Angelo Lauria : le “impressioni” di un fotografo

Sono una lastra fotografica
impressionabile all’infinito
Ogni dettaglio si stampa
dentro di me in un tutto.
 Pessoa

La Sardegna è un’isola che ammalia da sempre: sia per la sua natura incontaminata che per il suo mare cristallino con una varietà di colori e sfumature. In una sola parola è emozione. Riflette emozioni. Inoltre ha potere taumaturgico. Distende gli animi, rasserena menti. Si riscopre il valore del tempo. Dei ritmi di vita scanditi dal fluire del giorno. Gli istanti si dilatano. Le cose sembrano avere un proprio senso, una propria storia, se rapportate ad un inizio. Ad una fine. L’alba e il tramonto che danno ritmo all’agire. Dove la Storia e il Tempo non compaiono. E Tutto diviene contemporanea (com)presenza: Passato intriso di tradizioni e Presente. L’istante sospeso.

Angelo Lauria, Punta Molara Capo CodaCavallo

©Angelo Lauria, Punta MolaraCapo Coda Cavallo

Questa magia che attrae l’anima dei visitatori, crea una sorta di dipendenza. Infatti sempre più persone scelgono la Sardegna come luogo di vacanza e vi ritornano negli anni successivi. Alcuni abbandonano il “continente” per vivere definitivamente nell’isola. Tra questi ricordo il cantante Fabrizio De André che scelse di vivere insieme alla sua compagna Dori Ghezzi ai piedi del monte Limbara, nei pressi della città di Tempio Pausania. Luogo di silenzi e meditazione ma anche di “spuntini” condivisi con i locali. Fonti di ispirazione per le sue canzoni che integrato con lo studio del dialetto e delle tradizioni popolari gli permise di assimilare “l’anima gallurese”.

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©Angelo Lauria,  Cala Brandinchi [San Teodoro]

L’isola sembra esser vista come una grande madre, i cui teneri abbracci distendono, rasserenano, riconciliano. Donano energia. E’ il ritorno a casa di Ulisse dopo le peripezie del viaggio. È voler ricolmare i vuoti di frenetiche città che sfiancano, in cui l’individuo diviene forma plasmata da eventi. Dove l’interiorità viene triturata dai grimaldelli del tempo. Dove tante le strade offerte ma poche le verità autentiche.

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©Angelo Lauria, Capo Comino [Siniscola]

La Sardegna, faro luminoso che allontana dai pericoli e salva, ha incantato per i suoi colori, profumi e sapori un fotografo lombardo che, lasciata la terra ferma come il poeta De André ha deciso di vivere stabilmente nell’isola scegliendo di vivere nella campagna di Torpè, nei pressi di una località tra le più suggestive del nord Sardegna, Posada.

LYC11©Angelo Lauria, Posada

Il suo nome è Angelo Lauria nato a Tripoli in Libia ma con un’isola nel cuore, la Sicilia, di cui erano originari i nonni. Negli anni dell’adolescenza si trasferisce con tutta la famiglia a Milano. E richiamato dalla semplicità e dalla straordinaria bellezza della natura, nella zona dei laghi, si trasferisce nei pressi del Lago di Varese.

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©Angelo Lauria, Airone Rosso [Lago di Varese]

I riflessi, i silenzi, la natura del luogo lo impressionano ed emozionano da sentire il desiderio di donare eternità all’istante sospeso in un fotogramma che continuerà a trasmettere emozioni.

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©Angelo Lauria,  Svasso [Lago di Varese]

E per scoprire questi luoghi incontaminati sceglie il Kayak. Mezzo che gli permette di  raggiungerli con facilità e immergersi in quei silenzi che fanno sfiorare l’eterno divenire.  Teso ad ascoltare i versi dei vari esemplari di fauna, i fruscii delle canne, i gorgoglii dell’acqua. Un orizzonte che ha dato senso alla sua vita. E le bellissime immagini raccolte hanno permesso la realizzazione della mostra “Il lago di Varese: Emozioni in kayak”, con la campagna di sensibilizzazione a salvaguardia della flora e fauna della zona lacustre, coinvolgendo scolaresche della zona.

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©Angelo Lauria, Cigni [Lago di Varese]

Intense e struggenti. Le fotografie commuovono per la loro bellezza. La natura si offre e dona. Una sintesi di quanto affermava il grande naturalista John Muir “In ogni passeggiata nella natura, l’uomo riceve molto più di ciò che cerca“. La natura ha permesso a Lauria di perfezionarsi nella tecnica e racconto fotografico.

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©Angelo Lauria, Tartaruga  e Folaga con i suoi piccoli [Lago di Varese]

Ma negli ultimi anni, quasi in segno di gratitudine verso la terra che lo ha adottato o forse per pura devozione, ha realizzato una serie di ritratti fotografici: volti di donne e uomini con il costume tradizionale, utilizzato nelle varie sagre o feste religiose che animano un’isola dove la tradizione, riscoperta e sostenuta negli ultimi decenni, da significato all’agire e ammalia. Come ad esempio rapiscono per rara bellezza i tessuti preziosi, i colori brillanti, i ricami e i decori sugli scialli. Superfici e forme che emettono sonorità. Melodie d’intensità.

DESULO

©Angelo Lauria Costume di Desulo

Seguire la tradizione è ricercare l’anima sarda e quell’elemento universale che caratterizza i sardi e che si riscopre nella bellezza, nelle forme e nel carattere. La bellezza eterna che traspare dalla perfezione e da un cromatismo armonico dei preziosi abiti ha colpito la sensibilità di Angelo Lauria. Alla bellezza della natura contrappone quella dei pregiati manufatti e dei volti alla ricerca di quello spirito di sardità che contraddistingue il sardo da qualsiasi connazionale.

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©Angelo Lauria, Costume di Osilo

Inizia a seguire le più importanti Sagre della Sardegna: la Sagra del Redentore, la Cavalcata Sarda, la Sagra di Sant’Efisio raccogliendo tantissimi scatti che dopo una attenta selezione sono esposti a Posada in una Mostra dal titolo “Il costume sardo: Volti e colori della tradizione popolare” e presentati ad Olbia nel Festival della Fotografia Popolare #Storie di un Attimo  a cura dell’Associazione Culturale Gli Argonauti.

NUORO

©Angelo Lauria, Costume di Nuoro

È in questa occasione che ho conosciuto il fotografo. Ed ebbra di colori, forme e richiami alla mia tradizione, decisi di intervistarlo. Una persona umile, entusiasta della sua grande passione per la fotografia. Mi parlò dei suoi iniziali obiettivi: ritrarre per trasmettere emozioni della natura, in particolare della fauna e flora lacustri. Un ritorno alle origini, alla semplicità per ritrovarsi o forse (r)accogliersi e proseguire il suo cammino  da apolide.

Una svolta nelle sue ricerche e racconti fotografici di carattere documentaristico sarà data dal suo trasferimento in Sardegna. Amore per il mare e per il moto perpetuo delle onde. Una musica dell’eterno presente che si annida nell’anima. Il soggetto muta ma l’elemento primordiale c’è, è presente. Perché l’acqua unisce e fortifica. Infonde coraggio. Salva.

I silenzi del lago ora diventano espressione / parola nei volti ritratti. L’anima di un popolo che lo incuriosisce e lo affascina.

Così continua il suo cammino. Alla ricerca di nuove emozioni. All’eterna ricerca del suo sé. Il segno della vita, da sempre.

Lycia Mele
©Riproduzione Riservata

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©Angelo Lauria, Costume di Ittiri

Mostre

LAGO DI VARESE – Emozioni in kayak

2010 Badia di Ganna 

2011 Lavena Ponte Tresa
2011 Valmorea

IL COSTUME SARDO – Volti e Colori Della Tradizione Popolare

2015    Posada 

2015    Torpè
2015    Olbia

●Contatti:
E-mail angelolauria52@gmail.com
ITTIRI
©Angelo Lauria, Costume di Ittiri
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Imprevedibile essenza: l’arte figurativa di Vittorio Boi

Ormai dobbiamo credere soltanto a
quelle credenze che comportano il
dubbio nel loro principio stesso.
Edgar Morin
La figura paterna, appena si nasce, assume contorni sfumati tra presenza e assenza. Infatti alcuni sociologi parlano di diade madre-figlio. Solo il tempo plasma il rapporto padre-figlio che talvolta si fortifica nella complicità di condividere interessi o grandi passioni, quasi un “riallinearsi” e ritrovarsi tra insegnamenti di vita.
Questa premessa mi è sembrata necessaria per presentare Vittorio Boi, un giovane artista di origini cagliaritane, che ha mosso i suoi primi passi e scoperto la bellezza delle forme e l’anima dei colori, tra le tele di suo padre: il pittore Renato Boi.
Originario di Napoli, Renato giunse in Sardegna nella prima metà del secolo scorso. E nell’amata isola si distinse per la sua profonda sensibilità artistica tesa a ritrarre la sardità nei colori, nelle forme e nei paesaggi desolati, intrisi di una solitudine che smarrisce ma ripara dalla sofferenza del vivere.
In un periodo storico difficile e subordinato a logiche incomprensibili, Renato,  dopo un breve periodo impressionista venne attratto dal linguaggio pittorico espressionista volto ad una interiorizzazione della realtà circostante.
Fin da piccolo Vittorio osservava il padre mentre dipingeva. Scrutava le forme, la trasposizione dei significati, i tratti espressivi, l’utilizzo dei colori. Iniziava il suo percorso, un piccolo ” Grand Tour ” dell’Arte, che gli permise di acquisire contenuti per la sua memoria.
Vittorio Boi Il trasformista,2011 Olio su tela
Vittorio Boi
Il trasformista,2011
Olio su tela

Ecco che strati dell’agire si legarono a piccoli nodi di emozioni, e divennero materia che Vittorio filtrò, per creare un proprio “altro/diverso”: distanziare il proprio sé, privilegiando il suo vissuto intrecciato ai ricordi/insegnamenti del padre.

Sorprendeva la sua grande discrezione. Tutto sembrava immergersi nel silenzio. Un silenzio fecondo. Solo pochissimi amici conoscevano la sua grande passione trasmessagli dal padre.

La creatività e il linguaggio pittorico sembravano inseguirlo . – Al pari di nuvole che sulla terra segnano ombre, contorni di assenza del sole e vagano sospinte dal vento. – Forme da cui cercava di fuggire, ma impossibilitato a colmare distanze con nuovi contenuti e forme, continuava a sognare.
Vittorio Boi  Tra Sogno e Realtà. 2014 Olio su tela
Vittorio Boi
Tra Sogno e Realtà. 2014
Olio su tela
Quando un’illuminazione lo condurrà ad una frattura, ad un sostanziale distacco: l’utilizzo di colori puri, pennellate piatte, sfrangiate e l’esigenza di dare forma al proprio “urlo” esistenziale.
Scoprirà una propria personalità artistica dove “l’immaginazione occupa un ruolo centrale tanto da consegnarci una vera e propria concezione del mondo, cui è sotteso il discorso radicale di un allargamento della nozione di realtà e di una corrispondente estensione della coscienza.” (2)

Così le tematiche dell’Isola-Mito che caratterizzavano il linguaggio espressivo del padre tras-mutarono.

Vittorio Boi L'Attesa,2010 Olio su tela
Vittorio Boi
L’Attesa,2010
Olio su tela

“L’attesa” ricorda  l’opera del padre “Pastore in riposo”, visibile nel Catalogo del Patrimonio Artistico della Regione Sardegna. (1) L’uomo al centro, che appare seduto con i gomiti poggiati sulle gambe e le mani tra la testa, evoca la figura del pastore mentre riposa, dalle trame impressioniste. Ma Vittorio predilige colori puri e pennellate sfrangiate. Sembrano rincorrersi nello spazio della tela per dare struttura al forte pathos che l’opera trasmette. Vittorio gioca con l’empatia e riesce a trasmetterci la sua interiorizzazione di una realtà drammatica che sta per accadere.

Trovo quest’opera veramente sublime. E’ ritratto l’istante “sospeso” che rappresenta una potenzialità ancora indefinita. E’ il respiro dell’angoscia esistenziale. Il vuoto che attende di essere colmato. La realtà divenuta indecifrabile. Ma l’angoscia è anche “la vertigine della libertà” come diceva KierKegaard . Libertà di scelta che alimenta la speranza.

Vittorio Boi L'Acrobata,2014 Olio su tela
Vittorio Boi
L’Acrobata,2014
Olio su tela

Tra i soggetti delle sue opere sembra prediligere atleti in movimento o che effettuano esercizi ginnici. Forse perché lui stesso è un atleta, un bravo tennista. In alcune figure esalta la bellezza dei corpi con muscoli definiti , quasi scolpiti con equilibrata tecnica chiaroscurale. Ma alcuni elementi stridono.

Il corpo de “L’Acrobata”  raffigurato nell’istante del movimento, focalizza la nostra attenzione sul punto luce della collana di perle dal significato ambiguo: dono, sottomissione o elemento che “àncora” alla salvezza? A volte esprimono inquietudine forse conseguenza di un disagio, di un’’alterità” radicata che ha difficoltà di apparire, di esprimersi, di essere.

Vittorio Boi Corsa,2014 Olio su tela
Vittorio Boi
Corsa,2014
Olio su tela

Ne “La Partenza” gli atleti si preparano ad effettuare una corsa in una pista che sembra esser allagata. Ma l’ acqua è pulita o sporca? Evoca purificazione o stagnazione ? Forse è trasparente, pulita. Si allude alla necessità di catarsi o rigenerazione. O evidenzia l’impossibilità di muoversi riflettendo la stagnazione del periodo storico in cui viviamo?

L’altleta che ci guarda esprime un disagio. Il movimento è un non movimento. Ma c’è la volontà determinata dalla posizione. L’atleta vuole iniziare la sua corsa.

L’atleta sembra dirci che la folle corsa della vita è segnata dall’inquietudine. Non bisogna fermarsi, né volgersi al passato ma capire come il movimento sia necessario per proiettarci verso il futuro. Non ci si deve compatire ma agire. L’azione è la legge-verità di vita e il tempo ne scrive la partitura d’altronde “non possiamo pensare a un tempo senza oceano / o a un oceano non cosparso di rifiuti o a un futuro / non destinato come il passato, a non avere un fine.”  (2)

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In “Fascino” è raffigurata una persona dal volto indefinito, sembra indossare una maschera. Colori graffiati, sfrangiati, semplici tratti per definire le forme. Risalta la trasparenza del vestito e il color rosso del guanto. Il volto indistinto, sfuggente e il titolo dell’opera evocano ambiguità che assurge ruolo primario. Interscambio di forma e sostanza in un divenire caotico. E’ essere e non essere sé. Aperto all’altro, al diverso. Si acquisisce duttilità ma si rischia di perdere l’essenza, o forse ” coerenza” ? ciò che abbiamo acquisito con l’esperienza e che modula le nostre scelte.

In questa opera i misteri dell’ambiguità divengono certezze radicate nel reale. Il guanto rosso può evocare un riscatto? Passione o salvazione? Ecco che il dubbio coesisterà con una riflessione soggettiva e con lo studio del reale nell’avvicendarsi giorno e notte, per dare un senso al nostro essere presente.

Vittorio Boi Il Groviglio Della Mente,2015 Olio su tela
Vittorio Boi
Il Groviglio Della Mente,2015
Olio su tela

“Il Groviglio della Mente” è un’opera dal forte impatto emotivo. Traspare la difficoltà dell’uomo raffigurato che vuole liberarsi dai cerchi che assemblano molle. I colori sono ben dosati su campitura grigia. Il movimento e la difficoltà vengono definiti dalle contrazioni muscolari evidenziate da delicate tonalità chiaroscurali. Un discorso pittorico legato alla plasticità dove vengono riscoperte la proporzione e l’armonia delle forme quasi ad voler evocare la bellezza classica.

Sul piano concettuale qui si giunge alla cosiddetta “quadratura del cerchio”, il punto di arrivo e di partenza del pensiero dell’artista. Forse per cambiare i nostro modus pensandi è necessario il movimento. Dobbiamo vivere “nell’attraversare” per non farci risucchiare dagli ingranaggi che alienano e creano estraneamento.  Non è  fuggire ma  «attraversare la minaccia di quel caos dove il pensiero diventa impossibile»(3)

La rappresentazione di una realtà “altra” complessa, difficile da affrontare e definire si racchiude nell’importanza del movimento, che rigetta la staticità, esclude la limitazione della sfera dell’azione e permette alla conoscenza di fluire liberamente. Anche perché come dice il grande Morin “è importante comprendere l’incertezza del reale, sapere che il reale comprende un possibile ancora invisibile” (4) che non è sogno ma adattabilità a questa folle corsa che è la vita.

Lycia Mele
© Riproduzione riservata

Approfondimenti

1) Catalogo del Patrimonio artistico della Regione Sardegna 2014 http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_274_20150212122505.pdf
2) T.S.Eliot La terra desolata Quattro quartetti. Book Editore
3) G. Bateson Mente e Natura. Un’unità necessaria. Adelfi Editore
4) E.Morin I sette saperi necessari all’educazione del futuro. RaffaelloCortina Editore

Vittorio Boi Scarpette Rosse,2014 Olio su tela
Vittorio Boi
Scarpette Rosse,2014
Olio su tela

Donatella Ceria

Donatella Ceria è un artista che esula da correnti specifiche dell’arte contemporanea, evidenziando un proprio linguaggio espressivo confermato da una profonda sensibilità e da un delicato gusto estetico.

Tra i riflessi della sua anima creativa c’è il Tempo, protagonista del nostro vivere. Il Tempo investe i nostri istanti e li dona all’evolversi del ricordo. Ora si rivive l’infanzia con il recupero spasmodico di giochi in miniatura. Ad un’iniziale raccolta, segue la catalogazione e la colorazione con acrilici per disporli su basi di ceramica, che collegate le une alle altre, creeranno un lungo serpente. Al pari di un riflesso d’infanzia che prolunga il vivere e da sostegno ai giorni futuri.

Questa raccolta di materiale, e il successivo assemblaggio, potrebbe evocare il linguaggio espressivo della Junk Art negli anni ’50 e ’60. Ma qui gli oggetti vengono riplasmati in un’accezione che esula da manifesti definiti in ambienti di pura contestazione, permettendo riflessioni più introspettive.

Il recuperare giochi, piccole sorprese delle merendine o delle uova di cioccolato, mi ricorda l’infanzia e l’adolescenza: fasi evolutive di una persona che tracciano il nostro esistere dietro/dentro. Si trascinano al pari di un serpente che ci avvolge talvolta privandoci di respiro. Ma pur sempre ci “seguono” e offrono contenuto al nostro presente, al nostro agire, al nostro pensare. Significati per il nostro essere significante.

Donatella Ceria Installazione Sa colora 2009
Donatella Ceria
Installazione
Sa colora 2009

La figura del serpente, inoltre, è oggetto di culto presso alcune tribù degli Indiani d’America, in cui si sintetizza il ciclo della vita rivisitabile come acquisizione della saggezza, che viene ad “accumularsi” segnando un’evoluzione scandita dal tempo tesa ad un infinito che avvolge il reale.

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La colorazione con gli acrilici riflette colori puri, aggressivi, ribelli che avvolgono per l’intensità della variante cromatica. Esprimono un linguaggio simbolico che vive riflesso su una dimensione “altra”. Quasi una manifestazione dell’esserci. Un io presente che urla la sua presenza. Richiama la vita. In un apparente rifiuto ricerca ordine ed equilibrio.

Voglio evidenziare solo alcuni colori. Il rosso è il primo colore dell’arcobaleno, oltre ad essere il primo colore che i bambini riescono a distinguere. Al pari di un filo lega alla vita passione, vitalità, invincibilità.

Con il blu si scopre la gioia di vivere filtrata da ragione, ovvero non istintività ma riflessione, serenità, equilibrio, saggezza. Sembra il colore del silenzio, in cui decantano i pensieri. Penso alla contemplazione del cielo e del mare e ai lirismi evocati.

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Il giallo ci conduce ad un’apertura verso l’esterno. Un movimento che è indice di libertà pur nella consapevolezza del proprio sé. Ci libera per affermarci facendo percepire gioia ed energia vitale.

Anche l’arancione denota apertura alla pluralità, quindi tolleranza ma anche saggezza. Ancora il viola, come  risultato del rosso e blu insieme, quale fusione di opposti, induce a pensare a metamorfosi, al sogno, alla fantasia. È il colore dell’arte. Il verde è il colore dell’ottimismo, della crescita, di un’evoluzione e di una speranza.

La disposizione dei piccoli oggetti riflette un gusto estetico che evidenzia armonia. Lo spazio e la materia raggiungono un’equilibrio solido e deciso. Non si percepiscono ripensamenti. La materia riempie lo spazio subordinata ad istinto e creatività. La plasticità della forma seduce ed ipnotizza. Si desidera valutare ed analizzare ogni dettaglio che prevale sull”universale”. La forma finale prevarrà non prima di aver analizzato il particolare, il dettaglio, il frammento.

Il metodo induttivo che intravedo sembra un monito dell’artista che partendo da una base gnoseologica ci conduce alla frammentazione del reale per capire, superare l’istante del presente, conoscere.

Ricordo Italo Calvino che nel Visconte Dimezzato definiva la sapienza a “brani” e scriveva “…bellezza e sapienza e giustizia ci sono solo in ciò che è fatto a brani” e ancora “Ero intero e tutte le cose erano per me naturali e confuse, stupide come l’aria; credevo di veder tutto e non era che la scorza. Se mai tu diventerai la metà di te stesso, e te lo auguro, ragazzo, capirai cose al di  là della comune intelligenza dei cervelli interi. Avrei perso metà di te del mondo, ma la metà rimasta sarà mille volte più profonda e preziosa”. L’essere incompleti non demanda alla superficialità ma  alla profondità e al sentimento.

E’ arte di riflessione quella di  Donatella Ceria. Pare ci induca ad acquisire nuove conoscenze, disintegrando realtà per poterle vivere dentro, analizzando legami che ci portano a sintetizzarle per evolverci. 

Donatella Ceria L'altro cuore 2011
Donatella Ceria
L’altro cuore 2011

“L’altro” Tempo è legato all’amore, al sentimento presente in ogni età della vita. E la creatività di Donatella Ceria  da  voce a  cuori realizzati in ceramica raku, in cui s’inseguono giochi cromatici, dalle tonalità delicate o forti, con un deciso carattere iconografico; oppure a cuori romantici realizzati con  semplici zanzariere. Quasi a voler filtrare il dolore inserisce dei piccoli fiori delicati che suggeriscono un’idea di romanticismo di altri tempi. Dove c’era spazio al sentimento legato alla tradizione, ad un passato che ricamava istanti per amplificare il tempo. Un tempo dilatato in cui si voleva trattenere la memoria.

Donatella Ceria Serie Cuori di Terra 2006
Donatella Ceria
Serie Cuori di Terra 2006

Interessante il simbolo del cuore con valenza antropologica, è quasi un ricercare identità in cui si offre una rivisitazione stilizzata della dea madre Tanit. Forse a voler sottolineare il forte legame con la sardità ed evocare la società matriarcale in cui la donna aveva un ruolo importante e ben definito. Un omaggio alla donna sarda che permea di passione il proprio agire.

Alla base del discorso artistico è radicato l’amore per il sapere e per ciò che la vita predispone non rinunciando a nuove sintesi: ciò  è quanto traspare nel linguaggio espressivo di Donatella Ceria.

Lycia Mele

© Riproduzione riservata

Donatella Ceria Serie Cuori di terra 2006
Donatella Ceria
Serie Cuori di terra 200

Roberto Meloni

Nel multietnico quartiere Marina di Cagliari, tra dedali in cui si respira l’anima della storia cittadina, si trova un importante riferimento per l’arte contemporanea in Sardegna: l’atelier ‘AntroArte’ dell’artista Roberto Meloni.
In questo spazio espositivo con annesso il laboratorio dell’artista, le opere pittoriche parlano un linguaggio emozionale intenso. Fughe, contemplazioni e ritorni, in cui la materia plasmata evoca sardità. Spazi incontaminati che definiscono limiti, come l’isola ed i suoi confini. I materiali eterogenei recuperati durante i viaggi dell’artista che evidenziano le terre naturali come le argille rosse, le sabbie grigie o color ocra; il caolino bianco che predispone il significante alla creatività ed infine trame di tessuto, la juta, per legare i colori alla sensibilità tattile e modulare corposità.

Opera di Roberto Meloni
Opera di Roberto Meloni
Ombre

Esule da scuole di pensiero sul Fare Arte, al pari di un demiurgo, miscela sapientemente i vari materiali con acrilici da creare consistenza in una materia che poi incide con spatole. Talvolta il colore è impreziosito da limature di metalli che esaltano le forme, lievemente accentuate, primitive per semplicità, ma poetiche per i rimandi evocativi che suscitano: prati, falesie, colline, soli, cieli di albe e tramonti, tessuti urbani. Una fusione sospesa d’incanti in Natura, concettualizzata nel percepire, da parte dell’artista, Essere Arte.

Opera di Roberto Meloni
Opera di Roberto Meloni
Skyliner I

Pur in assenza della categoria tempo, si avverte un movimento ‘alonato’ creato dall’ossessione di definire fessure-ferite o di suturarle. L’utilizzo delle spatole ricorda il lavoro certosino degli ebanisti quando danno forma ad intarsi, creando l’assenza dalla presenza. Qui le fessure si colmano o perdono colore, nell’impossibilità di trattenere un significato recondito si allude ad epifanie, nuove rinascite.

Opera di Roberto Meloni
Opera di Roberto Meloni
Ombre II

Una luminosità velata, chiaroscuri che incontrano la materia adornandola, i colori delicati mai violenti, armonizzati con punte di nero o marrone fanno presagire miraggi di vite. Quasi in uno struggimento malinconico, pur nella consapevolezza del suo divenire centro, definito e insostituibile, si tende verso l’esterno, verso una periferia: uno scarto ma alimento per nuovi equilibrismi.

Roberto Meloni esprime una delicata visione del consapevole divenire a cui lega emozioni che rigenerano, pur nella diversità di consuetudini.
È possibile visitare l’atelier dell’artista in via del Collegio n. 28 a Cagliari, previo appuntamento telefonico al numero 338 8442349.

Lycia Mele

© Riproduzione riservata
imageOpera di Roberto Meloni
Skyliner II