L’uomo e la tutela della biodiversità | Intervist/a Paolo GUIDETTI

Negli ultimi tempi sembra diffondersi con più insistenza una certa coscienza ecologica che implica un comportamento più consapevole e responsabile nei confronti dell’ambiente che ci circonda, con attente valutazioni antropogeniche.

Dopo i vari episodi di moria di organismi marini a causa dell’ingestione di grandi quantità di plastica, come il capodoglio spiaggiato a Cala Romantica nei pressi di Porto Cervo, i comuni di alcune città costiere – del Nord Sardegna, – hanno diffuso ordinanze restrittive per ciò che concerne l’utilizzo della plastica o il divieto di fumare sigarette in spiaggia, con conseguenti multe per chi non le rispetti.

Il discorso esula dalla vocazione turistica della Sardegna e da conseguenti priorità di tutela, ha un respiro molto più ampio.

Ognuno di noi, nel nostro piccolo, può fare qualcosa, deve fare qualcosa concretamente, per ristabilire quell’armonia che sembra essersi dissolta tra uomo e ambiente in cui vive. Esempio se consideriamo il tempo di questi ultimi mesi che sembra esser impazzito, con stagioni meteorologiche non corrispondenti a quelle astronomiche e i conseguenti disastri ambientali sempre più frequenti.

L’Organizzazione Meteorologica  Mondiale – WMO – ha registrato dal 2015 al 2018 gli anni più caldi mai registrati prima a causa di concentrazioni record di gas serra nell’atmosfera che sono all’origine dei repentini cambiamenti climatici.

Oggi risulta esser prioritaria   “la conservazione e il ripristino di habitat naturali (ad es arie umide e dune costiere) che hanno un ruolo determinante nelle strategie e adattamento ai cambiamenti climatici e contrastano gli effetti negativi degli eventi estremi”. (Fonte ISPRA)

La terra può  appare matrigna per l’uomo che non la rispetti ma che non si deve  dimenticare  che è la nostra grande madre: oltre ad accoglierci, permette di vivere donandoci preziose risorse.

La redazione é sempre  stata in prima linea cercando di evidenziare e denunciare mancanze e documentando missioni positive: la pulizia delle spiagge che ogni anno coinvolge i ragazzi delle scuole cittadine; l’operato di volontari che dedicano il proprio tempo alla pulizia e tutela dell’ambiente.

Azioni che gratificano la persona che compie il gesto nel suo rendersi utile alla comunità, finalizzati ad un bene collettivo non individuale e perciò di valore incommensurabile.

Sensibili  alle tematiche legate all’ambiente abbiamo intervistato una persona che il mare lo vive come se fosse parte della sua anima, inscindibile dal suo essere, – come si evince dal  suo entusiasmo e passione quando parla della sua professione e inerenti finalità, – il Prof. Paolo Guidetti Docente di Ecologia presso il Laboratorio ECOSEAS dell’Università di Nizza “Sophia Antipolis” e ricercatore del CoNISMa (Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare), attivo collaboratore delle Aree Marine Protette (AMP) in particolare dell’Area Marina Protetta TAVOLARA PUNTA CODA CAVALLO del Nord Sardegna. 

Un’intervista illuminante  in cui parleremo di ecologia marina,  di pesca, di problemi ambientali e sostenibilità di risorse, da cui traspare la volontà e l’urgenza di salvaguardare la biodiversità marina con le implicazioni socio-economico-culturali collegate quali la pesca, la figura del pescatore, i borghi marinari.

Come nasce la tua vocazione per l’ecologia marina.

Premetto che sono genovese di nascita e fin da piccolo andavo al mare con la mia famiglia in spiagge frequentate anche dai pescatori. Da allora ho avuto l’imprinting. Ricordo che già intorno ai cinque o sei anni avevo deciso di fare il biologo marino e alla fine mi sono specializzato in ecologia marina della conservazione.

Fig. 1 Diver visual census (foto E. Trainito)

Visual Census ph. ©Egidio Trainito

Qual è stato il tuo percorso di studi? 

Dopo aver frequentato il liceo a Genova mi sono laureato in Biologia con una tesi sull’accrescimento dei molluschi, anche se ero già orientato verso lo studio della fauna ittica. Dopo la laurea ho avuto la fortuna di collaborare prima con un ente di ricerca di Roma, oggi ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale – poi ho vinto una borsa di studio alla Stazione Zoologica di Napoli, uno degli istituti più prestigiosi e più antichi di biologia marina.

Successivamente ho fatto il Dottorato di Ricerca sulle Aree Marine Protette presso l’Università del Salento durante il quale sono stato presso la Scripps Institution of Oceanography a San Diego – La Jolla, California –  uno dei centri più importanti al mondo per la biologia marina.

Rientrato in Italia ho avuto diversi contratti di ricerca e nel 2007 un posto da ricercatore in Zoologia all’Università del Salento. Sono rimasto a Lecce fino al 2012 quando ho vinto un posto da professore di Ecologia all’Università di Nizza Sophia Antipolis. Dal 2016 dirigo un laboratorio di Ecologia Marina.

A questo proposito, vuoi parlarci del laboratorio e del lavoro di ricerca che effettuate?

Per me la ricerca ha due finalità importanti: la prima è l’acquisizione di conoscenze sugli ecosistemi marini che offrono tanto all’uomo e alla società. Spesso non ce ne accorgiamo ma è doveroso acquisire  le conoscenze di base perché si sa pochissimo. Guardiamo a Marte, ma non sappiamo che si possono scoprire nuove  specie in ogni bicchiere di sabbia, prelevata nella spiaggia, dove facciamo il bagno.

Inoltre, conoscere l’ambiente marino permette di dare indicazioni ai gestori sia a livello locale, come i direttori delle Aree Marine Protette, ma anche ai Ministeri e all’Europa, affinché gli ecosistemi marini siano gestiti in modo da essere in uno stato sano, da proteggere la bio-diversità, che non è solo una scelta a fondamento etico ma è anche scelta di convenienza. Infatti gli ecosistemi sani ed ad alta bio-diversità forniscono alla società una serie di beni e di servizi –  che diamo per scontati ma che scontati non sono – che costituiscono un vantaggio.

Di che cosa ti occupi, nello specifico.

I filoni di ricerca più importanti di cui mi occupo sono centrati sul modello fauna ittica – pesci –  e sono: la conoscenza della biologia e dell’ecologia delle specie ittiche ma anche l’applicazione di metodi di pesca sostenibile e l’utilizzazione della fauna ittica come indicatore delle qualità degli ecosistemi marini.

Il motivo per cui noi lavoriamo in tantissime AMP è perché, adottando certe tecniche di raccolta dati sulla fauna ittica, siamo in grado di dire se una certa misura di protezione o gestione che è stata adottata in una certa AMP o in una certa zona, stia o meno proteggendo efficacemente la fauna ittica e l’ecosistema di cui la fauna ittica fa parte.

Come negli esami del sangue si contano i globuli rossi, la formula eritrocitaria,  noi misuriamo l’abbondanza dei pesci, la loro taglia, quante specie sono presenti, se ci sono i giovanili, se i riproduttori sono efficaci e grandi.

Si lavora anche per incrementare risorse.

Lavoriamo sulla gestione della pesca che in alcuni momenti può esser diminuita o sospesa al fine di ricostituire le risorse di pesca e perché successivamente i pescatori ne possano beneficiare.

Ci sono modalità di pesca che consentono di pescare meglio. È una questione culturale, nel senso che le risorse in mare sono condivise. Se si scatena una mentalità iper-competitiva, i pescatori si fanno del male reciprocamente perché pescano individui piccoli, immaturi, pur di pescare qualcosa che non sia pescato da un altro. Se si pesca in maniera cooperativa, – e ci sono degli studi che abbiamo fatto e che hanno mostrato risultati molto interessanti – il pesce ha tempo di crescere, i riproduttori di produrre uova e larve, nello scopo di rimanere in una situazione più ecologicamente sana e anche più abbondante produttiva per la pesca.

E ci colleghiamo al concetto di sostenibilità delle risorse viventi. Quando  parliamo di una miniera di carbone o riserva di petrolio una volta che estraiamo e usiamo il materiale, questo non esiste più. Per una risorsa vivente, come uno stock di pesca, i pesci sono vivi e devono poter crescere e riprodursi, in tal modo possiamo pescarne una parte, evitando di esaurire la risorsa.

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Visual Census ph. ©Egidio Trainito

L’Italia continua a perdere studiosi, ricercatori, una “fuga di cervelli”, una diaspora che sembra non finire.

Io non sono molto d’accordo sul concetto di “fuga di cervelli”, perché di geni ce ne sono stati pochi nella storia. Qui consideriamo Einstein e quelli che hanno inventato cose fondamentali.

Quello che sta succedendo, ben più grave, è che dall’Italia se ne stanno andando tante persone normali, ma con tanta voglia di fare, tanta volontà e tanta motivazione e competenze che spesso contano più della genialità, le quali non trovando spazio per meritocrazia, uno stipendio adeguato o altro, trovano occasioni altrove.

Io, per esempio, sono andato a Nizza e riesco a attirare cospicui finanziamenti dall’Europa o da altre realtà. Ciò significa che sono fondi che non arrivano in Italia e con ciò non si permette di dare qualche borsa di studio a giovani italiani, né  di pagare una fornitura per un servizio, giusto per fare un esempio.

Il problema non è solo che tanti se ne vanno, ma anche che l’Italia non è capace di attirare un francese, un tedesco o un asiatico che poi produce più di me o altri.

Da anni sei collaboratore attivo di tante Aree Marine Protette. Che cosa s’intende per AMP e perché la necessità  di costituirla?

In termini più generali un’Area Marina Protetta è un’area definita da un perimetro a mare soggetta a qualche regola più stringente rispetto alle leggi nazionali vigenti. Nel contesto italiano, incluso quello sardo, le aree marine protette hanno un perimetro all’interno delle quali al 90 % si può entrare, i pescatori locali professionisti possono pescare e in ampie aree anche i pescatori ricreativi possono pescare salvo i pescatori in apnea con il fucile sub. Queste zone sono dette ‘zone tampone’ e corrispondono alle cosiddette zone B e C delle AMP italiane. All’interno delle AMP ci sono poi piccole zone, dette zone A, in cui si può entrare unicamente per sorveglianza, se c’è un’urgenza o un soccorso, o per motivi di ricerca previa autorizzazione.

Per esempio, nell’Area Marina Protetta di Tavolara, le uniche zone totalmente interdette sono un settore presso Punta del Papa presso l’Isola di Tavolara e intorno all’isolotto di Molarotto. Nel resto si può accedere con l’imbarcazione andando a velocità moderata. Possono operare i pescatori professionisti muniti di licenza e in una zona C, molto ampia, anche i pescatori ricreativi, se si registrano presso l’Area Marina Protetta e chiedono autorizzazione, possono, seguendo alcune regole, pescare e divertirsi.

Un’Area Marina Protetta è uno strumento che se lo si usa bene – e i dati che provengono oltre che dal Mediterraneo, da tutto il mondo, lo confermano – è un’occasione di legalità e ha il potenziale di produrre un ritorno economico molto importante.

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Epinephelus Marginatus Corteggiamento ph. ©Egidio Trainito

Parliamo del problema legato all’aumento della temperatura del mare che sembra stia alterando l’habitat marino. Qual’è la reale situazione?

Innanzitutto bisogna distinguere tra effetti diretti o indiretti. L’aumento della temperatura per sé è qualcosa che cambia le condizioni ecologiche dell’ambiente. L’aumento della temperatura delle acque marine è la conseguenza di cambiamenti climatici di origine antropica, ma i cambiamenti che stanno avendo luo in Mediterraneo sono determinati anche da altre concause.

A causa dell’apertura del Canale di Suez, abbiamo aperto la porta a specie più affini alle acque calde, come quelle del Mar Rosso, che sono entrate a centinaia, migliaia nel Mar Mediterraneo e alcune decine hanno trovato un habitat “caldo” ideale.

Il Mediterraneo, nella parte Est, è sovrapescato, alcune di queste specie del mar Rosso non hanno trovato quelle difese naturali, quei grossi pesci predatori, come le cernie per esempio, che mangiandosele possano controllare le loro popolazioni.

Due specie in particolare, entrate attraverso il canale di Suez, stanno desertificando le coste rocciose del Mediterraneo orientale, nel senso che qui vediamo la roccia con sopra le alghe, mentre in alcune coste rocciose turche e libanesi la roccia appare “liscia”. Non c’è più nulla. Questi pesci erbivori, chiamati pesci coniglio, brucano le alghe e si riproducono velocemente. Sono già arrivati nel basso Adriatico e in Sicilia (sono abbondanti a Lampedusa) e  si cominciano ad avere segnalazioni anche nel Tirreno.

Questo è un effetto dell’innalzamento della temperatura che cambia le condizioni ecologiche. Si fa spazio a nuove specie che eliminano specie di alghe, ma anche per competizione specie locali come la Salpa, pesce erbivoro mediterraneo, ormai quasi sparita lungo le coste della Turchia.

Poi c’è da considerare l’effetto indiretto. Alcune patologie dovute ad infestazioni di parassiti, protozoi, virus e batteri diventano molto più virulente in acque più calde. C’è una patologia diffusa che colpisce le cernie, spigole e altri pesci che si presentano o morenti in superficie o morti sul fondo e hanno gli occhi bianchi. Si possono vedere anche murene viventi con gli occhi bianchi. Questo è un virus la cui virulenza aumenta d’estate con l’aumento della temperatura delle acque e in generale è aumentato negli anni, come conseguenza di temperature mediamente più elevate.

Come può intervenire l’uomo?

Ci sono tanti modi per fare qualcosa nella giusta direzione. Nelle Aree Marine Protette dove si pesca meno e meglio o nelle zone A dove non si pesca, ci sono tanti pesci, alcuni molto grandi che sono predatori efficaci e possono nutrirsi di quelli che entrano dal Canale di Suez, limitandone l’espansione.

L’uomo stesso può far qualcosa. Queste specie invasive possono esser pescate e proposte attraverso un’attività di promozione nei ristoranti. Esistono ormai ricette fatte col pesce leone, il Lion Fish, che è uno scorfano tropicale entrato dal Mar Rosso. Sono pesci molto buoni. Dopo un’iniziale diffidenza, lentamente si stanno affermando sul mercato.

Ma non si può intervenire se si raddoppia l’ampiezza del canale di Suez, come è successo in Egitto, e se si preferisce fare delle scelte in funzione di un’economia di ritorno a breve termine.

La pesca e la necessità dei fermi biologici. Perché è importante rispettarli?

Quello che si dovrebbe fare è arrivare ad un equilibrio tra quello che gli ecosistemi marini offrono come risorse e quello che noi possiamo prelevare. Perché quando la pesca è aperta ed è eccessiva si fa un danno ambientale. Se si ferma siamo noi con le nostre tasse che paghiamo la flotta perché stia ferma, ciò non ha nessun senso. Io voglio bene alla categoria dei pescatori artigianali, ma poi c’è tutta la componente semi-industriale o industriale del Mediterraneo e quelle sono spesso grosse aziende. Se un negozio non riesce a vendere pomodori o cornici di quadri chiude. Non è che il negozio resta chiuso e attraverso convenzione fondi pubblici il titolare guadagna lo stesso. Siamo in una condizione di dover affrontare un’economia della pesca industriale che non ha una sua economicità, che sta in piedi grazie ai sussidi. Non ha senso. Paghiamo per avere un danno.

Una situazione diversa si palesa se si parla di supporto alla gestione per la pesca locale, artigianale. Primo perché la pesca artigianale è un’attività economica, ma ha anche grosse implicazioni culturali. Come si può pensare a certi borghi marinari senza i pescatori. Quanta immagine di borgo marinaro attira turisti che vedono nei nostri borghi autenticità, genuinità…essi creano economia.

Relativamente alla gestione degli stock, i pescatori locali non si muovono tanto, pescano localmente. Quindi quando si parla con loro  – ho avuto la fortuna di conoscerne tanti dotati di grande intelligenza e capacità – utilizzano dei sistemi di autocontrollo. Infatti sanno che se pescano tutto oggi, domani fanno la fame. Mentre un grosso peschereccio che dipende da una grande compagnia sfrutta a fondo le risorse in un tratto di costa e poi si muove verso un altra zona, il pescatore di Castelsardo, per esempio, non andrà in Tunisia, ha quindi interesse a conservare e gestire meglio le sue risorse locali.

Inseriti in un contesto un po’ più moderno, l’idea di “pescatore” può essere interessante per mantenere quell’immagine di borgo marinaro che funziona dal punto di vista turistico. Infatti il ristorante “Il pescatore” lo si trova un po’ ovunque. Si può integrare in loghi di sostenibilità se si pesca come si deve e integrare in una struttura come un’Area Marina Protetta se viene ben pianificata. Implicando i pescatori anche nella gestione e non dando sussidi a fondo perduto, ma aiutandoli ad evolvere verso qualcosa che sia più adeguato ai nostri tempi.

Altro punto importante è che se si guardano le specie target, la piccola pesca non si focalizza su poche, ma è una pesca multi-specifica. L’impatto del prelievo, quindi, non si concentra su alcuni stock che vengono devastati. Il pescatore professionale locale conosce bene il suo mare, sa che in alcuni mesi deve usare un certo strumento perché arrivano le seppie, poi cambia attrezzo perché arrivano le triglie, etc… e facendo così tutti gli stock hanno un pochino di tempo per riprendersi.

Per contro la pesca al tonno rosso viene fatta da grandi imbarcazioni e si mira solo a quella specie perché ha un grande rendimento economico. E purtroppo, anche se sono state fissate delle quote, spesso si pesca più del dovuto.

E quindi, parliamo di pesca sostenibile.

Noi lavoriamo sulla pesca sostenibile che risponde ai seguenti criteri. Quello ecologico: pescare con attrezzi che non impattino l’ambiente, che non impattino i pesci troppo piccoli che lascino i pesci grossi perché sono i riproduttori, non solo poche specie, cercando di non pescare troppi pesci predatori per non intaccare l’ecosistema. Facciamo programmi educativi per insegnare a pescare e consumare più specie, anche quelle che non si conoscono e non si cucinano più, specie che  un tempo si conoscevano e mangiavano.

Poi c’è la sostenibilità sociale ed economica: scegliendo specie che sono pescate localmente invece di andare a nutrire l’economia di un grande investitore di chissà dove, facciamo vivere meglio il pescatore locale che è quello più interessato a gestire meglio il proprio stock, vettore di una cultura importante e che è colui che contribuisce all’economia locale.

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Parablennius Pilicornis ph.©Egidio Trainito

La plastica e i suoi immensi danni ambientali è un problema da affrontare con una certa urgenza. Tutti siamo rimasti colpiti dalla morte del Capodoglio, rinvenuto nei pressi di Cala Romantica,  a causa dei tanti chili di plastica ingeriti. Bisogna dire che si sta lentamente diffondendo una certa coscienza ecologica. L’ONU ha dato dei parametri ma alcuni paesi ancora non li rispettano. 

Il problema grave, oltre a quello evidente delle macro-plastiche che tutti vedono, è che tutte le plastiche si frantumano e diventano microplastiche. Le microplastiche entrano nelle catene trofiche, nelle catene alimentari, entrano negli organismi. E alcuni di questi organismi vengono mangiati da noi, entrano dentro il nostro corpo. Si è già cominciato ad osservare dei residui di microplastiche nel sangue umano di cui non si conoscono (ancora) gli effetti. Ma ciò non è sicuramente positivo.

Il discorso della plastica è ora di moda e ognuno nella vita quotidiana dovrebbe fare la sua buona azione che non è unicamente di non gettare la plastica in mare. Ogni volta che facciamo la spesa portiamoci una sacchetto di tela e facciamo estrema attenzione a comprare confezioni che non abbiano imballaggi di plastica. Non dobbiamo solo riciclare la plastica, ma dovremo arrivare a non produrla o a produrne il meno possibile.

Come potrebbe intervenire la comunità internazionale su questo problema?

Diciamo che ci sono due modalità d’intervento, una top-down dall’alto al basso, e l’altra bottom-up dal basso verso l’alto. L’Europa, le Nazioni Unite si sono date dei target a cui molti paesi aderiscono, anche se spesso non soddisfano questi criteri nella realtà. Si vede una certa propensione a risolvere il problema, ma non si è arrivati alla questione fondamentale. Come diceva Einstein ”Non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che l’ha generato”. Quindi finché i paesi seguiranno globalmente un modello economico che è teso alla persistente e continua crescita economica con conseguente misurazione attraverso indicatori come il PIL (prodotto interno lordo) che hanno una meccanica molto precisa non andremo da nessuna parte. Nel senso che siamo ad una crisi economica, ecologica e sociale per una contraddizione fondamentale: la terra ha delle risorse che hanno dei limiti, non sono infinite e noi pretendiamo che i sistemi economici dei paesi perseguano una crescita infinita.

Questa è una contraddizione che non può continuare a lungo. Non c’è stato un cambiamento culturale che possa permettere di cambiare i nostri obbiettivi. Se l’obbiettivo è la crescita persistente possiamo alleviare problemi, possiamo ridurli, ma la direzione non è coerente con le risorse  che il pianeta può metterci a disposizione.

La questione bottom-up è relativa al fatto che le scelte non si fanno solo ai piani alti. Se, come già dimostrato, nelle persone si sviluppa una certa cultura a livello di società e se le persone adottano un certo approccio culturale al consumo delle risorse, il mercato non può che adeguarsi. Se domani non compriamo più alcun prodotto che abbia un involucro di plastica  di conseguenza il produttore non produrrà più tali involucri.

Ho molta fiducia nella capacità che hanno le persone di indirizzare il mercato e le scelte politiche perché il politico ascolta l’elettorato. Ben venga, Greta, la bimba svedese e tutti i giovani che coinvolge. È uno strumento di comunicazione magnifico.

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Epinephelus costae maschio  ph. ©Egidio Trainito

Siete impegnati in tantissimi progetti. Ma quale idea soggiace ai vostri progetti?

L’idea progettuale del nostro laboratorio è un laboratorio che fa socio–ecologia ovvero la conservazione delle risorse, la protezione dell’ambiente vengono fatte non tenendo l’uomo al di fuori, ma coinvolgendo l’uomo all’interno del sistema, fare Possiamo escludere l’uomo in zone limitate, ma come modello da perseguire, dobbiamo arrivare ad un modello di sostenibilità in cui l’uomo e la società siano presenti ma interagiscano e sfruttino l’ambiente in modo assolutamente sostenibile.

La sostenibilità viene declinata attraverso le sue tre colonne: la sostenibilità ambientale con tutti i principi ecologici che partono dal diritto stesso delle diverse specie di esistere, noi non siamo l’unica che ha il diritto di esistere e giovarsi del pianeta poi c’è la sostenibilità sociale ed economica. E questa sociale ed economica fa riferimento ai diritti e all’equità, per cui anche quando un’area marina protetta viene istituita, non ci si può dimenticare che in quel territorio c’erano delle persone e delle categorie che avevano una loro economia. Se  non si riesce a supportare una certa economia locale perché incoerente rispetto ai principi di conservazione, bisogna supportare la sua conversione. Quindi la socio-ecologia prende in considerazione la conservazione dell’ambiente, la valutazione degli impatti, cercando di fornire soluzioni.

Mi parli nello specifico del censimento visivo dei pesci di cui si occupa il vostro laboratorio.

È una metodica di acquisizione di dati sulla fauna ittica standardizzata dalla metà degli anni 80 che non prevede alcuna raccolta, alcun campionamento di pesci. Bisogna avere una competenza subacquea in primo luogo. Si raccolgono i dati usando una tavoletta con dei fogli A4 plastificati e matite, ma bisogna saper riconoscere le specie, contare gli individui e valutare le taglie ‘ad occhio’. Noi raccogliamo dati in diversi habitat marini, censiamo le specie che sono presenti, valutiamo la loro abbondanza e la loro taglia individuale per poi stimare una variabile sintetica che è la biomassa, misurata come peso su superficie standard (ex., g/m2). Sembra semplice, ma non lo è.

Stimare la biomassa ci permette di comprendre quanto bene o male stia un ecosistema costiero in relazione, per esempio, alla pressione di pesca.

Personalmente ho condotto studi usando il censimento visivo presso diverse Aree Marine Protette sarde come Tavolara, Villasimus, Asinara, Capocaccia e Sinis, oltre ad alcune Zone Natura 2000. La Sardegna ha un patrimonio naturale costiero notevolissimo, un vero punto di forza, in cui la parte culturale e storica si itreccia con quella ambientale. Presso l’AMP di Tavolara, per esempio, eseguiamo due campagne all’anno per monitorare la fauna ittica dal 2005. Abbiamo una serie di dati che è storica e straordinaria, unica nel Mediterraneo.

La fauna ittica oscillare cambia molto nel tempo, ma ciò che si vede chiaramente è la capacità di recupero della fauna ittica soprattutto nelle zone A. All’interno delle zone A la biomassa di pesci è molto più elevata rispetto ai conteggi che facciamo fuori dall’area marina protetta, con valori intermedi nelle zone tampone (zona B e C). L’effetto riserva è limpido, chiaro, indiscutibile.

L’effetto riserva innesca poi il cosiddetto effetto spillover: quando la zona A è piena di pesci, essendoci troppa competizione all’interno, molti pesci escono e si muovono verso altre zone. Sono così esposti alla pesca e questo è un vantaggio per i pescatori.

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Secca Papa ph. ©Egidio Trainito

L’uomo ancora non ha capito che il mare è fonte di vita e mostra sempre meno attenzione. Si dovrebbe iniziare a parlare fin dalle scuole primarie. Cosa ne pensi.

L’idea che si ha della figura del ricercatore è che sia uno che ha la testa piena di numeri e cose complesse. In realtà oggi un ricercatore ha fallirebbe la sua missione se non avesse come fine anche quello di interagire con i più giovani, non solo con gli studenti universitari, ma anche i bimbi, a partire dalle scuole elementari o anche prima.

Ci sono modalità di trasmissione di informazioni che bisogna acquisire perché quando si parla con un bimbo si parla con una personcina molto attenta, che assorbe velocemente e naturalmente gli inputs. Così come per le lingue o per la musica quando si comincia a 5 anni i bambini sono incredibili, acquisiscono informazioni con rapidità e con una naturalezza di cui un adulto non è capace, non si devono sforzare.

La stessa cosa vale per il rispetto dell’ambiente, così come il rispetto per ciò che è bene comune e pubblico. Se si lavora con i bimbi e si inizia ad incanalarli verso questo tipo di approccio, inoltre, quando il bimbo che torna a casa e vede il papà o la mamma che usano la busta di plastica o fanno qualcosa che non va, è il bimbo che ha una capacità d’intervento efficacissima.

Sarebbe interessante avere gruppi di laureati che si dedichino alla comunicazione con i bambini e i ragazzi nelle scuole.

Le ricerche sul campo sono indispensabili per capire dinamiche e valutare eventuali soluzioni? Ci parli di eventuali differenze tra l’approccio scientifico francese e quello italiano? 

Diciamo che è indubbio che una nazione come la Francia abbia molta più capacità organizzativa, cioè riesce ad agire a livello di sistema. Mentre l’Italia ha molte punte di diamante, però ha scarsa capacità organizzativa e non è capace di agire come “sistema”.

In Sardegna ci sono delle AMP che sono dei punti di riferimento anche per altri paesi europei, i cui dati dimostrano che l’efficacia è evidente e più chiara ripsetto ad altre realtà non italiane. In Italia, tuttavia, ci sono anche alcune Aree Marine Protette che lo sono solo sulla carta e questo va cambiato, in meglio.

L’esempio un AMP in Puglia, in provincia di Brindisi, l’AMP di Torre Guaceto, dove io lavoro da tanto tempo, è famoso uno tra gli esempi più noti al mondo per la cogestione della pesca locale. I pescatori andando a pescare meno, ma meglio, quando escono pescano molto di più e valorizzano meglio il pescato.

Si potrebbe fare qualcosa per migliorare la ricerca, secondo te?

Se si usano bene i fondi della ricerca, si potrebbe fare di più. Una cosa che sarebbe fondamentale fare – e anche qui la differenza è tra mentalità europea e anglo-americana – è finirla con l’immensa burocrazia attuale, perché quando facciamo un progetto europeo il report economico-finanziario, con tutti i vari scontrini, costituisce l’80 percento e la parte scientifica è quasi marginale. Invece quando si ragiona con un approccio “americano” il processo è più fluido: io cerco un finanziatore, propongo un’idea e dico quanto costa. Il finanziatore accetta ed esige soprattutto “i risultati”.

Per i progetti EU trascorriamo la maggior parte del tempo a giustificare le spese. Io preferisco cercare finanziamenti da fondazioni private che vanno ad obiettivo, ma non si può non stare nello spazio EU della ricerca, quindi ben vengano ovviamente anche i finanziamenti europei.

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Dotto Posidonia ph. ©Egidio Trainito

Quali progetti futuri?

Ho alcuni piccoli progetti innovativi in corso, come lo studio dei rumori dei motori marini in acqua, ma ormai la mia strada è quella di cercare di fornire informazioni e soluzioni per risolvere le forme d’impatto che l’uomo produce in ambiente costiero, gestire le risorse e l’ambiente nel modo più adeguato possibile, per preservare la biodiversità e nel contempo far sì  che le comunità locali possano trarre il giusto beneficio.

Ti piacerebbe stabilizzarti definitivamente in Sardegna?

Non solo mi piacerebbe. Vengo qui il più spesso possibile. Ho avuto tante offerte per rientrare in Italia, in sedi universitarie, ma ho sempre dichiarato che non rientrerò salvo in Sardegna che non è la mia terra nativa, ma la mia terra d’adozione, dove mi sento bene.

 

 

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(pubblicato su Olbia.it il 26 Maggio)

Giornate DOMOS DE SONU| Nasce ISRE MUSICA|Nuove collaborazioni con l’Archivio Musicale “Mario Cervo” Olbia

L’Istituto Superiore Regionale Etnografico presenterà la sua divisione musicale, ISRE MUSICA  insieme all’Archivio Labimus dell’Università degli Studi di Cagliari nella conferenza DOMOS DE SONU del 2 e 3 maggio. Il dipartimento di archiviazione sonora – ISRE MUSICA – si occuperà dello studio, della valorizzazione, la tutela e la promozione del patrimonio musicale sardo. Il progetto per una divisione musicale dell’Istituto Superiore Regionale Etnografico abbraccia le musiche della Sardegna attraverso questo nuovo marchio, a cui verranno attribuiti compiti e criteri di controllo, promozione e valorizzazione, come la creazione e gestione di un archivio sonoro ISRE e la collaborazione con l’Archivio Mario Cervo di Olbia, o ancora l’attività editoriale, relativa alla pubblicazione di dischi e di libri dedicati alla musica in Sardegna nel mondo contemporaneo, e l’istituzione di partnership durature con le associazioni di musicisti tradizionali della Sardegna.

Durante le conferenze si parlerà  di archivi sonori e digital humanities, facendo il punto della situazione per ciò che concerne la Sardegna e confrontandosi con esperienze nazionali ed internazionali come quelle della Humboldt-Universität zu Berlin, o della Fondazione Archivio Luigi Nono.

L’evento vedrà la presentazione ufficiale di due importanti progetti di archiviazione musicale in Sardegna, legati all’Università di Cagliari e all’Istituto Superiore Regionale Etnografico. Sarà inoltre presentato, durante la giornata nuorese, il progetto ISRE MUSICA, la divisione musicale di ISRE.

Tra gli eventi la presentazione del libro/CD Le Voci Ritrovate, alla presenza dell’autore Ignazio Macchiarella e degli studiosi Britta Lange e Sebastiano Pilosu, organizzata in collaborazione con l’Archivio “Mario Cervo” di Olbia. Il volume è di importanza storica per la Sardegna, poiché rappresenta la prima registrazione di musica di tradizione orale dell’isola mai effettuata.

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Il Volume – con CD allegati – Le Voci Ritrovate, curato dal professor Ignazio Macchiarella (Università di Cagliari) ed Emilio Tamburini (Humboldt-Universität zu Berlin) e dedicato al ritrovamento di uno speciale corpus di registrazioni di prigioneri di guerra italiani durante il periodo della Grande Guerra.

Le registrazioni, realizzate dalla tedesca Phonographische Kommission, hanno permesso la realizzazione di un volume di più di 300 pagine, arricchito da quattro compact disc contenenti le voci di quarantadue militari italiani. Tre sono i prigionieri sardi registrati: Giuseppe Loddo da Fonni, Enrico Spiga di Monserrato e Gustavo Varsi di Cagliari. Le loro testimonianze sonore, comprendenti tra l’altro interpretazioni sconosciute di modelli esecutivi noti e diffusi ancora oggi, hanno uno speciale risalto storico per gli studi linguistici e sulla musica di tradizione orale nell’Isola.

English Version

The ISRE – Istituto Regionale Superiore Etnografico will present its musical division, ISRE MUSICA together with Labimus of the University of Cagliari in the DOMOS DE SONU conference on 2 and 3 May. The sound archiving department – ISRE MUSICA – will take care of the study, enhancement, protection and promotion of Sardinian musical heritage. The project for a musical division of the Regional Higher Ethnographic Institute embraces the music of Sardinia through this new brand, which will be assigned tasks and criteria for control, promotion and enhancement, such as the creation and management of  ISRE sound archive and collaboration with the “Mario Cervo” Archive of Olbia, or the publishing activity, related to the publication of records and books dedicated to music in Sardinia in contemporary world and the establishment of long-lasting partnerships with the associations of traditional musicians of Sardinia.

During the conferences we will talk about sound archives and digital humanities, taking stock of the situation as regards Sardinia and dealing with national and international experiences such as those of the Humboldt-Universität zu Berlin or of the Luigi Nono Archive Foundation.

The event will see the official presentation of two important music archiving projects in Sardinia, linked to the University of Cagliari and the Regional Higher Ethnographic Institute. The ISRE MUSICA project, the musical division of ISRE, will also be presented during the Nuorese day.

Among the events the presentation of the book / CD Le Voci Ritrovate, in the presence of the author Ignazio Macchiarella and of the scholars Britta Lange and Sebastiano Pilosu, organized in collaboration with the Archive “Mario Cervo” of Olbia. The volume is of historical importance for Sardinia, as it represents the first recording of oral tradition music on the island ever made.

The book – with attached CDs – Le Voci Ritrovate, edited by Professor Ignazio Macchiarella (University of Cagliari) and Emilio Tamburini (Humboldt-Universität zu Berlin) and dedicated to the discovery of a special corpus of Italian prisoners of war records during the period of Great War.

The recordings, made by the German Phonographische Kommission, allowed the creation of a volume of more than 300 pages, enriched by four compact discs containing the voices of forty-two Italian soldiers. There are three Sardinian prisoners registered: Giuseppe Loddo from Fonni, Enrico Spiga from Monserrato and Gustavo Varsi from Cagliari. Their sound testimonies, including among other things unknown interpretations of well-known and widespread executive models, have a special historical prominence for linguistic studies and oral tradition music on the Island.

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Giovedì 2 maggio, Ore 16:00
Università degli Studi di Cagliari
Aula Magna Motzo, Facoltà di Studi Umanistici
Via Is Mirrionis, Cagliari

Ignazio Macchiarella, Università di Cagliari
Saluti istituzionali, introduzione dei lavori

Diego Pani, Istituto Superiore Regionale Etnografico
Un patrimonio di suoni: il progetto del nuovo archivio sonoro ISRE

Giampaolo Salice, Università di Cagliari
Per un centro per l’umanistica digitale dell’Università di Cagliari

Eleonora Todde, Università di Cagliari
Riflessioni sull’archiviazione del sonoro: il caso dell’Archivio Sonoro Demo-Antropologico Luisa Orru

Marco Lutzu, Università di Cagliari
L’archivio Labimus dell’Università di Cagliari

Britta Lange, Humboldt-Universität zu Berlin
Le registrazioni sonore nei campi di prigionia tedeschi durante la prima guerra mondiale

Claudia Vincis, Fondazione Archivio Luigi Nono
Interventi di tutela e valorizzazione dei nastri magnetici di Luigi Nono: 2015-2020
___________________

Venerdì 3 maggio, Ore 10:00,
ISRE Istituto Superiore Regionale Etnografico, Nuoro
Biblioteca ISRE
Via Michele Papandrea 6, Nuoro

Giuseppe Matteo Pirisi, Presidente dell’ISRE
Saluti istituzionali, introduzione dei lavori

Antonio Deias, Direttore tecnico scientifico dell’ISRE
I sistemi catalografici all’ISRE fra documentazione e informazione

Diego Pani, Istituto Superiore Regionale Etnografico
Il progetto ISRE MUSICA

Britta Lange, Humboldt-Universität zu Berlin
Lavorare con gli archivi sonori. Tecniche, specificità e problemi metodologici

Ignazio Macchiarella, Università di Cagliari
Archivi sonori: a che pro?
___________________

Venerdì 3 maggio, 18:30
Archivio Mario Cervo Olbia
Biblioteca Multimediale Simpliciana
Piazzetta Dionigi Panedda 3, Olbia

Presentazione del Volume+CD Le Voci Ritrovate, di Ignazio Macchiarella ed Emilio Tamburini

Interventi di:
Ignazio Macchiarella
Britta Lange
Bustianu Pilosu

Ascolto guidato dei documenti audio inclusi nell’opera
Modera l’incontro Diego Pani

 

(fonte ISRE)

 

Il profeta della modernità in mostra al MAN di Nuoro: Pierre Puvis De Chavannes

Dopo le celebrazioni per i  vent’anni  della fondazione – che in soli tre giorni hanno registrato oltre 1000 visitatori, – il Museo MAN propone tre  percorsi per la nuova stagione espositiva dal  15 marzo al 9 giugno 2019: una preziosa retrospettiva del grande artista francese del 1800, Pierre Puvis de ChavannesAllori senza fronde”; una mostra dal titolo “Personnages” su un’artista palestinese, amica del grande astrattista Mark Tobey, Maliheh Afnan,  in Italia poco conosciuta che libera significati di universalità, dignità e memoria storica,  un linguaggio visivo, oserei grafico,  dalle tonalità argillose,  bruciate, volti con tratti deformi,  misteriosi, molto espressivi di una sofferenza patita, resa da segni, linee quasi  spezzate che ricordano il dramma della diaspora subita;  infine “Il segno e l’idea”, l’esposizione di alcune opere, dell’inizio ′900, di alcuni artisti sardi della Collezione Permanente del MAN.

I curatori delle mostre sono, oltre al direttore Luigi FassiAlberto Salvadori, storico e critico d’arte,  per l’allestimento “Allori senza fronde” ed Emanuela Manca storica dell’arte del MAN per “Il Segno e l’idea”.

Ogni mostra rimanda a tracce del nostro passato tra riflessi di radici mediterranee, sfumature di intensità espressiva e segni che illuminano percorsi futuri. Ma ho deciso di scrivere tre articoli differenti pur nella consapevolezza che siano da considerare un unicum espositivo.

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Sottobosco c.a. 1870 – 1890 Courtesy Michael Werner Gallery

Avere in Sardegna una mostra del grande artista francese Pierre Puvis De Chavannes (1824-1898) é un evento straordinario per la rarità delle sue piccole opere, per il carattere didattico e antesignano delle stesse, presenti in mostra e soprattutto per aspetti figurativi e talvolta astratti riscontrabili in certi linguaggi visivi moderni e contemporanei.  Molti artisti, infatti, hanno attinto dal maestro tecniche, cromatismi, stesura colore, campiture.  Se andrete a vedere la mostra sarà divertente riconoscere  echi di Picasso, Gauguin, MatisseBalthus e altri artisti del ′900.

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Le Revermont c.a. 1870 – 1890 Courtesy Michael Werner Gallery

Purtroppo é ancora poco conosciuto e, nei testi scolastici, marginale. In Italia l’ultima sua mostra fu realizzata a Venezia nel 2002.  Forse perché il suo nome é legato a grandi opere murali che gli venivano commissionate per istituzioni,  musei e biblioteche, a Lione, Parigi, Marsiglia, ma anche all’estero, a Boston nella Public Library? Oppure  a tele singole ma sempre di grandi dimensioni? O per il suo antiaccademismo, anzi oserei anti ‘ismo’ in genere? Puvis De Chavannes è sempre stato un artista indipendente e coerente con il suo pensiero. Qui risiede quell’unicità e libertà della sua arte che svuota il significato del tempo ma acquisisce forza nell’applicazione e nello studio febbrile. Il suo amore per la pittura era quasi una devozione, come si evince dalle opere in mostra, instancabile e fedele alla ricerca della pura bellezza ed espressività con il colore.

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Bozzetto per lo sfondo di Visioni Antiche, 1884 – 1885Courtesy Michael Werner Gallery

Si avvicinò al mondo dell’arte in modo casuale. Nato a Lione nel 1824, il padre avrebbe desiderato che diventasse ingegnere come lui. Ma inseguito ad alcuni viaggi in Italia, venendo a contatto con gli artisti fiorentini del trecento, del quattrocento, i veneti del cinquecento, Raffaello, i seicentisti, iniziò ad apprezzare la bellezza dell’espressione artistica. Ciò lo spinse ad abbandonare gli studi per dedicarsi completamente all’arte. Fece un secondo viaggio in Italia per  studiare e  approfondire  le tecniche pittoriche, sempre più coinvolto emotivamente dal contemplare i grandi affreschi di Giotto e Piero della Francesca. Rientrato in Francia fu allievo presso gli atelier di vari artisti tra i quali Henri Scheffer, Eugène Delacroix e Thomas Couture ma sempre insofferente. Aveva le sue idee e le indicazioni degli altri non le tollerava. Si dice che con Delacroix spesso discutessero di questioni inerenti alle scelte cromatiche. Puvis amava utilizzare cromatismi tenui, eterei, diafani mentre Deloicroix amava i colori accesi, brillanti, forti e decisi. Alla fine continuò i suoi studi all’École des Beaux Art. Ma ebbe difficoltà ad inserirsi nel mondo artistico del periodo, per uno stile e linguaggio espressivo personale, distante dai canoni imposti dall’Académie française, peraltro molto rigidi. La sua futura moglie, la principessa Cantacouzène riconobbe che aveva del talento e lo aiutò ad affermarsi come artista.

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Schizzo per Il tagliapietra, 1892  – Courtesy Michael Werner Gallery

Iniziò a realizzare grandi opere murali legate a tematiche sociali del periodo storico in cui viveva – la  guerra, la pace, il lavoro. – In un secondo periodo invece, le opere diminuiscono le dimensioni e ciò che viene ritratto sembra ascriversi al di fuori di ogni sfumatura temporale. Si respira una sorta d’immobilismo in presenza di paesaggi bucolici. Quasi una “via di fuga” l’asimetria con rime armoniche e il recupero di una tradizione classica legata alla bellezza, alla purezza, all’eternità. Meno tematiche nazionaliste, ma schemi strutturali che esprimono una sospensione dello scorrere del tempo.

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Rivage, 1870 – 1890 – Courtesy Michael Werner Gallery

Le opere in mostra sono circa una novantina e comprendono disegni, schizzi, bozzetti, oli e acquarelli. Provengono da collezioni pubbliche e private internazionali. Hanno un valore  inestimabile perché ci aiutano a comprendere come il grande Puvis De Chavannes realizzasse le sue opere.  Un po’ stramare il tessuto, per capire la disposizione dei punti e fissarlo nella bellezza di uno studio o di un’intuizione. Vedere il grande talento nella resa finale dell’opera e quindi la capacità di integrarle in un opera architettonica in modo armonioso, che non appesantisse la struttura, che evidenziano una preparazione accurata  e meticolosa e  anche la libertà alla quale l’artista ha sempre aspirato nel realizzare opere su commissione. Era un uomo amato e stimato, molto disponibile con i suoi allievi ai quali insegnava a scrutare la “bellezza nell’anima delle cose”.

Tante le opere che preannunciano correnti più contemporanee quando il disegno scompare e appare il gioco del colore, quei cromatismi che danno forza espressiva. Oppure alcuni volti interpretati soggettivamente e altri che sfiorano un delicato realismo. Le figure solide si staccano da  campiture dense, opache forse di evocazione neobizantina. Una mostra che é una scoperta anzi riscoperta di un’artista dall’animo sensibile e, per utilizzare un verso di Emily Dickinson,  ‘un’anima al cospetto di sé stessa finita infinità’  che ha dato volto al tempo sospeso intriso di solitudini e malinconie. Nostalgia di un passato, dove bellezza è luce d’infinito.

Guazzo per Porta d’Oriente a Marsiglia 1868 – 1870 Courtesy Michael Werner Gallery

Eccellente il format editoriale del catalogo monografico  – dal color  rosa pallido gessoso amato dal maestro De Chavannes – impreziosito dalla cura delle descrizioni  e dalle bellissime ed intense riproduzioni delle opere, edito dal Museo MAN  in collaborazione con Michael Werner, con testi di Louise D’Argencourt,  Bertrand Puvis de Chavannes  e dei curatori, Alberto Salvadori e Luigi Fassi. Un vero gioiello!

©Lycia Mele Ligios

MAN – Museo D’Arte della Provincia di Nuoro

Via Sebastiano Satta 27, Nuoro

Orario continuato: 10 – 19 | lunedì chiuso

 

Il Museo MAN residenza di artisti: dal Regno Unito per raccontare il Carnevale di Barbagia

L’arte crea ponti ma anche originali contaminazioni. Nuovi sguardi verso cose o situazioni a cui la quotidianità spesso non dà risalto. Sguardi che sembrano nascondersi per il ripetersi consuetudinario. Ma un artista che ha affinato linguaggi e sensibilità riesce a risvegliare, a “trasfigurare” quel mondo e mostrarlo sotto luci differenti, apparentemente diverse, che inducono a nuove interpretazioni, nuove indagini, nuove rivelazioni.

IMG_0928Gli artisti in visita al museo MAN di Nuoro con il Direttore Luigi Fassi
photo ©Barbara Pau

In un clima di ricerca, di approfondimenti orientati verso nuovi linguaggi artistici, nel mese di gennaio 2019, sono giunti nell’isola sei giovani artisti e filmmaker selezionati da FLAMIN – acronimo per Film London Artists Moving Image Network – nell’ambito dei progetti di residenza per artisti del Museo MAN e della Fondazione Sardegna Film Commission.

«La Sardegna è terra di ricerca e produzione, luogo magico capace di ispirare il lavoro degli artisti. Quando questi incontrano le nostre comunità, scoprono il patrimonio culturale e paesaggistico dell’isola e organicamente acquisiscono lo spirito di libertà e sacralità che è nel nostro DNA» afferma Nevina Sattadirettrice della Sardegna Film Commission – «Abbiamo rinnovato la collaborazione con il Museo MAN affiancando in autunno l’artista franco-ivoriano François-Xavier Gbré nel viaggio di ricerca sulla distopica relazione tra natura e modernità nell’isola. Ora, questa residenza induce ben sei nuovi sguardi a sostenere il racconto della tradizione più celebrata e nota, quella del Carnevale di Barbagia, avviando il programma di sperimentazione audiovisiva transmediale al confine fra arti visive e cinema, grazie alla partnership già in corso con la Film Commission di Londra. Creiamo così occasioni di formazione e produzione per il comparto dell’audiovisivo dell’isola e dopo questa prima fase che vede la presenza in Barbagia di artisti internazionali, seguirà un training di specializzazione in UK per un gruppo di video-artisti residenti in Sardegna».

Luigi Fassi, direttore del Museo MAN, sottolinea l’importanza del «progetto internazionale a lungo termine che rientra nelle intenzioni del MAN per rafforzare il proprio ruolo istituzionale di accompagnamento al lavoro degli artisti. Processi di internazionalizzazione mediante residenzialità e coinvolgimento di artisti, in termini di ricerca e produzione nel territorio regionale, hanno un ruolo crescente nell’attuale attività del MAN e questa partnership è un modello di lavoro esemplare di tale volontà operativa».

Anche la Film London con Maggie Ellis, responsabile della sezione Artists’ Moving Image evidenzia il ruolo di supporto della Sardegna Film Commission e del MAN per questi giovani artisti. Un supporto che li aiuterà a crescere e a maturare a livello professionale, non solo per ciò che concerne l’evoluzione del loro linguaggio artistico, offrendo loro una pluralità di esperienze qui nell’isola.

Ecco le sue parole a proposito del progetto sulla residenzialità e della preziosa collaborazione: «Le residenze artistiche sono spesso pensate come attività solitarie, per questo siamo lieti di riunire tutti e sei gli artisti con cui abbiamo lavorato quest’anno per partecipare a questa opportunità unica generosamente offerta dalla Sardegna Film Commission. La residenza darà loro la possibilità di espandere le proprie reti internazionali, confrontarsi con storie e luoghi sconosciuti e crescere professionalmente grazie alle partnership con la Sardegna Film Commission e il Museo MAN. Come il Regno Unito, la Sardegna è una piccola isola in cui le questioni che affliggono oggi l’Europa sono inevitabilmente presenti: questi artisti sono in una posizione perfetta per decostruire questa narrazione, superare le differenze e immaginare nuovi modi per andare avanti».

gli artisti ospiti del Museo MAN Courtesy FLAMIN

Graeme Arnfield, Calum Bowden, Rosie Carr, Callum Hill, Onyeka Igwe e Kristina Pulejkova sono i sei giovani residenti. Nel mese di gennaio hanno vissuto i primi riti del Carnevale barbaricino con i suggestivi fuochi di Sant’Antonio a Mamoiada.

Arrivati in Sardegna hanno visitato i territori, le comunità, il MAN, il Museo Etnografico Sardo e l’Archivio di stato di Nuoro. Successivamente hanno partecipato ai vari riti segnati da intensi momenti come la vestizione dei mamuthones e issohadores, maschere tipiche del carnevale barbaricino.

Il 27 febbraio sono ritornati nell’isola una seconda volta. Ora potranno raccogliere suggestioni degli antichi riti propiziatori o di liberazione del Carnevale nelle seguenti comunità di Lula, Gavoi, Ovodda, Orotelli, Ottana, Orani e Bosa. Infine prima della loro partenza, il 16 marzo 2019, verrà allestita una mostra con le loro opere. Un momento di condivisione con l’intera comunità che li ha ospitati.

La Sardegna continua ad esser fonte d’ispirazione con la bellezza dei luoghi e con i suoi antichi rituali. Cogliere le tradizioni con una sensibilità artistica è come se si volesse “vivificarle” nel fluire del tempo e, rese eterne contemporanee, fissarle sul fondo dell’anima.

 

©️LML

Olbia, 03 marzo 2019.

Ricky Albertosi, un testimone del calcio: tra l’arte nel parare e la sua semplicità

Il corpo può creare bellissime figure. Tensioni, slanci, allungamenti, torsioni che sfuggono alla nostra volontà se sollecitati da qualcosa di esterno, come potrebbe essere un pallone. La sinuosità, la struttura muscolare, l’armonia del movimento nel valore plastico evocano l’ideale di bellezza ed eleganza presente in alcune opere di Fidia, scultore  greco del  470 a.C. Una plasticità che emoziona e ci aiuta a capire il concetto di armonia/bellezza. Indissolubile. Questa  capacità di creare in modo del tutto inconscio, queste figure sospese, con il proprio corpo è ascrivibile al mondo dell’arte.

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Forte dei marmi 1959 Ricky Albertosi © Courtesy Archivio Albertosi Stringhini

Un grande “artista dei pali”, così definito, conosciuto in tutto il mondo, ma a cui noi sardi siamo affettuosamente legati per averci fatto sognare ed emozionare negli anni in cui giocava nel Cagliari è Enrico Albertosi, per tutti Ricky. Anni che hanno visto la squadra sarda vincere lo scudetto durante la 68esima edizione del campionato negli anni 1969 – 1970.

Ricordo la gioia di mio padre mista ad orgoglio identitario quando alludeva a questo risultato, allora ritenuto incredibile. Pur essendo molto piccola,  rivedo quella vittoria che ha segnato il cuore di tutti i sardi. In quegli anni non c’era attività commerciale, dalla macelleria al panificio, al negozio di generi alimentari o di frutta e verdura, che non esponesse i due  semplici fogli di giornale raffiguranti tutta la squadra vincitrice.

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1959 Partita d’esordio Fiorentina – Roma Courtesy Archivio Albertosi Stringhini

Quasi un risvegliarsi da un torpore. Si accettavano la nostra identità e le nostre tradizioni. Non ci sentivamo più come abitanti di un’isola relegata ai margini, terra di confino, di malaria, di banditismo. Dai racconti vissuti sembrava che il valore di una squadra venisse trasposto sugli abitanti. Un’improvvisa sensazione  di forza, di potere e di libertà. Un’acquisizione e consapevolezza di un valore intrinseco fino allora taciuto perché considerati “diversi”. Erano gli anni in cui la fioca luce del turismo diveniva sempre più intensa e la gente del “continente” iniziava ad apprezzare la nostra terra. Ricky Albertosi è stato testimone di quel periodo “evolutivo” in cui la Sardegna sembrava liberarsi da fardelli del passato e guardare con ottimismo verso un futuro migliore. Così ho pensato di intervistarlo.

Ricky vuoi raccontarci come hai vissuto quegli anni? Ti eri ambientato a Cagliari? Cosa pensavi dei sardi e della Sardegna?

Quando la Fiorentina mi vendette al Cagliari, io  ero molto restìo. A quel tempo si parlava della Sardegna come isola legata al banditismo, ai rapimenti di persona. Io ero sposato e avevo due bambini piccoli. Inizialmente ho avuto timore e  difficoltà ad accettare il trasferimento. Non  potevo rifiutarmi. Ma rimasi sorpreso. Trovai la città di Cagliari e un’isola completamente diverse da come venivano descritte al di fuori della Sardegna. Mi sono subito ambientato sia con i cagliaritani che con i compagni di squadra. Alla fine ero contento di aver accettato il trasferimento.

I sardi erano molto affettuosi, grandi sostenitori. Ricordo che mi chiedevano sempre l’autografo. Si percepiva l’abbraccio caloroso dei tifosi, una bella sensazione. La mia iniziale diffidenza svanì, anzi divenni consapevole sul valore dell’amicizia dei sardi. Se diventavi amico di un sardo e questi ricambiava l’amicizia, diventava un vero amico per tutta la vita. Alla fine mi sentivo uno di loro. Ho trascorso un bel periodo e non ho mai avuto nessun rimpianto.

Qual era lo stile di vita, i pensieri del periodo e  la vita sociale a Cagliari? Come percepivi la città?

Facevo pochissima vita sociale perché impegnato con gli allenamenti quotidiani e la mia famiglia. Frequentavo i miei compagni di squadra, anche loro sposati. L’unico amico estraneo alla squadra era Giovanni Manconi, il proprietario del Ristorante Lo Scoglio, eravamo diventati amici fraterni, ci vedevamo spesso con le nostre famiglie.

f09d1b84-f231-4bd0-8a93-fff9c3ec8367Albertosi nel 1959 a Firenze ©Courtesy Archivio Albertosi Stringhini

Se rifletti su quegli anni del periodo cagliaritano, con la saggezza di vita acquisita, hai rimpianti? 

Nella mia vita non ho mai avuto rimpianti. Ogni cosa è stata subordinata alla mia volontà. Apprezzo il mio passato con molta serenità e secondo il mio modo di vedere la vita, non ritengo di aver sbagliato.

Quando eri piccolo pensavi che saresti diventato un calciatore?

Sì, fin da piccolo “visualizzavo” me stesso come un calciatore. Mio padre era il portiere della Pontremolese, la squadra della città in cui sono nato e con mia mamma andavo al campo sportivo per vedere giocare mio padre. Era appena finita la guerra intorno al 1945, ero molto piccolo, avevo sei anni. Mio padre alla fine del primo tempo mi metteva in porta e mi tirava il pallone. Quel momento influì sulle mie scelte mi resi conto della mia passione nel ricoprire il ruolo del portiere. Così ho fatto il portiere per tutta la mia vita calcistica.

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Rientro dal Messico dopo aver vinto l’argento nei Campionati del Mondo 1970 ©Courtesy Archivio Albertosi Stringhini 

Era il periodo del calcio impostato sulla semplicità e sul talento. Allora più vicino al mondo dei tifosi. Oggi i giocatori,  parlo della serie A, sembrano appartenere al patinato mondo del cinema. Distanti da chi li sostiene. Cosa pensi al riguardo?

Hai completamente ragione. Oggi sembra che tutto sia loro dovuto. Ai miei tempi noi calciatori eravamo molto più umili. Alla fine della partita ci fermavamo a parlare con i tifosi e firmare autografi. Avevamo più attenzione nei loro confronti sia che ti applaudissero o che ti fischiassero. Loro partecipavano alla partita pagando un biglietto e se non ci fossero stati tifosi sicuramente non saremmo esistiti neanche noi.

Ti porto un esempio che evidenzia l’evoluzione del mondo che ruota attorno al calcio: ognuno di noi provvedeva a prepararsi la sua borsa, arrivati allo stadio eravamo sempre noi stessi a riporre gli indumenti negli stipetti o attaccapanni e sempre  noi ci pulivamo le scarpe dopo l’allenamento. Oggi arrivano allo stadio e trovano tutta la divisa compresa di biancheria ben disposta, e appesa negli appositi stipetti. Sono cose che non ho mai concepito.

Non voglio parlare strettamente dei tuoi passati calcistici, di cui ampiamente è stato scritto, ma vorrei parlare di te come uomo di oggi che ha vissuto esperienze straordinarie, lasciando tracce importanti nella memoria di persone in ogni parte del mondo. Spesso considerato una persona da emulare. Ma il tempo nel suo mutare ci cambia. Oggi alla veneranda età di quasi 80 anni nella tua vita qual è divenuto il valore più importante? Pensi spesso al passato?

Purtroppo il passato non torna più. Rimangono i bei ricordi. Oggi il valore assoluto è l’amore per la mia famiglia: per mia moglie Betty, donna veramente eccezionale, con la quale condivido la vita dal 1975, per i miei figli e i miei nipoti. Conduco una vita molto semplice e oltre a mia moglie dedico tutto il mio tempo ai miei nipotini,  Emma e Tommaso. Oggi mi interessa stare bene con la mia famiglia. È questo che mi rende felice.

1979 Ricky e sua moglie Betty Stringhini ©️Courtesy  Archivio Albertosi Stringhini

Un lato del tuo carattere che più ti piace e che gli altri apprezzano?

Penso sia la semplicità e l’umiltà che mi ha sempre contraddistinto.

Le circostanze che si palesano nella vita di tutti gli uomini causano fragilità o sofferenza emotiva. Anche tu non ne sei rimasto indenne. Pensi che quegli anni ti abbiano insegnato un nuovo approccio alla vita, ti abbiano modificato?

Certo,  ci sono stati momenti di sofferenza come nella vita di tutti, li ho sempre affrontati, consapevole delle mie certezze. La passione per il calcio è stata la mia più autentica vocazione e così ho iniziato a giocare in serie C anche se dopo due anni ho rotto i legamenti crociati. Avevo 44 anni e il mio fisico non mi consentiva di giocare. Dopo un breve periodo come allenatore di squadra, ho continuato ad allenare i portieri della Fiorentina. Era un ruolo che rifletteva ciò che avevo fatto nella mia vita per cui ero più incline ad insegnarlo. Questo fino ai 70 anni.

Ci parli dei valori necessari affinché una squadra possa lavorare bene e avere successo?

Penso che il valore principale sia l’amicizia tra la rosa dei giocatori. Non ci devono essere invidie  verso giocatori che sono più importanti. La squadra deve esser coesa, affiatata. Ci deve essere solidarietà tra i singoli elementi. Ricordo nel  periodo in cui giocavo con il Cagliari che Gigi Riva, giocatore importantissimo, aveva dei privilegi, ma nessuno di noi osava lamentarsi. È per questo motivo che il Cagliari è diventata una grande squadra e siamo riusciti a vincere il campionato.

Potresti raccontare ai nostri lettori, qualche aneddoto sulla vita di squadra, o sui ritiri, che richiedono sacrificio a livello affettivo? 

I ritiri ti allontanavano dalla famiglia per un paio di giorni. Alle volte si sentiva la nostalgia, specialmente se c’erano problemi. Onestamente con i miei compagni di squadra stavo bene.  È inutile nascondere che alle volte c’erano discussioni, confronti.

Ti racconto questo piccolo aneddoto. Durante i Mondiali in Messico come  nelle trasferte in Italia  condividevo la camera con Gigi Riva. L’allenatore della nazionale era Ferruccio Valcareggi che aveva un certo timore reverenziale nei confronti di Gigi a causa del suo carattere introverso, poco loquace. Il mister ci vedeva ogni 4 o 5 mesi per cui, non vivendo la quotidianità, gli sfuggivano determinate sfumature caratteriali dei calciatori poco estroversi. Ricordo che spesso mi chiedeva come stesse Gigi, se avesse dormito bene, se si fosse svegliato con animo sereno e se avesse potuto parlargli. Era un mister molto attento.

Ci sono stati mister, invece,  che durante i ritiri  entravano in camera all’improvviso per controllarti. Le uniche concessioni di svago erano il gioco delle carte e del biliardo. Quando giocavo con il Cagliari, durante la trasferta, poiché la squadra era molto affiatata, spesso ci ritrovavamo a giocare a carte sino a tarda notte. Giocavamo nella camera mia e di Gigi perché  fumavamo tanto. Gli altri venivano a guardare e si univano al gioco. Non tutti fumavamo. Ma nella camera stagnava il fumo.
Ricordo che eravamo a Roma all’Hotel Quirinale. Era circa mezzanotte e poiché avevamo fame ordinammo dei panini.  Dopo circa mezz’ora sentimmo bussare. Pensando fosse il cameriere aprimmo la porta e si presentò il mister Manlio Scopigno. Subito avvolto da un fumo intenso, irrespirabile. Noi imbarazzatissimi poiché colti di sorpresa, ci aspettavamo un rimprovero verbale, invece  inaspettatamente  ci chiese se anche lui potesse fumare una sigaretta insieme a noi. Alla fine ci disse: «Ragazzi finite i giri e poi andate a letto». Il giorno dopo vincemmo 4 – 0 con la Roma. Un altro allenatore ci avrebbe rimproverato e come da consuetudine multato. Ci avrebbe evidenziato la poca professionalità cercando di far emergere i sensi di colpa. Ciò avrebbe comportato minor resa atletica in campo poiché turbati dalle parole.

Ho avuto due grandi allenatori che capivano le esigenze di noi giocatori. Per esempio quando eravamo in trasferta durante il sabato io non amavo andare al cinema che era quasi una consuetudine. La giornata in trasferta era così suddivisa: la mattina allenamento, pranzo, riposo pomeridiano con sveglia alle 16 e poi cinema fino alle 19, cena, passeggiata e riposo notturno. Invece Manlio Scopigno durante il periodo del Cagliari  e Nils Erik Liedholm quando giocavo con il Milan avevano capito che non amavo andare al cinema.  Io avevo la passione per le corse dei cavalli. Per cui il sabato pomeriggio mi chiedevano sempre che cosa preferissi fare. Naturalmente dicevo loro che preferivo andare all’ippodromo. Mi lasciavano libero di scegliere. Grande atto di fiducia e comprensione. Come pochi. E aggiungevano “Ricordati che alle 19,30 si mangia” E così abbiamo vinto due campionati. Sono stati gli anni in cui ho giocato meglio perché  non c’erano tensioni, ti infondevano serenità e tranquillità. C’era rispetto e fiducia. C’era  attenzione al valore umano.

11 febbraio 1979 quarant’anni fa. Una data memorabile. Vuoi raccontarci le emozioni che provasti?

Ero nel Milan. Giocavamo contro l’Ascoli Piceno.   Ricordo che venne il Presidente e mi consegnò una targa in quanto avevo giocato 500 partite in serie A. Pur essendo in trasferta tutti i presenti si sono alzati in piedi ad applaudire. Ho sentito l’affetto del pubblico presente. Una bellissima emozione.

©️Courtesy  Archivio Albertosi-Stringhini

Un’altra data che nessuno scorderà il 17 Giugno 1970. Si disputa nello Stadio Atzeca di Città del Messico la semifinale dei Mondiali. Definita Partita del secolo, la miglior partita di tutti tempi. I messicani in ricordo hanno affisso una targa  all’esterno dello stadio. Raccontaci come hai vissuto quel giorno, le intense emozioni provate.

Disputavamo uno dei tornei di calcio più complessi, il Campionato del Mondo, in cui ti confrontavi con squadre eccellenti. C’era molta tensione.  Ma generalmente come si entra in campo e senti l’inno nazionale alla tensione subentra l’emozione. Ricordo che mi vennero i brividi, pervaso da una sensazione di invincibilità e dal desiderio di dare il massimo di me stesso in competenza e abilità senza fare errori. Venne definita “partita del secolo” perché ci furono delle circostanze veramente emozionanti.

Ad inizio partita avevamo segnato un gol e poi ci eravamo dovuti difendere per i restanti 90 minuti. Solo al 91 minuto Schnellinger che si stava oramai avvicinando verso l’uscita ricevette pallone  è riuscì a pareggiare. Tutti pensavano che noi perdessimo. Tutti dicevano che non eravamo capaci di reagire, che non tolleravamo la sofferenza. Invece abbiamo reagito. Dopo lo svantaggio per il gol subito siamo riusciti a pareggiare. Poi ancora un altro svantaggio ma subito ripareggiato. Quindi loro ci hanno raggiunti. Per colpa di Rivera che era sul palo a protezione della porta ha fatto passare la palla tra il suo petto e il palo e la rete, consentendo a Müller il pareggio. Io mi sono arrabbiato contro Rivera, sfogando la mia rabbia. Lui era rimasto abbracciato al palo e li batteva la testa disperato . E disse “ Ora per rimediare posso solo andare a fare goal” È così è stato. Con quattro passaggi nei tempi supplementari,  fece un goal straordinario, per freddezza e lucidità. E siamo arrivati in finale trovando un Brasile stratosferico. Abbiamo retto 60/70 minuti. Poi eravamo molto provati dalla partita con la Germania e  siamo crollati.

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©️Courtesy  Archivio Albertosi-Stringhini

Tra i periodi vissuti nelle varie squadre quali sono stati quelli che  ricordi con gioia, che  hanno lasciato segni profondi nella tua memoria?

Ricordo con immensa gioia la vittoria dello scudetto con il Cagliari e poi lo scudetto della stella a Milano. Lo scudetto vinto con il Cagliari fu importante anche da un punto di vista sociale. La gente non pensava più all’isola come luogo di banditi e criminalità. Cambiò il giudizio delle persone sulla Sardegna. Per me è stata una gioia immensa partecipare a far cambiare la mentalità nella penisola. Siamo rimasti nella storia. Al momento non penso che il Cagliari possa vincere qualche altro scudetto. Quello è stato un anno meraviglioso. Indimenticabile.

Invece giocavo nel Milan nel periodo più brutto della sua storia. Cambiava spesso Presidente. Il primo anno come allenatore c’era Giagnoni, un brav’uomo. Un uomo molto corretto, vero amico. Leale e rispettoso nei confronti di tutti. Ma anche noi lo eravamo nei suoi confronti. Non faceva distinzione tra un giocatore più o meno importante.
Ricordo che avevamo perso contro il Torino 1-0. Claudio Sala giocava nel Torino e Gianni Rivera nel Milan.  Il presidente disse: «perché non facciamo cambio tra Claudio Sala e Gianni Rivera?». Rivera fu risentito da queste parole e non venne agli allenamenti per una settimana. Quando Rivera tornò, Giagnoni molto arrabbiato gli disse queste parole: «ora vai ad allenarti con la Primavera». Per 15 giorni venne punito allenandosi con la Primavera del Milan. Da quel momento Rivera iniziò a fare la guerra all’allenatore e al Presidente. Riuscì a mandarli via. Così ogni anno cambiavamo presidente per incompatibilità perché comandava Rivera. Infatti anche quando sono andato via dal Milan, la squadra ha continuato ad avere problemi.

Berlusconi quando comprò il Milan disse chiaramente che non voleva Rivera. Con Berlusconi sono arrivati grandi giocatori olandesi e il Milan in un ambiente sereno e coeso è diventata una squadra forte e vincente.
A parte queste vicissitudini sono orgoglioso di aver vinto lo scudetto della stella. Il Milan non lo vinceva da tanti anni. Ci siamo riusciti con una squadra modesta, non eccezionale.

Tutti parlano del tuo stile nelle parate, memorabili e impeccabili. Io aggiungo eleganti, aggraziate, quasi figure rubate alla danza. Parate in cui c’è Arte: quella creatività che emoziona e che sfiora una bellezza scultorea. L’International Federation of Football of History & Statistics, ente che documenta le statistiche del calcio, ti ha inserito tra i migliori portieri del mondo. Un risultato fantastico, che riempie d’orgoglio tutti gli italiani. Secondo te per raggiungere prestazioni elevate nell’ambito calcistico quale elemento tra la preparazione, la predisposizione o inclinazione personale, ha valore prioritario e perché?

Tutti gli elementi che citi devono esser presenti.  Inoltre aggiungo saper soffrire e non demordere mai. Se uno possiede le qualità, prima o poi emerge, anche se trova davanti a  sé giocatori favoriti da altri. Personalmente ho sofferto nel periodo calcistico della Fiorentina. Venivo da due anni trascorsi a La Spezia. Avevo 16 anni frequentavo la scuola. Dovevo alzarmi alle 5.00 perché alle 8.40 dovevo essere a lezione. Terminavo alle 12.40,  pranzavo,  facevo allenamento dalle 14.30 alle 16.30 e alle 18.00 prendevo il treno per esser a casa intorno alle 20.00. Questo sacrificio di vita è durato per due lunghi anni in quanto in terza superiore ho dovuto lasciare. Mi aveva acquistato la Fiorentina, essendo una squadra professionistica gli allenamenti erano di mattina e pomeriggio per cui era difficile conciliare lo studio con le tante ore assorbite dagli allenamenti. Avevo 18 anni.

Ho sofferto nel senso che ho saputo attendere il mio turno, perché sapevo che prima o poi sarebbe arrivato. Me lo sentivo. Ne ero consapevole. Davanti a me c’era un portiere che si chiamava Giuliano Sarti. Era molto bravo. Io giocavo in Nazionale. Avevo esordito a Firenze contro l’Argentina – come riserva portiere della Fiorentina –  era  il 1961 e avevamo vinto 4 -1. Quando rientravo dalle partite con la Nazionale Sarti mi diceva: «ascolta tu sarai il portiere della Nazionale ma io sono il portiere della Fiorentina. Finché ci sarò io farai solo la riserva». Io non replicavo, accettavo silenziosamente, voleva farmi crollare. Ma io non demordevo, mi sentivo di avere delle qualità, ero consapevole che sarei potuto arrivare in alto. Nel 1964 lui andò via e io divenni portiere titolare della Fiorentina fino a quando non fui venduto al Cagliari.

Ritengo che sia importante avere dei validi riferimenti affettivi per condividere e per supportarsi nell’altalenìo della vita. Accanto a te c’è la donna di sempre, Betty Stringhini, manager di rilievo di una nota azienda italiana. Betty era molto giovane quando iniziò a frequentarti. Eravate molto impegnati nel lavoro. Distanti ma sempre accanto. Come siete riusciti a proteggere e rafforzare il sentimento che provate l’uno per l’altra?

L’amore è alla base di tutto. Abbiamo camminato insieme rispettandoci l’un l’altro. Abbiamo caratteri diversi. Ognuno ha il proprio gusto. Amiamo il confronto.  In sintesi ci compensiamo. E permettimi di dire a tutti gli uomini che le donne vanno rispettate sempre, basta con la violenza. La comprensione e il confronto permettono di crescere insieme.

Tu e tua moglie apprezzate la nostra terra. Ormai la maggior parte delle vacanze la trascorrete qui in Gallura. Che cosa vi ha spinto a scegliere la Sardegna come terra di adozione?

Conoscevamo la Sardegna. Dopo un prima casa a Porto Cervo, desideravamo trovare un angolo più tranquillo che permettesse una vita semplice a contatto con la natura incontaminata e il vostro bellissimo mare così abbiamo scelto una località vicino Olbia. Inoltre conoscevo ormai bene la gente sarda. Sono sempre stato attratto dai vostri valori, dalle vostre tradizioni e cultura. Sono valori importanti che non si trovano ovunque. Un amico sardo è un amico per sempre.

Enrico Albertosi – Courtesy ph. Federico De Luca

E con queste parole importanti finisce l’intervista ad un grande uomo del calcio. Ringrazio Ricky Albertosi per questo bellissimo viaggio nel passato meno calcistico forse più umano. Tanti elementi su cui riflettere specialmente per chi sta intraprendendo la carriera di calciatore. Oggi Ricky è un uomo che sulla soglia degli ottanta anni guarda al passato con nostalgia e gratitudine ma pur sempre attento alla contemporaneità. Allora temerario, determinato, invincibile, umile oggi è una persona semplice, saggia e altruista. Ieri seguito da numerosi fans e oggi conteso da due piccoli fans i suoi due nipotini Emma e Tommaso. Sono loro che permettono che la vita acquisisca una nuova magia, che il passato decanti nel cuore e che i bellissimi ricordi predispongano alla speranza, alla vita.

© Lycia Mele Ligios 2019

Sandro Fresi Arcaica contemporaneità di un musicista gallurese

… entra nella tua luce
l’ombra della mortalità
e tu la fai
e non la fai dimenticare.
Si avvolge su se stesso, ascende
nelle sue volute il tempo,
dove? in voragini si perde,
in azzurre e nere
eclissi si inabissa
per la sua riapparizione
dopo, quando tempo non è più
ma cosa? d’altro e identico…
Mario Luzi

Nel periodo medievale intorno al 627 d.C.,  Isidoro,  vescovo di Siviglia  e grande intellettuale,  scriveva nella sua opera Etimologie o Origini L’arte musicale consiste nella conoscenza profonda, acquisita con l’esperienza, della modulazione e ha il proprio fondamento nel suono e nel canto”. Da profondo conoscitore della musica, Isidoro evidenziava come dall’esperienza si potesse arrivare a conoscere, a percepire la musica. E in un’altra sezione dal titolo “Del Potere Della Musica”  esplicitava un’altra verità “senza la musica, nessuna disciplina può  considerarsi perfetta: di fatto, senza la musica nulla esiste. […] La musica muove le volontà, trasformando la natura della percezione”  perché la musica ha la capacità di emozionare e “consolare la mente nel sopportare tribolazioni”. Pensieri che ci inducono a riflettere sulla  straordinaria importanza e funzione della musica che a volte trascuriamo. Diamo per scontato. Il suo valore è incommensurabile. E la creatività in ambito musicale sfiora l’infinito, nella possibilità di inventare sempre nuove armonie.  Ogni cosa sembra esser legata alla musica o meglio c’è musica dentro ogni cosa. E se riflettiamo la ritroviamo in una leggera brezza di mare,  in un semplice respiro o  persino sfiorando dei sassi che nel vibrare emettono sonorità.  La musica fa parte della nostra anima. Nessuno può viverne senza.

Isidoro scriveva della musica come ispirata da Dio, come riflesso di un’armonia celeste in cui, per raggiungere livelli eccelsi,  fosse necessaria non solo passione ma tanto studio, esercizio e come lui definiva “esperienza”. Oggi diremo che per raggiungere qualsiasi obbiettivo o progetto che si ha in mente, occorre impegno, costanza e soprattutto studio. Tanto studio. 

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Sandro Fresi mentre suona l’organetto a mantice – Courtesy ©️Sabrina Marielli

Tra i validi musicisti della mia terra, Sandro Fresi riflette quella attenzione  e studio meticoloso di cui parla Isidoro. Sono riuscita ad incontrarlo per un’intervista, dopo una serie di concerti con Iskeliu Quartet dal Titolo “Trittico Mediterraneo, Trilogia di Suoni e di Luci”, che lo hanno impegnato durante il periodo natalizio. Ho sempre apprezzato la sua creatività e le sue ricerche da musicologo o forse etnomusicologo, che non hanno trascurato altre discipline come l’etnografia o l’antropologia culturale. Ha creato spazi di innovazione musicale nella sperimentazione,  scindendo registri differenti, rimodulandoli in chiave più contemporanea o rielaborando “significati” attuali con armonie musicali del passato, con una delicatezza che dona intense emozioni e ha permesso, con l’utilizzo di strumenti antichi, di “rivivere” periodi storici, le cui tracce sembrano esser presenti nella nostra anima. Così emergono giochi di luci, bagliori di magie, archetipi chiaroscurali, forse lo stupore di Dante nel Paradiso? Ogni volta che ascolto un suo concerto con il suo IsKeliu Quartet lo percepisco diverso, più armonioso, più coinvolgente, forse perché richiama  suoni,  tracce di memoria riposte nella nostra anima?

Nel lasciar spazio alle sue parole e al suo avvincente mondo musicale, posso dirvi che  è un musicista affermato, gode di  discreto successo all’estero di cui menziono un’importante tournée in Australia; è un’attento ricercatore di sonorità della tradizione euromediterranea: studioso della tradizione religiosa Medievale che gli ha permesso la riscrittura di musica e testi dei grandi mistici quali San Giovanni della Croce e Santa Teresa d’Avila e  delle tradizioni popolari;  amico di Fabrizio De André, attualmente è direttore artistico del Festival intitolato al cantautore che si svolge nella città di Tempio Pausania.

Ma chi è Sandro Fresi e quali obiettivi si pone nel proporre un genere musicale che abbraccia vari registri, in cui forse il denominatore comune è il “tempo”?

La mia è stata una formazione ‘sul campo’ più per necessità che per scelta; negli anni ‘70 suonavo l’organo Hammond e uno dei primi sintetizzatori monofonici, in un gruppo rock. Allora, tra una cover e l’altra, si accennava  timidamente a melodie e disegni ritmici propri della nostra isola, più per una forma di emulazione di grandi gruppi progressive italiani e stranieri, che spesso accennavano a richiami  di  musiche popolari, che per reale convinzione. Un “divertissement”insomma. Non era ancora giunto il tempo, almeno per quanto mi riguarda, di pensare ad una seria elaborazione di musiche della tradizione così originali come quelle sarde o provenienti da un’area che potremmo definire, in una visione più emotiva che geografica,  panceltica.

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Sandro Fresi  – Courtesy ©️Egidio Trainito  

Quanto e come ha inciso la tua formazione sulla capacità di trasposizione dei suoni di memorie ataviche? Il tuo lavoro evidenzia una capacità di sintesi e rapporti armonici che riflettono altre tradizioni. Personalmente in alcune tue opere leggo trasposizioni di musiche medievali come ad esempio i Carmina Burana di Carl Orff o armonie che riflettono musiche nordiche. Inoltre sono presenti spazi diacronici. Quanto incide il valore temporale nelle tue musiche?

Mi hanno sempre attratto le sonorità degli strumenti medioevali e rinascimentali che trovo ricche di fascino e così vicine alle suggestioni che evocano le armonie dei repertori della Corsica, quelle dei “villancicos”catalani o “noel”provenzali. È vero, attraversano abissi temporali e territori dell’anima; i loro echi sono arrivati con un  tenue bagliore nelle lande desolate della nostra Gallura. Ecco, se dovessi attribuire un valore temporale alla mia musica parlerei, con sommessa vanità, di arcaica contemporaneità.

Per la riscrittura qual è l’elemento prioritario il testo o la musica? Come effettui le ricerche sui testi? Hai un archivio a cui attingi? Oppure è la casualità che ti conduce a scoprire e quindi riformulare? I formalisti musicali non amano rimaneggiare spartiti. Come consideri questa rigidità?

Sai, dipende veramente dai casi. A volte il testo è cosi bello che precede la musica, perchè in qualche modo già la evoca; più spesso scrivo melodie  pensando allo strumento che potrebbe suonarle. Amo molto le sonorità del sax soprano o quelle del violoncello. Ho una vasta raccolta di testi, soprattutto negli idiomi logudorese e gallurese. Ci sono poesie che per anni scorrono sotto i tuoi occhi inosservate; poi, improvvisamente scopri la loro bellezza e allora pensi di poter lavorare sul suono delle parole. Nella maggior parte dei casi questo avviene casualmente. In verità, non sono un autore di canzoni così come normalmente viene definita una composizione  per uso discografico e commerciale. Ammetto di non essere bravo nella ‘forma canzone’, anche se poi, qualche buona song è venuta fuori! Almeno così mi dicono…

Educare all’ascolto potrebbe essere una finalità che permetterebbe la diffusione più articolata di opere etnomusicali. Quanto incide la musica contemporanea nella diffusione di questo genere di musica? Come poterla diffondere per non perdere echi delle nostre tradizioni di culture euromediterranee?

L’atteggiamento dei media nei confronti della musica popolare o world-music, come inutilmente si cerca di definire quella che trae origine o ispirazione dai repertori tradizionali, è tipica di un Paese disattento, che relega tutto a una dimensione folcloristica, adatta a turisti per i quali si confezionano eventi di dubbio gusto.  In altre regioni d’Europa, penso all’Irlanda o alla Corsica, la musica popolare, di ricerca evoluta o di intrattenimento, gode invece della giusta attenzione. I media programmano musiche e “ballad”eseguite da eccellenti musicisti; le trasmissioni sono spesso bilingui, la quantità e la qualità di musica pop e ‘tradizionale’ in senso lato, spesso si equivalgono. L’ascolto rafforza, comunque, la memoria storica delle proprie radici e la consapevolezza di un sentimento identitario moderno.

Ci parli dei progetti musicali a cui sei rimasto particolarmente legato?

Ho amato tutti i progetti dei quali ho creduto di poter lasciare traccia, non per vanità personale, ma per la ricchezza immateriale che portavano con sé: penso a Speradifóli  una indagine creativa sul racconto immaginifico nell’habitat disperso della Gallura. Ho raccolto fiabe e racconti di una civiltà in via di estinzione insieme alla sua lingua; i protagonisti sono pastori e contadine superstiti che ancora vivevano negli stazzi sul mare o nell’entroterra profumato di elicriso. Voci incantatrici, visionarie, che raccontano forse non solo fiabe nel loro idioma antico e musicale, ma come in una sorta di apologo biblico, la storia della propria esistenza.

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Sandro Fresi con la ghironda e Paola Giua cantante di IsKeliu Quartet  ©️IsKeliu.org

Parliamo dei musicisti con i quali collabori. Quanto può incidere l’esperienza di un musicista del gruppo nella stesura finale del brano?

I miei collaboratori tra i quali voglio ricordare Alessandro Deiana (llaud, chitarra barocca) Fabio De Leonardis (violoncello), Antonio Fresi (percussioni), Paola Giua (canto) sono tutti musicisti di elevato livello tecnico; la maggior parte proviene da altre esperienze musicali (alcuni sono insegnanti di Conservatorio o concertisti internazionali di musica classica). Normalmente eseguono ma portano in dote la loro competenza e preparazione,  insieme alla capacità di adattare  il proprio percorso accademico ad una musica che non ha bisogno di complesse partiture sul leggìo, ma di un cuore popolare da reinventare ad ogni concerto.

Vorrei che mi parlassi degli strumenti medievali utilizzati. Puoi descriverne i suoni?

Di origine e datazione medievale utilizzo due ghironde entrambe accordate in sol/do. Una, di dimensioni più piccole, è uno strumento di liuteria tedesca a quattro corde; una di bordone, una “trompette” e due “chantarelle”, cioè le corde tastate  della melodia. Quella più recente è invece del liutaio modenese Paolo Coriani e monta due bordoni, una “mouche” e una trompette, oltre ovviamente alle due corde per la melodia, ha un suono molto potente per una cassa armonica di notevoli dimensioni e per l’indiscussa perizia del suo costruttore. Molto diversa dal primo strumento che , invece,   ha un volume più contenuto. Altro strumento del periodo realizzato dal maestro Paolo Previtali è l’organetto  a mantice  dotato di ventiquattro canne tappate in legno; ha un suono molto dolce, flautato e predilige accompagnamenti essenziali e la presenza di un set strumentale poco affollato.

552E81CF-3B25-4805-A621-1AC8A2570931Paola Giua – Courtesy ©️Egidio Trainito 

Le traduzioni di alcuni testi sono legate alla sonorità finale? 

I testi dei brani appartengono a poeti e rimatori pastori della Gallura ma anche ad altre regioni del Mediterraneo. Alcuni sono di tradizione orale, popolare, come dei villancicos catalani o noel provenzali. La loro scoperta è casuale: ci colpisce il suono della parola oltre al contenuto di un testo che normalmente intenso, poetico, parlato e scritto in una lingua minoritaria che non ha tutte le possibilità di una lingua colta ed evoluta e qui sta la bellezza nella semplicità della poesia popolare nella parola e nell’idioma usato nella lingua comune.

Sono sempre più propensa a definire la tua musica eurocolta da cui si evince l’accuratezza delle rielaborazioni,  le tue incessanti ricerche,   i tuoi studi e approfondimenti in ambito musicale. Tu come ti definiresti musicista, musicologo, etnomusicologo …? 

Le definizioni le date voi giornalisti a cui va la mia gratitudine perchè, attribuendomi di volta in volta, abilità di musicista, etnomusicologo, musicologo e persino jazzista, mi sottraete dall’esercizio  della vanità autoreferenziale. Credo, molto più modestamente, di essere un musicista che ha la fortuna di vivere in un luogo speciale del Mediterraneo, apparentemente isolato da questo mare che ha invece portato suoni, strumenti, linguaggi di popoli diversi che sono diventati la nostra vera ricchezza, il nostro tratto distintivo e inimitabile. Sono dunque, forse, un trovatore.

Vuoi parlarci dei contenuti dei brani e degli idiomi utilizzati? Carlo Emilio Gadda utilizzava i “pastiche” linguistici nella  lingua letteraria, Frank Zappa li utilizzava nelle sue contaminazioni musicali. È possibile intravedere dei pastiche musicali nei tuoi brani? 

È azzardato parlare di pastiche. Seguo una linea filologica nell’utilizzo dei linguaggi perché devono esser associati ad un tipo di sonorità e all’utilizzo di particolari strumenti musicali popolari che richiedono “rigore” creativo. Ma poiché citi Frank Zappa mi piace ricordare che alcuni anni fa, per una raccolta de Il Manifesto per un tributo a Frank Zappa, mi diedero l’incarico di elaborare un suo brano e scelsi “Blessed Relief” (The Grand Wazoo,1972) uno strumentale molto articolato e inserii un coro a tenore “tasja” concordu con parole inventate che  richiamarono  molta attenzione dei media.

Una persona, poeta e musicista che ha influito sui tuoi studi ed approfondimenti in campo musicale è stato Fabrizio De André. Com’è avvenuto il suo incontro? Vuoi raccontarci qualche aneddoto?

Ho conosciuto Fabrizio De André nei primi anni ‘80. Cominciavo ad utilizzare i campionatori, ma non osavo fargli sentire niente. Mi vergognavo, in realtà, di quello che facevo. A metà degli anni ‘90, avevo già elaborato una mia idea di musica, non acustica. Infatti, paradossalmente, iniziai da musica campionata, dai sequencer, dall’elettronica. Avevo campionato tutti gli strumenti musicali della Sardegna e, attraverso queste macchine,  avevo avuto la possibilità di elaborare delle tracce che poi confluirono nel mio primo disco,  IsKeliu,  con l’autorevole prefazione di Fabrizio de André. Con molte remore ero riuscito a fargli  pervenire un provino e subito si era reso disponibile a scrivere una recensione. Anzi, mi chiese se avessi voluto una notazione critica per ogni brano. Ma per timore, misto ad umiltà, pensai che per me fosse troppo, così gli dissi che mi sarei accontentato di una prefazione sull’intero lavoro. Una prefazione che nessuno contradisse perché scritta da una voce autorevole e forse accrebbe il numero dei miei estimatori. 

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Fabio De Leonardis – Courtesy ©️Egidio Trainito

Ricordo questo aneddoto che mi segnò.  Durante le telefonate,  che precedettero l’incontro all’Agnata (la località in cui si era trasferito nelle campagne di Tempio Pausania, ai piedi del Monte Limbara) per ritirare il foglio di carta su cui lui aveva scritto in bella e brutta copia la prefazione al disco Iskeliu, io mi schermivo sempre.  E lui con autorevolezza mi diceva “Tu sei il maestro che suona, io sono quello che ascolta e ti giudica. E voi sardi dovete smetterla di attendere che qualcuno di fuori riconosca il vostro valore. Siete voi i primi che dovreste crederci.” Queste parole mi impressionarono  e mi fecero riflettere su quanto noi sardi siamo poco disponibili tra di noi,  tra musicisti, tra sardi in genere, siamo poco propensi a riconoscere il lavoro e il valore dei nostri conterranei. Soprattutto nel campo dell’arte e della musica.

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Alessandro Deiana – Courtesy ©️aledeiana.wix.site.com 

Il suo poetare in musica manca a moltissime persone anche se i suoi scritti hanno assunto quel valore d’eterno che è un po’ averlo accanto. Ricordo che l’amministrazione comunale di Tempio Pausania ti ha scelto come direttore artistico dell’evento Faber intitolato al cantautore, cittadino onorario di Tempio.  Vuoi  parlarcene.

Ormai da molti anni, grazie alla sensibilità mostrata da diverse giunte comunali ma specialmente dall’assessore alla cultura e spettacolo del Comune di Tempio Pausania ho avuto la possibilità di organizzare dei Festival come tributo alla figura di Fabrizio De André. Nel corso degli anni, pur con risorse limitate, siamo riusciti ad organizzare spettacoli interessanti che hanno richiamato nella città gallurese migliaia e migliaia di persone. Abbiamo puntato sulla qualità chiamando artisti che non imitassero la voce di De André ma avessero carisma e originalità, ovvero mostrassero la poetica e la musica deandreiana ma che non fossero un superfluo clone della sua grandezza, peraltro inimitabile. Abbiamo portato creativi, artisti da ogni luogo dal chitarrista Kevin Dempsey, guru  del funky folk inglese, al Corou de Berra, un coro polifonico delle Alpi nizzarde, che ha eseguito a cappella alcuni brani di De André, grandi gruppi musicali come gli Yo Yo Mundi, gruppo folk rock italiano, la PFM – Premiata Forneria Marconi – e altri numerosi interpreti amanti della poetica e dell’arte di Fabrizio De André.  Nel mese di luglio, Tempio Pausania vive un’atmosfera avvolgente sia nelle varie piazze del centro storico che nella piazza a lui dedicata, Piazza Faber, disegnata dall’architetto Renzo Piano che sul cielo presenta una suggestiva installazione di vele colorate.  Una grande kermesse a cui invito tutti a partecipare.

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Antonio Fresi – Courtesy ©️IsKeliu.org

Sarebbe interessante approfondire le linee di continuità tra Faber e la nostra contemporaneità. Lo spazio non lo permette. Ma un’ultima domanda, come preservarne la memoria?

La sua poesia manca a tutti specialmente a quelli della mia generazione che sono cresciuti con le sue canzoni. Adesso occorre prestare attenzione alle nuove generazioni che non conoscono la poetica di Fabrizio De André. Penso che la sua musica e i  suoi testi dovrebbero esser studiati nelle scuole, negli istituti d’arte. Un patrimonio che non deve esser disperso ma deve essere oggetto di formazione per le nuove generazioni non solo in termini musicali e artistici ma per importanti contenuti culturali. 

Ringrazio Sandro Fresi per avermi concesso questa intervista e tutti i lettori che leggeranno e approfondiranno la sua musica. Lascerò alla fine dei link di riferimento. 

Spero inoltre che il suo monito, contenuto in queste ultime parole, sia oggetto di riflessione e magari di future realizzazioni. Come De André ha democraticizzato alcuni importanti contenuti, valori nella sua poesia cantautorale   avvolgendoli al filo della tradizione e fissandoli nella loro eterna contemporaneità, così penso che anche Sandro Fresi abbia permesso la diffusione di generi poco conosciuti ai più, che fanno parte della nostra anima di gente sarda, di umanità in cammino, dove la musica acquisisce la forma più autentica quando è inserita nel sociale e si focalizza e definisce l’identità valoriale di  una comunità.

La musica oltre a creare emozioni trae origine e forza da quelle tracce che il tempo ripone nella nostra anima.  A noi il compito di preservarne memoria.

©️Lycia Mele Ligios 2019

https://m.youtube.com/watch?v=IYrCE5C0Qys

https://m.youtube.com/watch?v=AuqAixohiGE

Il Laboratorio creativo di etnomusica “Oxidiana” del musicista Sandro Fresi, con la partecipazione del docente Giuseppe Orrù suonatore di Launeddas.

Contatti:

Sandro Fresi   Ass. Culturale Iskeliu
via Puchoz, 22 –  07029 Tempio Pausania OT

info@iskeliu.org (Ufficio stampa)
iskeliu@tiscali.it

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Sandro Fresi – Courtesy ©️Iskeliu.org

English Version

In the medieval period around 627 AD, Isidore bishop of Seville and great intellectual, in the section entitled “Della Musica E Del suo Nome”, included in his encyclopaedic work Etymologiae or Origines wrote: “The musical art consists in deep knowledge , acquired with experience, of modulation and has its foundation in sound and song “. As a profound connoisseur of music, he highlighted how from experience we could get to know, to perceive music. And in another section entitled “Del Potere Della Musica” indicated: “Without music, no discipline can be considered perfect: in fact, without music there is nothing. […] Music moves wills by transforming the nature of perception. “This is because music has the ability to excite and “console the mind suffering tribulations”. An extraordinary thought about the importance and function of music that we sometimes ignore. We take for granted. Its value is immeasurable. And creativity in music touches the infinite, in its explicitness in harmonies. Everything seems to be linked to music or better, there is music inside everything. And if we reflect on it, we would find it in a light sea breeze, a simple breath or even by touching the stone that emit sounds in their vibrations. Music is part of our soul. Nobody can live without it.

Naturally Isidore wrote of music as inspired by God, as a reflection of a celestial harmony in which to reach sublime levels it was necessary not only passion but much study and exercise. Today we will say to achieve any goal or project that you have in mind, that you aspire you need commitment and perseverance and above all study. A lot of study.

Among the good musicians of my land, Sandro Fresi reflects that attention and meticulous study of which Isidore speaks.

I managed to meet him for an interview, after a series of concerts that involved him during the Christmas season. I have always appreciated his creativity and his research as a musicologist or perhaps an ethnomusicologist who did not neglect other disciplines such as ethnography or cultural anthropology. He has created spaces of musical innovation in experimentation with the ability to separate different registers by re-modulating them in a more contemporary key or reworking current “meanings” with musical harmonies of the past with a delicacy that gives intense emotions and allowed, with the use of ancient instruments, to relive historical periods, whose traces seem to be present in our soul. And emerge intense emotions, plays of lights, flashes of magic, archetypes “chiaroscurali”, perhaps the amazement of Dante in Paradise? Every time I listen to one of his concerts, I perceive it different, more beautiful. Or maybe because amazement implies knowledge?

I present Sandro Fresi with very few words. He is an established musician. He enjoys quite a lot of success abroad, infact  I wish to mention an important tour to Australia. He is an attentive sounds’ researcher of the Euro-Mediterranean tradition; a scholar of the medieval religious tradition that allowed him to rewrite music and texts of the great mystics such as San Giovanni della Croce and Santa Teresa d’Avila; scholar of popular traditions; friend of the poet-singer-songwriter Fabrizio De André, he is currently artistic director of the Festival named after the singer-songwriter which takes place in the city of Tempio Pausania.

But who is Sandro Fresi and what are the objectives of proposing a musical genre that embraces various registers, in which perhaps the common denominator is “time”?

My formation has been ‘on the field’  more by necessity than by choice; in the ’70s I played the Hammond organ and one of the first monophonic synthesizers in a rock band. Then, between a cover and the other, we timidly hinted at melodies and rhythmic patterns typical of our island, more for a form of emulation of large Italian and foreign progressive bands, that they often hinted at recalls for popular music, and not for real conviction. In short,  a divertissement.  It was not time, at least for me, to think about serious elaboration of traditional and original music as those Sardinian or from an area that we could define, more emotionally than geographically,  “panceltica”.

How much and how did your training affect the ability to transpose the sounds of atavistic memories? Your work highlights a capacity for synthesis and harmonious relationships that reflect other traditions. Personally in some of your works I see transpositions of medieval music such as the Carmina Burana of Carl Orff or harmonies that reflect Nordic music. Furthermore there are diachronic spaces. How much does the temporal value affect your music?

I have always been attracted to the medieval sounds and Renaissance instruments that I find rich in charm and so close to suggestions to evoke the harmonies of the Corsica’s repertories, the Catalan villancicos or noel Provencal. True, they cross temporal abysses and territories of the soul; their echoes arrived with a faint glow in the desolate lands of our Gallura. Here, if I had to attribute a temporal value to my music, I could speak, with subdued vanity, about archaic contemporaneity.

What is the priority element : the text or the music during the rewriting? How do you search for texts? Do you have an archive you can use? Or is it the randomness that leads you to discover and then reformulate? The musical formalists do not like to change scores. How do you consider this rigidity?

You know, it really depends on the cases. Sometimes the text is so beautiful that it precedes the music, because in some way it already evokes it; more often I write melodies thinking of the instrument that might sound. I really love the sounds of soprano sax or cello. I have a large collection of texts, especially in the Logudorese and Gallura idioms. There are poems that for years under your eyes unobserved; then, suddenly discover their beauty and then you think you can work on the sound of words. In most cases this happens randomly. In truth, I am not a songwriter but as lyric composer  is normally defined for record and commercial use. I admit I’m not good in the ‘song form’, even if some good song came out! At least that way they tell me

Educating to listen could be a conclusion that would make the more articulated diffusion of ethnomusical works. How much does contemporary music affect the diffusion of this kind of music? How can we spread ours traditions of Euro-Mediterranean culture in order not to lose its echoes ?

The love of the media towards” popular-music” or “world-music”, is a reality of a country that is careless and  relegates everything to a dimension of folklore, suitable for distracted tourists for which events of dubious taste are packed, it is uselessly trying to define what is the source of inspiration for traditional repertoires. In other European countries I think of Ireland or Corsica, the traditional repertoire have  the right attention. The media program music and ballad performed by excellent musicians; the broadcasts are often bilingual, the quality of pop and ‘traditional’ music in the broad sense are often equivalent. The listening strengthens, however, the historical memory of the roots origins and the awareness of a modern identity feeling.

Do you want to talk about the musical projects that you have been particularly close to?

I loved all the projects in which I believed I could leave a trace, not for personal vanity, but for the immaterial wealth that they brought with them: I think of Speradifóli as a creative investigation of the imaginative tale in the dispersed habitat of Gallura. I collected stories and tales of an endangered civilization together with his language; the protagonists are the surviving shepherds and peasants who still lived in the settlements on the sea or in the hinterland smelling of helichrysum. Enchanting, visionary voices that perhaps tell not only fairy tales in their ancient and musical language, but as a sort of biblical apologist, the story of their existence.

Let’s speak of the musicians with whom you collaborate. How much can the experience of a group musician influence  the final draft of the piece?

My collaborators, among whom I would like to remember Alessandro Deiana, Fabio De Leonardis, Antonio Fresi and Paola Giua are all highly technical musicians; most of them come from other musical experiences (some are Conservatory teachers or international classical musicians). Normally they perform but they bring in dow their competence and preparation and they adapt their academic path to a music that does not need complex scores on the music stand, but a popular heart to be reinvented at each concert.

I would like you to tell me about the medieval instruments used. Could you also describe me  the sounds? 

Of medieval origin and dating, I use two hurdy-gurdings, both of which are tuned in sol / do. One, smaller in size, is a four-stringed German violin making instrument; one of a drone, a trompette and two chantarelle, that is, the strings struck by the melody. The most recent one is instead of the Modenese luthier Paolo Coriani and he mounts two drones, a mouche and a trompette, besides obviously the two strings for the melody, he has a very powerful sound for a large sound box and for the undisputed expertise of his manufacturer. Very different from the first instrument that instead has a smaller volume. Another instrument of the period realized by the maestro Paolo Previtali is the bellows organ with twenty-four wood-corked pipes; It has a very sweet, fluted sound, and prefers essential accompaniments and the presence of an uncrowded instrumental set.

We deepen the texts and sounds. Are the texts translations related to the chosen sounds?

The texts of the pieces belong to poets and Gallura rhyming pastors but also from other Mediterranean regions, oral tradition, or popular like Catalan villancicos or noel Provencal. Their discovery is casual. We are struck by the sound of the word in addition to the content of a text that is normally intense, poetic, spoken and written in a minority language that does not have all the possibilities of a cultured and evolved language,  and here lies the beauty in the simplicity of popular poetry in the word and in the idiom used in the common language.

I am increasingly inclined to define your music “eurocolta” in which it is clear the accuracy of the re-elaborations, your incessant research, your studies and in-depth analysis in the musical field. How would you define yourself as a musician, musicologist, ethnomusicologist …?

The definitions are attributed by you journalists, to whom my gratitude goes because, attributing to me from time to time, the skills of musician, ethnomusicologist, musicologist and even jazz player, you subtract me from the exercise of self-referential vanity. I think, much more modestly, to be a musician who has the good fortune to live in a special place of the Mediterranean, apparently isolated from the sea that has instead brought sounds, instruments, languages ​​of different peoples that have become our real wealth, our distinctive and inimitable trait. I am therefore perhaps a troubadour.

Do you want to talk about the contents of the songs and the idioms used? Carlo Emilio Gadda used linguistic pastiche in the literary language, Frank Zappa used them in his musical contaminations. Is it possible to glimpse some musical pastiche in your tracks?

It is risky to talk about pastiche. I follow a philological line in the use of languages ​​because they must be associated with a type of sonority and the use of particular popular musical instruments, that require creative “rigor”. But because you quote Frank Zappa,  I like to remember that a few years ago, for a collection of The Manifesto for a tribute to Frank Zappa, they gave me the task of elaborating one of his pieces and  I chose “Blessed Relief” (The Grand Wazoo, 1972) one instrumental very articulate and inserted a choir tenor “tasja” concordu with invented words that attracted a lot of media attention.

One person, poet and musician who influenced your studies and insights into music was Fabrizio De André. How did your meeting happen? Tell us some anecdote.

I met Fabrizio De André in the early 80s. I was starting to use samplers, but I did not dare to make them listen to anything. I was actually ashamed of that what I was doing. In the mid-1990s, I had already developed my own idea of ​​music, not acoustic. In fact, paradoxically, I started from sampled music, from sequencers, from electronics. I had sampled all the musical instruments of Sardinia and, through these machines, I had the chance to develop some tracks that then flowed into my first album, IsKeliu, with the authoritative preface by Fabrizio de André. With many qualms I was able to send him an audition and immediately made himself available to write a review. In fact, he asked me if I wanted a critical notation for each song. But out of fear, mixed with humility, I thought it was too much for me, so I told him that I would be content with a preface on the whole work. A preface that nobody contradicts because written by an authoritative voice and perhaps increased the number of my admirers.

An anecdote that I remember: during the phone calls, which preceded the meeting at  L’ Agnata (the place where he had moved to the countryside near Tempio Pausania, at the foot of Mount Limbara) to pick up the sheet of paper on which he had written rough and a good copy of the preface to the Iskeliu disc, I always felt ashamed  of myself. And he authoritatively told me “You are the teacher who plays, I am the one who listens and judges you. And you Sardinians must stop waiting for someone outside to recognize your value. You are the first ones that should believe in yourselves. These words impressed me and made me reflect on how we Sardinians do  not recognize  each other  , among musicians, among Sardinians in general, we are unwilling to recognize the work and the value of our countrymen. Above all in art and music.

His poetry in music is missing to many people even if his writings have assumed the value of eternity that is a bit ‘to have’ him with us. I remember that the municipal administration of Tempio Pausania  chose you as artistic director of the Faber event entitled to the singer-songwriter, honorary citizen of Tempio. Would You like to talk about it?

For many years, thanks to the sensitivity shown by several municipal councils but especially by the councilor for culture and entertainment of the City of Tempio Pausania I had the opportunity to organize Festivals as a tribute to the figure of Fabrizio De André. Over the years, even with limited resources, we have managed to organize interesting shows that have attracted thousands of people to the city of  Gallura. We have focused on quality by calling artists who have not imitated De André’s voice but have had charisma and originality, that is to say they have shown De André‘s poetics and music but has not been a superfluous clone of his own greatness, however inimitable. We have called artists, from every place, from guitarist Kevin Dempsey, guru of English funky folk, to the Corou de Berra, a polyphonic choir of the Alpes Nice, who have performed a few pieces by De André, great musical groups like Yo Yo Mundi , Italian folk rock group, the PFM – Premiata Forneria Marconi – and other numerous performers who love the poetics and art of Fabrizio De André. In July, Tempio Pausania lives an enveloping atmosphere, in the various squares of the historic center and in the square dedicated to him, Piazza Faber, designed by the architect Renzo Piano that looking  towards the sky presents a suggestive installation with colored sails. A great kermesse to which I invite everyone to participate.

It would be interesting to investigate the continuity lines between Faber and our contemporaneity. How can we preserve his memory?

Everyone , especially those of my generation, misses his songs,  who grew up with his songs. Now we need to pay attention to the new generations who do not know the poetics of Fabrizio De André. I think his music and lyrics should be studied in schools, in art institutes. A heritage that should not be dispersed but must be the object of training for the new generations not only in musical and artistic terms but also for important cultural contents.

I thank Sandro Fresi for giving me this interview and all the readers who will read and study his music. I will leave at the end of the reference links.

I also hope that Sandro Fresi’s warning in these last words is an object of reflection and perhaps of future realizations. As De André democratized songwriting poetry by attributing content of profound humanity linked to tradition, I think that Sandro Fresi also allowed the spread of unknown genres to the most part of our soul of Sardinian people, of humanity on the way where the music acquires the most authentic form when it is inserted in the social and focuses as a community identity.

Music, besides creating emotions and lying down with its “signs” on the soul, is a form of art and culture. Never disperse it. But we must preserve its memory.

©️Lycia Mele Ligios 2019