Un filo che intreccia umanità: l’opera “Noi e il mondo”di Gabriella Locci

Per essere nella storia bisogna fare storia, non uniformandosi al già fatto, ma con un’opera nuova”. Parole dell’artista sarda di Ulassai, Maria Lai, che rivelano l’essenza dell’arte intesa come partecipazione attiva nel fluire del tempo, scandita dal suo costante rinnovarsi alla scoperta di nuovi linguaggi.

Il valore semantico di in/nov/azione ci lega al lavoro di un’artista sardaGabriella Locci che alcuni giorni fa, ha presentato – insieme a Dario Piludu e con la collaborazione dell’AES – Associazione Editori Sardi – l’opera “Noi e il mondo”, in uno dei numerosi incontri culturali inseriti nell’evento tenutosi a Tempio Pausania “Qui c’e Aria di Cultura”  per  L’Isola dei Libri, mostra libraria dell’editoria sarda.

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Courtesy of ©Archivio AES ph. Salvatore Taras

L’opera, espressione di arte relazionale e partecipativa, evoca quella che Maria Lai realizzò nel settembre del 1981 “Legarsi alla montagna”. L’artista coinvolse l’intero paese di Ulassai facendo legare case e montagna con un lunghissimo nastro celeste.  Ma, l’opera di Gabriella Locci si diversifica e si rinnova, presenta un suo peculiare carattere.

L’artista

Gabriella Locci di origini cagliaritane è la direttrice di Casa Falconieri, centro di ricerca per le arti visive: incisione, stampa digitale e video. 

Il suo linguaggio espressivo raffigura una dimensione esistenziale in cui si  sofferma a riflettere sui significati dell’esistere: il rapporto dell’uomo con gli altri, con le cose, con il mondo, che traduce facendo affiorare quell’imponderabilità, ineluttabilità, quel lato oscuro che lega l’esistenza di ogni individuo a nuove possibilità e significati.

 

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Atlantica 4,  2005 – Courtesy of Archivio Gabriella Locci

Nelle sue opere sono presenti segni di vita, interferenze, ferite, punti di fuga tra  campiture chiare: respiri di luce o di pensiero che si rifrangono, collegano, inducono a  scelte e scon/volgono.  Tracce quali sofferenze ataviche – che ora, rivestite di forza e passione, aprono varchi a nuove sfumature,  alterità, luoghi mentali.

Nell’atto dell’incisione, l’impressione finale può mutare la forma. I colori (dominanti rosso e nero) si estendono verso nuovi spazi, si creano nuove fessure – alternative dell’esistere –  e si aggiungono nuove “pieghe”, nuove esperienze. 

Da uomini in cammino siamo resi automi dall’incertezza che si percepisce come ineluttabile e imponderabile ma che si rivela come possibilità (Husserl). L’uomo è un semplice modo d’essere che mostra una “determinata situazione” soggetta a “deviazioni”, intese come opportunità.

Se ci focalizziamo su un percorso di vita possiamo visualizzarla come un’insieme di  esperienze che, sottratte alla volontà dell’uomo, si offrono nel loro accadere  con nuovi significati, a volte incomprensibili, che poi l’azione del tempo le rende intellegibili, ma sono sempre possibilità.

Courtesy of ©Archivio AES ph. Salvatore Taras

L’opera “Noi e il mondo”

A Tempio l’artista ha presentato la sua opera performativa “Noi e il mondo”,  dove la fruizione dell’opera si è definita nell’interrelazione tra i presenti (arte  partecipativa): un’esperienza socio-culturale di condivisione di segni letterari della nostra identità, per acquisire o fortificare la consapevolezza del loro valore.

L’opera si presenta come un libro antico, una pergamena arrotolata, realizzata in stoffa, dipinta dall’artista con colori e tracce che alludono alla terra di Sardegna.

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Courtesy of ©Archivio AES ph. Salvatore Taras

La tela è tempestata di spazi e pennellate di colore, intenso o sfumato che comunicano una tensione emotiva tracciata da giochi cromatici che prevalgono, si “staccano ”, emergono. 

Il rosso, quale macchia di energia, rimanda al temperamento della gente dell’isola che per il suo stato d’insularità sembra “ripiegarsi” su sé stesso per rafforzarsi, intensificarsi. Un elemento simbolico che allude alla forza degli abitanti, che non solo hanno difeso  le proprie coste,  ma  hanno dovuto affrontare una sfida maggiore: l’incognita di un mare che non sempre si è mostrato amico. 

Doppie sfide,  dove la forza atavica diviene coraggio, perseveranza e ostinazione. Alla fine, orgoglio, per aver superato traversie indescrivibili.

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Courtesy of ©Archivio AES ph. Salvatore Taras

Tra i segni compaiono frasi o #scritturebrevi (codificate dalla linguista Francesca Chiusaroli) dei nostri scrittori Antonio Gramsci, Grazia Deledda, Sergio Atzeni, Giulio Angioni e altri  che ci hanno risvegliati dal torpore e hanno trasmesso forma e sostanza alla nostra coscienza identitaria.  Sono le nostre “radici”.  Esse non temono salinità del mare né la forza aggressiva del mistral che genuflette alberi, ma che non li spezza, perchè  amano abbracciare il vento che ruba superfici, modificando spazi.

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Courtesy of ©Archivio AES ph. Salvatore Taras

La scrittura ci lega al nostro passato identitario,  come questa tela filiforme unisce tutti nel presente. Ora, leggiamo le frasi, le comunichiamo l’un con all’altro, le condividiamo, le “possediamo” insieme. L’individualismo viene rimosso e sostituito da una collettività che collabora e comunica, protagonista della performance.

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Courtesy of ©Archivio AES ph. Salvatore Taras

La tela continua a srotolarsi. Viene dato un lembo a ciascuno dei presenti che leggerà una frase ad alta voce, inizialmente solo, poi tutti insieme in una voce corale. Quella coralità che rinforza e avvolge voci: come l’incalzare del vento, che esprime la sua cultura immateriale con una sonorità diffusa tra fessure, grotte e antri. Un suono primordiale, come le voci crescenti e decrescenti nel salone dello Spazio Faber.

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Courtesy of ©Archivio AES ph. Salvatore Taras

Le parole lette sembravano riflettere quell’intensità, quella vis (si preferisce il valore semantico della parola latina inteso come forza, vigore, valore) propria dei segni sulla tela. Si sentivano addosso. Divenuti  pezzi di tela, la scrittura  veniva  deposta nell’anima stordita dallo sciabordio del tempo passato.

Una performance di arte relazionale molto suggestiva, in un periodo dove la solitudine e l’individualismo sembrano crescere in modo esponenziale.  L’artista  sente  e propone il valore della condivisione come presenza, acquisizione identitaria,  lettura condivisa.

Maria Lai e la fiaba

Maria Lai, – di cui quest’anno si celebra il centenario della nascita, – per realizzare la sua opera di arte relazionale o “scultura sociale” Legarsi alla montagna”,  s’ispira ad  una fiaba, tramandata oralmente, elemento del nostro patrimonio culturale immateriale.

La protagonista, una bambina,  che si  reca  nella montagna vicina per portare il pane ai pastori. Ma improvvisamente nella zona si abbatte un temporale e i pastori con i loro greggi  trovano rifugio in una grotta. La bambina, che stava per entrare dentro la grotta, viene attratta da un nastro celeste sospinto da giochi di vento. Incuriosita si allontana per andare a prendere quel nastro che aveva colpito la sua attenzione. Quell’andar via dalla grotta rappresenta la sua salvezza, perché pochi minuti dopo il soffitto della grotta crolla con i pastori all’interno. 

Legarsi alla montagna

Il nastro azzurro con cui Maria fa legare le case del paese, di porta in porta, ha una finalità: dissolvere inimicizie,  (come lei stessa dirà “storie di malocchio, di furti, di drammi e rancori”).

Dopo qualche timore, tutto il paese si mostra disponibile a collaborare. Il “filo” ora “tesse” case in un “in/camminarsi”comunitario.  Diviene simbolo di unione e di consapevolezza/ verità che la condivisione permette di affrontare difficoltà, paure con intensità differenti.

Il  sentimento di rispetto e amore tra le case viene espresso con un elemento semplice, il pane.  Un’allusione all’istante eucaristico che racchiude il principio dell’amore universale.  Un pane sarà annodato tra le case segnate da fratellanza, reciproco rispetto e amicizia. “Quando gli uomini condividono il pane – diceva Jean Cardonnel – condividono la loro amicizia”

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Maria Lai, Legarsi alla montagna 1981 (particolare)

Il passaggio del nastro viene vissuto come “un’attesa  silenziosa – ricorda Maria Lai – quando si solleva ad arco dalla montagna ai tetti delle case, sembra un getto d’acqua. Si scatenano urla, battimani, suoni di clacson, canti e balli fino a notte inoltrata.”

Il nastro, che a Maria evoca l’acqua, sembra esprimere una catarsi collettiva. Una purificazione. Da quel momento, il paese sconosciuto si ritrova inserito nella storia sociale, mostrando un progresso di consapevolezza e coscienza civile che nessuna forma politica sarebbe riuscita a realizzare.

Un’esperienza che ha segnato il paese di Ulassai e gli abitanti che presero parte al progetto, s’inscrive nella memoria storica mostrando un valore inestimabile perché soggiace ad un’intuizione mai pensata in precedenza. L’esperienza di Gabriella Locci, pur con rimandi a “Legarsi alla montagna”, è caratterizzata dal suo incessante ripetersi nell’infinito presente e assume valore  più con/temporaneo.

 

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©Riproduzione Riservata

Sandro Fresi Arcaica contemporaneità di un musicista gallurese

… entra nella tua luce
l’ombra della mortalità
e tu la fai
e non la fai dimenticare.
Si avvolge su se stesso, ascende
nelle sue volute il tempo,
dove? in voragini si perde,
in azzurre e nere
eclissi si inabissa
per la sua riapparizione
dopo, quando tempo non è più
ma cosa? d’altro e identico…
Mario Luzi

Nel periodo medievale intorno al 627 d.C.,  Isidoro,  vescovo di Siviglia  e grande intellettuale,  scriveva nella sua opera Etimologie o Origini L’arte musicale consiste nella conoscenza profonda, acquisita con l’esperienza, della modulazione e ha il proprio fondamento nel suono e nel canto”. Da profondo conoscitore della musica, Isidoro evidenziava come dall’esperienza si potesse arrivare a conoscere, a percepire la musica. E in un’altra sezione dal titolo “Del Potere Della Musica”  esplicitava un’altra verità “senza la musica, nessuna disciplina può  considerarsi perfetta: di fatto, senza la musica nulla esiste. […] La musica muove le volontà, trasformando la natura della percezione”  perché la musica ha la capacità di emozionare e “consolare la mente nel sopportare tribolazioni”. Pensieri che ci inducono a riflettere sulla  straordinaria importanza e funzione della musica che a volte trascuriamo. Diamo per scontato. Il suo valore è incommensurabile. E la creatività in ambito musicale sfiora l’infinito, nella possibilità di inventare sempre nuove armonie.  Ogni cosa sembra esser legata alla musica o meglio c’è musica dentro ogni cosa. E se riflettiamo la ritroviamo in una leggera brezza di mare,  in un semplice respiro o  persino sfiorando dei sassi che nel vibrare emettono sonorità.  La musica fa parte della nostra anima. Nessuno può viverne senza.

Isidoro scriveva della musica come ispirata da Dio, come riflesso di un’armonia celeste in cui, per raggiungere livelli eccelsi,  fosse necessaria non solo passione ma tanto studio, esercizio e come lui definiva “esperienza”. Oggi diremo che per raggiungere qualsiasi obbiettivo o progetto che si ha in mente, occorre impegno, costanza e soprattutto studio. Tanto studio. 

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Sandro Fresi mentre suona l’organetto a mantice – Courtesy ©️Sabrina Marielli

Tra i validi musicisti della mia terra, Sandro Fresi riflette quella attenzione  e studio meticoloso di cui parla Isidoro. Sono riuscita ad incontrarlo per un’intervista, dopo una serie di concerti con Iskeliu Quartet dal Titolo “Trittico Mediterraneo, Trilogia di Suoni e di Luci”, che lo hanno impegnato durante il periodo natalizio. Ho sempre apprezzato la sua creatività e le sue ricerche da musicologo o forse etnomusicologo, che non hanno trascurato altre discipline come l’etnografia o l’antropologia culturale. Ha creato spazi di innovazione musicale nella sperimentazione,  scindendo registri differenti, rimodulandoli in chiave più contemporanea o rielaborando “significati” attuali con armonie musicali del passato, con una delicatezza che dona intense emozioni e ha permesso, con l’utilizzo di strumenti antichi, di “rivivere” periodi storici, le cui tracce sembrano esser presenti nella nostra anima. Così emergono giochi di luci, bagliori di magie, archetipi chiaroscurali, forse lo stupore di Dante nel Paradiso? Ogni volta che ascolto un suo concerto con il suo IsKeliu Quartet lo percepisco diverso, più armonioso, più coinvolgente, forse perché richiama  suoni,  tracce di memoria riposte nella nostra anima?

Nel lasciar spazio alle sue parole e al suo avvincente mondo musicale, posso dirvi che  è un musicista affermato, gode di  discreto successo all’estero di cui menziono un’importante tournée in Australia; è un’attento ricercatore di sonorità della tradizione euromediterranea: studioso della tradizione religiosa Medievale che gli ha permesso la riscrittura di musica e testi dei grandi mistici quali San Giovanni della Croce e Santa Teresa d’Avila e  delle tradizioni popolari;  amico di Fabrizio De André, attualmente è direttore artistico del Festival intitolato al cantautore che si svolge nella città di Tempio Pausania.

Ma chi è Sandro Fresi e quali obiettivi si pone nel proporre un genere musicale che abbraccia vari registri, in cui forse il denominatore comune è il “tempo”?

La mia è stata una formazione ‘sul campo’ più per necessità che per scelta; negli anni ‘70 suonavo l’organo Hammond e uno dei primi sintetizzatori monofonici, in un gruppo rock. Allora, tra una cover e l’altra, si accennava  timidamente a melodie e disegni ritmici propri della nostra isola, più per una forma di emulazione di grandi gruppi progressive italiani e stranieri, che spesso accennavano a richiami  di  musiche popolari, che per reale convinzione. Un “divertissement”insomma. Non era ancora giunto il tempo, almeno per quanto mi riguarda, di pensare ad una seria elaborazione di musiche della tradizione così originali come quelle sarde o provenienti da un’area che potremmo definire, in una visione più emotiva che geografica,  panceltica.

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Sandro Fresi  – Courtesy ©️Egidio Trainito  

Quanto e come ha inciso la tua formazione sulla capacità di trasposizione dei suoni di memorie ataviche? Il tuo lavoro evidenzia una capacità di sintesi e rapporti armonici che riflettono altre tradizioni. Personalmente in alcune tue opere leggo trasposizioni di musiche medievali come ad esempio i Carmina Burana di Carl Orff o armonie che riflettono musiche nordiche. Inoltre sono presenti spazi diacronici. Quanto incide il valore temporale nelle tue musiche?

Mi hanno sempre attratto le sonorità degli strumenti medioevali e rinascimentali che trovo ricche di fascino e così vicine alle suggestioni che evocano le armonie dei repertori della Corsica, quelle dei “villancicos”catalani o “noel”provenzali. È vero, attraversano abissi temporali e territori dell’anima; i loro echi sono arrivati con un  tenue bagliore nelle lande desolate della nostra Gallura. Ecco, se dovessi attribuire un valore temporale alla mia musica parlerei, con sommessa vanità, di arcaica contemporaneità.

Per la riscrittura qual è l’elemento prioritario il testo o la musica? Come effettui le ricerche sui testi? Hai un archivio a cui attingi? Oppure è la casualità che ti conduce a scoprire e quindi riformulare? I formalisti musicali non amano rimaneggiare spartiti. Come consideri questa rigidità?

Sai, dipende veramente dai casi. A volte il testo è cosi bello che precede la musica, perchè in qualche modo già la evoca; più spesso scrivo melodie  pensando allo strumento che potrebbe suonarle. Amo molto le sonorità del sax soprano o quelle del violoncello. Ho una vasta raccolta di testi, soprattutto negli idiomi logudorese e gallurese. Ci sono poesie che per anni scorrono sotto i tuoi occhi inosservate; poi, improvvisamente scopri la loro bellezza e allora pensi di poter lavorare sul suono delle parole. Nella maggior parte dei casi questo avviene casualmente. In verità, non sono un autore di canzoni così come normalmente viene definita una composizione  per uso discografico e commerciale. Ammetto di non essere bravo nella ‘forma canzone’, anche se poi, qualche buona song è venuta fuori! Almeno così mi dicono…

Educare all’ascolto potrebbe essere una finalità che permetterebbe la diffusione più articolata di opere etnomusicali. Quanto incide la musica contemporanea nella diffusione di questo genere di musica? Come poterla diffondere per non perdere echi delle nostre tradizioni di culture euromediterranee?

L’atteggiamento dei media nei confronti della musica popolare o world-music, come inutilmente si cerca di definire quella che trae origine o ispirazione dai repertori tradizionali, è tipica di un Paese disattento, che relega tutto a una dimensione folcloristica, adatta a turisti per i quali si confezionano eventi di dubbio gusto.  In altre regioni d’Europa, penso all’Irlanda o alla Corsica, la musica popolare, di ricerca evoluta o di intrattenimento, gode invece della giusta attenzione. I media programmano musiche e “ballad”eseguite da eccellenti musicisti; le trasmissioni sono spesso bilingui, la quantità e la qualità di musica pop e ‘tradizionale’ in senso lato, spesso si equivalgono. L’ascolto rafforza, comunque, la memoria storica delle proprie radici e la consapevolezza di un sentimento identitario moderno.

Ci parli dei progetti musicali a cui sei rimasto particolarmente legato?

Ho amato tutti i progetti dei quali ho creduto di poter lasciare traccia, non per vanità personale, ma per la ricchezza immateriale che portavano con sé: penso a Speradifóli  una indagine creativa sul racconto immaginifico nell’habitat disperso della Gallura. Ho raccolto fiabe e racconti di una civiltà in via di estinzione insieme alla sua lingua; i protagonisti sono pastori e contadine superstiti che ancora vivevano negli stazzi sul mare o nell’entroterra profumato di elicriso. Voci incantatrici, visionarie, che raccontano forse non solo fiabe nel loro idioma antico e musicale, ma come in una sorta di apologo biblico, la storia della propria esistenza.

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Sandro Fresi con la ghironda e Paola Giua cantante di IsKeliu Quartet  ©️IsKeliu.org

Parliamo dei musicisti con i quali collabori. Quanto può incidere l’esperienza di un musicista del gruppo nella stesura finale del brano?

I miei collaboratori tra i quali voglio ricordare Alessandro Deiana (llaud, chitarra barocca) Fabio De Leonardis (violoncello), Antonio Fresi (percussioni), Paola Giua (canto) sono tutti musicisti di elevato livello tecnico; la maggior parte proviene da altre esperienze musicali (alcuni sono insegnanti di Conservatorio o concertisti internazionali di musica classica). Normalmente eseguono ma portano in dote la loro competenza e preparazione,  insieme alla capacità di adattare  il proprio percorso accademico ad una musica che non ha bisogno di complesse partiture sul leggìo, ma di un cuore popolare da reinventare ad ogni concerto.

Vorrei che mi parlassi degli strumenti medievali utilizzati. Puoi descriverne i suoni?

Di origine e datazione medievale utilizzo due ghironde entrambe accordate in sol/do. Una, di dimensioni più piccole, è uno strumento di liuteria tedesca a quattro corde; una di bordone, una “trompette” e due “chantarelle”, cioè le corde tastate  della melodia. Quella più recente è invece del liutaio modenese Paolo Coriani e monta due bordoni, una “mouche” e una trompette, oltre ovviamente alle due corde per la melodia, ha un suono molto potente per una cassa armonica di notevoli dimensioni e per l’indiscussa perizia del suo costruttore. Molto diversa dal primo strumento che , invece,   ha un volume più contenuto. Altro strumento del periodo realizzato dal maestro Paolo Previtali è l’organetto  a mantice  dotato di ventiquattro canne tappate in legno; ha un suono molto dolce, flautato e predilige accompagnamenti essenziali e la presenza di un set strumentale poco affollato.

552E81CF-3B25-4805-A621-1AC8A2570931Paola Giua – Courtesy ©️Egidio Trainito 

Le traduzioni di alcuni testi sono legate alla sonorità finale? 

I testi dei brani appartengono a poeti e rimatori pastori della Gallura ma anche ad altre regioni del Mediterraneo. Alcuni sono di tradizione orale, popolare, come dei villancicos catalani o noel provenzali. La loro scoperta è casuale: ci colpisce il suono della parola oltre al contenuto di un testo che normalmente intenso, poetico, parlato e scritto in una lingua minoritaria che non ha tutte le possibilità di una lingua colta ed evoluta e qui sta la bellezza nella semplicità della poesia popolare nella parola e nell’idioma usato nella lingua comune.

Sono sempre più propensa a definire la tua musica eurocolta da cui si evince l’accuratezza delle rielaborazioni,  le tue incessanti ricerche,   i tuoi studi e approfondimenti in ambito musicale. Tu come ti definiresti musicista, musicologo, etnomusicologo …? 

Le definizioni le date voi giornalisti a cui va la mia gratitudine perchè, attribuendomi di volta in volta, abilità di musicista, etnomusicologo, musicologo e persino jazzista, mi sottraete dall’esercizio  della vanità autoreferenziale. Credo, molto più modestamente, di essere un musicista che ha la fortuna di vivere in un luogo speciale del Mediterraneo, apparentemente isolato da questo mare che ha invece portato suoni, strumenti, linguaggi di popoli diversi che sono diventati la nostra vera ricchezza, il nostro tratto distintivo e inimitabile. Sono dunque, forse, un trovatore.

Vuoi parlarci dei contenuti dei brani e degli idiomi utilizzati? Carlo Emilio Gadda utilizzava i “pastiche” linguistici nella  lingua letteraria, Frank Zappa li utilizzava nelle sue contaminazioni musicali. È possibile intravedere dei pastiche musicali nei tuoi brani? 

È azzardato parlare di pastiche. Seguo una linea filologica nell’utilizzo dei linguaggi perché devono esser associati ad un tipo di sonorità e all’utilizzo di particolari strumenti musicali popolari che richiedono “rigore” creativo. Ma poiché citi Frank Zappa mi piace ricordare che alcuni anni fa, per una raccolta de Il Manifesto per un tributo a Frank Zappa, mi diedero l’incarico di elaborare un suo brano e scelsi “Blessed Relief” (The Grand Wazoo,1972) uno strumentale molto articolato e inserii un coro a tenore “tasja” concordu con parole inventate che  richiamarono  molta attenzione dei media.

Una persona, poeta e musicista che ha influito sui tuoi studi ed approfondimenti in campo musicale è stato Fabrizio De André. Com’è avvenuto il suo incontro? Vuoi raccontarci qualche aneddoto?

Ho conosciuto Fabrizio De André nei primi anni ‘80. Cominciavo ad utilizzare i campionatori, ma non osavo fargli sentire niente. Mi vergognavo, in realtà, di quello che facevo. A metà degli anni ‘90, avevo già elaborato una mia idea di musica, non acustica. Infatti, paradossalmente, iniziai da musica campionata, dai sequencer, dall’elettronica. Avevo campionato tutti gli strumenti musicali della Sardegna e, attraverso queste macchine,  avevo avuto la possibilità di elaborare delle tracce che poi confluirono nel mio primo disco,  IsKeliu,  con l’autorevole prefazione di Fabrizio de André. Con molte remore ero riuscito a fargli  pervenire un provino e subito si era reso disponibile a scrivere una recensione. Anzi, mi chiese se avessi voluto una notazione critica per ogni brano. Ma per timore, misto ad umiltà, pensai che per me fosse troppo, così gli dissi che mi sarei accontentato di una prefazione sull’intero lavoro. Una prefazione che nessuno contradisse perché scritta da una voce autorevole e forse accrebbe il numero dei miei estimatori. 

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Fabio De Leonardis – Courtesy ©️Egidio Trainito

Ricordo questo aneddoto che mi segnò.  Durante le telefonate,  che precedettero l’incontro all’Agnata (la località in cui si era trasferito nelle campagne di Tempio Pausania, ai piedi del Monte Limbara) per ritirare il foglio di carta su cui lui aveva scritto in bella e brutta copia la prefazione al disco Iskeliu, io mi schermivo sempre.  E lui con autorevolezza mi diceva “Tu sei il maestro che suona, io sono quello che ascolta e ti giudica. E voi sardi dovete smetterla di attendere che qualcuno di fuori riconosca il vostro valore. Siete voi i primi che dovreste crederci.” Queste parole mi impressionarono  e mi fecero riflettere su quanto noi sardi siamo poco disponibili tra di noi,  tra musicisti, tra sardi in genere, siamo poco propensi a riconoscere il lavoro e il valore dei nostri conterranei. Soprattutto nel campo dell’arte e della musica.

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Alessandro Deiana – Courtesy ©️aledeiana.wix.site.com 

Il suo poetare in musica manca a moltissime persone anche se i suoi scritti hanno assunto quel valore d’eterno che è un po’ averlo accanto. Ricordo che l’amministrazione comunale di Tempio Pausania ti ha scelto come direttore artistico dell’evento Faber intitolato al cantautore, cittadino onorario di Tempio.  Vuoi  parlarcene.

Ormai da molti anni, grazie alla sensibilità mostrata da diverse giunte comunali ma specialmente dall’assessore alla cultura e spettacolo del Comune di Tempio Pausania ho avuto la possibilità di organizzare dei Festival come tributo alla figura di Fabrizio De André. Nel corso degli anni, pur con risorse limitate, siamo riusciti ad organizzare spettacoli interessanti che hanno richiamato nella città gallurese migliaia e migliaia di persone. Abbiamo puntato sulla qualità chiamando artisti che non imitassero la voce di De André ma avessero carisma e originalità, ovvero mostrassero la poetica e la musica deandreiana ma che non fossero un superfluo clone della sua grandezza, peraltro inimitabile. Abbiamo portato creativi, artisti da ogni luogo dal chitarrista Kevin Dempsey, guru  del funky folk inglese, al Corou de Berra, un coro polifonico delle Alpi nizzarde, che ha eseguito a cappella alcuni brani di De André, grandi gruppi musicali come gli Yo Yo Mundi, gruppo folk rock italiano, la PFM – Premiata Forneria Marconi – e altri numerosi interpreti amanti della poetica e dell’arte di Fabrizio De André.  Nel mese di luglio, Tempio Pausania vive un’atmosfera avvolgente sia nelle varie piazze del centro storico che nella piazza a lui dedicata, Piazza Faber, disegnata dall’architetto Renzo Piano che sul cielo presenta una suggestiva installazione di vele colorate.  Una grande kermesse a cui invito tutti a partecipare.

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Antonio Fresi – Courtesy ©️IsKeliu.org

Sarebbe interessante approfondire le linee di continuità tra Faber e la nostra contemporaneità. Lo spazio non lo permette. Ma un’ultima domanda, come preservarne la memoria?

La sua poesia manca a tutti specialmente a quelli della mia generazione che sono cresciuti con le sue canzoni. Adesso occorre prestare attenzione alle nuove generazioni che non conoscono la poetica di Fabrizio De André. Penso che la sua musica e i  suoi testi dovrebbero esser studiati nelle scuole, negli istituti d’arte. Un patrimonio che non deve esser disperso ma deve essere oggetto di formazione per le nuove generazioni non solo in termini musicali e artistici ma per importanti contenuti culturali. 

Ringrazio Sandro Fresi per avermi concesso questa intervista e tutti i lettori che leggeranno e approfondiranno la sua musica. Lascerò alla fine dei link di riferimento. 

Spero inoltre che il suo monito, contenuto in queste ultime parole, sia oggetto di riflessione e magari di future realizzazioni. Come De André ha democraticizzato alcuni importanti contenuti, valori nella sua poesia cantautorale   avvolgendoli al filo della tradizione e fissandoli nella loro eterna contemporaneità, così penso che anche Sandro Fresi abbia permesso la diffusione di generi poco conosciuti ai più, che fanno parte della nostra anima di gente sarda, di umanità in cammino, dove la musica acquisisce la forma più autentica quando è inserita nel sociale e si focalizza e definisce l’identità valoriale di  una comunità.

La musica oltre a creare emozioni trae origine e forza da quelle tracce che il tempo ripone nella nostra anima.  A noi il compito di preservarne memoria.

©️Lycia Mele Ligios 2019

https://m.youtube.com/watch?v=IYrCE5C0Qys

https://m.youtube.com/watch?v=AuqAixohiGE

Il Laboratorio creativo di etnomusica “Oxidiana” del musicista Sandro Fresi, con la partecipazione del docente Giuseppe Orrù suonatore di Launeddas.

Contatti:

Sandro Fresi   Ass. Culturale Iskeliu
via Puchoz, 22 –  07029 Tempio Pausania OT

info@iskeliu.org (Ufficio stampa)
iskeliu@tiscali.it

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Sandro Fresi – Courtesy ©️Iskeliu.org

English Version

In the medieval period around 627 AD, Isidore bishop of Seville and great intellectual, in the section entitled “Della Musica E Del suo Nome”, included in his encyclopaedic work Etymologiae or Origines wrote: “The musical art consists in deep knowledge , acquired with experience, of modulation and has its foundation in sound and song “. As a profound connoisseur of music, he highlighted how from experience we could get to know, to perceive music. And in another section entitled “Del Potere Della Musica” indicated: “Without music, no discipline can be considered perfect: in fact, without music there is nothing. […] Music moves wills by transforming the nature of perception. “This is because music has the ability to excite and “console the mind suffering tribulations”. An extraordinary thought about the importance and function of music that we sometimes ignore. We take for granted. Its value is immeasurable. And creativity in music touches the infinite, in its explicitness in harmonies. Everything seems to be linked to music or better, there is music inside everything. And if we reflect on it, we would find it in a light sea breeze, a simple breath or even by touching the stone that emit sounds in their vibrations. Music is part of our soul. Nobody can live without it.

Naturally Isidore wrote of music as inspired by God, as a reflection of a celestial harmony in which to reach sublime levels it was necessary not only passion but much study and exercise. Today we will say to achieve any goal or project that you have in mind, that you aspire you need commitment and perseverance and above all study. A lot of study.

Among the good musicians of my land, Sandro Fresi reflects that attention and meticulous study of which Isidore speaks.

I managed to meet him for an interview, after a series of concerts that involved him during the Christmas season. I have always appreciated his creativity and his research as a musicologist or perhaps an ethnomusicologist who did not neglect other disciplines such as ethnography or cultural anthropology. He has created spaces of musical innovation in experimentation with the ability to separate different registers by re-modulating them in a more contemporary key or reworking current “meanings” with musical harmonies of the past with a delicacy that gives intense emotions and allowed, with the use of ancient instruments, to relive historical periods, whose traces seem to be present in our soul. And emerge intense emotions, plays of lights, flashes of magic, archetypes “chiaroscurali”, perhaps the amazement of Dante in Paradise? Every time I listen to one of his concerts, I perceive it different, more beautiful. Or maybe because amazement implies knowledge?

I present Sandro Fresi with very few words. He is an established musician. He enjoys quite a lot of success abroad, infact  I wish to mention an important tour to Australia. He is an attentive sounds’ researcher of the Euro-Mediterranean tradition; a scholar of the medieval religious tradition that allowed him to rewrite music and texts of the great mystics such as San Giovanni della Croce and Santa Teresa d’Avila; scholar of popular traditions; friend of the poet-singer-songwriter Fabrizio De André, he is currently artistic director of the Festival named after the singer-songwriter which takes place in the city of Tempio Pausania.

But who is Sandro Fresi and what are the objectives of proposing a musical genre that embraces various registers, in which perhaps the common denominator is “time”?

My formation has been ‘on the field’  more by necessity than by choice; in the ’70s I played the Hammond organ and one of the first monophonic synthesizers in a rock band. Then, between a cover and the other, we timidly hinted at melodies and rhythmic patterns typical of our island, more for a form of emulation of large Italian and foreign progressive bands, that they often hinted at recalls for popular music, and not for real conviction. In short,  a divertissement.  It was not time, at least for me, to think about serious elaboration of traditional and original music as those Sardinian or from an area that we could define, more emotionally than geographically,  “panceltica”.

How much and how did your training affect the ability to transpose the sounds of atavistic memories? Your work highlights a capacity for synthesis and harmonious relationships that reflect other traditions. Personally in some of your works I see transpositions of medieval music such as the Carmina Burana of Carl Orff or harmonies that reflect Nordic music. Furthermore there are diachronic spaces. How much does the temporal value affect your music?

I have always been attracted to the medieval sounds and Renaissance instruments that I find rich in charm and so close to suggestions to evoke the harmonies of the Corsica’s repertories, the Catalan villancicos or noel Provencal. True, they cross temporal abysses and territories of the soul; their echoes arrived with a faint glow in the desolate lands of our Gallura. Here, if I had to attribute a temporal value to my music, I could speak, with subdued vanity, about archaic contemporaneity.

What is the priority element : the text or the music during the rewriting? How do you search for texts? Do you have an archive you can use? Or is it the randomness that leads you to discover and then reformulate? The musical formalists do not like to change scores. How do you consider this rigidity?

You know, it really depends on the cases. Sometimes the text is so beautiful that it precedes the music, because in some way it already evokes it; more often I write melodies thinking of the instrument that might sound. I really love the sounds of soprano sax or cello. I have a large collection of texts, especially in the Logudorese and Gallura idioms. There are poems that for years under your eyes unobserved; then, suddenly discover their beauty and then you think you can work on the sound of words. In most cases this happens randomly. In truth, I am not a songwriter but as lyric composer  is normally defined for record and commercial use. I admit I’m not good in the ‘song form’, even if some good song came out! At least that way they tell me

Educating to listen could be a conclusion that would make the more articulated diffusion of ethnomusical works. How much does contemporary music affect the diffusion of this kind of music? How can we spread ours traditions of Euro-Mediterranean culture in order not to lose its echoes ?

The love of the media towards” popular-music” or “world-music”, is a reality of a country that is careless and  relegates everything to a dimension of folklore, suitable for distracted tourists for which events of dubious taste are packed, it is uselessly trying to define what is the source of inspiration for traditional repertoires. In other European countries I think of Ireland or Corsica, the traditional repertoire have  the right attention. The media program music and ballad performed by excellent musicians; the broadcasts are often bilingual, the quality of pop and ‘traditional’ music in the broad sense are often equivalent. The listening strengthens, however, the historical memory of the roots origins and the awareness of a modern identity feeling.

Do you want to talk about the musical projects that you have been particularly close to?

I loved all the projects in which I believed I could leave a trace, not for personal vanity, but for the immaterial wealth that they brought with them: I think of Speradifóli as a creative investigation of the imaginative tale in the dispersed habitat of Gallura. I collected stories and tales of an endangered civilization together with his language; the protagonists are the surviving shepherds and peasants who still lived in the settlements on the sea or in the hinterland smelling of helichrysum. Enchanting, visionary voices that perhaps tell not only fairy tales in their ancient and musical language, but as a sort of biblical apologist, the story of their existence.

Let’s speak of the musicians with whom you collaborate. How much can the experience of a group musician influence  the final draft of the piece?

My collaborators, among whom I would like to remember Alessandro Deiana, Fabio De Leonardis, Antonio Fresi and Paola Giua are all highly technical musicians; most of them come from other musical experiences (some are Conservatory teachers or international classical musicians). Normally they perform but they bring in dow their competence and preparation and they adapt their academic path to a music that does not need complex scores on the music stand, but a popular heart to be reinvented at each concert.

I would like you to tell me about the medieval instruments used. Could you also describe me  the sounds? 

Of medieval origin and dating, I use two hurdy-gurdings, both of which are tuned in sol / do. One, smaller in size, is a four-stringed German violin making instrument; one of a drone, a trompette and two chantarelle, that is, the strings struck by the melody. The most recent one is instead of the Modenese luthier Paolo Coriani and he mounts two drones, a mouche and a trompette, besides obviously the two strings for the melody, he has a very powerful sound for a large sound box and for the undisputed expertise of his manufacturer. Very different from the first instrument that instead has a smaller volume. Another instrument of the period realized by the maestro Paolo Previtali is the bellows organ with twenty-four wood-corked pipes; It has a very sweet, fluted sound, and prefers essential accompaniments and the presence of an uncrowded instrumental set.

We deepen the texts and sounds. Are the texts translations related to the chosen sounds?

The texts of the pieces belong to poets and Gallura rhyming pastors but also from other Mediterranean regions, oral tradition, or popular like Catalan villancicos or noel Provencal. Their discovery is casual. We are struck by the sound of the word in addition to the content of a text that is normally intense, poetic, spoken and written in a minority language that does not have all the possibilities of a cultured and evolved language,  and here lies the beauty in the simplicity of popular poetry in the word and in the idiom used in the common language.

I am increasingly inclined to define your music “eurocolta” in which it is clear the accuracy of the re-elaborations, your incessant research, your studies and in-depth analysis in the musical field. How would you define yourself as a musician, musicologist, ethnomusicologist …?

The definitions are attributed by you journalists, to whom my gratitude goes because, attributing to me from time to time, the skills of musician, ethnomusicologist, musicologist and even jazz player, you subtract me from the exercise of self-referential vanity. I think, much more modestly, to be a musician who has the good fortune to live in a special place of the Mediterranean, apparently isolated from the sea that has instead brought sounds, instruments, languages ​​of different peoples that have become our real wealth, our distinctive and inimitable trait. I am therefore perhaps a troubadour.

Do you want to talk about the contents of the songs and the idioms used? Carlo Emilio Gadda used linguistic pastiche in the literary language, Frank Zappa used them in his musical contaminations. Is it possible to glimpse some musical pastiche in your tracks?

It is risky to talk about pastiche. I follow a philological line in the use of languages ​​because they must be associated with a type of sonority and the use of particular popular musical instruments, that require creative “rigor”. But because you quote Frank Zappa,  I like to remember that a few years ago, for a collection of The Manifesto for a tribute to Frank Zappa, they gave me the task of elaborating one of his pieces and  I chose “Blessed Relief” (The Grand Wazoo, 1972) one instrumental very articulate and inserted a choir tenor “tasja” concordu with invented words that attracted a lot of media attention.

One person, poet and musician who influenced your studies and insights into music was Fabrizio De André. How did your meeting happen? Tell us some anecdote.

I met Fabrizio De André in the early 80s. I was starting to use samplers, but I did not dare to make them listen to anything. I was actually ashamed of that what I was doing. In the mid-1990s, I had already developed my own idea of ​​music, not acoustic. In fact, paradoxically, I started from sampled music, from sequencers, from electronics. I had sampled all the musical instruments of Sardinia and, through these machines, I had the chance to develop some tracks that then flowed into my first album, IsKeliu, with the authoritative preface by Fabrizio de André. With many qualms I was able to send him an audition and immediately made himself available to write a review. In fact, he asked me if I wanted a critical notation for each song. But out of fear, mixed with humility, I thought it was too much for me, so I told him that I would be content with a preface on the whole work. A preface that nobody contradicts because written by an authoritative voice and perhaps increased the number of my admirers.

An anecdote that I remember: during the phone calls, which preceded the meeting at  L’ Agnata (the place where he had moved to the countryside near Tempio Pausania, at the foot of Mount Limbara) to pick up the sheet of paper on which he had written rough and a good copy of the preface to the Iskeliu disc, I always felt ashamed  of myself. And he authoritatively told me “You are the teacher who plays, I am the one who listens and judges you. And you Sardinians must stop waiting for someone outside to recognize your value. You are the first ones that should believe in yourselves. These words impressed me and made me reflect on how we Sardinians do  not recognize  each other  , among musicians, among Sardinians in general, we are unwilling to recognize the work and the value of our countrymen. Above all in art and music.

His poetry in music is missing to many people even if his writings have assumed the value of eternity that is a bit ‘to have’ him with us. I remember that the municipal administration of Tempio Pausania  chose you as artistic director of the Faber event entitled to the singer-songwriter, honorary citizen of Tempio. Would You like to talk about it?

For many years, thanks to the sensitivity shown by several municipal councils but especially by the councilor for culture and entertainment of the City of Tempio Pausania I had the opportunity to organize Festivals as a tribute to the figure of Fabrizio De André. Over the years, even with limited resources, we have managed to organize interesting shows that have attracted thousands of people to the city of  Gallura. We have focused on quality by calling artists who have not imitated De André’s voice but have had charisma and originality, that is to say they have shown De André‘s poetics and music but has not been a superfluous clone of his own greatness, however inimitable. We have called artists, from every place, from guitarist Kevin Dempsey, guru of English funky folk, to the Corou de Berra, a polyphonic choir of the Alpes Nice, who have performed a few pieces by De André, great musical groups like Yo Yo Mundi , Italian folk rock group, the PFM – Premiata Forneria Marconi – and other numerous performers who love the poetics and art of Fabrizio De André. In July, Tempio Pausania lives an enveloping atmosphere, in the various squares of the historic center and in the square dedicated to him, Piazza Faber, designed by the architect Renzo Piano that looking  towards the sky presents a suggestive installation with colored sails. A great kermesse to which I invite everyone to participate.

It would be interesting to investigate the continuity lines between Faber and our contemporaneity. How can we preserve his memory?

Everyone , especially those of my generation, misses his songs,  who grew up with his songs. Now we need to pay attention to the new generations who do not know the poetics of Fabrizio De André. I think his music and lyrics should be studied in schools, in art institutes. A heritage that should not be dispersed but must be the object of training for the new generations not only in musical and artistic terms but also for important cultural contents.

I thank Sandro Fresi for giving me this interview and all the readers who will read and study his music. I will leave at the end of the reference links.

I also hope that Sandro Fresi’s warning in these last words is an object of reflection and perhaps of future realizations. As De André democratized songwriting poetry by attributing content of profound humanity linked to tradition, I think that Sandro Fresi also allowed the spread of unknown genres to the most part of our soul of Sardinian people, of humanity on the way where the music acquires the most authentic form when it is inserted in the social and focuses as a community identity.

Music, besides creating emotions and lying down with its “signs” on the soul, is a form of art and culture. Never disperse it. But we must preserve its memory.

©️Lycia Mele Ligios 2019

 

Angelo Lauria : le “impressioni” di un fotografo

Sono una lastra fotografica
impressionabile all’infinito
Ogni dettaglio si stampa
dentro di me in un tutto.
 Pessoa

La Sardegna è un’isola che ammalia da sempre: sia per la sua natura incontaminata che per il suo mare cristallino con una varietà di colori e sfumature. In una sola parola è emozione. Riflette emozioni. Inoltre ha potere taumaturgico. Distende gli animi, rasserena menti. Si riscopre il valore del tempo. Dei ritmi di vita scanditi dal fluire del giorno. Gli istanti si dilatano. Le cose sembrano avere un proprio senso, una propria storia, se rapportate ad un inizio. Ad una fine. L’alba e il tramonto che danno ritmo all’agire. Dove la Storia e il Tempo non compaiono. E Tutto diviene contemporanea (com)presenza: Passato intriso di tradizioni e Presente. L’istante sospeso.

Angelo Lauria, Punta Molara Capo CodaCavallo

©Angelo Lauria, Punta MolaraCapo Coda Cavallo

Questa magia che attrae l’anima dei visitatori, crea una sorta di dipendenza. Infatti sempre più persone scelgono la Sardegna come luogo di vacanza e vi ritornano negli anni successivi. Alcuni abbandonano il “continente” per vivere definitivamente nell’isola. Tra questi ricordo il cantante Fabrizio De André che scelse di vivere insieme alla sua compagna Dori Ghezzi ai piedi del monte Limbara, nei pressi della città di Tempio Pausania. Luogo di silenzi e meditazione ma anche di “spuntini” condivisi con i locali. Fonti di ispirazione per le sue canzoni che integrato con lo studio del dialetto e delle tradizioni popolari gli permise di assimilare “l’anima gallurese”.

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©Angelo Lauria,  Cala Brandinchi [San Teodoro]

L’isola sembra esser vista come una grande madre, i cui teneri abbracci distendono, rasserenano, riconciliano. Donano energia. E’ il ritorno a casa di Ulisse dopo le peripezie del viaggio. È voler ricolmare i vuoti di frenetiche città che sfiancano, in cui l’individuo diviene forma plasmata da eventi. Dove l’interiorità viene triturata dai grimaldelli del tempo. Dove tante le strade offerte ma poche le verità autentiche.

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©Angelo Lauria, Capo Comino [Siniscola]

La Sardegna, faro luminoso che allontana dai pericoli e salva, ha incantato per i suoi colori, profumi e sapori un fotografo lombardo che, lasciata la terra ferma come il poeta De André ha deciso di vivere stabilmente nell’isola scegliendo di vivere nella campagna di Torpè, nei pressi di una località tra le più suggestive del nord Sardegna, Posada.

LYC11©Angelo Lauria, Posada

Il suo nome è Angelo Lauria nato a Tripoli in Libia ma con un’isola nel cuore, la Sicilia, di cui erano originari i nonni. Negli anni dell’adolescenza si trasferisce con tutta la famiglia a Milano. E richiamato dalla semplicità e dalla straordinaria bellezza della natura, nella zona dei laghi, si trasferisce nei pressi del Lago di Varese.

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©Angelo Lauria, Airone Rosso [Lago di Varese]

I riflessi, i silenzi, la natura del luogo lo impressionano ed emozionano da sentire il desiderio di donare eternità all’istante sospeso in un fotogramma che continuerà a trasmettere emozioni.

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©Angelo Lauria,  Svasso [Lago di Varese]

E per scoprire questi luoghi incontaminati sceglie il Kayak. Mezzo che gli permette di  raggiungerli con facilità e immergersi in quei silenzi che fanno sfiorare l’eterno divenire.  Teso ad ascoltare i versi dei vari esemplari di fauna, i fruscii delle canne, i gorgoglii dell’acqua. Un orizzonte che ha dato senso alla sua vita. E le bellissime immagini raccolte hanno permesso la realizzazione della mostra “Il lago di Varese: Emozioni in kayak”, con la campagna di sensibilizzazione a salvaguardia della flora e fauna della zona lacustre, coinvolgendo scolaresche della zona.

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©Angelo Lauria, Cigni [Lago di Varese]

Intense e struggenti. Le fotografie commuovono per la loro bellezza. La natura si offre e dona. Una sintesi di quanto affermava il grande naturalista John Muir “In ogni passeggiata nella natura, l’uomo riceve molto più di ciò che cerca“. La natura ha permesso a Lauria di perfezionarsi nella tecnica e racconto fotografico.

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©Angelo Lauria, Tartaruga  e Folaga con i suoi piccoli [Lago di Varese]

Ma negli ultimi anni, quasi in segno di gratitudine verso la terra che lo ha adottato o forse per pura devozione, ha realizzato una serie di ritratti fotografici: volti di donne e uomini con il costume tradizionale, utilizzato nelle varie sagre o feste religiose che animano un’isola dove la tradizione, riscoperta e sostenuta negli ultimi decenni, da significato all’agire e ammalia. Come ad esempio rapiscono per rara bellezza i tessuti preziosi, i colori brillanti, i ricami e i decori sugli scialli. Superfici e forme che emettono sonorità. Melodie d’intensità.

DESULO

©Angelo Lauria Costume di Desulo

Seguire la tradizione è ricercare l’anima sarda e quell’elemento universale che caratterizza i sardi e che si riscopre nella bellezza, nelle forme e nel carattere. La bellezza eterna che traspare dalla perfezione e da un cromatismo armonico dei preziosi abiti ha colpito la sensibilità di Angelo Lauria. Alla bellezza della natura contrappone quella dei pregiati manufatti e dei volti alla ricerca di quello spirito di sardità che contraddistingue il sardo da qualsiasi connazionale.

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©Angelo Lauria, Costume di Osilo

Inizia a seguire le più importanti Sagre della Sardegna: la Sagra del Redentore, la Cavalcata Sarda, la Sagra di Sant’Efisio raccogliendo tantissimi scatti che dopo una attenta selezione sono esposti a Posada in una Mostra dal titolo “Il costume sardo: Volti e colori della tradizione popolare” e presentati ad Olbia nel Festival della Fotografia Popolare #Storie di un Attimo  a cura dell’Associazione Culturale Gli Argonauti.

NUORO

©Angelo Lauria, Costume di Nuoro

È in questa occasione che ho conosciuto il fotografo. Ed ebbra di colori, forme e richiami alla mia tradizione, decisi di intervistarlo. Una persona umile, entusiasta della sua grande passione per la fotografia. Mi parlò dei suoi iniziali obiettivi: ritrarre per trasmettere emozioni della natura, in particolare della fauna e flora lacustri. Un ritorno alle origini, alla semplicità per ritrovarsi o forse (r)accogliersi e proseguire il suo cammino  da apolide.

Una svolta nelle sue ricerche e racconti fotografici di carattere documentaristico sarà data dal suo trasferimento in Sardegna. Amore per il mare e per il moto perpetuo delle onde. Una musica dell’eterno presente che si annida nell’anima. Il soggetto muta ma l’elemento primordiale c’è, è presente. Perché l’acqua unisce e fortifica. Infonde coraggio. Salva.

I silenzi del lago ora diventano espressione / parola nei volti ritratti. L’anima di un popolo che lo incuriosisce e lo affascina.

Così continua il suo cammino. Alla ricerca di nuove emozioni. All’eterna ricerca del suo sé. Il segno della vita, da sempre.

Lycia Mele
©Riproduzione Riservata

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©Angelo Lauria, Costume di Ittiri

Mostre

LAGO DI VARESE – Emozioni in kayak

2010 Badia di Ganna 

2011 Lavena Ponte Tresa
2011 Valmorea

IL COSTUME SARDO – Volti e Colori Della Tradizione Popolare

2015    Posada 

2015    Torpè
2015    Olbia

●Contatti:
E-mail angelolauria52@gmail.com
ITTIRI
©Angelo Lauria, Costume di Ittiri
English Version