte musicale consiste nella conoscenza profonda, acquisita con l’esperienza, della modulazione e ha il proprio fondamento nel suono e nel canto”. Da profondo conoscitore della musica, Isidoro evidenziava come dall’esperienza si potesse arrivare a conoscere, a percepire la musica. E in un’altra sezione dal titolo “Del Potere Della Musica”  esplicitava un’altra verità “senza la musica, nessuna disciplina può  considerarsi perfetta: di fatto, senza la musica nulla esiste. […] La musica muove le volontà, trasformando la natura della percezione”  perché la musica ha la capacità di emozionare e “consolare la mente nel sopportare tribolazioni”. Pensieri che ci inducono a riflettere sulla  straordinaria importanza e funzione della musica che a volte trascuriamo. Diamo per scontato. Il suo valore è incommensurabile. E la creatività in ambito musicale sfiora l’infinito, nella possibilità di inventare sempre nuove armonie.  Ogni cosa sembra esser legata alla musica o meglio c’è musica dentro ogni cosa. E se riflettiamo la ritroviamo in una leggera brezza di mare,  in un semplice respiro o  persino sfiorando dei sassi che nel vibrare emettono sonorità.  La musica fa parte della nostra anima. Nessuno può viverne senza.

Isidoro scriveva della musica come ispirata da Dio, come riflesso di un’armonia celeste in cui, per raggiungere livelli eccelsi,  fosse necessaria non solo passione ma tanto studio, esercizio e come lui definiva “esperienza”. Oggi diremo che per raggiungere qualsiasi obbiettivo o progetto che si ha in mente, occorre impegno, costanza e soprattutto studio. Tanto studio. 

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Sandro Fresi mentre suona l’organetto a mantice – Courtesy ©️Sabrina Marielli

Tra i validi musicisti della mia terra, Sandro Fresi riflette quella attenzione  e studio meticoloso di cui parla Isidoro. Sono riuscita ad incontrarlo per un’intervista, dopo una serie di concerti con Iskeliu Quartet dal Titolo “Trittico Mediterraneo, Trilogia di Suoni e di Luci”, che lo hanno impegnato durante il periodo natalizio. Ho sempre apprezzato la sua creatività e le sue ricerche da musicologo o forse etnomusicologo, che non hanno trascurato altre discipline come l’etnografia o l’antropologia culturale. Ha creato spazi di innovazione musicale nella sperimentazione,  scindendo registri differenti, rimodulandoli in chiave più contemporanea o rielaborando “significati” attuali con armonie musicali del passato, con una delicatezza che dona intense emozioni e ha permesso, con l’utilizzo di strumenti antichi, di “rivivere” periodi storici, le cui tracce sembrano esser presenti nella nostra anima. Così emergono giochi di luci, bagliori di magie, archetipi chiaroscurali, forse lo stupore di Dante nel Paradiso? Ogni volta che ascolto un suo concerto con il suo IsKeliu Quartet lo percepisco diverso, più armonioso, più coinvolgente, forse perché richiama  suoni,  tracce di memoria riposte nella nostra anima?

Nel lasciar spazio alle sue parole e al suo avvincente mondo musicale, posso dirvi che  è un musicista affermato, gode di  discreto successo all’estero di cui menziono un’importante tournée in Australia; è un’attento ricercatore di sonorità della tradizione euromediterranea: studioso della tradizione religiosa Medievale che gli ha permesso la riscrittura di musica e testi dei grandi mistici quali San Giovanni della Croce e Santa Teresa d’Avila e  delle tradizioni popolari;  amico di Fabrizio De André, attualmente è direttore artistico del Festival intitolato al cantautore che si svolge nella città di Tempio Pausania.

Ma chi è Sandro Fresi e quali obiettivi si pone nel proporre un genere musicale che abbraccia vari registri, in cui forse il denominatore comune è il “tempo”?

La mia è stata una formazione ‘sul campo’ più per necessità che per scelta; negli anni ‘70 suonavo l’organo Hammond e uno dei primi sintetizzatori monofonici, in un gruppo rock. Allora, tra una cover e l’altra, si accennava  timidamente a melodie e disegni ritmici propri della nostra isola, più per una forma di emulazione di grandi gruppi progressive italiani e stranieri, che spesso accennavano a richiami  di  musiche popolari, che per reale convinzione. Un “divertissement”insomma. Non era ancora giunto il tempo, almeno per quanto mi riguarda, di pensare ad una seria elaborazione di musiche della tradizione così originali come quelle sarde o provenienti da un’area che potremmo definire, in una visione più emotiva che geografica,  panceltica.

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Sandro Fresi  – Courtesy ©️Egidio Trainito  

Quanto e come ha inciso la tua formazione sulla capacità di trasposizione dei suoni di memorie ataviche? Il tuo lavoro evidenzia una capacità di sintesi e rapporti armonici che riflettono altre tradizioni. Personalmente in alcune tue opere leggo trasposizioni di musiche medievali come ad esempio i Carmina Burana di Carl Orff o armonie che riflettono musiche nordiche. Inoltre sono presenti spazi diacronici. Quanto incide il valore temporale nelle tue musiche?

Mi hanno sempre attratto le sonorità degli strumenti medioevali e rinascimentali che trovo ricche di fascino e così vicine alle suggestioni che evocano le armonie dei repertori della Corsica, quelle dei “villancicos”catalani o “noel”provenzali. È vero, attraversano abissi temporali e territori dell’anima; i loro echi sono arrivati con un  tenue bagliore nelle lande desolate della nostra Gallura. Ecco, se dovessi attribuire un valore temporale alla mia musica parlerei, con sommessa vanità, di arcaica contemporaneità.

Per la riscrittura qual è l’elemento prioritario il testo o la musica? Come effettui le ricerche sui testi? Hai un archivio a cui attingi? Oppure è la casualità che ti conduce a scoprire e quindi riformulare? I formalisti musicali non amano rimaneggiare spartiti. Come consideri questa rigidità?

Sai, dipende veramente dai casi. A volte il testo è cosi bello che precede la musica, perchè in qualche modo già la evoca; più spesso scrivo melodie  pensando allo strumento che potrebbe suonarle. Amo molto le sonorità del sax soprano o quelle del violoncello. Ho una vasta raccolta di testi, soprattutto negli idiomi logudorese e gallurese. Ci sono poesie che per anni scorrono sotto i tuoi occhi inosservate; poi, improvvisamente scopri la loro bellezza e allora pensi di poter lavorare sul suono delle parole. Nella maggior parte dei casi questo avviene casualmente. In verità, non sono un autore di canzoni così come normalmente viene definita una composizione  per uso discografico e commerciale. Ammetto di non essere bravo nella ‘forma canzone’, anche se poi, qualche buona song è venuta fuori! Almeno così mi dicono…

Educare all’ascolto potrebbe essere una finalità che permetterebbe la diffusione più articolata di opere etnomusicali. Quanto incide la musica contemporanea nella diffusione di questo genere di musica? Come poterla diffondere per non perdere echi delle nostre tradizioni di culture euromediterranee?

L’atteggiamento dei media nei confronti della musica popolare o world-music, come inutilmente si cerca di definire quella che trae origine o ispirazione dai repertori tradizionali, è tipica di un Paese disattento, che relega tutto a una dimensione folcloristica, adatta a turisti per i quali si confezionano eventi di dubbio gusto.  In altre regioni d’Europa, penso all’Irlanda o alla Corsica, la musica popolare, di ricerca evoluta o di intrattenimento, gode invece della giusta attenzione. I media programmano musiche e “ballad”eseguite da eccellenti musicisti; le trasmissioni sono spesso bilingui, la quantità e la qualità di musica pop e ‘tradizionale’ in senso lato, spesso si equivalgono. L’ascolto rafforza, comunque, la memoria storica delle proprie radici e la consapevolezza di un sentimento identitario moderno.

Ci parli dei progetti musicali a cui sei rimasto particolarmente legato?

Ho amato tutti i progetti dei quali ho creduto di poter lasciare traccia, non per vanità personale, ma per la ricchezza immateriale che portavano con sé: penso a Speradifóli  una indagine creativa sul racconto immaginifico nell’habitat disperso della Gallura. Ho raccolto fiabe e racconti di una civiltà in via di estinzione insieme alla sua lingua; i protagonisti sono pastori e contadine superstiti che ancora vivevano negli stazzi sul mare o nell’entroterra profumato di elicriso. Voci incantatrici, visionarie, che raccontano forse non solo fiabe nel loro idioma antico e musicale, ma come in una sorta di apologo biblico, la storia della propria esistenza.

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Sandro Fresi con la ghironda e Paola Giua cantante di IsKeliu Quartet  ©️IsKeliu.org

Parliamo dei musicisti con i quali collabori. Quanto può incidere l’esperienza di un musicista del gruppo nella stesura finale del brano?

I miei collaboratori tra i quali voglio ricordare Alessandro Deiana (llaud, chitarra barocca) Fabio De Leonardis (violoncello), Antonio Fresi (percussioni), Paola Giua (canto) sono tutti musicisti di elevato livello tecnico; la maggior parte proviene da altre esperienze musicali (alcuni sono insegnanti di Conservatorio o concertisti internazionali di musica classica). Normalmente eseguono ma portano in dote la loro competenza e preparazione,  insieme alla capacità di adattare  il proprio percorso accademico ad una musica che non ha bisogno di complesse partiture sul leggìo, ma di un cuore popolare da reinventare ad ogni concerto.

Vorrei che mi parlassi degli strumenti medievali utilizzati. Puoi descriverne i suoni?

Di origine e datazione medievale utilizzo due ghironde entrambe accordate in sol/do. Una, di dimensioni più piccole, è uno strumento di liuteria tedesca a quattro corde; una di bordone, una “trompette” e due “chantarelle”, cioè le corde tastate  della melodia. Quella più recente è invece del liutaio modenese Paolo Coriani e monta due bordoni, una “mouche” e una trompette, oltre ovviamente alle due corde per la melodia, ha un suono molto potente per una cassa armonica di notevoli dimensioni e per l’indiscussa perizia del suo costruttore. Molto diversa dal primo strumento che , invece,   ha un volume più contenuto. Altro strumento del periodo realizzato dal maestro Paolo Previtali è l’organetto  a mantice  dotato di ventiquattro canne tappate in legno; ha un suono molto dolce, flautato e predilige accompagnamenti essenziali e la presenza di un set strumentale poco affollato.

552E81CF-3B25-4805-A621-1AC8A2570931Paola Giua – Courtesy ©️Egidio Trainito 

Le traduzioni di alcuni testi sono legate alla sonorità finale? 

I testi dei brani appartengono a poeti e rimatori pastori della Gallura ma anche ad altre regioni del Mediterraneo. Alcuni sono di tradizione orale, popolare, come dei villancicos catalani o noel provenzali. La loro scoperta è casuale: ci colpisce il suono della parola oltre al contenuto di un testo che normalmente intenso, poetico, parlato e scritto in una lingua minoritaria che non ha tutte le possibilità di una lingua colta ed evoluta e qui sta la bellezza nella semplicità della poesia popolare nella parola e nell’idioma usato nella lingua comune.

Sono sempre più propensa a definire la tua musica eurocolta da cui si evince l’accuratezza delle rielaborazioni,  le tue incessanti ricerche,   i tuoi studi e approfondimenti in ambito musicale. Tu come ti definiresti musicista, musicologo, etnomusicologo …? 

Le definizioni le date voi giornalisti a cui va la mia gratitudine perchè, attribuendomi di volta in volta, abilità di musicista, etnomusicologo, musicologo e persino jazzista, mi sottraete dall’esercizio  della vanità autoreferenziale. Credo, molto più modestamente, di essere un musicista che ha la fortuna di vivere in un luogo speciale del Mediterraneo, apparentemente isolato da questo mare che ha invece portato suoni, strumenti, linguaggi di popoli diversi che sono diventati la nostra vera ricchezza, il nostro tratto distintivo e inimitabile. Sono dunque, forse, un trovatore.

Vuoi parlarci dei contenuti dei brani e degli idiomi utilizzati? Carlo Emilio Gadda utilizzava i “pastiche” linguistici nella  lingua letteraria, Frank Zappa li utilizzava nelle sue contaminazioni musicali. È possibile intravedere dei pastiche musicali nei tuoi brani? 

È azzardato parlare di pastiche. Seguo una linea filologica nell’utilizzo dei linguaggi perché devono esser associati ad un tipo di sonorità e all’utilizzo di particolari strumenti musicali popolari che richiedono “rigore” creativo. Ma poiché citi Frank Zappa mi piace ricordare che alcuni anni fa, per una raccolta de Il Manifesto per un tributo a Frank Zappa, mi diedero l’incarico di elaborare un suo brano e scelsi “Blessed Relief” (The Grand Wazoo,1972) uno strumentale molto articolato e inserii un coro a tenore “tasja” concordu con parole inventate che  richiamarono  molta attenzione dei media.

Una persona, poeta e musicista che ha influito sui tuoi studi ed approfondimenti in campo musicale è stato Fabrizio De André. Com’è avvenuto il suo incontro? Vuoi raccontarci qualche aneddoto?

Ho conosciuto Fabrizio De André nei primi anni ‘80. Cominciavo ad utilizzare i campionatori, ma non osavo fargli sentire niente. Mi vergognavo, in realtà, di quello che facevo. A metà degli anni ‘90, avevo già elaborato una mia idea di musica, non acustica. Infatti, paradossalmente, iniziai da musica campionata, dai sequencer, dall’elettronica. Avevo campionato tutti gli strumenti musicali della Sardegna e, attraverso queste macchine,  avevo avuto la possibilità di elaborare delle tracce che poi confluirono nel mio primo disco,  IsKeliu,  con l’autorevole prefazione di Fabrizio de André. Con molte remore ero riuscito a fargli  pervenire un provino e subito si era reso disponibile a scrivere una recensione. Anzi, mi chiese se avessi voluto una notazione critica per ogni brano. Ma per timore, misto ad umiltà, pensai che per me fosse troppo, così gli dissi che mi sarei accontentato di una prefazione sull’intero lavoro. Una prefazione che nessuno contradisse perché scritta da una voce autorevole e forse accrebbe il numero dei miei estimatori. 

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Fabio De Leonardis – Courtesy ©️Egidio Trainito

Ricordo questo aneddoto che mi segnò.  Durante le telefonate,  che precedettero l’incontro all’Agnata (la località in cui si era trasferito nelle campagne di Tempio Pausania, ai piedi del Monte Limbara) per ritirare il foglio di carta su cui lui aveva scritto in bella e brutta copia la prefazione al disco Iskeliu, io mi schermivo sempre.  E lui con autorevolezza mi diceva “Tu sei il maestro che suona, io sono quello che ascolta e ti giudica. E voi sardi dovete smetterla di attendere che qualcuno di fuori riconosca il vostro valore. Siete voi i primi che dovreste crederci.” Queste parole mi impressionarono  e mi fecero riflettere su quanto noi sardi siamo poco disponibili tra di noi,  tra musicisti, tra sardi in genere, siamo poco propensi a riconoscere il lavoro e il valore dei nostri conterranei. Soprattutto nel campo dell’arte e della musica.

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Alessandro Deiana – Courtesy ©️aledeiana.wix.site.com 

Il suo poetare in musica manca a moltissime persone anche se i suoi scritti hanno assunto quel valore d’eterno che è un po’ averlo accanto. Ricordo che l’amministrazione comunale di Tempio Pausania ti ha scelto come direttore artistico dell’evento Faber intitolato al cantautore, cittadino onorario di Tempio.  Vuoi  parlarcene.

Ormai da molti anni, grazie alla sensibilità mostrata da diverse giunte comunali ma specialmente dall’assessore alla cultura e spettacolo del Comune di Tempio Pausania ho avuto la possibilità di organizzare dei Festival come tributo alla figura di Fabrizio De André. Nel corso degli anni, pur con risorse limitate, siamo riusciti ad organizzare spettacoli interessanti che hanno richiamato nella città gallurese migliaia e migliaia di persone. Abbiamo puntato sulla qualità chiamando artisti che non imitassero la voce di De André ma avessero carisma e originalità, ovvero mostrassero la poetica e la musica deandreiana ma che non fossero un superfluo clone della sua grandezza, peraltro inimitabile. Abbiamo portato creativi, artisti da ogni luogo dal chitarrista Kevin Dempsey, guru  del funky folk inglese, al Corou de Berra, un coro polifonico delle Alpi nizzarde, che ha eseguito a cappella alcuni brani di De André, grandi gruppi musicali come gli Yo Yo Mundi, gruppo folk rock italiano, la PFM – Premiata Forneria Marconi – e altri numerosi interpreti amanti della poetica e dell’arte di Fabrizio De André.  Nel mese di luglio, Tempio Pausania vive un’atmosfera avvolgente sia nelle varie piazze del centro storico che nella piazza a lui dedicata, Piazza Faber, disegnata dall’architetto Renzo Piano che sul cielo presenta una suggestiva installazione di vele colorate.  Una grande kermesse a cui invito tutti a partecipare.

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Antonio Fresi – Courtesy ©️IsKeliu.org

Sarebbe interessante approfondire le linee di continuità tra Faber e la nostra contemporaneità. Lo spazio non lo permette. Ma un’ultima domanda, come preservarne la memoria?

La sua poesia manca a tutti specialmente a quelli della mia generazione che sono cresciuti con le sue canzoni. Adesso occorre prestare attenzione alle nuove generazioni che non conoscono la poetica di Fabrizio De André. Penso che la sua musica e i  suoi testi dovrebbero esser studiati nelle scuole, negli istituti d’arte. Un patrimonio che non deve esser disperso ma deve essere oggetto di formazione per le nuove generazioni non solo in termini musicali e artistici ma per importanti contenuti culturali. 

Ringrazio Sandro Fresi per avermi concesso questa intervista e tutti i lettori che leggeranno e approfondiranno la sua musica. Lascerò alla fine dei link di riferimento. 

Spero inoltre che il suo monito, contenuto in queste ultime parole, sia oggetto di riflessione e magari di future realizzazioni. Come De André ha democraticizzato alcuni importanti contenuti, valori nella sua poesia cantautorale   avvolgendoli al filo della tradizione e fissandoli nella loro eterna contemporaneità, così penso che anche Sandro Fresi abbia permesso la diffusione di generi poco conosciuti ai più, che fanno parte della nostra anima di gente sarda, di umanità in cammino, dove la musica acquisisce la forma più autentica quando è inserita nel sociale e si focalizza e definisce l’identità valoriale di  una comunità.

La musica oltre a creare emozioni trae origine e forza da quelle tracce che il tempo ripone nella nostra anima.  A noi il compito di preservarne memoria.

©️Lycia Mele Ligios 2019

https://m.youtube.com/watch?v=IYrCE5C0Qys

https://m.youtube.com/watch?v=AuqAixohiGE

Il Laboratorio creativo di etnomusica “Oxidiana” del musicista Sandro Fresi, con la partecipazione del docente Giuseppe Orrù suonatore di Launeddas.

Contatti:

Sandro Fresi   Ass. Culturale Iskeliu
via Puchoz, 22 –  07029 Tempio Pausania OT

info@iskeliu.org (Ufficio stampa)
iskeliu@tiscali.it

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Sandro Fresi – Courtesy ©️Iskeliu.org

English Version

In the medieval period around 627 AD, Isidore bishop of Seville and great intellectual, in the section entitled “Della Musica E Del suo Nome”, included in his encyclopaedic work Etymologiae or Origines wrote: “The musical art consists in deep knowledge , acquired with experience, of modulation and has its foundation in sound and song “. As a profound connoisseur of music, he highlighted how from experience we could get to know, to perceive music. And in another section entitled “Del Potere Della Musica” indicated: “Without music, no discipline can be considered perfect: in fact, without music there is nothing. […] Music moves wills by transforming the nature of perception. “This is because music has the ability to excite and “console the mind suffering tribulations”. An extraordinary thought about the importance and function of music that we sometimes ignore. We take for granted. Its value is immeasurable. And creativity in music touches the infinite, in its explicitness in harmonies. Everything seems to be linked to music or better, there is music inside everything. And if we reflect on it, we would find it in a light sea breeze, a simple breath or even by touching the stone that emit sounds in their vibrations. Music is part of our soul. Nobody can live without it.

Naturally Isidore wrote of music as inspired by God, as a reflection of a celestial harmony in which to reach sublime levels it was necessary not only passion but much study and exercise. Today we will say to achieve any goal or project that you have in mind, that you aspire you need commitment and perseverance and above all study. A lot of study.

Among the good musicians of my land, Sandro Fresi reflects that attention and meticulous study of which Isidore speaks.

I managed to meet him for an interview, after a series of concerts that involved him during the Christmas season. I have always appreciated his creativity and his research as a musicologist or perhaps an ethnomusicologist who did not neglect other disciplines such as ethnography or cultural anthropology. He has created spaces of musical innovation in experimentation with the ability to separate different registers by re-modulating them in a more contemporary key or reworking current “meanings” with musical harmonies of the past with a delicacy that gives intense emotions and allowed, with the use of ancient instruments, to relive historical periods, whose traces seem to be present in our soul. And emerge intense emotions, plays of lights, flashes of magic, archetypes “chiaroscurali”, perhaps the amazement of Dante in Paradise? Every time I listen to one of his concerts, I perceive it different, more beautiful. Or maybe because amazement implies knowledge?

I present Sandro Fresi with very few words. He is an established musician. He enjoys quite a lot of success abroad, infact  I wish to mention an important tour to Australia. He is an attentive sounds’ researcher of the Euro-Mediterranean tradition; a scholar of the medieval religious tradition that allowed him to rewrite music and texts of the great mystics such as San Giovanni della Croce and Santa Teresa d’Avila; scholar of popular traditions; friend of the poet-singer-songwriter Fabrizio De André, he is currently artistic director of the Festival named after the singer-songwriter which takes place in the city of Tempio Pausania.

But who is Sandro Fresi and what are the objectives of proposing a musical genre that embraces various registers, in which perhaps the common denominator is “time”?

My formation has been ‘on the field’  more by necessity than by choice; in the ’70s I played the Hammond organ and one of the first monophonic synthesizers in a rock band. Then, between a cover and the other, we timidly hinted at melodies and rhythmic patterns typical of our island, more for a form of emulation of large Italian and foreign progressive bands, that they often hinted at recalls for popular music, and not for real conviction. In short,  a divertissement.  It was not time, at least for me, to think about serious elaboration of traditional and original music as those Sardinian or from an area that we could define, more emotionally than geographically,  “panceltica”.

How much and how did your training affect the ability to transpose the sounds of atavistic memories? Your work highlights a capacity for synthesis and harmonious relationships that reflect other traditions. Personally in some of your works I see transpositions of medieval music such as the Carmina Burana of Carl Orff or harmonies that reflect Nordic music. Furthermore there are diachronic spaces. How much does the temporal value affect your music?

I have always been attracted to the medieval sounds and Renaissance instruments that I find rich in charm and so close to suggestions to evoke the harmonies of the Corsica’s repertories, the Catalan villancicos or noel Provencal. True, they cross temporal abysses and territories of the soul; their echoes arrived with a faint glow in the desolate lands of our Gallura. Here, if I had to attribute a temporal value to my music, I could speak, with subdued vanity, about archaic contemporaneity.

What is the priority element : the text or the music during the rewriting? How do you search for texts? Do you have an archive you can use? Or is it the randomness that leads you to discover and then reformulate? The musical formalists do not like to change scores. How do you consider this rigidity?

You know, it really depends on the cases. Sometimes the text is so beautiful that it precedes the music, because in some way it already evokes it; more often I write melodies thinking of the instrument that might sound. I really love the sounds of soprano sax or cello. I have a large collection of texts, especially in the Logudorese and Gallura idioms. There are poems that for years under your eyes unobserved; then, suddenly discover their beauty and then you think you can work on the sound of words. In most cases this happens randomly. In truth, I am not a songwriter but as lyric composer  is normally defined for record and commercial use. I admit I’m not good in the ‘song form’, even if some good song came out! At least that way they tell me

Educating to listen could be a conclusion that would make the more articulated diffusion of ethnomusical works. How much does contemporary music affect the diffusion of this kind of music? How can we spread ours traditions of Euro-Mediterranean culture in order not to lose its echoes ?

The love of the media towards” popular-music” or “world-music”, is a reality of a country that is careless and  relegates everything to a dimension of folklore, suitable for distracted tourists for which events of dubious taste are packed, it is uselessly trying to define what is the source of inspiration for traditional repertoires. In other European countries I think of Ireland or Corsica, the traditional repertoire have  the right attention. The media program music and ballad performed by excellent musicians; the broadcasts are often bilingual, the quality of pop and ‘traditional’ music in the broad sense are often equivalent. The listening strengthens, however, the historical memory of the roots origins and the awareness of a modern identity feeling.

Do you want to talk about the musical projects that you have been particularly close to?

I loved all the projects in which I believed I could leave a trace, not for personal vanity, but for the immaterial wealth that they brought with them: I think of Speradifóli as a creative investigation of the imaginative tale in the dispersed habitat of Gallura. I collected stories and tales of an endangered civilization together with his language; the protagonists are the surviving shepherds and peasants who still lived in the settlements on the sea or in the hinterland smelling of helichrysum. Enchanting, visionary voices that perhaps tell not only fairy tales in their ancient and musical language, but as a sort of biblical apologist, the story of their existence.

Let’s speak of the musicians with whom you collaborate. How much can the experience of a group musician influence  the final draft of the piece?

My collaborators, among whom I would like to remember Alessandro Deiana, Fabio De Leonardis, Antonio Fresi and Paola Giua are all highly technical musicians; most of them come from other musical experiences (some are Conservatory teachers or international classical musicians). Normally they perform but they bring in dow their competence and preparation and they adapt their academic path to a music that does not need complex scores on the music stand, but a popular heart to be reinvented at each concert.

I would like you to tell me about the medieval instruments used. Could you also describe me  the sounds? 

Of medieval origin and dating, I use two hurdy-gurdings, both of which are tuned in sol / do. One, smaller in size, is a four-stringed German violin making instrument; one of a drone, a trompette and two chantarelle, that is, the strings struck by the melody. The most recent one is instead of the Modenese luthier Paolo Coriani and he mounts two drones, a mouche and a trompette, besides obviously the two strings for the melody, he has a very powerful sound for a large sound box and for the undisputed expertise of his manufacturer. Very different from the first instrument that instead has a smaller volume. Another instrument of the period realized by the maestro Paolo Previtali is the bellows organ with twenty-four wood-corked pipes; It has a very sweet, fluted sound, and prefers essential accompaniments and the presence of an uncrowded instrumental set.

We deepen the texts and sounds. Are the texts translations related to the chosen sounds?

The texts of the pieces belong to poets and Gallura rhyming pastors but also from other Mediterranean regions, oral tradition, or popular like Catalan villancicos or noel Provencal. Their discovery is casual. We are struck by the sound of the word in addition to the content of a text that is normally intense, poetic, spoken and written in a minority language that does not have all the possibilities of a cultured and evolved language,  and here lies the beauty in the simplicity of popular poetry in the word and in the idiom used in the common language.

I am increasingly inclined to define your music “eurocolta” in which it is clear the accuracy of the re-elaborations, your incessant research, your studies and in-depth analysis in the musical field. How would you define yourself as a musician, musicologist, ethnomusicologist …?

The definitions are attributed by you journalists, to whom my gratitude goes because, attributing to me from time to time, the skills of musician, ethnomusicologist, musicologist and even jazz player, you subtract me from the exercise of self-referential vanity. I think, much more modestly, to be a musician who has the good fortune to live in a special place of the Mediterranean, apparently isolated from the sea that has instead brought sounds, instruments, languages ​​of different peoples that have become our real wealth, our distinctive and inimitable trait. I am therefore perhaps a troubadour.

Do you want to talk about the contents of the songs and the idioms used? Carlo Emilio Gadda used linguistic pastiche in the literary language, Frank Zappa used them in his musical contaminations. Is it possible to glimpse some musical pastiche in your tracks?

It is risky to talk about pastiche. I follow a philological line in the use of languages ​​because they must be associated with a type of sonority and the use of particular popular musical instruments, that require creative “rigor”. But because you quote Frank Zappa,  I like to remember that a few years ago, for a collection of The Manifesto for a tribute to Frank Zappa, they gave me the task of elaborating one of his pieces and  I chose “Blessed Relief” (The Grand Wazoo, 1972) one instrumental very articulate and inserted a choir tenor “tasja” concordu with invented words that attracted a lot of media attention.

One person, poet and musician who influenced your studies and insights into music was Fabrizio De André. How did your meeting happen? Tell us some anecdote.

I met Fabrizio De André in the early 80s. I was starting to use samplers, but I did not dare to make them listen to anything. I was actually ashamed of that what I was doing. In the mid-1990s, I had already developed my own idea of ​​music, not acoustic. In fact, paradoxically, I started from sampled music, from sequencers, from electronics. I had sampled all the musical instruments of Sardinia and, through these machines, I had the chance to develop some tracks that then flowed into my first album, IsKeliu, with the authoritative preface by Fabrizio de André. With many qualms I was able to send him an audition and immediately made himself available to write a review. In fact, he asked me if I wanted a critical notation for each song. But out of fear, mixed with humility, I thought it was too much for me, so I told him that I would be content with a preface on the whole work. A preface that nobody contradicts because written by an authoritative voice and perhaps increased the number of my admirers.

An anecdote that I remember: during the phone calls, which preceded the meeting at  L’ Agnata (the place where he had moved to the countryside near Tempio Pausania, at the foot of Mount Limbara) to pick up the sheet of paper on which he had written rough and a good copy of the preface to the Iskeliu disc, I always felt ashamed  of myself. And he authoritatively told me “You are the teacher who plays, I am the one who listens and judges you. And you Sardinians must stop waiting for someone outside to recognize your value. You are the first ones that should believe in yourselves. These words impressed me and made me reflect on how we Sardinians do  not recognize  each other  , among musicians, among Sardinians in general, we are unwilling to recognize the work and the value of our countrymen. Above all in art and music.

His poetry in music is missing to many people even if his writings have assumed the value of eternity that is a bit ‘to have’ him with us. I remember that the municipal administration of Tempio Pausania  chose you as artistic director of the Faber event entitled to the singer-songwriter, honorary citizen of Tempio. Would You like to talk about it?

For many years, thanks to the sensitivity shown by several municipal councils but especially by the councilor for culture and entertainment of the City of Tempio Pausania I had the opportunity to organize Festivals as a tribute to the figure of Fabrizio De André. Over the years, even with limited resources, we have managed to organize interesting shows that have attracted thousands of people to the city of  Gallura. We have focused on quality by calling artists who have not imitated De André’s voice but have had charisma and originality, that is to say they have shown De André‘s poetics and music but has not been a superfluous clone of his own greatness, however inimitable. We have called artists, from every place, from guitarist Kevin Dempsey, guru of English funky folk, to the Corou de Berra, a polyphonic choir of the Alpes Nice, who have performed a few pieces by De André, great musical groups like Yo Yo Mundi , Italian folk rock group, the PFM – Premiata Forneria Marconi – and other numerous performers who love the poetics and art of Fabrizio De André. In July, Tempio Pausania lives an enveloping atmosphere, in the various squares of the historic center and in the square dedicated to him, Piazza Faber, designed by the architect Renzo Piano that looking  towards the sky presents a suggestive installation with colored sails. A great kermesse to which I invite everyone to participate.

It would be interesting to investigate the continuity lines between Faber and our contemporaneity. How can we preserve his memory?

Everyone , especially those of my generation, misses his songs,  who grew up with his songs. Now we need to pay attention to the new generations who do not know the poetics of Fabrizio De André. I think his music and lyrics should be studied in schools, in art institutes. A heritage that should not be dispersed but must be the object of training for the new generations not only in musical and artistic terms but also for important cultural contents.

I thank Sandro Fresi for giving me this interview and all the readers who will read and study his music. I will leave at the end of the reference links.

I also hope that Sandro Fresi’s warning in these last words is an object of reflection and perhaps of future realizations. As De André democratized songwriting poetry by attributing content of profound humanity linked to tradition, I think that Sandro Fresi also allowed the spread of unknown genres to the most part of our soul of Sardinian people, of humanity on the way where the music acquires the most authentic form when it is inserted in the social and focuses as a community identity.

Music, besides creating emotions and lying down with its “signs” on the soul, is a form of art and culture. Never disperse it. But we must preserve its memory.

©️Lycia Mele Ligios 2019