Musica | esplode l’anima del rock con i bravissimi Rock Tales

La Sardegna terra di silenzi, stasi e ripetizioni quasi un riflesso del suo mare, presenta esperienze culturali molto antiche di carattere etnografico. Tra queste le feste patronali che esercitano sempre grande fascino, molto suggestive nei riti  e consuetudini, molto sentite da parte dell’intera comunità; anche se alcuni antropologi sostengono che siano destinate a scomparire a causa del dilagante materialismo culturale, della globalizzazione che implica il concetto di appiattimento, di indifferenza, di atipicità, di disuguaglianza. Ma per noi sardi le radici culturali non sono solo ben impiantate, sono disperse nella roccia atavica e nel nostro mare che lambisce le coste. Sarà difficile sradicarle.

Queste feste un tempo erano momenti in cui prevaleva una sensazione di libertà e leggerezza, di distensione e gioia.  Ci si sentiva liberi di socializzare. Anche i piccoli avevano i loro privilegi: poter giocare e rincorrersi davanti al palco, dove si esibivano gli artisti della serata.

Impegno e presenza

Oggi le feste patronali sono organizzate da comitati spontanei delle comunità, dalle classi o in dialetto gallurese “fidali”, nati nello stesso anno. Le Classi/Comitati provvedono a curare ogni particolare organizzativo come ad esempio ricevono le bandiere del Santo o della Santa di cui ricorrono i festeggiamenti e allestiscono la chiesa, organizzano la processione religiosa, provvedono al divertimento della comunità coinvolgendo artisti, dj, cabarettisti etc…

Il lavoro impegnativo e gravoso nella raccolta dei fondi, nel predisporre tutto secondo i severi parametri della sicurezza non sono inezie, richiedono dinamismo, capacità organizzative e spirito di sacrificio.

Un riscontro di presenza da parte del pubblico dovrebbe esserci per  supportare e condividere chi organizza. Altrimenti sembrerebbe una festa privata, priva del significato primario della condivisione collettiva.

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Courtesy  of Rock Tales

Ma la tramontana ha anima rock?

Con un’aria dal sapore di tramontana sferzante, autunnale, sanamente combattuta con birra, buon vino rosso di  produzione locale, sambuca e del filu ferru (l’elisir di lunga vita della gente sarda)  qualche sera fa abbiamo assistito ad un’esibizione che merita di esser scolpita nella memoria.

Sul palco di Berchiddeddu (frazione di Olbia) in occasione della festa patronale 2019 in onore alla Beata Vergine Immacolata si sono esibiti i Rock Tales, una tra le band più apprezzate della Sardegna, in uno spettacolo avvincente sulla storia del rock, dagli anni ‘50 ai ‘90 del secolo scorso, con parallelismi storici e interferenze nella musica italiana.

Oltre due ore di greatest hits dei più grandi cantanti e gruppi rock della storia musicale, suddivisi secondo decadi, a cui si attribuisce un colore e relativo significato per rappresentare gli elementi più cool della musica del periodo.

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Photo ©credits Antonella Mura courtesy of Rock Tales

Con l’ausilio di uno schermo, dove scorrevano immagini e le caratteristiche del periodo musicale presentato, abbiamo riascoltato canzoni di Elvis, Beatles e del gruppo rivale Rolling Stone,  Jimi Hendrix, Jim Morrison e Doors, Janis Joplin, Deep Purple, e ancora Led Zeppelin,  Toto,  Queen, Nirvana e tanti altri artisti.

In scaletta erano presenti  anche canzoni di cantanti italiani per evidenziare le relative assonanze con la storia del rock: come Celentano, con la sua mitica Svalutation, la PFM, Lucio Battisti, Gianna Nannini, Litfiba, Vasco Rossi. A ciò si aggiungevano i continui riferimenti alla storia socio-culturale dei periodi analizzati  mostrando capacità di sintesi  e  ingegno  divulgativo della band.

 

Il progetto musicale Rock Tales

Il progetto  musicale nasce nel 2013 come storia del rock  dalle sue origini blues degli anni ′50, negli Stati Uniti,   fino agli anni ′90  ovvero la sua evoluzione in rock and roll e altre forme.

Da Johnny B. Goode del musicista americano Chuck Berry del 1958 in cui si parla del sogno americano preannunciato dalla madre di un ragazzo semplice, di campagna che pur non sapendo né scrivere né leggere riesce ad aver successo per il suo talento naturale nel suonare la chitarra.

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Photo ©credits Antonella Mura courtesy of Rock Tales

Era un blues rock di riscatto, con implicito riferimento alla  disuguaglianza e differenziazione delle classi sociali americane e al sogno di giustizia e integrazione della popolazione nera nella società americana. Infatti, il brano originale citava un ragazzo di “colore”, che poi Berry sostituì con ragazzo di “campagna” , per timore che il pezzo non venisse pubblicizzato trasmesso in radio. Il talento che uno possiede prescinde dal colore della pelle. Fu questo il vero significato purtroppo celato.

Poi è la volta del rockabilly, la musica dei bianchi. La canzone di Carl Perkins di cui si fece grande interprete Elvis Presley. Una canzone che in sé sembra non aver significato, mentre se approfondiamo la storia si capisce l’intenzione, forse in chiave ironica: lo sconcerto e disapprovazione di chi vede un ospite di una festa preoccuparsi delle sue scarpe di camoscio blu che erano state calpestate, non curandosi della donna che aveva accanto. Un linguaggio allusivo che sembra volerci suggerire che nella vita bisogna dare il giusto valore alle cose.  Perché preoccuparsi di una  cosa marginale e secondaria? Un paio di scarpe!?

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Photo ©credits Antonella Mura courtesy of Rock Tales

E la storia del rock continua con nuove suggestioni, significati, forme, come ad esempio lo struggente rock acustico o quello elettrico e quello più attuale.

Un immenso progetto musicale che unisce tutti.   Oggi appare  sempre  più apprezzato, anche per la genialità del gruppo che riesce a rinnovarlo: annualmente al tour si aggiungono date e vengono inserite nuove canzoni.

Il gruppo composto da eccellenti musicisti professionisti, – insegnanti di musica della zona di Oristano e Medio Campidano, – ha donato ai presenti uno spettacolo che trasudava saggezza, energia, positività. Ma non solo, anche tanta nostalgia di un tempo che ormai vive solo nei ricordi, insito in quelli che lo hanno  vissuto.  Periodi storico-culturali in cui originalità e creatività non erano concetti ma idee che si concretizzavano, si perseguivano, avvincevano e a volte scioccavano per imprevedibilità e spavalderia. Era rabbia e sete di giustizia, desiderio di riscatto,  pace, vita, e ancora erano armonizzazioni musicali quasi frasi ristoratrici dove l’anima trovava riparo dal caos esistenziale d’insanabile inquietudine.

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Photo ©credits Antonella Mura courtesy of Rock Tales

E ora il gruppo:  voce solista potente (Freddy avrà applaudito da lassù!) quella di  Martino  Mereu, insegnante di canto, voce versatile, fresca, che “spacca” (per utilizzare un termine caro alla cantante inglese Skin, giudice in un talent televisivo), Marco Pinna al basso e voce, GianMatteo Zucca chitarra e voce, Giovanni Collu alla batteria, Alberto “Benga” Floris chitarra e voce.

Non solo musica

Da un punto di vista tecnico confrontandoci possiamo considerarli eccellenti musicisti in armonia, senza individuali virtuosismi (possibili visto lo spessore dei musicisti sul palco) ma equilibrati e attenti a ricreare la giusta atmosfera musicale del pezzo suonato. Sembrerebbe una formazione insolita, per la presenza di due chitarre, atte a ricreare la parte armonica e solista, a supporto della melodia cantata. Tutte le parti armoniche delle tastiere sono state minuziosamente ricreate per chitarra, facendoci dimenticare la loro assenza in brani indelebili della nostra memoria musicale.

I due chitarristi si mostrano affiatati e intercambiabili nelle parti soliste e armoniche. La struttura ritmica viene eseguita dall’eccellente batterista di rinomata esperienza Giovanni Collu, supportata in simbiosi dal bassista Marco Pinna. Vanno inoltre menzionate le perfette armonizzazioni corali del gruppo creando un valore aggiunto  all’esecuzione.

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Photo ©credits Antonella Mura courtesy of Rock Tales

Ma sul palco non è solo canto, è presenza scenica non sguaiata. Ci si diverte e si scherza. Si manifesta una velata ironia. Ora sembra impetuosa, ora ha tinte più delicate. D’altronde tanti affermano che bisogna staccarsi dalle cose, con giusta ironia,  planare dall’alto per capire a fondo situazioni ormai legate al tempo.

Ora ci inducono a pensare con estemporanei quiz o riflettere su parole del passato,  allusioni a  incandescenze di vita sociale al di là di ogni logica, come i conflitti armati e la corsa agli armamenti, la globalizzazione, il materialismo ormai erba infestante, libertà di genere.

La musica diventa “struttura” sociale dove ricollocare il pensiero dell’uomo nel suo percorso. Loro l’hanno raccontata rendendola unica dove le differenze di forma sembrano annullarsi per con/temporaneità.

Oggi pur con forme diverse  permangono i significati. La  musica continuerà ad essere l’espressione più democratica, unirà, azzererà il tempo fino ad varcare la soglia dell’eternità. Dove eterna presenza diverrà una bella emozione. Oggi come ieri.

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© Riproduzione Riservata

All Photos ©credits Antonella Mura courtesy of Rock Tales

 

(Articolo apparso su Olbia.it 08 Settembre 2019)

 

 

34 Premio Dessì si conferma evento culturale di prestigio | Premiazione

Da qualche anno il tempo faceva sentire la sua voce fredda, pungente, come un’eco che parlava di autunni e creava scompiglio tra gli organizzatori dell’evento di Villacidro, costretti in tutta velocità a predisporre una location alternativa, per la serata di assegnazione del prestigioso Premio Dessì.

Ma quest’anno, finalmente, il tempo si è mostrato  clemente donandoci un’aria di fine estate, e nella piazza che taglia a metà il graziosio paesino, abbarbicato su un lembo di montagna,  tra l’affiorare di scorci poetici: campanili,  tetti, abbaini,  e sul basso stradine segnate dal tempo, il 5 ottobre si è svolta la serata di premiazione del 34° Premio Dessì, intitolato allo scrittore sardo Giuseppe Dessì (Cagliari 1909 -Roma 1977)  vincitore del Premio Strega nel 1972 con il romanzo Paese d’Ombre.

Un classico  della letteratura italiana che presenta una straordinaria forza di contemporaneità per contenuti,  oggi sempre più discussi, legati alla tutela e  salvaguardia dell’ambiente.

Alla serata era presente, oltre al pubblico numerosissimo, quel vento che alle volte disperde, avvicina, rimodula suoni e parole. Dà significato al silenzio come luogo del pensiero.

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 Umberto Broccoli e Francesco Permunian – Courtesy Archivio Fondazione Dessì

Sul piccolo palco che dominava la valle in cui l’orizzonte sembrava disperdersi, vi era una piccola scultura formata da gigantografie di libri, sovrapposti di taglio, che da attenta lettura dei dorsi erano alcuni romanzi dello scrittore. Ma ciò che attirava lo sguardo era la loro disposizione a forma di  x.  Erano tre e seppur alludendo al trentennale del Premio, (in realtà 34°) forzando sul segno grafico, come intersezione di due rette incidenti, sembrava si volesse enfatizzare quel centro del mondo, il paese di Villacidro, luogo di origine, partenza e arrivo di significati, di idee.

Come ricordato anche dal presentatore della serata Umberto Broccoli, archeologo e volto noto della televisione e voce di RadioUno: “Ogni punto dell’universo è anche il centro dell’universo” come diceva Dessì, in cui alludeva all’universalità e nello stesso tempo centralità del suo paese soggetto dei suoi romanzi,  ma prima di ogni cosa dell’uomo nel suo interrelarsi, nel suo stare al mondo.

Dai suoi romanzi, dalle sue inchieste conservate nelle Teche della Rai emerge una necessità di raccontare e raccontarsi nel trapasso dal passato al presente inspiegabile perché avvolto dal mistero e silenzio ancestrale. Dirà che l’uomo sardo anche se vive in continente “porta sempre con sé quell’alone di silenzio” derivato dall’essere abitante di un’isola, quindi isolato, lontano dai clamori della città. Da qui la volontà di reinterpretare, dare forma e significato al silenzio che si palesa in pensiero, in ricordo, in memoria.

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Il presentatore con Gianrico Carofiglio Courtesy Archivio Fondazione Dessì

E Marta Cabriolu, sindaco di Villacidro, nel suo discorso introduttivo sulle orme di Giuseppe Dessì nel suo dar voce al “silenzio”, evidenzia il ruolo degli scrittori “che sentono il mondo che ci circonda in tutte le forme e ne scrivono per suscitare emozioni in chi legge, perché leggere implica una crescita, una conoscenza”.

Ma, le parole non si soffermano a pura descrizione, ora divengono taglienti e dure. Vogliono richiamare l’attenzione sullo stato di abbandono percepito dai docenti e invoca le istituzioni in quanto loro, in primis, dovrebbero “sostenere il diritto assoluto all’istruzione e alla formazione”. Inoltre, possiamo aggiungere che i dati forniti dal MIUR – Ministero dell’istruzione dell’università e della ricerca – sulla dispersione scolastica sono inquietanti: se tra il 2015/2016 l’abbandono nella scuola secondaria di II grado era stato del 3,82%, tra il 2016/2017 è stato del 4,31%. Bisogna sensibilizzare sull’immenso valore della cultura che ha una enorme potere salvifico dalle sabbie mobili in cui sembra arrancare il presente.

“Mai come in questo periodo storico culturale in cui imperversa una triste povertà d’animo di valori e di sentimenti” – dice la Cabriolu – “il nostro paese ha bisogno di un forte richiamo al senso civico al rispetto delle persone, della loro intelligenza, della loro dignità”.

Non può mancare l’attacco ai social e alle realtà virtuali, alle aggressioni verbali, alla maleducazione, all’ignoranza. Un discorso limpido, ben strutturato, che non lascia indifferenti: le istituzioni e chi propone cultura devono impegnarsi per il recupero di una società che sta vacillando e rischia nel cadere di danneggiarsi in modo irreversibile.

Da qui l’urgenza continua la Cabriolu di “ricostruire le nostre identità, quelle delle nostre vite reali fatte di persone, bambini, gente disperata che muore in mare per cercare un futuro migliore”. Un devastante grido di aiuto se si riflette su verità che deflagrano. Fanno male. Arrecano dolore. Bisogna rieducare alla gentilezza, all’ascolto, alla bellezza, al confronto, predisporre luoghi dove potersi incontrare, porsi come esempio nei confronti dei ragazzi e soprattutto trasmettergli il senso del futuro che sarà migliore se verranno approfondite e studiate  l’esperienze del passato, quella memoria storica che è insita nella nostra anima, perché vissuta da chi ci ha preceduto, al fine di non ripetere gli stessi errori.

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Michele Mari e Italo Testa Courtesy Fondazione Dessì

E la vivace settimana culturale, legata ad uno dei premi italiani più longevi,  propone presentazioni di libri, dibattiti, simposi, coinvolgendo anche gli studenti delle scuole. Tra gli obiettivi vi è quello d’infondere l’amore per la lettura, perché leggere è un  ripiegarsi sulla vita stessa, per intuirne le oscure dinamiche. Non è solo raccolta di nozioni ma anche riflessioni. “Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto”  come diceva il nostro caro Antonio Gramsci.

La Giuria

Oltre alla settimana ricca di eventi culturali vengono premiati i testi selezionati da una giuria composta in prevalenza da accademici tra i quali il presidente della giuria Anna Dolfi docente dell’Università di Firenze e socia dell’Accademia Nazionale dei Lincei che nel discorso introduttivo presenta gli altri giurati: Duilio Caocci dell’Università di Cagliari, Giuseppe Langella e Giuseppe Lupo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Gigliola Sulis dell’Università di Leeds (Inghilterra); Gino Ruozzi dell’Università di Bologna; i giornalisti Luigi Mascheroni giornalista culturale de Il Giornale ed editore della collezione artigianale De Piante, Stefano Salis della pagina culturale del Sole 24 Ore; e il Presidente della Fondazione del Premio Dessì Paolo Lusci.

Diamo qualche numero per capire l’importanza e il valore che oggi ha assunto il Premio Dessì nel panorama della cultura italiana. I libri editi esaminati sono stati circa  500  e dopo un’iniziale scrematura di quindici testi, i giurati hanno scelto i tre finalisti.

La  poesia 

Per la sezione poesia sono stati premiati: Michele Mari, voce inconfondibile nel panorama della poesia italiana contemporanea, con un testo edito da Einaudi “Dalla Cripta” dove la parola affonda per struttura in quel passato classico,  che non è percepito solo come formazione necessaria del conoscere e del poetare ma, diviene valore assoluto ed eterno del contemporaneo per l’universalità dei temi trattati: “frammenti di memoria, noi e voi, / precipiti nel nulla a capofitto / perchè il passato è tutto, e siamo suoi”.

Altro poeta vincitore il docente di Filosofia Teoretica dell’Università di Parma Italo Testa, che propone una poetica diafana e trasparente, in cui l’indagine conoscitiva struttura il suo poetare, come sguardo su quella realtà che tutti vediamo ma che non “conosciamo”. Il valore di ciò che non è determinante, fondamentale, che ha una sua forza esistenziale.

Il testo edito da Marcos Y Marcos s’intitola “L’indifferenza naturale”. Una poesia sorta da un’ossessione, cara al poeta, del paesaggio “nel tentativo di precisare lo sguardo sul mondo. La poesia ha il compito di dare un nome alle cose senza nome, rivelarci l’esperienza e vederla sotto un’altro aspetto”.

La terza proposta, vincitrice del Premio Speciale Giuseppe Dessì è Patrizia Valduga.

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Patrizia Valduga e Francesco Permunian Courtesy Fondazione Dessì

Una poetessa lodata da Luigi Baldacci, uno dei più grandi critici del ‘900 e per lunghi tredici anni compagna di Giovanni Raboni, poeta e critico letterario. Il testo edito da Einaudi, s’intitola “Belluno. Andantino Grande fuga” e, se non sapessimo che fosse un testo poetico, dal significato delle parole potremmo pensare ad uno spartito musicale con la presenza di un  tempo leggermente lento e una struttura in musica a più voci. In realtà sono quartine che preparano il saggio finale sulla poesia di Giovanni Raboni.

Nate di getto nell’agosto del 2018 a Belluno, l’editore Einaudi impreziosisce la veste grafica, e propone il testo riportando sulla copertina il volto della poetessa quasi ad evidenziare l’originalità della sua voce poetica e del suo farsi esistenza. La parola crea raccordi  nel suo densificarsi  tra paesaggi, letteratura e amore, un sentimento che la poetessa svela e illumina con la parola.

Il testo si pone “come per raccogliere il testimone del grande poeta […] la poesia di Raboni, dopo 15 anni di speciale frequentazione, oltre la soglia della vita fisica,  attraversa l’intero libro ed è oggetto di considerazione della poetessa. Un saggio che vuole precisare questioni rilevanti della poesia e della poetica di Raboni”. Questa la motivazione della giuria che conferisce il premio “con convinzione al più recente e atipico libro di una delle voci più importanti della letteratura italiana contemporanea”.

La poetessa, (che personalmente, mi ha sempre ricordato l’incedere e l’allure della pittrice del secolo scorso Leonor Fini n.d.r.) si mostra nella sua esile e delicata figura dalla pelle bianchissima, quasi lucente, elegante nel suo abito total black. Sale sul palco, visibilmente felice ed incredula. Inizia a parlare. E con voce intimorita e segnata da commozione racconta la genesi dell’opera  nata da una profonda delusione: il mancato sostegno da parte del Corriere della Sera e del Comune di Milano ad un suo  progetto  : dedicare lo spazio di ciò che rimane del lazzaretto manzoniano a Giovanni Raboni. Luogo che peraltro si trova in prossimità della casa in cui è nato.

E continua la poetessa con la voce spezzata, commossa “così mi è venuta in mente questa cosa strana”. La fine dell’opera è segnata da un toccante appello al Presidente della Repubblica, una lettera: “mio caro Presidente, questo è quanto/ accolga la mia supplica e il mio pianto/ che è senza lacrime / che non si asciuga/ il 10 agosto Belluno Valduga.”

Una supplica accorata quella della poetessa, che speriamo venga accolta. L’opera di Giovanni Raboni, al pari di altri intellettuali e letterati, deve avere un proprio spazio perché la sua opera ha contribuito in modo considerevole alla grandezza della poesia e della critica letteraria in Italia e nel mondo.

La narrativa

Dopo un breve intermezzo musicale, dalla voce di Irene Nonnis, si prosegue con la presentazione dei finalisti per il genere della narrativa. Viene premiato Gianrico Carofiglio, autore per certi versi innovativo che è riuscito sviluppare in Italia un nuovo genere letterario il legal thriller. Scrittore molto conosciuto e stimato per la sua lucidità e coerenza intellettuale. Il romanzo premiato “La versione di Fenoglio” edito da Einaudi.

Ma qui ci si vuole soffermare su una domanda posta dal presentatore della serata, che vede una certa assonanza tra Dessì e l’autore sull’utilizzo della parola “scelta”. Una parola presente nel suo saggio “La manomissione delle parole” una riflessione sulla manomissione del linguaggio pubblico”. La finalità posta era quella di recuperare il significato di parole spesso abusate quale giustizia, ribellione, vergogna, bellezza e scelta. Come? iniziando ad evidenziare i contrari delle parole. Dopo un’attenta ricerca la parola “scelta” è apparsa l’unica a non avere contrari. “La scelta  – dice Carofiglio –  è una virtù e la prerogativa fondamentale più ancora della libertà. È un presupposto dell’esercizio della libertà. Per scegliere bisogna esser consapevoli e l’accento viene posto sulla scelta che implica azione” e coerenza.

Dopo una breve lezione di etica (starei ore e ore ad ascoltare Carofiglio per la semplicità espositiva di temi complessi n.d.r.)  viene premiato “Il Sillabario dell’amor crudele” edito da ChiareLettere di Francesco Permunian a cui verrà assegnato il super premio Dessì. Uno scrittore che mostra subito il suo tessuto esistenziale: sensibile, genuino, si definisce ex-centrico, fuori dal centro, lontano da contesti letterari o giornalistici, ama vivere tra le sue cose e i suoi libri, restio ai viaggi, agli spostamenti:  “Gli unici viaggi sono quelli tra le pareti della mia mente. Nello specchio del Garda si specchia il mondo intero” e continua dicendo che non amavano spostarsi tanti altri autori e cita carlo Emilio Gadda, Andrea Zanzotto e poi Vitaliano Brancati che pur avendo viaggiato “vedeva” tutto nel suo paese Zero Branco, in provincia di Treviso. Lì riusciva a vedere la Cina persino l’Olanda. Permunian si rivela una persona che nonostante tanta sofferenza ha raggiunto la sua “misura” della vita, adattando il suo universo creativo alla  scrittura.

La giuria nella motivazione evidenzia la capacità dello scrittore di abbracciare una narrativa ricca di tante sfumature che vanno dal grottesco al comico che “si proietta oltre il racconto di provincia volendo legare dialetto, antropologia, memorie del territorio con le contaminazioni di un’Europa laica e illuminista.”

Il suo stile narrativo, che è stato avvicinato a quello di Calvino e Sciascia, “svela uno scrittore coraggioso, appartato poco incline alle mode letterarie inconfondibile nella voce e nella fisionomia.”

Lo scrittore ama il genere comico, per lui è fondamentale. E per definirne l’importanza cita una frase di un suo autore preferito il filosofo Ralph Waldo Emerson: La comicità è la signora del dolore. Continua in un’irrefrenabile loquacità a parlare dei suoi autori di formazione tra i quali ci sono le “righe” del Cardinale Martini e alcuni autori visionari come Sergio Quinzio, il fotografo Mario Giacomelli che pur avendo la quinta elementare “aveva una capacità fotografica e visionaria in cui mi sono riconosciuto” specialmente nelle tematiche legate all’età dell’infanzia o della vecchiaia.

Si mostra felice di esser ritornato in Sardegna. Quando venne 13 anni fa, aveva trovato una terra simile al suo Polesine, povero e travolto dall’alluvione del Po degli anni ’50. Oggi desiderava rivedere Villacidro. Ma la commozione per il premio diviene tangibile, più intensa quando parla della sua famiglia, della sua storia, della necessità di scrivere quasi per superare un dolore abissale e il suo viso accoglie lacrime e con voce labile, debole parla della figlia Benedetta, alla quale dedica il premio. “Io ho potuto scrivere perché ho avuto accanto una figlia meravigliosa che mi ha sostenuto sempre nella mia vedovanza. Oggi lei ha 40 anni e mi fa da sorella, madre, amica. Mia moglie è morta giovanissima 39 anni fa. Questo premio è per le donne della mia vita. Loro mi hanno dato quel microclima mentale da monaco della scrittura, come lo era Flaubert”.

Il dolore di un vedovo con la figlia di un anno da aiutare nella crescita è incommensurabile. Non ci sono parole. Solo chi vive quell’istante ne percepisce l’abisso.

Dopo questo ricordo struggente che suscita commozione e applausi in tutti i presenti Permunian continua a parlare dei suoi maestri e cita i maestri del Nord Europa, Franz Kafka, Thomas Bernhard, Antonio Lobo Antunes tra i più importanti autori portoghesi con il quale lo scrittore ebbe uno scambio epistolare quando Antunes, medico specializzato in psichiatria, dirigeva l’ospedale Miguel Bombarda di Lisbona. Ora cita i poeti che più preferisce Philippe Jaccottet e Giovanni Raboni.  Loro gli hanno insegnato “cos’è la scrittura, la pulizia, la parola assoluta che ti dà l’esercizio della poesia”. Instancabile e con quell’entusiasmo di un bimbo che affronta la vita con curiosità irrefrenabile per poi raccontare con slancio vitale le esperienze positive vissute, continua a raccontarsi.

“Quando ero studentello  a Padova si credeva che la parte più alta della letteratura fosse la poesia. I miti di allora erano Andrea Zanzotto, Diego Valeri, Ezra Pound ormai chiuso nel suo mutismo. Io mi sono laureato con una tesi su un poeta Vittorio Sereni. Cominciavo a scrivere versi che portavo a Pieve di Soligo da Zanzotto.”

L’autore ricorda che aveva 35 anni era rimasto vedovo da pochissimo tempo. Scriveva poesie che esprimevano la disperazione e il dolore per ciò che aveva vissuto. Tanto che un giorno il poeta lo prese da parte e gli disse ” devi smettere di scrivere con le lacrime agli occhi perché le lacrime escono e cadono sulla pagina e sporcano tutto. Devi scrivere con il ricordo delle lacrime e mi diede la Recherche di Proust e le opere di Raboni”. L’inquietudine, la profondità, la nobiltà d’animo di  Francesco Permunian rimarranno  indelebili nei ricordi dei presenti.

E ora parliamo del terzo vincitore, Matteo Terzaghi, con il suo libro edito da Quidlibet “La terra e il suo satellite”.

Matteo Terzaghi parla della sua incapacità a divagare e dell’importanza della sintesi nella sua opera. Testo conciso, impregnato di significato “come se altre forme non fossero possibili”[…] aggiunge di non esser capace a scrivere un romanzo. “Forse  c’è una corrispondenza tra la forma mentis e la forma dei testi che scriviamo”.

Questa osservazione rimane sospesa, meriterebbe approfondimenti, ma per esigenze di spazio siamo costretti a ricordare le altre importanti premiazioni: Premio speciale della giuria a Claudio Magris uno dei più autentici intellettuali del nostro tempo, autore di libri indimenticabili tra i quali Microcosmi con il quale vinse il Premio Strega nel 1997. Con questo premio si vuole evidenziare “il valore della cultura, dell’intelligenza, dell’impegno, della passione letteraria e civile che ha guidato la sua vita […] un modello di intellettuale” da porsi come esempio. Mentre il Premio Speciale Fondazione di Sardegna viene consegnato: a  Tullio Pericoli, scrittore e disegnatore che sembra render giustizia all’indecifrabilità, la sua è “un’arte della precisione e della visione, […] una pittura che sembra calligrafia dell’anima e del territorio”; altro Premio Speciale Fondazione di Sardegna a Lina Bolzoni, critica letteraria, che ha insegnato alla Scuola Normale di Pisa per il suo lavoro divulgativo inerente alle numerose pubblicazioni e saggi editi sulla Letteratura”.

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Una serata piacevole a tratti divertente ma che ha toccato momenti di pura commozione, scandita e impreziosita dalle letture estrapolate dai testi e da spazi musicali. Intarsi armonici che hanno donato bellezza all’evento.

Si sono valorizzate le opere senza tralasciare i messaggi di portata etica e per certi versi antropologica dello scrittore sardo. Un Premio che continua ad allinearsi con una propria fisionomia tra i più importanti del panorama letterario italiano.

”Quale occasione migliore per offrire una rassegna di scrittori impegnati a riflettere sulla nostra condizione storica, sui nostri problemi, senza che si perdano di vista i problemi più generali del mondo intero… “ Parole di Giuseppe Dessì e Nicola Tanda poste nella prefazione dell’antologia Narratori di Sardegna, una significativa premonizione (anche se nel caso sopracitato gli autori si riferivano agli autori sardi presenti nell’antologia) sugli obiettivi, finalità  e portanza di contenuti del Premio Dessì.

I libri cosa sono in definitiva? sono conchiglie che poggiate all’orecchio per ascoltare il rumore del mare/mondo fanno confluire in noi diverse sonorità/ significati / esperienze   e luoghi di pensiero, stanze da cui non vorremmo andar via.

 

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©Riproduzione riservata

 

Palau | La fotografia di Fausto GIACCONE tra testimonianza e conoscenza

“Per un fotografo produrre immagini, che si reggano su un avvenimento, può essere molto facile. Molto difficile è produrre immagini su cui l’avvenimento stesso si regga. Rimanga impresso nella nostra memoria. Costruisca la nostra memoria. […] ma “forse, anche l’anima è tessuta di immagini. Una volta realizzate vivono per conto loro. Non hanno più tempo, possono parlare a tutti, anche a mille vite di distanza.” 

Queste frasi del fotografo Tano D’Amico esprimono alcune linee guida, nonché il valore di eterna contemporaneità della fotografia e sintetizzano le finalità del lavoro fotografico di un grande fotoreporter italiano, Fausto Giaccone, in mostra a Palau con una suggestiva e commovènte retrospettiva dal titolo “Sardegna e altri continenti (1967-1977)” visibile fino al 30 Settembre 2019, presso il Centro di Documentazione del Territorio di Palau e inserita tra gli eventi del XXXIII Festival  “Isole che parlano” di Fotografia.

Dopo la mostra fotografica sulla Sardegna al MAN_Museo d’Arte Provincia di Nuoro del pioniere del minimalismo italiano, il fotografo Guido Guidi – con un allestimento curato da Irina Zucca Alessandrelli: “Guido Guidi in Sardegna: 1974,2011” visitabile fino al 20 ottobre – anche a Palau, è possibile cogliere riflessi di una Sardegna al suo risveglio insieme ad altre interessanti storie di vita.

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Piazza Navona, 1966 Courtesy by ©Fausto Giaccone

Una mostra da visitare per significati e riflessioni che scaturiscono dalle immagini, tutte in un rigoroso bianco e nero, che fanno il miracolo di rendere più cristallina l’anima di un passato, passaggio obbligato verso il nostro presente.

Nelle fotografie esposte si da valore al momento vissuto,  senza il quale non saremo in grado di capire il nostro oggi. Si percepisce l’anima del fotografo nel suo “smarrirsi”, per documentare istanti di vita e ritrovarsi più consapevole nel suo racconto, progetto di conoscenza, per sensibilizzare e dare “giustizia” ai protagonisti dei complessi eventi, materie prescelte per le sue ricerche ed indagini antropocentriche.

Il suo sguardo cattura l’oltre fotografico, non si sofferma solo su spazi e superfici: riesce a cogliere quegli elementi che “impressionano” e irrompono fluidi dando luogo a molteplici tonalità emotive quali sgomento, rabbia, speranza, incredulità, tristezza, apprensione e ancora orgoglio, dignità.

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Proteste pacifiste contro la base Usa di Santo Stefano La Maddalena 1976 Courtesy by ©Fausto Giaccone

Le fotografie, circa una settantina, comprendono un lungo arco temporale intessuto da  tante storie segnate da disagio sociale, sofferenza, malessere, privazioni. Ma, ciò che colpisce è la rappresentazione di un gran numero di persone che manifestano, s’incontrano per condividere un progetto, un’idea. Lottano e non sono intimorite, sono guidate dalla loro forza interiore e dal loro pensiero.  Una stanchezza che improvvisamente diviene azione pura verso una destinazione senza più cedimenti né fermate.  Giaccone, come Italo Calvino direbbe che alla fine “contano sempre gli uomini prima delle idee. […] Le idee hanno sempre avuto occhi, naso, bocca, braccia, gambe”. Prima di ogni cosa, ciò che conta è la presenza umana. Le idee arrivano. Sono consequenziali.

Un altro elemento che le distingue, almeno per le foto esposte, è un alone di spontaneità di ripresa: sono poche le figure in posa. Inoltre, è indubbio che l’approccio estetico sia subordinato a certi orientamenti artistici approfonditi durante gli studi sulla storia dell’arte o al filone della fotografia di strada statunitense – agli albori sostenuta dal governo –  di cui ricordiamo Dorothea Lange,  Walker Evans, e ancora Berenice Abbott… 

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Terremoto Valle del Belice, 1968 Courtesy by ©Fausto Giaccone

Oltre alla presenza di influssi estetici d’impronta neorealista, si evidenziano le  inquadrature “composte ed equilibrate” che alla “figura umana danno dignità e solennità”, come ad esempio in questa intensa immagine della mamma con il bimbo, per composizione si potrebbe ricordare l’arte sacra. La coperta che li avvolge evoca il velo della Santa Vergine conferendo all’immagine un alone di sacralità, mentre il viso ricorda tratti più umani: incredulità, incertezza, smarrimento.

In altre foto della mostra se volessimo scegliere una contaminazione artistica si potrebbe scorgere quella forza e intensità che richiama  un’opera di Pellizza da Volpedo il Quarto Stato, come segnalato anche  dal  critico Giovanni Chiaramonte.

Il fotoreporter 

Fausto Giaccone nasce in Toscana (San Vincenzo, 1943) tuttavia cresce a Palermo. Nella solare città siciliana si iscrive alla Facoltà di Architettura ma, in seguito  prosegue i suoi studi nella sede di Valle Giulia a Roma. Intanto, inizia a percepire che l’architettura, non sarebbe stata la sua strada,  forse perché rigorosa e razionale.

Mentre fin da adolescente la fotografia gli si mostra inseparabile compagna di avventura che permette di raccogliere ricordi e definire nuovi sguardi e nuove luci. Un “sostegno”  a cui aggrapparsi durante il suo inquieto vagare alla ricerca di una propria identità. Un punto del suo stare al mondo nel fluire dell’esistenza, uno spazio per definir/si.

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Campo dei profughi palestinesi nei pressi di Amman, 1968 Courtesy by ©Fausto Giaccone

Una vocazione che affiora in lui come desiderio di autenticità, di verità, di libertà da cui la volontà di rappresentare “moti” d’animo, collettivi e individuali, che avrebbero segnato un’epoca e la necessità di documentare la trasformazione sociale in atto, presagio di profondi mutamenti. 

Erano gli agguerriti, ma stimolanti e creativi anni ‘60. Giaccone rimase coinvolto nella loro “trasfigurazione”:  a Roma, nel ‘67, con i cortei di protesta, come le manifestazioni pacifiste contro la guerra del Vietnam –  era l’anno in cui a New York il corteo antimilitarista aveva riunito 500.000 partecipanti – un atto di presenza sentito, dovuto, urgente;  nel 68’ – anno che ha scardinato modi di vivere e di  pensiero, che si voglia o no – con i movimenti studenteschi, le rivolte dei pastori sardi, la rivendicazione di diritti sociali e civili… Si assisteva ad un “risveglio” sociale, una presa di coscienza collettiva di persone diverse per censo o origini, che richiamava la necessità di condividere, di agire insieme, di confrontarsi, di fare politica. 

Nell’ambito della fotografia, la politica iniziava a palesarsi all’interno dei reportage, e come ci ricorda Roberto Mutti – nella prefazione del Photo Book “68 ALTROVE”  – il ‘68 evidenziava  “una svolta rispetto al passato, anche più recente, perché la fotografia cosiddetta neorealista, era stata poetica, lirica e spesso sociale ma non così direttamente politica.”

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Roma – Corteo studentesco 1968 Courtesy by ©Fausto Giaccone

L’energia di quegli anni spinse il fotografo a porsi come  testimone visivo,  sottrarre al tempo quegli eventi straordinari per riallinearli all’eternità. Come altri grandi fotografi del periodo si avvalse di questa intuizione: fotografare coincide con il  vivere.

L’autunno rosso dei pastori

Giaccone giunse la prima volta in Sardegna nel ‘68,  come inviato del settimanale Astrolabio, dove raccolse materiale per il servizio di Pietro Petrucci intitolato “L’autunno rosso dei pastori” .

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Articolo che raccontava la ribellione  diffusa tra operai, studenti, pastori in vari comuni barbaricini contro “la violenza dello stato e l’inettitudine della classe dirigente regionale”.

In copertina dal colore blu l’immagine di donne e uomini attenti ad ascoltare un comizio. Una foto diversa, originale perché mostrava la presenza degli studenti e delle donne. L’insofferenza aveva colpito ogni strato sociale. Una coesione mia vista prima. Anche nel numero successivo Petrucci scrisse un’altro articolo “La colonia Sardegna: Bilancio della Repressione” corredato sempre da fotografie di Giaccone. 

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 Orgosolo 1968 Courtesy by ©Fausto Giaccone

Dalle foto in mostra traspare  dignità e fierezza dei volti che implicano inarrendevolezza, determinazione. Le assemblee studentesche o le riunioni nel circolo Rosa Luxemburg ritratte erano situazioni dove condividere opinioni, cercare soluzioni, scrivere manifesti  “comunicati stampa” si affiggevano sui muri dei paesi. Sguardi fieri, di sfida, spavaldi e attenti. Erano richieste di attenzioni da parte di comunità che erano state trascurate.

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Circolo giovanile Orgosolo 1968 Courtesy by ©Fausto Giaccone

Nel ‘69, interessato al cambiamento dell’isola, compie un secondo viaggio per realizzare un servizio sull’industria petrolchimica di Porto Torres, nata intorno alla metà degli anni sessanta. Tra le foto c’è un bel ritratto di una giovane operaia per enfatizzare il diritto di uguaglianza tra donne e uomini all’interno della realtà industriale. Nella fotografia appare (in 3/4) il mezzo busto dell’operaia con metà volto sfiorato da una luce intensa e l’altra in totale oscurità. Quasi il presagio del tortuoso cammino che le donne dovranno affrontare per giungere ad una vera parità di diritti.

Dopo un periodo in Africa ritorna in Sardegna nel ‘75 illuminato da un testo che trova per caso in una libreria. Era un libro di Elio Vittorini “Sardegna come un’infanzia”. Rapito dai racconti e dalle immagini – dettati da stupore e avidità di sapere del giovane Vittorini, appena ventiquattrenne –  desidera ritornare nell’isola e indagare su elementi più etnografici come la festa della tosatura delle pecore, con dei rituali ben definiti, oppure la fiera dei cavalli a San Leonardo de Siete Fuentes nei pressi di Santu Lussurgiu, dove sono rappresentati momenti di distensione, di festa, di  convivialità  e condivisione che mettono in luce tradizioni e memoria immateriale della Sardegna.

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Banchetto dopo la tosatura Sa Serra Nuoro 1975 Courtesy by ©Fausto Giaccone

Gli anni ‘70 sono caratterizzati dai viaggi in Africa e in America Latina. Oltre a ciò Giaccone aderisce ad un collettivo di fotografi tra i quali c’è Tano D’Amico, Tatiano Majore e altri.

Tuttavia nel 1976  giunge ancora in Sardegna per documentare la manifestazione anti militare contro la base USAF che deteneva sottomarini atomici nell’isola di Santo Stefano. Inseguito si reca  ad Orgosolo per la  festa patronale dell’Assunta.

Altre foto presenti nella mostra si riferiscono al 1975, quando si reca in Portogallo per documentare la  “rivoluzione dei garofani”  e in particolare l’occupazione dei latifondi situati a sud della nazione da parte dei braccianti agricoli senza terra. Volti stanchi, per il lungo peregrinare ma sorridenti per la vittoria. Le foto accrescono quel senso di giustizia che sembra animare i volti. Uomini e donne a piedi o sui  carri con una luce di speranza nei loro occhi: il desiderio di ricominciare.

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Occupazione dei latifondi in Ribatejo Portogallo 1975 Courtesy by ©Fausto Giaccone

Come ricorda Giovanni Chiaramonte nel saggio critico allegato al bellissimo photo book Macondo Il mondo di Gabriel Garcìa Márquez:”Giaccone ha sempre cercato di operare nel nome di una giustizia dell’immagine, nella raggiunta consapevolezza che è l’uomo stesso ad essere per natura immagine, egli ha sempre cercato di far sì che la sua visione fosse un prendersi cura dell’uomo e del suo mondo”.

Negli anni ‘80 lavora per i settimanali Epoca e Panorama. Ma non trascura la sua essenza per raccontare di uomini. Fino a quando quel senso di libertà lo porterà a lasciare il fotogiornalismo e ad occuparsi solo dei suoi progetti.

Colombia e Gabo

Tra il 2016 e il 2010 attratto dal mondo di Gabriel Garcìa Márquez si reca in Colombia. Giaccone è sempre stato affascinato da Gabo e dal suo aggrovigliato ma struggente mondo che ruota attorno al libro “Cent’anni di solitudine” letto durante il periodo militare.

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Courtesy by ©Fausto Giaccone

Un anno di solitudine, di insofferenza lavorativa, di tristezza e tanta nostalgia della sua vita quotidiana, dei suoi affetti, dei suoi luoghi. Nel testo dell’autore colombiano Giaccone trova assonanze con la sua vita. In Colombia ricerca i luoghi descritti nelle opere di Gabo alla ricerca dell’anima del grande romanziere e forse della sua stessa anima.

E nel suo narrare  visiva dà volto ai personaggi che richiamano quel mondo di semplicità, povertà, di confini e tumulti tra sentimento e ragione in pieghe dell’animo umano che mutano come il trascorrere delle ore. Soggetti a morte ma anche a nuove rinascite.

Un fotografo che ha acquisito la realtà come fonte di conoscenza e si è posto l’ obiettivo  di  trasmetterla, documentarla,  perché ne ha compreso il valore.

 

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©️Riproduzione Riservata

 

 

Intervista a Beppe Severgnini | Apprendistato, scrittura e amore per la Sardegna

Esprimi il pensiero in modo conciso perché sia letto, chiaro perché sia capito, pittoresco perché sia ricordato ed esatto perché i lettori siano guidati dalla sua luce”. Queste parole del celebre editore Joseph Pulitzer scolpiscono tracce di scrittura presenti nello stile inconfondibile di un giornalista italiano, scrittore, – tra i suoi libri più famosi: “Inglesi”, ”Italiani con la valigia”, ”Un italiano in America”, ”Italiani si diventa”, “Manuale dell’Imperfetto viaggiatore” “La testa degli italiani” –  editorialista del Corriere della Sera, corrispondente dall’Italia per il settimanale  inglese The Economist e The New York Times, opinionista in vari talk show e conduttore di programmi televisivi: Beppe Severgnini. 

Originario di Crema, assiduo frequentatore della nostra isola di cui ne parla con occhi acquosi, brillanti e un “disteso” sorriso, quasi la risacca del nostro mare quando si abbandona sospesa, prima di allungarsi in un’onda! Una cosa è certa: conosce bene la nostra isola, la sua anima e le più antiche tradizioni.

Giornalista e “scrivente” come lo avrebbe definito il critico letterario Roland Barthes. Infatti,  in  “scrivente”  la  parola  “pone fine ad un’ambiguità del mondo, istituisce una spiegazione irreversibile (che può esser provvisoria)” o un’informazione che può  insegnare, istruire; diverso il significato di “scrittore” dove la parola necessita di “interpretazione”.

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A noi piace definirlo “scrivente interstiziale” per quell’attenzione al particolare, una premessa del suo riflettere: un distacco finalizzato a una esigenza incontenibile di conoscere, raccontare, trasporre, trasferire ciò che sfugge a causa dei ritmi frenetici di vita.  Quella  velocità che ci impedisce di cogliere l’essenza, la verità o ancora, l’aspetto più cristallino della realtà. A lui non sfugge niente,  ha una capacità focale degna di una Hasselblad.

Se il suo scrivere fosse una fotografia potrebbe evocare alcuni lavori del minimalismo italiano, se invece fosse un un’opera pittorica oscillerebbe tra espressionismo e pop art. Ma possiamo dire che alle sue tele di vita sovrapponga “magiche lenti” d’ingrandimento dove noi lettori amiamo soffermarci, riflettere e ritrovarci.

Il suo pensiero non è solo logos (ragione) ma anche pathos e  ethos: trasmette emozioni per una delicata capacità introspettiva; delinea e motiva principi etici.

Severgnini ci mostra il suo sguardo sulle cose. La parola si impregna d’immagine, mentre il tempo raccorda distanze, nella sua celere fuga. Così esperienze di vita quotidiana s’intrecciano in una sequenza filmica dove la macchina da presa si ferma sui particolari, gigantografie, a volte stranianti.

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Gli uffici dei giornalisti correvano lungo il perimetro del dodicesimo e tredicesimo piano e godevano di una vista spettacolare. Credo d’aver trascorso i primi tre giorni a guardare il panorama. Londra, ai tempi, era una città orizzontale. Dall’alto si vedevano le distese di case bianche verso nord, la cattedrale di St Paul, la striscia bluastra del fiume, le macchie verdi dei parchi, i bus che avanzavano come insetti panciuti nelle strade affollate. Appena sotto, vicini, St James’s Palace e Buckingham Palace. Le monarchie amano farsi ammirare dal basso; vederle dall’alto è più affascinante. Quando ho smesso di guardare giù, ho cominciato a guardarmi intorno.

Un breve passo che racchiude la forza espressiva dello stile di Beppe Severgnini. Il brano è tratto dal suo ultimo libro “Italiani si rimane” da cui è nato il “Diario Sentimentale di un giornalista”, (spettacolo teatrale proposto nella Rassegna Il Filo del Discorso, organizzata dalla Biblioteca Civica e Comune di Olbia. Parole fiume, ciottoli  e musica stratosferica. Folgorata. Avevo già l’intervista in testa! n.d.r) 

Nel monologo teatrale accompagnato da Serena Fiore, – curatrice della sezione musicale, – Severgnini racconta la storia della sua vocazione/passione giornalistica con aneddoti divertenti e significativi. L’elemento autobiografico s’intreccia in un amarcord  di storia culturale del nostro paese.

Ma ora tra acume e perspicacia “ascoltiamo” la sua voce familiare, ironica, divertente.

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Il suo nome Beppe: breve, familiare, semplice, sembra avere un riflesso della sua scrittura. Ci ha mai pensato?

Beppe è un diminutivo pieno di labiali: non bellissimo, ma rassicurante. E poi è breve; va bene con un cognome lungo e intricato come il mio.  Come tutti sappiamo, un altro Beppe – genovese, più spettinato di me – ha fondato un movimento politico. Evidentemente il nome spinge a fare cose insolite.

Un altro elemento che contraddistingue il suo stile narrativo è l’ironia. Quando ne ha colto l’importanza? 

Quando ho capito che l’ironia abbatte molte barriere. Compresa la diffidenza, la più alta e la più ostica.

Per lei, come per tanti intellettuali, l’illusione ha un valore fondante, quasi salvifico. Quanto può aver giovato alla sua vita?

La perdono, Lycia, di avermi chiamato “intellettuale”: in Italia è una parolaccia! Illusione? Diciamo che da ragazzo avevo un sogno – diventare giornalista e scrittore, in Italia e all’estero – e l’ho realizzato. Mi considero molto fortunato. Anche per questo evito di mugugnare e lamentarmi, uno sport amato da tanti bravi colleghi.

Per anni corrispondente estero in Inghilterra, America, Russia; e ha viaggiato in tutto il mondo, dalla Cina al Sudamerica, fino all’Australia.  Come ha vissuto la lontananza? 

Come una lezione, uno stimolo e un’occasione. Ma sapevo che sarei tornato nei miei posti del cuore: Crema, la Lombardia, la Sardegna.

“Non conta dove e da chi nasciamo, la patria è questione di cuore”: quale significato attribuisce a questa frase? Qual è il paese a cui si sente più legato?  

Sono italiano, orgoglioso di esserlo. Non è sempre facile: il nostro Paese ti manda in bestia e in estasi nel giro di dieci minuti e di cento metri. “La patria è una questione di cuore” vuol dire anche un’altra cosa: il legame di sangue – sul quale si basa oggi la cittadinanza italiana – è meno importante della lealtà, del rispetto, della passione e del contributo che noi diamo a un Paese. Ecco perché sono favorevole a uno “ius soli” temperato: chi nasce e cresce qui deve essere italiano. 

Nel suo libro “Italiani si rimane” (2018), che in ottobre 2019 uscirà in edizione aggiornata Bur-Rizzoli, parla di una figura fondamentale nella storia del giornalismo italiano, il suo maestro Indro Montanelli. Quali grandi eredità le ha trasmesso? 

Meno è meglio. Tre parole. Bastano.

Da giornalista quali consigli potrebbe dare a chi vuole intraprendere la sua professione?  

Imparare a fare molte cose: stare in redazione e fare i giornali (di carta e soprattutto online), scrivere, stare in video, fare video, stare in radio, parlare in pubblico, scrivere un libro. Una di queste diventerà l’occupazione principale, quella che darà da vivere. Le altre verranno buone. 

Ha lavorato con altre personalità del giornalismo italiano: Enzo Biagi, Mario Cervi, Enzo Bettiza. Allora, le divergenze tra giornalisti erano meno accese rispetto ai nostri tempi? 

Anche nel secolo scorso – quando ho iniziato – le rivalità e le invidie esistevano, eccome se esistevano. Ma non c’era internet e non c’erano i social. C’era tempo per far sbollire rancori e malumori. Oggi troppi colleghi sono impulsivi: pensano una cattiveria, la mettono in rete e poi sono guai. Devo dire che io corro pochi rischi: ho molti difetti, ma non sono invidioso. Mai stato. Se un collega è bravo sono il primo a riconoscerlo. Se ha successo, sono felice per lei/per lui.

Diventa corrispondente da Londra per il Giornale a 27 anni. Come ha vissuto l’esperienza londinese? Quanto hanno influito sulla sua scrittura items e/o sovrastrutture concettuali anglofone, più minimaliste? 

A Londra ho imparato la sintesi, l’ironia e a non sbagliare giacca: non è poco. Vedere la mia amata Inghilterra nello psicodramma Brexit è, insieme, un’amarezza e una delusione.

Nel passaggio al Corriere della Sera, Lucia Annunziata, che stava con lei a Washigton, le donò alcuni consigli su via Solferino. Quali erano? 

Ne cito uno solo: mai alzare la voce. Gli altri li trovate in “Italiani si rimane”!

Sardo d’adozione ha vissuto l’ascesa esponenziale della vocazione turistica nella nostra isola. Come l’ha vissuta e cosa migliorerebbe? 

L’ho vissuta con gioia: il turismo ha portato benessere a una terra che amo e frequento dal 1973. Una cosa da fare? Basta seconde case (ristrutturiamo quelle che ci sono!). E qualche servizio in più sulle spiagge accessibili: un chiosco, una doccia e un bagno non rovinano certo i luoghi e l’atmosfera.  Ma la chiave è la distanza: lo Stato italiano dovrebbe impegnarsi per rendere semplici ed economici i trasporti  (marittimi, aerei) per  tutto l’anno, non solo d’estate: la Sardegna ha molto da offrire in ogni stagione. Il mercato non basta: e lo dice uno che al mercato ci crede. 

Una domanda inerente ai social sempre più oggetto di discussione. Come si dovrebbero utilizzare? I politici  dovrebbero avere un profilo social? 

Come si utilizzano? Con cautela. I social (testo, audio, immagini, video ) costituiscono uno strumento potentissimo, che fino a pochi anni fa era risvervato ai professionisti (giornalisti, operatori radio e tv). Non mi lamento, è giusto che le cose siano cambiate. Ma bisogna prestare attenzione. Sui social non si vede solo se sono abbronzato: si capisce anche se sono intelligente e/o stupido, e se ho qualcosa da dire. I politici possono avere un profilo social? Certo. Ma se stanno al governo dovrebbero utilizzarlo poco. 

Se le proponessero un viaggio sulla luna, per raccontare la vita degli astronauti con il suo stile inconfondibile, abbandonerebbe la sua amata Inter?

Porto l’Inter sulla luna. Vinceremmo pure lì. Quadruplete Spaziale: ci manca.

 

lyciameleligios

©️Riproduzione Riservata

 

All Photos Courtesy ©Archivio Beppe Severgnini

Nuove acquisizioni del Museo MAN | Le opere di Francesca Devoto

Olbia, 30 Maggio 2019  – “Farai le figure in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell’animo altrimenti non sarà laudabile”. Con queste parole di Leonardo da Vinci, tratte dal celebre  “Trattato di Pittura“,  vogliamo ricordare una pittrice sarda, conosciuta per i suoi intensi ritratti, Francesca Devoto (Nuoro 1912 – 1989), che ben aveva assimilato la lezione leonardesca e di cui otto opere saranno acquisite dal Museo Man di Nuoro, grazie  donazione da parte degli eredi.

E8E89EF2-352D-4035-B59E-6510675D1138Francesca Devoto, Autoritratto dell’artista, 1936 ©Nelly Dietzel

Queste tele si aggiungono alle opere già presenti dell’artista nella Collezione Permanente del museo.

Donazione

La cerimonia ufficiale di donazione, con gli interventi del presidente Tonino Rocca e il direttore del MAN  Luigi Fassi,  si svolgerà domani sabato 1 Giugno alle ore 10.00 e vedrà un percorso espositivo visitabile fino a domenica 9 Giugno. 

Sono opere con velati riferimenti ottocenteschi o echi post-impressionisti. In alcune s’intravvedono delicate affinità a rese pittoriche di Paul Cézanne, – padre dell’arte moderna, – del periodo precedente a quello sintetico e disgregativo dell’immagine.

L’artista sarda mette in luce la sua ricerca di concretezza formale:  la cura attenta della figura resa da equilibrati giochi di colore e luce che conferiscono atemporalità alle sue opere.

L’artista

Francesca Devoto nasce a Nuoro nel 1912. Dopo le scuole elementari continua i suoi studi  in un Collegio di Firenze e,  nel capoluogo toscano, frequenta la prestigiosa scuola d’arte, allora molto conosciuta, di Filadelfo Simi  (1849 – 1923) e di sua figlia Nerina.

Nello studio si respirava un’aria internazionale: Filadelfo Simi era stato a Parigi, la più importante capitale d’arte del tempo, dove aveva acquisito, filtrandole con il suo talento, diverse esperienze artistiche. Inoltre, nel suo viaggio di “apprendistato”, si era spinto fin nella Spagna perché attratto dalla pittura e architettura ispano–moresca.

A Parigi, nella seconda metà dell”800, era visibile una sorta di rinnovata vitalità artistica con la presenza di numerosi Ateliers.  Simi,  pittore d’impostazione classica, ebbe contatti con gli artisti del realismo paesaggistico della Scuola di Barbizon e con pittori italiani residenti a Parigi, come Giuseppe De Nittis.  Mentre, in Italia, Firenze era considerata punto di riferimento e di ricerca per l’arte, e molte ragazze americane,  sceglievano la Scuola d’Arte di Filadelfo e Nerina, per imparare disegno e tecnica pittorica.

La descrizione dell’ambiente artistico si mostra necessaria per capire le influenze, il respiro europeo e la conseguente originalità del linguaggio artistico di Francesca Devoto, che  fin da subito mostra una sua precisa  identità lontana dagli esiti stilistici dei pittori sardi più vicini ad indagini di carattere etnografico e linguaggi espressivi  più classici.

4DBE06E9-49A8-4983-ABEF-C7B915180808Francesca Devoto, Adolescente di profilo, 1938 ©Nelly Dietze

Francesca ama dipingere ritratti, un po’ come cogliere pensieri sospesi o meglio, moti d’animo, se consideriamo il volto come riflesso o specchio di emozioni o  “âme du corp” – così definito da Denis Diderot, – anima del corpo da cui traspare l’atto del pensare.

Ma non realizza solo ritratti, la sua indagine volge verso altri generi: nature morte, marine, paesaggi e interni.

Per immergerci e comprendere il suo linguaggio espressivo sarebbe bene fare una premessa: dopo l’avvento della fotografia, più attenta alla realtà come appare, l’orientamento di alcuni linguaggi artistici converge verso sfumature più soggettive: verso il sentire la realtà, verso l’emozione che lascia segni nell’anima. Perciò la resa dell’opera verterà sul modulare e dosare luce e colore.

Francesca ama questi due elementi che tesse con una raffinata eleganza e armonia cromatica, al fine di creare equilibrismi tra forme, figure, spazi, e giochi chiaroscurali resi dal colore steso con pennellate piccole e piatte.

93147BFB-B901-4947-AFD4-00B7D3B3DD4DFrancesca Devoto, Tina nello studio di via Cavour,1936 – Courtesy of Museo MAN

Mostra indagini pittoriche legate alla semplicità con l’utilizzo di geometrie essenziali, palette dai colori sfumati mai puri, con ricerche tonali che illuminano particolari.

Le opere non alludono a fughe metaforiche,  solitudini e alienazioni, come nella pittura di Edvard Hopper, – celebre per i suoi interni da me definiti icone dello spirito, – ma a “ricerche” di un bene-stare tra i luoghi che più ama.

Ciò infonde nel fruitore sensazioni volte al silenzio, pacatezza, serenità. Il senso del vivere si racchiude nella quotidianità di azioni in cui il pensiero è artefice dell’esistere come nella lettura di un libro, suonare il pianoforte o contemplare il panorama dalla finestra del proprio studio.

Nell’opera “Tina nello studio di via Cavour” – già presente nella Collezione Permanente del MAN – vi è una leggera geometrizzazione degli spazi, strutture  minimaliste che sembrano arredi nordici.  Ogni spazio è soggetto ad un equilibrio armonico che riflette un forte gusto estetico: i  vasettini di fiori sul mobile in ordine crescente, la diagonale disposta su la sedia a sinistra, la poltrona e il tavolino che si congiunge con la linea dei mobili a destra del dipinto. Un punto focale doppio. Infatti, oltre alla figura centrale della lettrice, sembra che si debba considerare un altro punto:  il tavolino tondo con sopra il vaso dei fiori.  Un implicito significato: acquisire saggezza dalla lettura di un libro può essere visto come cogliere un fiore nel fluire della vita. Un rinverdire l’anima.

Il ritratto “Adolescente di profilo”  ci conduce a certa ritrattistica rinascimentale perciò classicheggiante come posizione, ma non come linguaggio pittorico. Le stesure del colore, con sfumature chiaroscurali, conferiscono armonia ed unità al ritratto. Anche in quest’opera tutto è sapientemente equilibrato, perfino il colletto della camiciola sembra  riflettere l’attaccatura dei capelli.

Nel suo grazioso “Autoritratto” in cui mostra fierezza e gioia, si può notare come il mento richiami l’angolo del colletto e a sua volta il braccio del piccolo cavalletto, il busto parallelo alla tela, tutti elementi orchestrati nello spazio che diviene depositario di verità in quanto raffigura Francesca come artista. Il taglio fotografico e le pennellate a chiazze o macchie evocano certa pittura post impressionista e forse la tecnica espressiva dei macchiaioli.

Nei quadri di Francesca Devoto ogni cosa è illuminata, ha una sua giusta collocazione, secondo un rigore simmetrico fatto di giuste prospettive e  proporzioni.

Un’artista “solitaria” ma eccelsa. Una delle prime artiste sarde ad esporre in una solo-exhibition a Cagliari  nella Galleria Palladino a soli 24 anni. Presente in tanti eventi artistici  tra cui la VI Quadriennale di Roma del 1951-52.

Una voce che è riuscita a farsi apprezzare non solo dai suoi colleghi sardi, restii ad accogliere una donna nel loro cenacolo, ma anche dalla critica che ha sempre manifestato entusiasmo e apprezzamento per il suo linguaggio espressivo.

Il Museo MAN

Il Museo MAN, dopo l’acquisizione dell’opera “Sardegna” di François-Xavier Gbré nel febbraio 2019, con questa preziosa donazione delle opere di Francesca Devoto,   continua la sua  crescita  esponenziale ponendosi  depositario e referente di memoria storico-artistica: un patrimonio culturale tra i più significativi e prestigiosi della Sardegna.

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(pubblicato su Olbia.it)

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English Version

New acquisitions of the MAN Museum: The works of Francesca Devoto 

“You will make the figures in this act, which is enough to demonstrate what the figure has in the soul otherwise will not be laudable”.  With these words of Leonardo da Vinci, taken from the famous “Treatise on Painting”, we want to remember a Sardinian painter, known for her intense portraits, Francesca Devoto (Nuoro 1912 1989), who had well assimilated Leonardo’s lesson and of which eight works  will be acquired by the Man Museum of Nuoro, thanks to donation by the heirs.

These canvases are added to the works already present in the museum’s permanent collection.  

Donation 

The official donation ceremony, – with the interventions of the president Tonino Rocca and Luigi Fassi, director of MAN, – will take place tomorrow Saturday 1st June at 10.00 am and will see exhibition hours and a tour that can be visited until Sunday 9 June.  

They are works with veiled nineteenth-century references to post-impressionist echoes.  In some we can glimpse delicate affinities to the pictorial renders of Paul Cézanne, – father of modern art, – of the period preceding the synthetic and disintegrating image.  

The Sardinian artist highlights his search for formal concreteness: the careful care of the figure made by balanced plays of color and light that give timelessness to his works.  

The artist 

Francesca Devoto was born in Nuoro in 1912. After elementary school she continued her studies in a college in Florence and, in the Tuscan capital, she attended the prestigious art school –  then very well known – of Filadelfo Simi (1849 – 1923)  and his daughter Nerina.  

In the studio there was an international scope: Filadelfo Simi had been to Paris, the most important art capital of the time, where he acquired various artistic experiences, filtering them with his talent. Moreover, in his “apprenticeship” journey, he went as far as Spain because he was attracted by Hispano-Moorish painting and architecture.  

In Paris, in the second half of the 19th century, a sort of renewed artistic vitality was visible with the presence of numerous Ateliers. Simi, a painter with a classical setting,  had contacts with the landscape realism artists of the Barbizon School and with resident Italian painters  in Paris, like Giuseppe De Nittis.

In Italy, Florence was considered a point of reference and research for art, and many American girls chose the Filadelfo and Nerina School of Art to learn drawing and painting technique.  

The description of the artistic environment is necessary to understand the influences, the European breath and the consequent originality of the artistic language of Francesca Devoto, who immediately shows her precise identity far from the stylistic results of Sardinian painters closest to investigations of character  ethnographic and more classical expressive languages.

Francesca loves to paint portraits, a bit like capturing suspended thoughts or rather, moods, if we consider the face as a mirror, reflection of emotions or ”  âme du corp “- so defined by Denis Diderot, –  soul of the body from which the act of thinking shines through.  But she doesn’t just make portraits, her investigation of her turns to other genres: still lifes, seascapes, landscapes and interiors.  

To immerse ourselves and understand his expressive language, it would be good to make a premise: after the advent of photography, the orientation of some artistic languages ​​as it appears more attentive to reality converges towards more subjective nuances: towards feeling reality, towards the  emotion that leaves marks in the soul.  

Therefore the rendering of the work will focus on modulating and dosing light and color.  Francesca loves these two elements that she weaves with refined elegance and chromatic harmony, in order to create equilibrium between shapes, figures, spaces, and chiaroscuro effects rendered by the color spread with small and flat brushstrokes.

She shows pictorial investigations linked to simplicity with the use of essential geometries, palettes with never pure shaded colors, with tonal researches that illuminate details.  

The works do not allude to metaphorical escapes, loneliness and alienation, as in the painting of Edvard Hopper, – famous for his interiors defined by me as icons of the spirit, – but to “searches” for a well-being among the places she loves most.  

This instills in the user sensations aimed at silence, calmness, serenity. The sense of living is enclosed in the everyday life of actions in which thought is the creator of existence as in reading a book, playing the piano or contemplating the panorama from the window of one’s study.  

In the work “Tina in the studio in via Cavour” already present in the Permanent Collection of the MAN – there is a slight geometricization of the spaces, minimalist structures that look like Nordic furnishings.  Each space is subject to a harmonious balance that reflects a strong aesthetic taste: the vases of flowers on the cabinet in ascending order, the diagonal placed on the chair on the left, the armchair and the table that joins the line of furniture on the right of the  painting.  A double focal point.  In fact, in addition to the central figure of the reader, it seems that another point must be considered: the round table with the vase of flowers on it.  An implicit meaning: gaining wisdom from reading a book can be seen as picking a flower in the flow of life.  A greening of the soul.  

The portrait “Teenager in profile” leads us to a certain Renaissance portraiture therefore classical as a position, but not as a pictorial language chiaroscuro, give harmony and unity to the portrait. Also in this work everything is wisely balanced, even the collar of the shirt seems to reflect the hairline,  chin recalls the corner of the collar and in turn the arm of the small easel, the bust parallel to the canvas, all elements orchestrated in the space that becomes the repository of truth as it depicts Francesca as an artist, post impressionist painting and perhaps the expressive technique of the Macchiaioli. 

In Francesca Devoto’s paintings everything is illuminated, according to a symmetrical rigor made up of correct perspectives and proportions.  She is an independent but excellent artist.  She is one of the first Sardinian artists to exhibit in a solo-exhibition in Cagliari in the Palladino Gallery at the age of 24. 

She wsa present in many artistic events including the VI Rome Quadrennial of 1951-52.  A voice that has managed to be appreciated not only by her Sardinian colleagues, who are reluctant to welcome a woman into their cenacle, but also by the critics who have always expressed enthusiasm and appreciation for her expressive language.  

The MAN Museum 

The MAN Museum, after the acquisition of the work “Sardegna” by François-Xavier Gbré in February 2019, with this precious donation of the works of Francesca Devoto, continues its exponential growth by placing itself as the depositary and referent of historical memory –  artistic heritage: one of the most significant and prestigious cultural heritage in Sardinia. 

© lyciameleligios 

IN SARDEGNA 1974,2011: al MAN mostra fotografica del fotografo minimalista GUIDO GUIDI

Uno sguardo lirico, attento alla sardità si potrà osservare nella nuova esposizione   che il Museo MAN di Nuoro propone dal 21 giugno al 20 ottobre 2019, dove verrà ospitata la prima grande mostra in un museo italiano – curata da Irina Zucca Alessandrelli – dal titolo “ In Sardegna: 1974, 2011” dedicata a Guido Guidi (Cesena, 1941), uno dei  più rilevanti protagonisti della fotografia minimalista italiana del secondo dopoguerra.

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Sardegna, Maggio 1974 |Stampa ai sali d’argento

La mostra è frutto di un’importante collaborazione tra l’istituzione museale e l’ISRE, Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna. Saranno esposte 250 fotografie inedite – commissionategli dall’ISRE – che testimoniano la relazione di Guido Guidi con il territorio sardo.

Un catalogo composto da tre volumi pubblicato da una casa editrice di Londra – Mack Books – documenterà le opere presenti in mostra che sono state ristampate dall’artista.

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Sardegna, Maggio 1974 | Stampa ai sali d’argento

Un racconto dei mutamenti paesaggistici e antropologici avvenuti in Sardegna dove immagini in bianco e nero degli anni Settanta sembrano colloquiare con le  opere a colori degli anni Duemila tra essenzialità, sottili geometrie, spazi lirici come struttura di storia, tradizione, umanità; la costante ricerca del dettaglio e del valore incommensurabile di ciò che è margine, parte di un tutto inafferrabile, un appiglio a quella realtà che il tempo muta.

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Sardegna, Maggio 1974 | Stampa ai sali d’argento

Tante “micro-storie” che ricamano emozioni e che sanno di origini, di semplicità e di nuove epifanie ed infine inducono riflessioni sulla nostra identità.

“Io non guardo soltanto il paesaggio ma ne faccio esperienza, perché io stesso sono dentro il paesaggio”  dice Guido Guidi, e noi faremo tesoro di questa mostra che privilegia l’interiorità del fotografo espressa con quelle “sfumature” del tempo, che ora ci scrutano e sembrano interrogarci sulla capacità di vedere e percepire la bellezza nell’anima della semplicità.

 

©Lycia Mele Ligios

(pubblicato su Olbia.it)

 

C2302360-8372-4AD0-A5CC-5C4E5B13C3CA.jpegSarule 2011 | Stampa Cromogenica


English Version

A lyrical look, attentive to Sardinian culture, can be seen in the new exhibition that the MAN Museum of Nuoro on display from 21 June to 20 October 2019, where the first major exhibition will be hosted in an Italian museum – curated by Irina Zucca Alessandrelli – entitled “IN SARDEGNA: 1974, 2011” dedicated to Guido Guidi (Cesena, 1941) one of the most important post-war photographers, a forerunner of landscape photography much appreciated in the 70s.

The exhibition is the result of an important collaboration between the museum institution and the ISRE, Regional Ethnographic Institute of Sardinia: 250 unpublished photographs – commissioned by the ISRE – will be exhibited that testify to the relationship of Guido Guidi with the Sardinian territory.

A three-volume catalog published by a London publishing house – MACK BOOKS – will document the works on display that have been reprinted by the artist.

A story of the landscape and anthropological changes that took place in Sardinia where black and white images of the Seventies seem to dialogue with the color photographs of the 2000s between essentiality, subtle geometries, lyrical spaces as a structure of history, tradition and humanity; the constant search for detail and the immeasurable value of what is margin, part of an ungraspable whole, a foothold in that reality that time changes.

Many “micro-stories” that embroider emotions and that smell of origins, simplicity and new epiphanies and finally induce reflections on our identity.

“I do not only look at the landscape but I experience it, because I am inside the landscape” says Guido Guidi, and we will treasure this exhibition that favors the interiority of the photographer expressed with those “nuances” of the time that now scrutinize us and they seem to question us on the ability to see and perceive beauty in the soul of simplicity.